121. Perché non possiamo chiamare le cose come vogliamo

 

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Perché non possiamo chiamare le cose come vogliamo

 

 

C’è un limite, finché si resta umani

C’è un limite, finché si resta umani e liberi

 

 

 

 

 

Mi sembra che sia chiaro: non è solo una questione di nascondino filosofico. Non si tratta solo del gusto di capire chi ci sta fregando e come lo sta facendo. O di trovare il trucco del prestigiatore. E non è solo la questione trita e ritrita dell’inganno universale, di Orwell, dei Massoni, dello stordimento planetario, del controllo mentale o, come preferisco dire, della droga cerebrale.

 

Sì, della roba tossica che ci mettono nel cervello, in modo che prima ci piace, con la sua promessa di liberazione da tutti vincoli, da tutti i limiti: poi però ci confonde e infine, ne restiamo totalmente dipendenti e più vincolati e limitati di prima. Dopodiché siamo spacciati: e senza nemmeno rendercene conto.

 

Come sarebbe bello, in fondo, essere davvero liberi di pensarla, su tutto, ognuno come gli va. Liberi di chiamare le cose come si vuole, anzi, addirittura di “essere” come si vuole. Mandando a quel paese ogni vincolo. Ogni limite.

 

Ecco allora la questione: e dai e dai, alla fine l’abbiamo passato davvero, il limite. E adesso è un problema, perché dopo aver ucciso Dio e dopo aver mandato a spasso la ragione per sostituire tutto con la narrazione, non abbiamo più alcun punto di riferimento certo: nemmeno che un bambino vada curato e non ucciso. Anche e soprattutto se non può essere guarito.

 

Aspetta. Com’è che diceva il grande profeta del Nichilismo?

 

Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi a ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per cancellar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo a sciogliere questa Terra dalla catena del suo Sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i Soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?” [F. Nietzsche, La gaia scienza, III, n. 125].

 

Ecco l’abbandono di ogni punto di riferimento fisso, di ogni vincolo, di ogni fondamento, per approdare a un uomo nuovo, forgiato sulla relatività dei valori e quindi sull’assenza di vincoli assoluti: libero di essere ciò che vuole e quindi di pensare, credere e volere, senza limiti…

 

fluido, come diciamo oggi:

 

“Noi uomini nuovi – scrive Nietzsche al termine della Gaia scienza – abbiamo bisogno (…) di una nuova salute, una salute più vigorosa, più scaltrita, più tenace, più temeraria, più gaia di quanto non sia stata fino ad oggi ogni salute” (V, n. 382).

 

Dove questa “nuova salute” non è appunto qualcosa che si conosce una volta per tutte, ma dev’essere sempre e nuovamente reinventata e quindi conquistata. Perciò devono essere abbandonati tutti i valori, superati tutti i vincoli, dimenticati tutti gli ideali, per giungere a quello spirito libero, a quell’uomo liberato che Nietzsche definisce un “viandante”: ma non un viaggiatore che sia diretto verso una meta finale, in quanto non esistono né bene né male, nessuna teleologia, bensì un “errante, che trovi la sua gioia nel mutamento e nella transitorietà” (Umano, troppo umano, I, n. 638), per fare dell’intera sua esistenza un esperimento libero.

Non è una novità: Nietzsche aveva già capito tutto e previsto fin nei dettagli la crisi del nostro tempo. L’eterno precipitare è quello che stiamo sperimentando, con la sensazione di cadere non nel vuoto, ma nelle mani di un potere che ci lega con vincoli ben peggiori di quelli naturali, che la tradizione aveva riconosciuto e sapientemente valorizzato. Oggi diamo largo spazio, infatti, a chi ci sa fare con le invenzioni e (dunque) con le nuove forme di dominio. Il rischio, per chi vuole avventurarsi al di là dei limiti oggettivi, naturalmente imposti dal connubio tra ragione ed evidenza (ma io direi anche tra ragione e tradizioni) è quello di essere come drogati da una mano invisibile: per diventare scervellati, e quindi schiavi, contro la nostra volontà. Ed è questo, dicevamo più sopra, veramente troppo.

 

Troppo, sempre posto che non sia già troppo tardi: nella speranza che l’anello al naso non sia diventato di colpo un anello totalmente cerebrale e la nostra presunta libertà, da promettente ventaglio che era in origine, non sia già stata ridotta ad una sola penna di pavone spelacchiato. Piegata alla sola possibilità di starci, o abdicare. Vivacchiare o morire, togliendosi di mezzo, una buona volta.

