A chi conviene negare l’esistenza di una “natura umana”? [n. 6]

 

 

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Sesta puntata. Nelle prime cinque riflessioni (vedi nei link la prima puntata, la secondala terza, la quarta e qui la quinta) abbiamo proposto l’idea di una brevissima analisi storico-filosofica (brevissima e alla portata di tutti) per smontare quell’idea oggi tanto diffusa secondo la quale non esisterebbe affatto specifica ed originale natura umana, ma che al contrario uomini e animali sarebbero sostanzialmente disposti su una stessa linea evolutiva (e quindi senza alcuna differenza ontologica – ovvero di valore – tra loro).

Per meglio comprendere questa malattia culturale – che non esito a definire una vera e propria deriva psicotica, diffusa ad arte da sofisticate e pervasive tecniche di manipolazione mentale ed ingegneria sociale – riprendiamo questa brevissima esposizione e mostriamo, con i grandi pensatori dell’Occidente, come le pur diverse posizioni antropologiche confermino quanto l’evidenza più incontrovertibile attesta chiaramente ogni giorno: l’uomo non è assimilabile a nessun altro animale vivente.

La nostra analisi prosegue oggi con alcuni protagonisti del pensiero Umanistico – Rinascimentale

 


 

 

Dal Basso Medioevo all’Umanesimo – Rinascimento: l’avvento dell’homo faber

La crisi del basso Medioevo porta con sé i germi delle future culture nazionali. Alle due autorità universali del Medioevo, impero e papato, succedono gradualmente nuove realtà nazionali o comunque territoriali che rivendicano e intendono affermare sempre più decisamente la loro potenza. Impero e papato non scompaiono, ma vengono ridotti a Stati come gli altri. In un’Europa economicamente e socialmente mutata, le nuove realtà nazionali e le autonomie comunali non intendono sottostare al controllo né della Chiesa né dell’impero. Di questo nuovo clima finirà inevitabilmente per risentire anche la discussione intorno alla natura umana, in un movimento generale che possiamo individuare come una spinta verso la laicità. Sul finire del Medioevo infatti uno dei fenomeni più rilevanti è l’emergere di quello che oggi potremmo definire “lo spirito laico”, di cui il dibattito filosofico risente profondamente ma che alimenta e condiziona al tempo stesso. Alla fine del Medioevo è come se la ragione cercasse di liberarsi dalla necessità di confrontarsi con la fede ed è così che la distinzione tra fede e ragione si fa sempre più marcata e consapevole.

In particolare, a partire dal Trecento viene messa in crisi la centralità della teologia: la filosofia cerca così di ricostituirsi come sapere e come interrogarsi autonomi, direi anzi come scienza a sé, non subordinata a nessun altro sapere. senz’altro il tomismo continua a dominare nelle università controllate dall’ordine domenicano, ma è il francescanesimo a produrre le nuove grandi personalità del secolo, personalità che complessivamente sembrano rifiutare una troppo vincolante osservanza aristotelica, e soprattutto una visione troppo intrisa di razionalismo, nella convinzione che l’uomo, con le sue sole forze, non possa attingere al soprannaturale e sia quindi maggiormente indicato e proficuo uno sguardo orizzontale, invece che verticale.

 

Umanesimo e Rinascimento. Dal 1400 il riassetto della società europea è caratterizzato da una nuova visione e concezione della vita umana. La ricerca del benessere e l’amore per l’al di qua segnano il disincantamento che segue le ondate di peste che spopolano Europa dopo il 1348. Opere come il Decameron di Boccaccio, il Canzoniere (e molti altri scritti) di Petrarca, indicano come l’antica paura, a volte alimentata dalla religione, lasci il posto alla ricerca dei beni e dei piaceri di questo mondo. Beni e piaceri di cui ci documentano abbondantemente sia le cronache del tempo, sia i dipinti e le miniature. Osservando in questi ultimi le riproduzioni di feste, parate, tornei, non si può non rimanere affascinati dalla grande varietà di fogge, colori e tessuti dell’abbigliamento maschile e femminile e dal rilievo nuovo dato nei dipinti alle figure umane, soprattutto se confrontato alla precedente presenza di icone quasi esclusivamente sacre. Sono, questi, segni e documenti inconfondibili di un mutamento dei gusti e degli interessi, di un cambiamento generale del modo di pensare e di agire.

