120. La seduzione è in crisi: perché l’uomo dev’essere indebolito

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Le riflessioni che seguono sono un riadattamento dell’intervista già apparsa su Aleteia Italiano, condotta da Silvia Lucchetti.

 

 

 

“L’opposto concorde e dai discordi bellissima armonia”.
[Eraclito di Efeso, frammento n. 8 Diels-Kranz ]

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 Ha ragioni da vendere Vanni Codeluppi quando parla di “crisi della seduzione”. La sua analisi e le sue intuizioni sembrano fin dall’inizio molto sensate:

[…] la seduzione è entrata attualmente in una situazione di crisi perché gli uomini tendono sempre più a spostare il loro sguardo dalle donne verso se stessi. Sono tesi cioè a curare soprattutto l’aspetto del loro corpo, che ritengono non all’altezza degli affascinanti modelli di bellezza continuamente proposti da parte dei media. E così succede alle donne, anch’esse sempre più orientate a dirigere il loro sguardo verso di sé anziché verso l’altro sesso.

La seduzione, inoltre, ha bisogno di differenze. Che scatti cioè l’attrazione per qualcosa che è profondamente diverso da sé. Ma i sessi si stanno inesorabilmente avvicinando e mescolando tra di loro. L’uomo si “femminilizza”, mentre la donna, quando guarda l’altro sesso, lo fa attraverso un occhio sempre più “maschile”.

Quello che viene così efficacemente descritto è un fenomeno inarrestabile che sfocia oggi in un collasso sempre più evidente, dalle dimensioni sempre più globali e dagli effetti sempre più profondi e determinanti per gli anni che verranno.

Il femminismo, le lotte per l’emancipazione e la “liberazione sessuale” fino alle attuali battaglie per i “diritti LGBT”, che promettevano una liberazione planetaria si sono invece concretizzati in un multiforme stato di stordimento antropologico. Un disorientamento che garantisce solo omologazione e solitudine, atrofizzazione dei rapporti e anestesia dei sentimenti. E, più in generale, una dis-educazione all’evidenza ed in particolare, nell’evidenza, alla forza dirompente della Bellezza.

Il fatto è che là dove si sbaglia la diagnosi, difficilmente si potrà individuare una cura adatta: non dovremmo allora disdegnare il ricorso ad alcune categorie filosofiche, prima fra tutte quella di gnosticismo, che potremmo definire di ritorno.

Due parole. Gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis (γνῶσις), cioè “conoscenza”. Con questo termine si designa un intreccio assai intricato di correnti filosofico-religiose dell’antichità, che hanno avuto la loro massima diffusione nei secoli II e III d.C. Il carattere principale e comune a tutte le varie e complesse diramazioni dello gnosticismo è una radicale avversione per il mondo materiale, per il corpo, per la vita. Dunque per l’alterità, che della vita – di ogni vita – è fonte (a partire dal non-io rappresentato dalla materia, ma fermiamoci pur qui: questo è un altro livello del discorso).

E’ il culmine del paradosso. Segno della infallibile capacità di alterazione dell’Impero: presentare qualsiasi veleno come il suo contrario. Così, viene presentata come lotta per la liberazione del corpo e della sessualità ciò che è invece la tomba sia del corpo che dell’anima. E del sesso stesso. Del sesso: quello vero, quello che genera – daccapo – la Bellezza.

Per cogliere appieno questo livello d’interpretazione occorre uno sguardo metafisico minimo. Ecco allora un altro paradosso: un indiscutibile merito di questa devastante antropologia nichilista sta proprio nell’aver portato a nuova ed urgente consapevolezza la necessità di un approccio metafisico nella discussione sull’uomo e sulla vita, soprattutto là dove ci sono intenzioni di rinnovamento (o stravolgimento, in questo caso) sul piano assiologico. Così, di colpo è tornato chiaro quanto sia importante riflettere sulla struttura del reale, sulla datità dell’esperienza umana, sulla necessità di ripartire ogni volta dalla sicurezza incontrovertibile dell’evidenza.

E l’evidenza che ci dice? Scriveva da qualche parte Fabrice Hadjadj che occorre riflettere a partire dal proprio ombelico, per ritrovare il segno della trascendenza, fin dentro le nostre mutande. Quanto ha ragione, questo filosofo ateo, convertito sotto la statua della Vergine, nella sua brillante ironia: è proprio il sesso ad indicarci la teleologia insita in ogni uomo e in ogni donna. Noi siamo Relazione. Ce lo dice l’ombelico, ce lo dice quello che teniamo giustamente nascosto, come dono prezioso, sotto le mutande.