 

Diremo, dunque, quello che va detto.

 

Ci aspettano tempi in cui la disobbedienza civile sarà un lusso. Se non un ricordo dei bei tempi che furono: abbiamo una possibilità che credo ci verrà invidiata, forse già dai nostri figli.

 

Andiamo avanti. Ho parlato di droghe cerebrali. Prendiamo spunto da un tizio che di queste cose ne sapeva. Un maestro, nel genere:

 

Non basta sottomettere più o meno pacificamente le masse al nostro regime, inducendole ad assumere una posizione di neutralità nei confronti del regime. Vogliamo operare affinché dipendano da noi come da una droga”. (Joseph Göbbels, citato in Michael Zezima, Salvate il soldato potere, Il Saggiatore 2004)

 

È chiaro che qui si parla di regime, di sottomissione, di dipendenza, di controllo.

 

Di Impero.

 

Ma come? Impero, addirittura? Non corriamo il rischio di imbrigliarci in toni troppo apocalittici?

 

Può sembrare un’esagerazione, è vero. E come, addirittura, citare Göbbels? Non era una storia morta e sepolta?

Invece le cose stanno esattamente così: siamo nel pieno di una recrudescenza totalitaria, di cui l’eugenetica è un volto chiaro e inconfutabile di una nuova infezione ideologica, telecomandata dall’alto, che nulla ha da invidiare rispetto a quelle del secolo scorso.

Avanza indisturbata a piccoli passi, nell’indifferenza e nell’assuefazione generale. Una convocazione all’Ordine qui. Una sospensione di là. Un decreto contro le “fake news”. La censura, con la scusa dell’hate speech. I media che stravolgono la realtà conosciuta e non ci informano su quella sconosciuta. E tante altre amenità. Mentre una società totalmente ipnotizzata e incapace di reagire sembra aver perduto gli anticorpi che dovrebbero proteggere l’idea stessa di democrazia e di convivenza civile. Di rispetto per la vita umana. Tanto che i più piccoli, se imperfetti, si ammazzano a catena già nel ventre delle loro madri, o si accompagnano alla rupe appena dopo la nascita, in un tripudio barbarico che nella neo-lingua assume il manto del suo contrario: morte dignitosa, diritto a morire, misericordia, pietà, e via dicendo. E, si badi bene, non è solo barbarie. Si tratta di un risultato atteso: il frutto di un’operazione planetaria di altissima ingegneria sociale, tanto più pericolosa e temibile quanto meno visibile ai più e difficile da decifrare ponendosi da un punto di vista comune. Ma cambiando prospettiva, la realtà dell’Impero, da nascosta che era, diventa perfettamente tangibile. Basta pensare a chi e a cosa si guadagna con le deportazioni di massa, chiamate “migrazioni“, oppure qual è il vantaggio che viene dal mettere le donne contro gli uomini, le mogli contro i mariti, col lavaggio del cervello del “femminicidio“, oppure ancora chiamando “gesto d’amore straordinario” – come ha fatto di recente la senatrice Monica Cirinnà – la fabbricazione in laboratorio e la vendita di bambini a coppie di gay: cosa che di per sé non è solo rivoltante, ma evidentemente un atto di violenza disumana.

 

Mi fermo qui, non faccio altri esempi.

Servirebbero molte pagine. Troppe. Ripartiamo invece – credo sia bene ribadirlo – dal concetto chiave: l’Impero. Non è un’idea: è una realtà. Una realtà metafisica, è vero: si tratta della realtà del Male. Ma dal livello metafisico questo male si fa concreto, brucia sulla pelle di ciascun individuo, divorando pensiero e libertà su scala planetaria.

 

L’Impero è volontà-di-potenza-in-atto: è partendo da questo assunto che tutti i dettagli acquisiscono un senso preciso e la visione si fa chiara, e l’intreccio si sbroglia e insomma: i conti tornano. Una volontà-di-potenza che vuole prima di tutto affermare se stessa, contro l’uomo, per dominare gli individui e per dominarli con il loro consenso. Devono essere gli individui a sottomettersi, a piegarsi, a desiderare di farlo. Devono ridursi in schiavitù con le loro stesse mani e ne devono essere contenti e soddisfatti, immaginando di aver raggiunto chissà quali vette di progresso. Una volontà-di-potenza che è il cuore stesso dell’Impero, il quale richiede, per realizzare la sua ossessione di dominio sull’uomo, prima il Relativismo di tutti i valori, in modo che bene e male vengano equiparati, poi il Nichilismo che convinca l’uomo di essere un nulla, che tutto sia nulla e che quindi non esista alcun senso per cui vivere (e morire, se necessario) e quindi che ci sia infine uno spazio assolutamente vuoto, senza resistenze, per potersi insediare definitivamente.