 

Sempre pensando alla storia dell’idea di natura umana, e di come questa – subendo influenze e condizionamenti di diverso tipo – si sia evoluta nel tempo, va ricordato che quella che viene chiamata “secolarizzazione”, cioè la tendenza crescente a dare più importanza al mondo terreno rispetto a quello divino, è documentabile in tutti gli aspetti dell’attività umana fra la fine del Trecento e il Quattrocento, a partire dalla riscoperta della cultura classica. Tra il XIV e il XV secolo – in particolare – i nuovi “studiosi” si dedicano a un’intensa attività di ricerca, di riscoperta, di rilettura e di trascrizione di testi antichi. Si ritrovano così un gran numero di opere latine e greche delle quali si era persa traccia: il Medioevo, che pur tanto aveva utilizzato del sapere pagano, aveva fatto drastiche scelte finalizzando i contenuti delle opere alla verità cristiana; in questo modo molti autori erano stati messi in secondo piano rispetto all’orizzonte culturale dell’occidente cristiano.

 

Un altro fattore rilevante, ai fini della ricostruzione storica della concezione di natura umana è la riunificazione dei saperi che si verifica in modo particolarmente durante l’Umanesimo e il Rinascimento: ora cadono infatti le barriere che in precedenza avevano definito, protetto ed irrobustito, ma anche separato, i campi del sapere. Si verifica così quella che potremmo definire una generale “apertura” delle discipline, mutano i loro rapporti e le rigide gerarchie proprie dell’organizzazione del conoscere: si ha quello che è stato definito la “decompartimentazione” del sapere.

 

Si forma così un nuovo ideal-tipo: l’uomo di cultura del Rinascimento è un intellettuale versato nei vari ambiti dello scibile, capace di interessarsi ai più svariati argomenti. La retorica, identificata con le lettere e la poesia, si presenta ora come la principale disciplina in grado di dare forma al modello umano, capace di farne un modello di virtù e di cultura e d’altro canto gli umanisti criticano aspramente l’uso capzioso e cavilloso che si faceva nelle università medievali della dialettica, mentre ribadiscono il suo valore di metodo, di disciplina che costruisce gli schemi logici per esporre argomentazioni in modo convincente e logicamente fondato. La dialettica non è più un’arte fine a se stessa, non espone proprie verità, ma permette semmai alle altre discipline di ordinare con metodo rigoroso i dati raccolti e di presentarli nel modo più razionale possibile.

 

Siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione culturale – la rivoluzione umanistica – che non a caso prende vita nelle accademie – dato non irrilevante – ovvero nei luoghi d’apprendimento privilegiati che diventano d’ora in poi i luoghi di incontro e di dibattito socialmente riconosciuti (tanto che il Quattrocento è stato definito appunto “il secolo delle accademie”). Facciamo solo un accenno – nel delineare i tratti salienti di questo processo storico in realtà ricchissimo e complicatissimo – all’importanza dell’invenzione della stampa, all’incremento dell’alfabetizzazione e della lettura individuale (verificatosi grazie alla maggiore produzione di manoscritti in epoca tardo medievale) e all’uso delle lingue nazionali: l’atteggiamento di molti intellettuali e la loro produzione rivelano infatti uno spirito di anticonformismo culturale che si manifesta anche nel rifiuto del latino e nell’adozione delle proprie lingue nazionali. Siamo così di fronte ad una nuova immagine dell’uomo, ad una prospettiva nuova che ripropone la centralità dell’uomo nel cosmo e quindi (da Petrarca a Galilei) apre la prospettiva di una nuova dimensione terrena.

 

Ora, abbiamo accennato a Petrarca e Galilei, due personaggi diversissimi tra loro e protagonisti del periodo iniziale dell’Umanesimo e di quello conclusivo del Rinascimento. Dobbiamo senz’altro aggiungere qualcosa. Diversissimi tra loro, ma accomunati da una medesima spinta, quella che caratterizza l’intero processo culturale di questi tre secoli: la spinta umanistica, definibile nella maniera più generale come scelta di porre in primo piano, nell’impegno di riflessione e di ricerca, i poteri e i problemi dell’essere umano e non più quelli dell’essere divino. Non che questi ultimi vengano negati o dimenticati: tutti gli intellettuali dei due secoli d’oro della civiltà italiana si dichiarano infatti cristiani. Quel che differenzia il loro atteggiamento rispetto ai personaggi dei secoli precedenti, e a quelli legati alle facoltà teologiche, è il fatto che essi si occupano di cose diverse rispetto alla tradizione teologica della scolastica medievale e “post-medievale”. E se ne occupano non perché intendono polemizzare con la tradizione scolastica (molti di loro in effetti faranno anche questo), ma perché la loro formazione e i loro interessi sono diversi rispetto a questa tradizione.