E così, dall’imbarazzo di fronte alla domanda “perché no?” (uh, che fatica!) che concetti e nozioni che sembravano più che solide e sepolte sotto uno strato di ovvietà ormai ben sedimentato hanno finito col ritrovare un sorprendente interesse dei critici. Tanto che per l’appunto filosofi di spessore come Hadjadj ma anche l’ateo Michel Onfray (per restare alla discussione in ambito francese) hanno puntualmente ripreso la condanna della filosofia dell’unisex. Filosofia che darà i suoi frutti avvelenati, c’è da scommetterci, e li darà nel brevissimo periodo. Tutti i più svegli, sia pure da versanti opposti, hanno lanciato l’allarme sul diffondersi (indotto) di questa anti-patia tra uomo e donna, a partire dall’insegnamento dell’ideologia gender nelle scuole, ribadendo giustamente che l’essere umano non è solo cultura, ma anche natura. Natura evidente: ombelico e mutande, per riprendere la fenomenologia concreta di Hadjadj.

E sono evidenze, queste, che oggi paiono per lo più offuscate, se non dissolte (di proposito, ma su questo torneremo più avanti): quali la complementarietà psico-fisica dei sessi, la strutturante dialettica degli opposti, la necessità della differenza per la vita, il valore della disuguaglianza, e così via: tutti concetti che sono di nuovo visibili nel retro-pensiero di non pochi critici.

Così, se quella che imperversa è una generale filosofia-del-dividuo, il principium-individuationis, in passato dato quasi scontato, deve oggi essere difeso da una moltitudine di attacchi. Perfino sul piano legale. Un principio, quello d’individuazione, che è il principio, del reale e dell’umano, insieme a quello della differenza e della dialettica tra opposti, ad esso correlato.

Torniamo dunque al piano dell’evidenza, da contrapporre a quello della narrazione.

L’evidenza – che precede qualsiasi interpretazione e dunque si sottrae, in quanto datità che ci precede ad ogni forma di manipolazione e di dominio – ci dice che nessuno nasce dal medesimo e per essere, per venire all’esistenza, per ex-sistere, occorre individuarsi, ovvero contrapporsi e distinguersi dal circostante. In una dialettica strutturante con l’alterità. Sempre l’evidenza di dice che la realtà dell’uomo è fatta di tensione verso la donna. E viceversa. Lo vediamo nel corpo, chiarissimamente, e lo vediamo nello spirito, ogni qual volta abbiamo la grazia di trovarci di fronte ad un adolescente innamorato. Che meraviglia assoluta: il donarsi dell’essere, il progetto di Dio, chiamatelo come volete. E’ sempre uno spettacolo di impareggiabile bellezza. Ma per la bellezza occorrono gli opposti. Dall’identico, dall’òmoios, per dirla alla greca, non nasce nulla. Lo sapeva perfettamente perfino il più profondo maestro del Nichilismo, Friedrich Nietzsche, che d’estetica sapeva senz’altro il fatto suo:

“Avremo acquistato molto per la scienza estetica, quando saremo giunti non soltanto alla comprensione logica, ma anche alla sicurezza immediata dell’intuizione che lo sviluppo dell’arte è legato alla duplicità dell’apollineo e del dionisiaco, similmente a come la generazione dipende dalla dualità dei sessi, attraverso una continua lotta e una riconciliazione che interviene solo periodicamente”.  [F. Nietzsche, La nascita della tragedia dallo spirito della musica, incipit]

Il ruolo ontologico del gioco tra gli opposti si era già manifestato con chiarezza nel pensiero di Eraclito di Efeso (uno dei primi grandi filosofi d’Occidente, morto intorno al 475 a.C.) e nessun pensatore posteriore ha più mancato di mettere in rilievo come la realtà abbia bisogno di lotta costante (pólemos, dice Eraclito), di opposizioni e di successive individuazioni, per generare sé stessa. Lottaguerra: il che tradotto significa tensione profonda, in una persistente dinamica relazionale tra opposti che sono a fondamento del reale.

Penso oltre al già citato Nietzsche, a Hegel. Come tutti sanno, infatti, anche Hegel ha molto insistito – proprio in prospettiva eraclitea – sulla complementarietà strutturale del reale.