 

Così, dal nulla è stata creata una classe di intoccabili (convinti – il bello è questo – che sia stato fatto tutto per i loro diritti). Si tratta di un primo esperimento di ingegneria sociale perfettamente riuscito: guai, oggi, a criticare omosessuali e sessualità “alternative”. Guai a discriminare – anche se discriminare rimane la condizione essenziale per qualsiasi forma di libertà e di raziocinio. È stata creata una casta: in pochi si sono resi conto che tale forma di dominio verrà presto svuotata di questo contenuto e altri prenderanno il posto degli intoccabili di oggi: lo faranno quando l’idea stessa che negli stati “democratici” ci siano uomini con più diritti e più privilegi di tutti, sarà totalmente e pacificamente assimilata.

 

È dunque una volontà di potenza, quella dell’Impero, tutt’altro che cieca ed irrazionale (come invece voleva il buon vecchio Schopenhauer: uno che se avesse visto quello stiamo passando in questi anni si sarebbe dato dell’ottimista). Una volontà-di-potenza-in-atto, dicevamo, passata finalmente e definitivamente dal livello teorico (alla Nietzsche, per intenderci, magari rivestita con un po’ di quella che Emanuele Severino chiama “la Tecnica“) al livello pratico: con una forza devastante, destinata a spazzare via l’idea di umanità (e quindi l’umanità stessa) che abbiamo fino ad oggi dato per scontata.

 

Ma dov’è? Chi l’ha sentita, chi l’ha vista? Dov’è questa terribile malattia che l’Impero avrebbe inoculato? Dov’è, insomma, il Danno?

 

Io credo che sia già arrivato. Millimetro dopo millimetro si è già materializzato. Ne facciamo uso tutti i giorni. Ce l’abbiamo sotto il naso. Anzi: sulla punta della lingua. Sempre. Per questo non avremo scampo: non riusciamo a vedere il nemico. Perché il nostro nemico non si vede, si ascolta. Nella società del vedere, pochi, infatti, sanno ascoltare. E anche le sentinelle più attente s’aspettavano forse di scorgere un nemico visibile, sia pure ben mimetizzato. In pochissimi avevano presentito che la minaccia non sarebbe affatto venuta di fronte, da un fronte, come un Leviatano che arriva dal mare, bensì da dentro l’uomo. Sì, da dentro: perché il nemico è dentro di noi, nello stomaco e, come dicevo, proprio sulla punta della nostra lingua.

 

Perché insistere tanto con questa benedetta lingua? Perché è lì che si nasconde il Danno. E ci arriviamo subito: l’Impero ci domina con la lingua. Col linguaggio. Coi nomi. I nomi sono tutto tranne che innocui accessori. Al collasso dei nostri giorni siamo arrivati attraverso l’inganno del nominalismo universale. E come altrimenti l’Impero avrebbe potuto farci schiavi se non convincendoci che in questo modo saremmo diventati liberi? È, se volete, la ri-edizione di Genesi, capitolo III, vv. 1-7:

 

“Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete””. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi (…)”.

 

La storia dell’Impero comincia da qui e coincide con la storia della dis-umanizzazione dell’uomo, per ridurlo a meno di quello che è, per degradarlo invece che innalzarlo, per ridurlo a schiavo o come preferisco dire a “monade animale” (Cfr. https://ontologismi.wordpress.com/articoli/ Della monade animale, n. 79, 80 e 81): un essere nomade, incapace di relazionarsi, desessualizzato, de-individualizzato, incerto su sé stesso, sul valore, sui valori, sul senso di sé e del circostante. Sostanzialmente incapace di ogni critica e di ogni resistenza. Un perfetto soggetto e oggetto di consumo. E questo tramite le bugie. Certo. Ma le bugie hanno appunto bisogno di parole, per essere raccontate.

 

Le parole hanno un potere enorme: possono infettare il pensiero. E siccome è lì, nel pensiero, il punto debole dell’umano, con le parole giuste il gioco è fatto.

 

Con un bel racconto, ben studiato, ben preparato, l’umanità intera ci può cascare. Perché è lì, si sa, il suo punto debole: la superbia. Il volersi credere capace di essere quello che non è. E – per inciso – è bene che non sia: un creatore di nuovi valori. Ancora una volta, Nietzsche insegna. E questo per un motivo molto semplice: i valori sono verità da scoprire, già date, fuori dall’orizzonte della manipolazione umana.

