Emmanuel Lévinas: io sono la mia responsabilità verso l’altro

 

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In questa intervista rilasciata alla rivista Aut-Aut, Emmanuel Lévinas descrive la sua concezione etica, fondata sull’idea dell’Altro. Il rapporto col mondo, prima ancora di essere rapporto con le cose, è rapporto con l’Altro, in quanto rapporto di responsabilità e di amore.

Se la metafisica ha occultato la differenza dell’Altro, “identificando” l’Altro a sé, l’etica, invece, è interamente fondata sul principio della mia responsabilità verso l’Altro, sul rifiuto di assimilarlo, opprimerlo, ucciderlo. Secondo Lévinas:

– il mio rapporto con l’Altro si fonda sulla responsabilità e sull’amore;

– tale fondamento vale anche nelle questioni teoretiche sulla giustizia; è su di esso che si basa il divieto di uccidere.

 


 

L’incontro con Altri rappresenta immediatamente la mia responsabilità per lui[1]: la re­sponsabilità per il prossimo, che senza dubbio è l’austero nome di ciò che si chiama l’amo­re del prossimo, amore senza Eros, carità, amore in cui il momento etico domina il mo­mento passionale, amore senza concupiscenza. Non mi piace molto la parola amore, che viene usata e abusata. Parliamo piuttosto di una presa su di sé del destino altrui. Questa è la “visione” del Volto, e si applica al primo venuto. Se egli fosse il mio solo interlocutore, io non avrei avuto altro che obblighi! Ma io non vivo in un mondo in cui c’è solo un “pri­mo venuto”; nel mondo vi è sempre un terzo; anch’egli è il mio altro, il mio prossimo. Quindi mi interessa sapere chi tra i due passa avanti: l’uno non è forse persecutore dell’al­tro? Gli uomini, gli incomparabili, non devono essere comparati? Alla presa su di sé del de­stino dell’altro qui è, dunque, anteriore la giustizia: devo giudicare là dove devo innanzi­tutto assumere delle responsabilità. Qui è la nascita del teoretico,[2] qui nasce la preoc­cupazione per la giustizia che del teoretico è il fondamento. Ma è sempre a partire dal Vol­to, a partire dalla responsabilità per Altri, che appare la giustizia,[3] la quale comporta giu­dizio e confronto, confronto con ciò che per principio è incomparabile, poiché ogni esse­re è unico: ogni altro è unico. In questa necessità di occuparsi della giustizia appare l’idea di equità, sulla quale si fonda l’idea di oggettività. Vi è, a un certo momento, necessità di una “pesatura”, di un confronto, di un pensiero, e la filosofia sarebbe, in questo senso, l’ap­parizione di una saggezza di fondo di questa carità iniziale: la filosofia sarebbe — e non gioco affatto con le parole — la saggezza di questa carità, la saggezza dell’amore. […]

Nella mia analisi, il Volto non è affatto una forma plastica,[4] come un ritratto: la rela­zione con il Volto è al tempo stesso il rapporto con l’assolutamente debole[5] — il rappor­to con ciò che è assolutamente esposto, nudo e denudato, è il rapporto con il denudamen­to e di conseguenza con ciò che è solo e può subire l’isolamento supremo che si chiama morte. Perciò, nel Volto d’Altri c’è sempre la morte d’Altri e così, in qualche modo, l’inci­tamento all’omicidio, la tentazione di giungere fino in fondo, di trascurare completamen­te Altri e contemporaneamente — e questa è la cosa paradossale — il Volto è anche il “Tu non ucciderai”.[6] Tu-non-ucciderai, che può essere esplicitato anche molto meglio: si tratta del fatto che io non posso lasciare Altri morire da solo, c’è come un appello a me; e, vedete — e questo mi sembra importante — la relazione con Altri non è simmetrica, non è affatto come in Martin Buber, secondo il quale, allorché io dico Tu ad un Io, ad un Me, io avrei questo Io davanti come colui che mi dice Tu. Ci sarebbe, di conseguenza, una rela­zione reciproca. Secondo la mia analisi, invece, nella relazione con il Volto ciò che si af­ferma è l’asimmetria[7]: inizialmente mi importa poco ciò che Altri rappresenta nei miei confronti, è affar suo: per me è prima di tutto colui di cui sono responsabile.

da E. Lévinas, “Intervista rilasciata ad Aut-Aut“, sett.-dic. 1985


[1] Il rapporto con l’Altro è segnato dalla responsabilità morale nei suoi confronti, a sua volta ancorata al principio dell’amore per il prossimo.

[2] La giustizia richiede l’atto teoretico del giudizio: essa è quindi il fondamento del teoretico. La presenza di una molteplicità di Altri mi impone di interrogarmi su chi de­vo innanzitutto assumere come oggetto della mia respon­sabilità.

[3] La giustizia, in quanto richiede un atto teoretico che orienti la mia azione di responsabilità tra gli uomini, sollecita una filosofia che si configuri come saggezza dell’amore.

[4] Il Volto, scrive Lévinas, è “il modo in cui si presenta l’Altro, che supera l’idea dell’Altro in me”. L’Altro, cioè, ha significato in se stesso, non per “l’immagine plastica” che produce in me: è irriducibile a me.

[5] Ma l’Altro è anche colui che è debole, esposto perma­nentemente a minacce di sopraffazione. Dobbiamo sempre essere capaci di cogliere il terribile potenziale di morte che i rapporti fra gli uomini contengono, e impegnarci a ri­muoverlo.

[6] Il fondamento d’amore del rapporto con l’Altro fa sì che cogliamo sempre nel suo Volto l’imperativo morale di “non uccidere”. La forza di tale imperativo — scrive altro­ve Lévinas — è dimostrata dal rimorso della coscienza che si prova quando uccidiamo l’Altro. Così, il rapporto con l’Altro e la responsabilità che abbiamo nei suoi confronti formano l’asse che indirizza la nostra esistenza, sono la nostra dimensione costitutiva.

[7] L’asimmetria fra Me e l’Altro non è qui espressione di un rapporto di potere (di un mio potere sull’Altro), ma in­dica in senso positivo la mia responsabilità verso l’Altro come assolutamente prioritaria.

 

 

 

 

 


 

 

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