Berkeley: “esse est percipi”

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Ovvero: perché è assurdo pensare che esistano realtà fuori dal pensiero.

 

La posizione di George Berkeley può senz’altro sembrare paradossale. Tuttavia è dotata di un fondamento logico abbastanza difficile da scalfire: nella sua argomentazione, infatti, egli ci mostra come mai la materia non è altro che rappresentazione e perché quindi l’essere oggettivo delle cose consiste nel fatto che (almeno) una mente le percepisce. Berkeley ha sintetizzato questa posizione nella celebre frase: «esse est percipi», l’essere è l’essere percepito. Chiarisce così la sua posizione il Filosofo: “Dico che la tavola su cui scrivo esiste, cioè che la vedo e la tocco. […] Perché per me è del tutto incomprensibile ciò che si dice dell’esistenza assoluta di cose che non pensano, e senza nessun riferimento al fatto che vengono percepite. L’esse delle cose è un percipi, e non è possibile che esse possano avere una qualunque esistenza fuori dalle menti o dalle cose pensanti che le percepiscono“. Infatti, se pensiamo di entrare in rapporto con quello che riteniamo “il mondo esterno” , dobbiamo sempre ammettere di formare, nell’atto di questo nostro rapportarci, delle rappresentazioni mentali. Tuttavia, la nostra mente non esce affatto fuori da se stessa nel formare le rappresentazioni. Chi è allora il soggetto della rappresentazione? È sempre la nostra mente, osserva Berkeley (si noti qui l’analogia con l’insidiosissimo argomento del sogno e del dubbio cartesiano). È insomma sempre la nostra mente a produrre immagini, rappresentazioni, e così via: dunque tutto ciò che sappiamo circa l’esistenza del mondo alla fine è solo pensiero (rappresentazioni, immagini, idee, etc.), non materia. Ma che cosa sarebbe l’immagine se noi non la pensassimo? Non sarebbe nulla, perché un’immagine è solo un oggetto interno di una mente. Dobbiamo allora logicamente concludere che non sappiamo nulla di cose, enti materiali che esistono assolutamente (in modo del tutto oggettivo) al di fuori del pensiero, perché l’unica rappresentazione che si forma nella mente quando vediamo una cosa è soggettiva: ne siamo noi gli autori. E d’altra parte noi non vediamo la “materia”: vediamo semmai una rappresentazione, che intendiamo come rappresentazione della materia. In altre parole, per Berkeley è assurdo pretendere di dimostrare l’esistenza del mondo esterno a partire dall’esperienza e indipendentemente dalla nostra mente: quando vediamo una ente qualsiasi, ne abbiamo un’esperienza diretta (una rappresentazione mentale), ma se ci voltiamo da un’altra parte, di essa non sappiamo più nulla (ne abbiamo semmai il ricordo in un tempo passato o magari l’anticipazione in un tempo futuro): quindi non abbiamo argomenti per dimostrare che c’è, che continua a esistere indipendentemente dalla nostra esperienza, se non il fatto che, voltandoci, ci aspettiamo di rivederla. Ma questa, appunto, non è una dimostrazione. E nemmeno – insiste Berkeley – un buon argomento.

 

Alessandro Benigni

 

 

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Leggiamo insieme il testo:

1. È evidente per chiunque esamini gli oggetti della conoscenza umana, che questi sono: o idee impresse ai sensi nel momento attuale; o idee percepite prestando attenzione alle emozioni e agli atti della mente; o infine idee formate con l’aiuto della memoria e dell’immaginazione, riunendo, dividendo o soltanto rappresentando le idee originariamente ricevute nei [due] modi precedenti. Dalla vista ottengo le idee della luce e dei colori, con i loro vari gradi e le loro differenze. Col tatto percepisco il duro ed il soffice, il caldo ed il freddo, il movimento e la resistenza, ecc., e tutto questo in quantità o grado maggiore o minore. L’odorato mi fornisce gli odori; il gusto mi dà i sapori; l’udito trasmette alla mente i suoni in tutta la loro varietà di tono e di combinazioni. E poiché si vede che alcune di queste sensazioni si presentano insieme, vengono contrassegnate da un solo nome, e quindi considerate come una cosa sola. Così, avendo osservato, per esempio, che si accompagna un certo colore con un certo sapore, un certo odore, una certa forma, una certa consistenza, tutte queste sensazioni sono considerate come una cosa sola e distinta dalle altre, indicata col nome di «mela»; mentre altre collezioni di idee costituiscono una pietra, un albero, un libro e simili cose sensibili che, essendo piacevoli o spiacevoli, eccitano in noi i sentimenti d’amore, di odio, di gioia, d’ira, ecc.

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2. Ma oltre a questa infinita varietà di idee, o di oggetti della conoscenza, v’è poi qualcosa che conosce o percepisce quelle idee, ed esercita su di esse diversi atti come il volere, l’immaginare, il ricordare, ecc. Questo essere che percepisce ed agisce è ciò che chiamo «mente», «spirito», «anima», «io». Con queste parole io non indico nessuna mia idea, ma una cosa interamente diversa da tutte le mie idee e nella quale esse esistono, ossia dalla quale esse vengono percepite: il che significa la stessa cosa perché l’esistenza di una idea consiste nel venir percepita.

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3. Tutti riconosceranno che né i nostri pensieri né i nostri sentimenti né le idee formate dall’immaginazione possono esistere senza la mente. Ma per me non è meno evidente che le varie sensazioni ossia le idee impresse ai sensi, per quanto fuse e combinate insieme (cioè, quali che siano gli oggetti composti da esse), non possono esistere altro che in una mente che le percepisce. Credo che chiunque possa accertarsi di questo per via intuitiva, se pensa a ciò che significa la parola «esistere» quando vien applicata a oggetti sensibili. Dico che la tavola su cui scrivo esiste, cioè che la vedo e la tocco; e se fossi fuori del mio studio direi che esiste intendendo dire che potrei percepirla se fossi nel mio studio, ovvero che c’è qualche altro spirito che attualmente la percepisce. C’era un odore, cioè era sentito; c’era un suono, cioè era udito; c’era un colore o una forma, e cioè era percepita con la vista o col tatto: ecco tutto quel che posso intendere con espressioni di questo genere. Perché per me è del tutto incomprensibile ciò che si dice dell’esistenza assoluta di cose che non pensano, e senza nessun riferimento al fatto che vengono percepite. L’esse delle cose è un percipi, e non è possibile che esse possano avere una qualunque esistenza fuori dalle menti o dalle cose pensanti che le percepiscono.

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4. E’ infatti stranamente diffusa l’opinione che […] tutti gli oggetti sensibili abbiano un’esistenza, reale o naturale, distinta dal fatto di venir percepiti dall’intelletto. Ma per quanto sia grande la certezza e il consenso con i quali si è finora accettato questo principio, tuttavia chiunque si senta di metterlo in dubbio, troverà che esso implica una contraddizione evidente. Infatti, che cosa sono, ditemi, gli oggetti sopra elencati se non cose che percepiamo con il senso? e che cosa possiamo percepire oltre alle nostre proprie idee o sensazioni? e non è senz’altro contraddittorio che una qualunque di queste, o una qualunque combinazione di esse, possa esistere senza essere percepita?

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G. Berkeley, Trattato sui principi della conoscenza umana

 

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