 

Ma la tecnica dell’Impero è fondata sull’illusione, sull’inganno. Fin dall’inizio, come s’è visto in Genesi. Oggi su illusioni e su inganni ancora più sofisticati, come ci apprestiamo a vedere. È una tecnica che mira a restringere la libertà di pensiero, prima che la libertà d’azione, degli individui come dei popoli, che l’Impero vuole sottomettere. Una tecnica che sfrutta la memoria. Una memoria che dovrà quindi essere infettata e compromessa, sempre posto che la memoria, quella sociale, collettiva, così come quella individuale (insieme alla ritenzione e ai processi mnestici tutti, nel loro fragilissimo insieme) non siano già da tempo sotto il controllo dell’Impero.

Il sonno della ragione genera mostri, recita un detto talmente usato da passare per scontato (El sueño de la razón produce monstruos, come tutti sanno, è un’acquaforte e acquatinta realizzata nel 1797 dal pittore spagnolo Francisco Goya). Il punto è che questo non è un sonno, ma una forma ipnotica di distacco dalla realtà, scientemente pianificata e imposta nella più colossale operazione di ingegneria sociale che si sia mai vista. Un quadro fantascientifico? Può darsi. Ma può darsi anche di no: il tutto dipende, come sempre, dalla valutazione del circostante, dalla collocazione che vogliamo dare ai tasselli che di volta in volta possono essere disposti a completare mosaici dai significati ben diversi. Addirittura opposti: tanto che Progresso può significare il suo contrario, e così via.

La tecnica della memoria, dicevamo. È così che funziona l’imposizione imperiale del pensiero unico: neologismi e termini contraddittori vengono continuamente ripetuti e, superate le pallide resistenze di qualche critico, assimilati da tutti. Attaccano la memoria, prima di tutto.

Chi conosce, sia pure vagamente, come funziona la memoria umana, sa che si tratta di un arcipelago, di una palude, di un labirinto, di una giungla che in sé e per sé ha pochissime difese. Ma il pensiero, senza memoria, semplicemente non esiste. Così come non esiste una capacità, nemmeno minima, di ragionamento, di problem solving, come va di moda scrivere. Per non dire di instaurare rapporti affettivi significativi.

 

A proposito di memoria. C’era tempo fa – si trova ancora, da qualche parte, credo – un bel film di Christopher Nolan – Memento– in cui il protagonista, in seguito a un attacco subito da due uomini con il volto coperto che avevano stuprato e ucciso la moglie, è affetto da un grave disturbo della memoria per i fatti recenti (una forma di amnesia anterograda, simile a quella forma che probabilmente colpisce quei genitori fortemente sotto stress che dimenticano i figli in macchina, per intenderci). Insomma: non è in grado di immagazzinare nuove informazioni per più di una quindicina di minuti. Per cercare di sopperire a questa mancanza cerca di scrivere e prendere appunti il più possibile su post-it, foto e persino sulla propria pelle. Il suo corpo è infatti ricoperto da tatuaggi che gli forniscono indicazioni su cosa è successo e cosa dovrà fare. Forse abbiamo bisogno anche noi di qualche post-it o di qualche tatuaggio: la memoria è fin troppo debole, delicata e facilmente influenzabile, perché l’Impero non la utilizzi per i propri scopi. Non a caso i regimi impongono nuovi libri di storia e fanno studiare – a memoria – i messaggi della propaganda che devono costruire la nuova coscienza; una delle tecniche più efficaci per il controllo mentale è infatti la manipolazione della memoria semantica che è quella memoria che non è personale, soggettiva, ma comune a tutti coloro che parlano la stessa lingua. Per intenderci: il ricordo “l’uomo è un mammifero” fa parte della memoria semantica, mentre il ricordo “alle elementari ho imparato che l’uomo è un mammifero” fa parte della memoria episodica, e in particolare della memoria autobiografica. Nella memoria episodica s’immagazzinano informazioni ed eventi specifici mentre in quella semantica la conoscenza generale, i significati e i simboli. Infettata la memoria episodica, tutta la memoria a lungo termine viene di conseguenza compromessa. Si tratta di un passaggio fondamentale. La memoria a lungo termine è, infatti, la memoria del passato psicologico, perché si occupa dell’informazione che non è (più) in corso d’elaborazione. Le barriere critiche qui sono nulle: vi sono conservati ricordi ed esperienze, immagazzinati – attenzione – non come copia esatta della realtà, ma come rielaborazioni e interpretazioni personali. Una volta infettata la memoria a lungo termine, ciao ciao bambina. Il discorso è chiuso.