L’impulso sessuale è per il Filosofo teleologicamente orientato. Non siamo ancora nel linguaggio espressivo di Hadjadj, ma poco ci manca. Il singolo è per Hegel parte di un Tutto più grande: il suo ombelico è forse più metafisico che fisico, ma il quadro resta coerente con quello che s’è detto fin qui. Il singolo appartiene strutturalmente ad una relazione e la famiglia è appunto il primo grado di questa naturale appartenenza del singolo ad una totalità via via più grande, che trova nella comunità sociale la sua prima realizzazione. Essa sorge sulla base di un impulso sessuale, si fonda dunque per rispondere a un bisogno naturale, ma assume fin dall’inizio un carattere etico, ossia spirituale, quando l’unione viene stabilizzata e istituzionalizzata nel matrimonio tra diversi-complementari, tra uomo e donna. Nel matrimonio, poi, la famiglia-dialettica non è più un fatto individuale e biologico, ma riguarda la collettività: così come l’ombelico che porto, oltre quello che ci sta sotto, non è mai un fatto privato, modificabile a mio piacere, soggetto a reinvenzione o a narrazione. Il mio sesso ha valenza sociale. Questo carattere sovra-individuale della struttura ontologica si realizza appunto nella procreazione dei figli. Nella carne, daccapo: in una carne che io non domino, ma che mi è data, nella relazione con chi mi completa. E mi completa perché – e nella misura in cui – io completo lei. Perfino la famiglia, quindi, è segnata dalla sua base di sesso, carne e sangue (o biologica, se preferite). Il che, nel non facilissimo lessico hegeliano, si legge in questo modo:

Lo spirito etico, nella sua immediatezza, contiene il momento naturale, che cioè l’individuo ha la sua esistenza sostanziale nella sua universalità naturale, nel gene-re. Questa è la relazione dei sessi, ma elevata a determinazione spirituale; – è l’accordo dell’amore e la disposizione d’animo della fiducia; – lo spirito, come famiglia, è spirito in grado di sentire. La differenza naturale dei sessi appare altresì come una differenza della determinazione intellettuale ed etica. Queste personalità si congiungono, secondo la loro individualità esclusiva, in una sola persona; e l’intimità soggettiva, determinata come unità sostanziale, fa di questa riunione una relazione etica: – il matrimonio. L’intimità sostanziale fa del matrimonio un legame indiviso delle persone e quindi matrimonio monogamico. […] La proprietà della famiglia, come di un’unica persona […] acquista un interesse etico; e così anche l’industria, il lavoro, la previdenza. L’eticità, collegata con la generazione naturale dei figli, – che era stata posta come primaria nello stringere il matrimonio – si realizza nella seconda nascita dei figli, nella nascita spirituale – cioè nell’educazione di essi a persone autonome. Mediante  questa  autonomia  i  figli  escono  dalla  vita  concreta  della  famiglia,  cui originariamente appartengono: diventano esseri per sé, destinati per altro a fondare una nuova famiglia reale. Il matrimonio si scioglie essenzialmente in forza del momento naturale, che è la morte dei coniugi; ma anche l’intimità, in quanto è mera sostanzialità di sentimento, è sottoposta al caso e alla transitorietà. A cagione di siffatta accidentalità, i membri della famiglia assumono tra loro la condizione di persone; e in tal modo soltanto entra in questo legame ciò che in sé gli è estraneo: le determinazioni giuridiche. (G. W. F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio)

La generazione è dunque il frutto di un incontro etico. Per Hegel: razionale. Si tratta infatti di un incontro dialettico. Il tutto, si svolge in un quadro che è perfettamente naturale e – quindi – perfettamente sociale. In quanto la società deriva dalla natura, e non il contrario.

L’ordine delle cose, precede le cose stesse.

Conferisce loro senso e, potremmo aggiungere, valore. E così via.

Ma, tornando al nostro discorso, in ogni dialettica, in ogni tensione, c’è prima un tendere, ovvero un’intenzione. Ed è questo il punto che vorrei mettere a fuoco: chi domina le intenzioni domina le azioni. Ne prevede i risultati. E le intenzioni hanno sempre a loro volta le loro precise anche se nascoste leve nei desideri: ed è da qui, da quell’ente desiderante che è l’umano, che mi sembra si debba cominciare per capire in che modo siamo arrivati ad una tale distorsione dei desideri, socialmente condivisi, da spegnere il desiderio dell’uomo per la donna, per la generatività, per la vita. In fondo, per sé stesso.

E vengo alla tesi che vorrei esibire: l’odierna disaffezione dei maschi per le femmine, che consegue ad una fitta serie di ostacoli reali che sono stati posti per rendere più difficile l’incontro tra maschile e femminile, dirottando il processo verso il reciproco consumo, ed in particolare l’immane processo di femminilizzazione dell’uomo, ebbene: tutto ciò è il frutto di una colossale operazione di ingegneria sociale.

Niente di casuale, quindi.

Ci sono i mandanti, ci sono i metodi e i mezzi, c’è un fine.

