Fuori dalla scuola

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di Daniela Bovolenta

 

Spazio bianco

Solo chi ha figli o chi insegna lo sa.
E tra questi, solo chi vuole vedere.
Gli altri non possono neppure immaginare la rapidità, la pervasività, la protervia con cui i programmi scolastici e la fisionomia della scuola italiana stanno cambiando sotto i nostri occhi.
Se avete figli che sono stati a scuola 20 anni fa, non sapete niente. Anche se sono stati a scuola 10 anni fa sapete poco. Chi, come me, ha più figli, alcuni dei quali hanno iniziato la scuola negli anni 1990 e altri che sono dentro ancora oggi, ha visto una parabola discendente quasi perfetta. Certo, grandi cambiamenti erano già stati introdotti negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso. Ma hanno avuto bisogno di tempo per poter dispiegare tutti i propri effetti. E di generazioni perché l’ignoranza fosse sempre più la norma incontrastata.
E peggio dell’ignoranza. La scuola italiana è un coacervo di ideologia, di ugualitarismo estremo, di dittatura del pensiero unico, di scimmiottamenti di didattiche già dichiarate fallite nei paesi che le hanno introdotte per primi, di finta impresa che fa lavorare ragazzini che dovrebbero studiare, introducendoli al loro destino: il precariato esistenziale di massa.
La scuola italiana non recepirà le linee guida dell’Unesco che chiedono di introdurre alla sessualità i bambini sin dall’asilo: le ha già recepite. Sui libri di italiano delle medie ci sono questionari sulla sessualità, quelli di scienze fanno approfondimenti sulla fluidità dei generi, quelli di storia dipingono l’aborto e la liberazione sessuale come una conquista. Se state aspettando che vi propongano il corso sul gender, per poter negare il consenso, siete degli illusi: nessun consenso è richiesto per le ore di biologia, di storia, di letteratura.
Vi sfido a trovare dei ragazzi di una scuola secondaria di primo grado pubblica (o anche di molte private), che non abbiano seguito corsi su bullismo, sessualità, droga e dipendenze, social media. Con immersione fino a sopra i capelli in una melma putrida di pulsioni animali. Certo, per condannare. Ma con l’inevitabile ricaduta di “ampliare gli orizzonti” a chi era ancora un ragazzino ingenuo che non si poneva certi problemi. E, per inciso, con gli evidenti effetti positivi che riescono ad ottenere: mai bullismo, sessualità e dipendenze sono dilagati tra i giovanissimi come oggi.
Agli stessi ragazzi a cui non si fa leggere un bel libro, che apra loro la mente e il cuore – non sono in grado di farlo, parrebbe – non deve essere risparmiata nessuna delle brutture della vita, e precocemente, si auspica.
Sul libro di antologia delle medie di uno dei miei figli c’è tutta una sezione sulle adolescenze difficili, infarcita di racconti di ragazzini che si drogano e ragazzine che vengono indotte alla prostituzione. I nuovi testi sacri diffusi nelle scuole parlano tutti di immigrazione, multiculturalismo, relativismo. Rispetto per le culture diverse, e nessuna conoscenza della propria.
Recentemente ho fatto un esperimento: ho scaricato il verbale di classe dal registro elettronico di uno dei miei figli. Ho cancellato tutti i momenti laboratoriali, nel nostro caso un laboratorio di una decina di ore sull’alcolismo, un altro sul bullismo, uno sui social media. Ho tolto le ore dedicate a un’uscita al Sermig, dove i ragazzi hanno subito una lezione di esproprio proletario, con riflessione e discussione finale in cui i ragazzi, molto liberamente, potevano dire che i paesi ricchi fanno schifo e sono cattivi, ma non che aggredire e rubare è sbagliato. Ho tolto tutte le ore dedicate alla visione di film (che ci crediate o no, la nostra scuola evidentemente crede che i giovani siano digiuni di audiovisivi). Ho tolto poi le ore dedicate a discussioni in classe su temi quali “il rispetto”, il “femminismo”, ecc. Ho tolto le ore dedicate a interrogazioni e compiti in classe e quelle dedicate a preparare l’open day, lo spettacolo di Pasqua e quello di Natale (entrambi, questi ultimi, laicissimi e a scopo di autofinanziamento della scuola). Ho tolto le ore di sciopero. Ho tolto le ore infinite passate a fare esercitazioni per i test Invalsi. E ho visto quel che rimaneva. Mi è venuto da piangere.
Non si vuole più nemmeno dare una parvenza di istruzione. La buona scuola è questo: un enorme pistolotto moralistico sui temi del politicamente corretto, infarcito di inutilissimi test che assorbono ormai gran parte della didattica, un infinito laboratorio sulle “competenze”, in cui i ragazzi, senza essere troppo scomodati, possano essere comodamente parcheggiati per anni. Poi i privilegiati avranno famiglie che ci penseranno e gli altri avranno passato gli anni in cui avrebbero dovuto studiare a fare centinaia di ore di alternanze scuola-lavoro. Utilissime, se si fa un istituto professionale o tecnico e ci si prepara ad entrare a breve nel mondo del lavoro. Devastanti se si fa un liceo e la propria vocazione sarebbe una formazione di livello universitario. Centinaia di ore letteralmente rubate allo studio. Vorrei che una delle menti che hanno inventato la “buona scuola” avesse un figlio che torna a casa alle 19 di sera, reduce da un progetto assolutamente inutile, lamentandosi perché avrebbe ancora da studiare latino, o matematica o filosofia. Oppure sentire una figlia che dice “Vorrei leggere le Confessioni di Agostino, ma devo vedere un video/andare a scuola-lavoro/andare al corso sul commercio solidale”. Ma questa è gente che non ha figli, era troppo occupata con le riunioni di sindacato e, se ce li ha, li ha mandati a studiare all’estero o nelle più esclusive scuole cattoliche.
Per me è in gran parte tardi, purtroppo, ma – credetemi – la sola soluzione è tenerli fuori dalla scuola. Fino almeno alla secondaria di primo grado non serve che i genitori siano dei luminari nelle varie materie, basta qualche libro di testo valido e un po’ di buona volontà. Sarei disposta a garantirvelo: peggio di questa scuola non potete fare. O almeno non è facile.

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