 

Ora – per fare solo un esempio – che cosa succede quando ascoltiamo ripetutamente una frase che distorce la realtà?

 

Non ho intenzione di giustificare, qui ed ora, l’evidenza del legame tra memoria e linguaggio: significherebbe fare una sintesi di duemila anni e passa di storia della psicologia, da Aristotele a Steven Pinker. E, a parte il fatto che non ne ho voglia, quest’impresa ci porterebbe inutilmente lontano dalla meta. Torniamo invece al punto: l’obiettivo è quello di mettere a fuoco come e quanto lavora l’Impero con l’alterazione, la manipolazione e la compromissione della lingua, per realizzare compiutamente il proprio progetto di dominio. Con la manomissione delle parole, infatti, l’Impero ha compiuto un vistoso salto di qualità, che nemmeno Orwell aveva previsto. Se abbiamo capito che il numero delle parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità – per dirla alla Zagrebelsky -, se sappiamo che il rapporto fra la ricchezza delle parole e ventaglio delle possibilità è costantemente ribadito dalla ricerca scientifica e criminologica in particolare (i ragazzi più violenti sono quelli che possiedono gli strumenti linguistici più scarsi), se abbiamo visto benissimo quanto la povertà della capacità comunicativa si traduca in povertà dell’intelligenza e in grave incapacità di gestire le emozioni o di costruire idee e modelli per interpretare la realtà (nelle scienze cognitive questo fenomeno è chiamato ipocognizione), se sappiamo insomma quanto l’abbondanza e la ricchezza delle parole sia condizione di dominio sul reale – e come viceversa la diminuzione del vocabolario sia la premessa per essere condizionati da chi ha il potere di gestire il linguaggio (daccapo: Orwell docet), ebbene, quello che forse non è ancora chiarissimo è quanto oggi le parole siano state volontariamente drogate per assolvere ai fini strategici dell’Impero.

 

Il marchingegno è presto spiegato, sul modello della finestra di Overton (Cfr.https://ontologismi.wordpress.com/articoli/ art. n. 66): in sintesi si introducono una serie neologismi, studiati a tavolino, mentre parallelamente si utilizzano termini già in uso, ma per indicare volutamente quello che è il loro contrario, in una sorta di forma allucinata e capovolta di correlativo oggettivo, per conseguire un progressivo (ma radicale ed assai efficiente) addomesticamento linguistico. Dal quale deriva inesorabilmente un addomesticamento concettuale, e quindi un controllo mentale completo sugli individui. Si tratta di un linguaggio che, pur presentandosi nella forma della liberazione, si costituisce in realtà come impresa-di dominio-in-atto. E di dominio assoluto, in quanto non si limita a rappresentare la problematicità dei confini della conoscenza umana, a partire dalla radicale intenzionalità dell’atto osservativo e quindi rappresentativo del mondo, ma si costituisce in realtà come violenza pura, proprio nella misura in cui nega questa dialettica tra soggetto e realtà per appropriarsi della pretesa di verità sotto la forma della narrazione. E, in particolare, in una forma di narrazione imposta dall’alto e tesa a slegarci dalla correlazione con il dato oggettivo, reale, che costituisce sì un limite, ma un limite virtuoso in quanto scudo ed anticorpo per qualsivoglia infezione mentale. Come non puntare il dito, anche a questo proposito, sulla follia (strumentale al piano dell’Impero e quindi totalmente inserita nella dinamica di controllo) della “post-verità”?

(Cfr. https://ontologismi.wordpress.com/articoli/ art. n. 88)

 

Dunque oltre il confinamento della conoscenza entro i limiti di un linguaggio imposto (e guai che non sia politicamente corretto), si applica sistematicamente anche un travisamento del significato dei termini in uso, del loro valore, del loro senso, della loro necessaria e vincolante correlazione con la realtà. Quello che viene imposto dall’Impero è allora non solo un nuovo impianto linguistico, ottenebrante e menzognero, (si pensi per esempio alla facilità con cui ormai tutti indicano con “omogenitori” una coppia di omosessuali che ha preso un figlio generato altrove o all’espressione “avere due papà” o “avere due mamme”, quando l’ontologia insegna che nessuno viene generato da due padri o da due madri, etc.), ma un vero e proprio strumento oppressivo che, tramite il suo effetto alienante, si muove nelle menti svuotate da cinquant’anni di pubblicità e televisione spazzatura fino ad occuparne l’ultimo angolo di libertà. Neo-lingua del potere e alterazione delle parole imposte con violenza dal politicamente corretto, sono dunque i principali strumento di controllo mentale utilizzati dell’Impero. Ma che cosa succede – esattamente – quando la lingua di una comunità viene saccheggiata e decomposta, per essere utilizzata come un’arma di manipolazione sociale? È ancora una volta Platone, il primo maestro di ogni problematica linguistica, a rappresentare l’esito di questa distorsione, mettendo in bocca ad un Socrate morente, che ancora cerca di dialogare con Critone, queste parole di profondo ed universale insegnamento:

 

“Tu sai bene che il parlare scorretto non solo è cosa per sé sconveniente, ma fa male anche alle anime”. (Platone, Fedone, 115e)

 

Male alle anime, dunque. Questa appropriazione indebita del significato delle parole, annienta le due principali facoltà dell’anima (strettamente correlate): ragione e libertà. Un’infezione tossica che, come dicevamo all’inizio, ci rende dipendenti, incapaci di ragionare e decidere di conseguenza in modo autonomo. Platone forse non se lo immaginava, ma in questa sua lucidissima osservazione viene anticipata tutta la critica alla furia nominalistica con cui oggi pretendiamo di scollegare linguaggio e realtà, fomentando una psicosi sociale ad altissimo tasso di contagio che ci convince che sia sufficiente dire qualcosa perché questo qualcosa non solo esista, mia sia realmente così come diciamo noi.

 

Da Platone, proviamo a fare un salto di venti secoli. È Alice nel paese delle meraviglie a indicarci la natura di questa pretesa: quella volontà-di-potenza che costituisce il cuore stesso dell’Impero.

 

Quando io uso una parola disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante, questa significa esattamente quello che decido io… né più né meno“.”Bisogna vedere disse Alice se lei può dare tanti significati diversi alle parole.Bisogna vedere disse Humpty Dumpty chi è che comanda… è tutto qua“”. (L. Carroll, Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, Milano, Mondadori, 1978, p. 203)

 

Dunque siamo ben oltre a quanto Orwell denunciava, per esempio, nel suo saggio su La politica e la lingua inglese (del 1946, in cui il genio inglese si ribellava all’utilizzo di un linguaggio sempre più vuoto, che avrebbe posto l’intera civiltà sulla via del declino), o in “1984”, dove il Regime di Oceania, perfetta anticipazione del nostro Impero, non solo alterava la verità della storia (e della memoria, dunque) ma anche il linguaggio con cui il soggetto esprimeva il suo pensiero (e dunque, pensava): la neo lingua aveva per lui una funzione limitante, come dire, sottrattiva. Infatti, siccome l’abbondanza delle parole e le sfumature concettuali che ne derivano, in quanto strumenti del pensiero, fortificano e rendono indipendenti gli uomini (in quanto ne accrescono e ne raffinano la capacità di critica), nella neolingua del Regime il numero di parole veniva intenzionalmente ridotto al minimo e ogni parola residua veniva limitata ad un unico possibile significato.

 

Attenzione. Qui – oggi, nella realtà che viviamo – la forma messa in atto dall’Impero è invece opposta: tutti i significati, tutte le manifestazioni possibili vengono ricondotte ad un solo termine. Il modo in cui viene descritta la realtà è ormai assolutamente arbitrario. Si pensi al caso dei nuovi termini, inventati di sana pianta, che non hanno alcun corrispondente sul piano reale (per esempio al termine “hen” per indicare un transgender, ovvero un uomo con caratteristiche esteriori femminili o viceversa, quindi tutto e niente – cfr. https://ontologismi.wordpress.com/articoli/ art. n. 34). Oppure si pensi ai tanti casi della politica occidentale, e nostrana in particolare, come per esempio alla recentissima dichiarazione della senatrice Monica Cirinnà, secondo la quale sarebbe “un atto d’amore straordinario” (cit.) fabbricare letteralmente un bambino in laboratorio, come un oggetto qualsiasi (prendendo lo sperma da una parte, l’ovocita da un’altra e l’utero di quella che sarà a tutti gli effetti la madre del bambino, con la quale il piccolo svilupperà l’attaccamento intrauterino, da un’altra parte ancora), per poi deprivarlo (e renderlo di fatto orfano) della madre stessa ed infine venderlo ad una coppia di gay.

