La Francia di Luigi XIV: una monarchia assoluta e burocratica

 

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In Francia il principale protagonista del processo di formazione dello stato assoluto fu lo stesso sovrano. Egli concentrò tutto il potere nelle sue mani, servendosi dell’opera di ministri e collaboratori di provata fedeltà e preferibilmente di estrazione borghese, soffocando le autonomie locali e sostituendole con un sistema rigorosamente centralizzato, smantellando tutte le assemblee rappresentative e svuotando di ogni potere quelle mantenute in vigore. Contemporaneamente Luigi XIV riordinò il sistema finanziario, per eliminare abusi e far crescere il gettito fiscale, e promosse l’espansione dell’economia nazionale, sottoponendo alcuni settori al controllo diretto dello stato, erogando premi e incentivi, realizzando infrastrutture e potenziando la marina mercantile. Le basi dello stato assoluto si fondarono così sul potere personale del sovrano, ma anche sul complesso apparato amministrativo, ossia su “una borghesia divenuta forza operante al servizio del monarca”. Nella presenza di questi due elementi fondamentali lo storico italiano Carlo Morandi coglie una contraddizione latente, destinata a scoppiare quando, di fronte alle difficoltà interne ed esterne, il sovrano accentuerà il carattere personale del proprio governo e la nazione comincerà ad avvertire il peso dell’arbitrio e del dispotismo monarchico.

 


 

Il 9 marzo 1661 il re annunciava alla corte che ormai nulla si farebbe nello Stato senza suo ordine. Tutto il potere si doveva raccogliere nelle sue mani, ed i ministri non dovevano essere che fedeli collaboratori del sovrano. Il quale fissò i limiti delle loro attribuzioni, e cominciò col ripristinare l’antico conseil d’État [consiglio di Stato], […] ma ridotto a tre membri e con esclusione dei familiari, dei principi del sangue e degli ecclesiastici; il che non gl’impedí di giovarsi, quando volle, di consiglieri estranei e massime del vecchio maresciallo di Turenne. Ma i ministri vennero scelti con assoluta preferenza tra i borghesi […] e non ebbero “ni charge, ni patente, ni serment” [“né carica, né patente, né giuramento”: potevano dunque essere revocati dal sovrano in qualunque momento] (Saint-Simon). Luigi XIV mirava ad impadronirsi degli strumenti che avevano già fatto buona prova e a considerare i piú diretti collaboratori come leve di comando. […] I maggiori e piú fortunati ministri furono quelli (Colbert, Louvois) che seppero dare al re l’impressione di essere semplici esecutori d’ordine, mentre in realtà erano i loro progetti e le loro idee che trionfavano attraverso il crisma della volontà sovrana. […]

Senza dubbio egli sapeva ascoltare con molta pazienza prima di decidere con pari fermezza. Tutti gli affari dovevano essergli sottoposti: la vigoria fisica, “son héroïque santé” [“la sua eroica salute”], gli rendeva possibile un lavoro assiduo, un’attività instancabile e prodigiosa.

Profondo il contrasto fra i due aspetti della vita di corte: quello frivolo e galante delle feste e degli intrighi amorosi, e l’altro denso di opere e di fatica che si attuava nelle quotidiane cure dello Stato. Né il trasferimento da Parigi a Versailles era stato casuale, sibbene indice d’una profonda mutazione di consuetudine e di norme. S’introdusse un cerimoniale solenne, sul tipo spagnuolo e austriaco e si costituí una gerarchia regolata da un’etichetta severa. La persona del re divenne oggetto di culto da parte d’una folla di cortigiani che si assiepava nei palazzi di Versailles, e il fulcro della vita della reggia, ove ogni atto e momento della giornata del sovrano davano origine ad una cerimonia e dove il tono dell’ambiente e le costumanze dovevano apparire come l’espressione perfetta della maestà regale.

Luigi XIV era veramente le Roi Soleil [“il Re Sole”]: luce dominante nel centro d’un mondo che da lui prendeva vita e intorno a lui armonicamente si muoveva. […]

Immenso il lavoro compiuto all’interno, nonostante un quarantennio di lotte diplomatiche e di guerre che assorbirono danaro, uomini ed energie. Luigi conosceva bene la Francia per averla percorsa piú volte, a lungo; e non gli erano sfuggiti i particolarismi, le diseguaglianze, gli abusi, tutto ciò che ancora rimaneva di eterogeneo e di non assimilato nell’organismo statale. Pur senza ricorrere a mutamenti radicali e improvvisi, e spesso mantenendo gli antichi quadri amministrativi, riuscí a soffocare le autonomie e a sostituirvi un sistema di rigorosa centralizzazione. Con l’istituzione progressiva degli intendenti quali rappresentanti diretti dell’autorità monarchica nelle province, si videro esautorati i vecchi governatori militari […]. Insieme con le franchigie provinciali caddero quelle comunali, lo stesso simulacro delle elezioni municipali scomparve e le cariche si trasformarono in uffici. Rimasero i Parlamenti, ma svuotati di ogni loro valore e funzione, sottomessi agli intendenti; e gli Stati Generali non vennero piú convocati lasciando che ne svanisse anche il ricordo. […]

Un’attività ben piú feconda fu svolta nel campo dell’economia nazionale, ove però è assai difficile scindere l’opera del sovrano da quella di J.-B. Colbert [Jean-Baptiste Colbert, controllore generale delle finanze e ministro di Luigi XIV]. Le finanze erano sconvolte dalle guerre, dalle lotte civili, dalle malversazioni dei funzionari. La creazione del Conseil des finances [“consiglio delle finanze”], […] la nomina del Colbert a controllore generale delle finanze (1665), posero le basi di un nuovo ordinamento che consentí una provvida revisione fiscale. Tolti parecchi abusi, vigilati i metodi di esazione, accresciuto il numero dei contribuenti, il gettito netto delle imposte salí da 32 milioni (1661) a 97 nel 1683. Il re verificava spesso i registri contabili controllando le modifiche apportate ai bilanci preventivi. Ma riponeva piena fiducia nel Colbert.