 

E’ questo il punto: l’Umanesimo costruisce una nuova immagine dell’uomo, più concentrata ora sulla sua dimensione terrena e mondana, che risulta comprensibile solo in rapporto all’immagine e alla visione medioevale. Ora nell’immaginario collettivo (dei dotti) l’uomo “faber” vive e opera nella società del suo tempo, non più l’asceta, il mistico, il peccatore e il cavaliere della fede, ma piuttosto il cittadino impegnato negli affari, il banchiere, il mercante, l’artista, l’intellettuale e il mecenate, che partecipano alla vita attiva, che credono nel loro impegno, orgogliosi di costruirsi il proprio destino. Così, sempre ragionando con l’accetta e non col bisturi (come invece dovremmo) possiamo sintetizzare affermando che mentre il Medioevo pensava l’uomo come appartenente a un ordine cosmico già sostanzialmente predeterminato con l’unico compito di raggiungere la sua destinazione ultraterrena, il Rinascimento crede in genere che l’uomo debba conquistarsi un posto nel mondo con le sue sole forze, dimostrandosi capace di imitare l’azione creatrice di Dio. Anche se poi questo quadro verrà arricchito con la Riforma Protestante, dove ritorna in primo piano – ed in modo prepotente – il concetto di predestinazione e quindi la teleologia dell’essere umano si ripiega ad un ordine concettuale che potremmo definire più medievale che moderno. Detto questo, possiamo quindi provvisoriamente concludere affermando che l’uomo rinascimentale non dimentica affatto l’impegno religioso e la sua fede profonda, ma dimostra di aver ben compreso il messaggio cristiano che lo definisce “immagine di Dio”.

 

E’ così che l’umanesimo rinascimentale mette al centro della sua riflessione la soggettività umana, piuttosto che l’anima, come si vede ad esempio nell’opera di Marsilio Ficino e con la sua visione dell’uomo “microcosmo”. Traduttore di Platone, Plotino, Porfirio, Giamblico, Proclo, e del Corpus hermeticum (una collezione di testi greci e latini risalenti al II-III secolo e attribuiti al personaggio leggendario Ermete Trismegisto, cui farà costante riferimento un filosofo del calibro di Giordano Bruno, ma che influenzerà anche Tommaso Campanella e perfino Isaac Newton), è anche sacerdote, formato secondo la tradizione aristotelica e scolastica. La sua visione antropologica si concentra sulla centralità dell’umano inteso come un “mondo in miniatura” – un microcosmo appunto che riassume e rispecchia il macrocosmo (l’universo intero, da qui a poco rivisto nei suoi confini e considerato come infinita manifestazione dell’infinita potenza di Dio). Egli può operare, razionalmente e corporalmente, e può prendere direzioni opposte: è quindi caratterizzato da una libertà e da una volontà che lo differenziano dal mondo animale.

 

 

 

 

Pico della Mirandola

La nozione di libertà è anche al centro della riflessione di Pico della Mirandola. In una delle opere più importanti del pensiero umanistico-rinascimentale, il Discorso sulla dignità dell’uomo, Pico della Mirandola indica le ragioni divine della particolare ed unica dignità dell’essere umano nell’ambito dell’intero universo e riprende una frase di Ermete Trismegisto (“Un grande miracolo è l’uomo”, altro punto su cui farà costante riferimento Bruno), dandone un’interpretazione che cerca di mettere insieme Mosè e il filone platonico e neoplatonico. Mentre gli altri esseri hanno una collocazione “fissa” (gli angeli non possono diventare bestie, né queste ultime possono diventare angeli), l’uomo non ce l’ha. In questo quadro l’uomo, creato da Dio non riceve però alcun posto fisso nella gerarchia dell’universo: l’uomo è quindi creato, a differenza degli altri esseri, completamente libero. Questa è la peculiare, unica, irripetibile dignità dell’uomo secondo Pico. Egli può diventare angelo o bestia, può salire fino a Dio o scendere fino alla materia bruta:

 “Stabilì alfine l’ottimo Artefice che a colui, al quale non si poteva dare nulla di proprio, fosse comune tutto quello che di particolare era stato attribuito alle altre creature. E così accolse l’uomo come opera di natura non definita, lo pose nel cuore dell’universo e così gli parlò: «O Adamo, non ti ho dato né una sede determinata, né un aspetto tuo particolare, né alcuna prerogativa a te solo peculiare, perché quella sede, quell’aspetto, quella prerogativa che tu desidererai, tu te le conquisti e le mantenga secondo la tua volontà e il tuo giudizio. La natura degli altri esseri, stabilita una volta per sempre, è costretta entro leggi da me fissate in precedenza. Tu invece, da nessun angusto limite costretto, determinerai da te la tua natura secondo la tua libera volontà, nel cui potere ti ho posto. Ti ho messo al centro del mondo perché di lì più agevolmente tu possa vedere, guardandoti intorno, tutto quello che nel mondo esiste. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché tu, come se di te stesso fossi il libero e sovrano creatore, ti plasmi da te secondo la forma che preferisci. Tu potrai degenerare abbassandoti sino agli esseri inferiori che sono i bruti, oppure, seguendo l’impulso del tuo animo, rigenerarti elevandoti agli spiriti maggiori che sono divini»” (Giovanni Pico della Mirandola, Oratio de hominis dignitate)

 

Andiamo oltre.

 

 

Michel de Montaigne

A proposito dell’idea di essenza umana, credo che uno dei grandi precursori – oserei dire “padri” – della nostra mentalità odierna sia il signor Michel de Montaigne. Filosofo attivo all’interno della corrente scettica, Montaigne pone l’uomo al centro della riflessione filosofica ed affronta il tema antropologico all’insegna del dubbio e dello scetticismo. Ma per Montaigne dubitare non significa che sia impossibile affermare o negare con sicurezza alcunché, ma che è possibile affermare e negare, purché si sia consapevoli che le nostre affermazioni e negazioni non possiedono un valore assoluto ma soltanto relativo. Possiamo così essere cristiani – osservava Montaigne ben prima di noi (siamo nella seconda metà del XVI secolo!) – senza per questo affermare che i musulmani siano nel falso; possiamo praticare le nostre norme morali senza per questo chiamare barbari i popoli che praticano norme morali diverse o anche opposte rispetto alle nostre; possiamo professare opinioni filosofiche senza considerare assurde o false quelle degli altri.

Il dubbio quindi – secondo Montaigne così come i suoi nipotini dei nostri giorni – è un atteggiamento che comporta apertura  mentaletolleranzaconsapevolezza della relatività delle religioni, delle filosofie, delle morali, delle concezioni scientifiche. Evviva! Bellissimo, no? Un mondo di tolleranti, di personcine civili. Si va d’accordo con tutti. Che meraviglia. In questo quadro (perché sia folle lo ricorderò magari alla fine), prende corpo l’analisi della condizione umana. L’uomo è caratterizzato – secondo Montaigne – da una particolare forma di malattia dell’anima: la presunzione. La presunzione umana è la nostra malattia naturale e il vero peccato originale.

Leggiamo anche in questo caso un breve passo:

 

“Tra tutte le creature –  scrive Montaigne – l’uomo è la più fragile e la più soggetta alle calamità; nello stesso tempo, è la più meravigliosa. Egli si sente e si vede situato qui, tra la melma e lo sterco del mondo, legato e inchiodato alla parte peggiore, più morta e stagnante dell’universo, all’ultimo livello del creato, il più lontano dalla volta celeste, con gli animali della peggior condizione; e va con l’immaginazione a piantarsi al di sopra del cerchio della luna; a mettere il cielo sotto i propri piedi. Con la vanità di questa stessa immaginazione egli si rende eguale a Dio, si attribuisce qualità divine, da se stesso si elegge e si separa dalla calca delle altre creature, taglia le parti agli animali, suoi fratelli e compagni, e distribuisce loro la porzione di facoltà e di forze che a lui sembra opportuna. Come fa a conoscere, con lo sforzo della sua intelligenza, i moti interni e segreti degli animali? Attraverso quale confronto tra noi e loro deduce la stupidità che attribuisce ad essi?” (M. de Montaigne, Essais. Apologia di Raymond Sebunde).

 

 

[… segue]

 

 

Alessandro Benigni

 

 

 

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