 

Tutto amore, quindi? Peccato che, logicamente, se “tutto” è amore, allora la realtà dell’amore, definita dal suo contrario (l’odio), sfuma, per cui alla fine “niente è amore”. E questo perché non solo, come ci apprestiamo a vedere, abbiamo perso il senso e il significato del termine amore, che invece ha diverse declinazioni, possibilità, giustificazioni, ma soprattutto in quanto – intenzionalmente – si chiama amore ciò che evidentemente è puro egoismo (il suo contrario) e sulla scorta di questa operazione nominalistica si riesce ad instillare nei soggetti una forma mentis completamente allucinata, distorta, scollegata dalla realtà ed incapace di adoperare i concetti linguistici in modo logico e coerente: l’ideale, per essere oggetto di manipolazione e di riduzione a quella realtà che altrove ho definito “monade-animale”.

 

Ma la logica e la coerenza con la realtà sono la regola ineludibile che ci protegge dalle manipolazioni e quindi dal controllo di qualsiasi ideologia. Cosa che oggi risulta difficilissima. Torniamo quindi ancora a Platone, o meglio ai Greci, per prendere, con un tipico esempio, la solita lezioncina di analisi logica, linguistica, ontologica: i presupposti minimi per parlare di etica con un minimo di ragionevolezza. L’amore non è un sentimento universale, che tutto giustifica e tutto con-fonde, per i Greci, che come sempre, hanno molto da insegnarci. Abbiamo detto che il pensiero unico – l’arma invincibile dell’Impero – fa sempre più ossessivamente rimbalzare termini volutamente decontestualizzati – e quindi confusi e confusionari, ingredienti perfetti per decostruire realtà basilari per la sussistenza della civiltà – sulla base di fallacie retoriche ad alto impatto emotivo. Si tratta di slogan costruiti ad arte, del tutto inconsistenti alla prima prova di un’analisi logico-linguistica, anche delle più superficiali. Ma con l’avvento dell’epoca del relativismo etico e della “post-verità”, che cosa importa? Così, non interessa più il senso del diritto, che per uscire dallo stato originario di natura in cui il più forte prevale sul più debole (homo homini lupus, per ricordare una formula cara a Hobbes) affonda fin dall’inizio le sue radici nel rispetto del prossimo e delle esigenze dei più deboli per garantire a tutti un pieno sviluppo e un’autentica libertà. Non importa di conseguenza il destino dei più piccoli, sempre più spesso ridotti a merce da compravendita, brutalmente deprivati del padre e/o della madre, resi orfani ancor prima di nascere, col solo scopo di compiacere a qualche coppia di adulti benestanti (che si possono permettere appunto un utero in affitto, anche se, come da regola del mercato, i prezzi si stanno abbassando): figuriamoci quindi se a qualcuno interessa la correttezza della comunicazione linguistica e l’onestà intellettuale, oltre che morale, che la determina.

 

L’amore. Tutto è per amore, ormai. Anche uccidere un piccolo, perché malato: “Per il suo bene”, nel suo interesse, con un gesto d’amore. È così che l’amore è diventato un concetto saturo di tutto e quindi svuotato del suo senso: un sentimento universale che non ha sesso né età e va riconosciuto – anche giuridicamente – in modo indistinto a tutti (i bambini infatti hanno oggi solo “bisogno di qualcuno che li ami”, ma non necessariamente di un padre e di una madre oppure). Ancora più banalmente si scandisce lo slogan Love is love! e via: dal poliamore alle proposte di matrimoni tra uomini e bestie (si veda l’iniziativa dell’on. Carlo Sibilia), e così via. Tolto un paletto, svuotato un termine, si può affermare di tutto. Ex falso, quodlibet.

 

Certo. Io posso amare persone, animali, cose, o anche attività. Amo mia moglie, ma non è lo stesso tipo di amore che provo per i figli. Amo i miei genitori: ancora è una tipologia di amore diversa da quella per l’amico del cuore. Amo il mio gatto, amo suonare la chitarra, ma non è la stessa cosa dell’amore per il mio lavoro, e così via. A parte l’ovvia (anche se oggi non più scontata) osservazione che l’amore è condizione necessaria ma non sufficiente per una crescita armoniosa e serena di un bambino, è mai possibile che sia tutto amore? Quando per esempio si proclama il diritto al matrimonio (e quindi all’adozione) per persone dello stesso sesso, si intende affermare che l’amore di queste coppie (ontologicamente impossibilitate alla generazione e alla cooperazione per la sussistenza della società umana) è lo stesso amore delle coppie naturali (ontologicamente aperte alla generazione e quindi alla vita). Si commette dunque qui, a livello linguistico, il primo errore: l’amore non è sempre equiparabile a mero sentimento. Ed è in questo modo che proprio oggi, nell’epoca in cui l’amore sembra regnare sovrano e coprire col suo manto dolciastro tutto e tutti, occhi e cervelli compresi, abbiamo dimenticato che anche il termine amore è un pollachòs legòmenon per usare un’espressione aristotelica: si dice in molti modi ed ha significati molto diversi tra loro. A volte perfino opposti.