Tutto il primo ventennio di regno è segnato da una vigorosa impronta costruttrice: nell’agricoltura con le ordinanze sulle acque e sulle foreste (1669), con il miglioramento del patrimonio zootecnico, con la distribuzione di sementi e di premi ai coltivatori; nell’industria con le provvidenze dirette a favorire le manifatture nazionali; nei lavori pubblici con la costruzione di strade, di ponti, di canali (Canal du Midi) [“Canale del Mezzogiorno”], con la creazione di Versailles e gli abbellimenti di Parigi. Circondato da una folla di artisti e di tecnici, Luigi voleva il primato della Francia in ogni campo d’attività e non s’arrestava dinanzi ad una ardita innovazione. […]

Questa politica di efficienza e di prestigio doveva trovare nell’espansione commerciale e coloniale il suo naturale completamento. Il re non ostacolò l’opera del Colbert che fu il vero animatore dell’emancipazione economica della Francia e che mirò ad imprimere il massimo impulso alla esportazione mediante il controllo della produzione e il vasto impiego dei dazi protettivi. Fu creata quasi dal nulla la marina mercantile; ampliato il Porto di Marsiglia, attrezzati gli arsenali di Brest, Rochefort, Tolone, accresciuti i possessi coloniali in America e in Africa e, soprattutto, valorizzati con la formazione delle due Compagnie (1664), una per le Indie Occidentali e l’altra per le Indie Orientali, con la colonizzazione della Louisiana, col generale aumento dei traffici. Politica di sviluppo delle forze nazionali che, elevando la Francia al rango delle grandi potenze marittime, doveva fatalmente accrescere il numero dei suoi nemici, perché, insieme con la rivalità tradizionale del blocco asburgico, suscitava le gelosie dell’Olanda e dell’Inghilterra. Di qui l’urgenza di un programma di organizzazione militare che Luigi, assistito dal Louvois e dal Vauban [François-Michel Le Tellier de Louvois e Sébastien le Preste de Vauban, uno ministro della guerra e l’altro ingegnere militare], ideò e diresse con vigile cura e che, partendo da modifiche tecniche negli armamenti terrestri e da un aumento dei mezzi offensivi della flotta, giungeva ad un piú vasto concetto di difesa nazionale imperniato sulla sicurezza dei confini e sulla copertura del paese mediante le linee fortificate di protezione e quelle places de la frontière [piazzeforti collocate sulle linee di frontiera], il cui valore politico e strategico testimonia dell’intuizione esatta che Luigi XIV aveva avuto del compito avvenire della Francia.

Ma nel complesso di tutta la politica interna è possibile scorgere l’affermarsi di due tendenze diverse e quasi contraddittorie: da un lato l’accrescimento del potere personale del re, dall’altro la formazione di una monarchia burocratica, ordinata nei nuovi quadri amministrativi. Queste linee direttrici coesistono e si equilibrano nei primi decenni del regno e sono rappresentate dalla stretta collaborazione del re e di Colbert. Attraverso l’organizzazione dello Stato la volontà sovrana penetra in ogni parte: non vi è cellula del corpo sociale che non sia permeata di dispotismo. La nobiltà, da turbolenta e faziosa, ridotta a docile strumento della vita di corte; l’alto clero vincolato al re nella comune difesa della libertà della Chiesa gallicana; la borghesia divenuta forza operante al servizio del monarca. Ma, d’altra parte, lo sviluppo del sistema amministrativo crea nello Stato delle istituzioni stabili che limitano, in virtú della loro stessa esistenza, la volontà personale del re; e quando questi, negli ultimi decenni del regno, sotto l’urto delle difficoltà esterne ed interne, accentua il carattere personale del proprio governo, tra le due forze già si delinea il futuro conflitto. […] Si rende piú manifesta la contraddizione latente nella politica di Luigi XIV: l’aver fatto appello all’iniziativa borghese, pur conservando la struttura tradizionale della società con i suoi privilegi ed abusi, e limitandosi ad accentrarli nelle mani del sovrano con lo scopo di renderli inoffensivi. Cosí, di fronte ai sacrifici resi necessari dalle guerre, dalle carestie, dal rapido crescere delle imposte, […] la nazione cominciò ad avvertire profondamente il peso dell’arbitrio. La nobiltà, resa inutile e dispendiosa, fece di Versailles una capitale falsa e fittizia, estranea alla vita del paese, e il re circondandosene parve solidarizzare con essa ed allontanarsi dal popolo. La monarchia di Luigi XIV, dispotica e al tempo stesso amministrativa, non poteva fruire che di un equilibrio precario: nell’urto delle due opposte tendenze è già in germe la crisi dell’ancien régime.

 

 

 

Tratto da: C. Morandi, La personalità di Luigi XIV, in “Annali di Scienze Politiche”, a cura dell’Università di Pavia, 1943.

 


 

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