 

L’amore, dicevamo, non è un sentimento confuso per i Greci, che come sempre, hanno ancora molto da insegnarci. Per i fondatori della civiltà non c’è, infatti, un solo amore: bisogna precisare, distinguere, specificare. A meno che – come accade alla nostra civiltà occidentale – non si decida consapevolmente di fare confusione logico-linguistica. Per parlare d’amore avevano, infatti, almeno i seguenti termini:

 

1) Agape (Αγάπη) è amore di ragione, incondizionato, oblativo, anche non ricambiato, spesso con riferimenti religiosi: per esempio è il termine per indicare amore più usato nei Vangeli.

 

2) Philia (Φιλία) è l’amore di affetto e piacere, di cui ci si aspetta un ritorno, ad esempio tra amici.

 

3) Eros (έρως) termine che definisce l’amore sessuale, ma non solo. Deriva da Ёραμαι” (eramai) che vuol dire “amare ardentemente”, “bramare”. Il termine Ёρος non si riferisce necessariamente a una persona. Per esempio, “Ёρος πόσιος καί εδήτυος” (eros pòsios kài edètuos) significa “desiderio di bere e di mangiare”, e non “amore passionale del mangiare”: il verbo Ёραμαι da cui deriva il termine Ёρος può anche riferirsi a enti astratti, come per esempio la brama di conoscere.

 

4) Anteros (Ἀντέρως) quando l’amore è corrisposto, quando c’è un legame.

 

5) Hìmeros (Ἵμερος), desiderio irrefrenabile: la passione del momento, il desiderio fisico presente e immediato che chiede di essere soddisfatto.

 

6) Pòthos (Πόθος), termine che è il desiderio verso cui tendiamo, ciò che sogniamo, alla base della nostra intenzionalità.

 

7) Stοrghé (Στοργή): l’amore parentale-familiare, viene dal verbo στέργω (stergo) che significa amare teneramente e viene usato soprattutto in riferimento all’amore filiale. È l’amore d’appartenenza, ad esempio tra parenti e consanguinei. Designa l’affetto naturale fra persone intime e specialmente fra i genitori e i loro figli, ma anche tra fratelli e sorelle.

 

8) Thélema (θέλημα) indica l’amore per quel che si fa, è il piacere di fare, il desiderio voler fare.

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Altro che love is love, e via.

 

Ora, a parte il fatto che ciascun essere umano, quindi ciascun bambino, ha diritto al padre e alla madre, a una famiglia vera, come recita anche la Dichiarazione Universale dei diritti del bambino (art. 7), a quale dei significati che abbiamo elencato potrebbe aderire il preteso sentimento di amore di due adulti che costituiscono una coppia dello stesso sesso e pretendono poi inserire in questo contesto a forza, col potere del denaro, un bambino generato altrove, attraverso tecniche di laboratorio, reso volontariamente orfano di padre e/o di madre fin dal concepimento, al quale verrà poi negato per sempre il diritto stesso di avere il proprio padre e/o la propria madre e di vivere in una famiglia normale?

 

La risposta viene come sempre dall’evidenza.

 

Ma nell’epoca della furia nominalistica, della falsificazione delle parole, della post-verità, chi ha il coraggio di ribadire le ragioni di ciò che l’evidenza ci mostra come un fatto? Evidenza che – attenzione – va solo accolta e accettata; ragioni che non sono da mettere in discussione e men che meno falsificate. Altrimenti, il rischio è quello di cadere in quella che Aristotele chiamava follia e che in termini psichiatrici potremmo definire psicosi:

 

“È da pazzi chiedersi le ragioni di ciò che l’evidenza dimostra come fatto” (Aristotele, Topici I, 11, 105a 3-7).

 

E d’altra parte

 

Quando si abolisce il principio di evidenza naturale, la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali”.

 

(Italo Carta – Ordinario di Psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano).

 

Domanda: che succede a un popolo, una volta che si sia arreso alla follia e alla psicosi?

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Alessandro Benigni

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