Coglie infatti perfettamente nel segno Vanni Codeluppi quando sottolinea “[…] la sovrabbondante circolazione odierna di segni relativi al sesso, l’incontrollata proliferazione d’immagini sessuali nelle strade e sugli schermi, il dilagare dei codici del porno al di fuori dei rigidi confini in cui erano stati tradizionalmente rinchiusi. Tutti fenomeni – prosegue Codeluppi – che rendono disponibile un’offerta di erotismo in numerosi canali di comunicazione, ma nel contempo indeboliscono il desiderio”.

Un indebolimento del desiderio che è daccapo orientato. Ha un fine, ha uno scopo, come cercavo di spiegare in alcune riflessioni e raccolte di dati sul mercato del porno e sugli effetti della pornografia sul cervello, in particolare su quello del maschio: indebolire[1]. Non voglio qui dilungarmi più del dovuto, ne ho già parlato in affrontando il tema del riduzionismo e sulla normalizzazione, cercando di mettere a fuoco un’immagine, che ho definito “monade animale[2]. In sintesi, la mia impressione è che si tratta di una distorsione globale, largamente indotta, che ha come fine il dominio sulla società intera.

Come?

Isolando gli individui.

Divide et imperafare dell’individuo un “dividuo” indefinito. E’ questo il metodo e sarà questo il supremo atto di controllo su un’umanità definitivamente impoverita, ridotta ad uno stato animalesco, del tutto incapace di relazione e quindi di libera reazione, di qualsiasi critica, e perciò costretta ad uno stato perennemente nomade: se incerta sulla propria identità, anche sessuale, sarà di conseguenza incapace di stabilire relazioni profonde e soprattutto incapace di generare (proprio perché la generazione richiede l’incontro con l’altro-da-sé, complementare nella sua irriducibile diversità). Non a caso la generazione si sta spostando sul piano della tecnica (in laboratorio) sta diventando sempre più un appunto processo tecnicamente controllato. Stiamo passando così dalla generazione naturale alla fabbricazione e quindi alla riduzione dell’uomo ad ente prodotto, tra gli enti. Misurabile, certificabile, soggetto a garanzia e fissato nel mercato dello scambio delle merci, in base a rigorosi contratti commerciali tra donatori ed acquirenti.

Veniamo dunque alle conclusioni.

Forse nessuno poteva immaginare che anche l’evidenza della complementarietà umana tra maschio e femmina e l’eterna polemica tra i contrari – quella che produce una bellissima armonia, per usare i veri di Eraclito –  avesse bisogno di un supporto filosofico e di una puntuale riscoperta di tipo fenomenologico.

Eppure la deriva antropologica – ripetiamolo: una deriva teleguidata dall’alto, che ha come scopo la creazione di un uomo nuovo, più duttile e malleabile, appunto incerto sulla sua identità e quindi sessualmente confuso o indefinito, ed in quanto tale incapace di individualizzarsi e perciò di difendersi – questa deriva, dicevamo, ha reso necessaria perfino  un’analisi e una riproposizione valoriale in ambito filosofico e forse ancor prima psicologico visto che è proprio la Psicologia lo strumento che viene utilizzato per imporre questa nuova visione. Una visione distorta, che sottende e prepara un’imposizione di nuovi “valori”, spacciati come forme di liberazione quando invece nascondono esattamente il loro contrario. Si tratta dinuna deriva antropologica che annuncia una schiavitù planetaria. Una schiavitù che si annuncia terribile, nella misura in cui viene spacciata e percepita come progresso e liberazione.

Di fronte a tutto questo, benissimo fa Vanni Codeluppi a lamentare la crisi dei tempi naturali da dedicare ad una seduzione che “[…] richiede tempo. I tempi seduttivi femminili sono sempre stati più lunghi di quelli maschili, perché quello femminile era un tempo ciclico, legato ai ritmi della natura, e la donna tendeva pertanto a protrarre la seduzione attraverso molteplici strategie. Ma ciò è incompatibile con società come le attuali, che sono caratterizzate da un’intensificazione dei ritmi dell’esistenza”.

Ma dimenticare l’ecologia dell’uomo, come aveva annunciato Benedetto XVI, nega anziché realizzare la libertà umana. È così che si può spiegare l’esaltazione dell’unisex – il modello universale più facilmente manipolabile – e la contemporanea intensificazione degli ostacoli che vengono istituiti nell’incontro naturale tra uomo e donna e nella generatività che ne consegue.

Ora, se tutto sembra oggettivamente predisposto per rendere inautentico il rapporto alla reciproca ricerca tra uomo e donna, fino al crollo dell’identità e quindi del desiderio, un motivo c’è, uno scopo, pure.

Chiediamoci a chi giova allontanare gli uomini dalle donne e spingere verso  l’unisex un’umanità intera, ed avremo chiara l’immagine ed il fine dell’Impero.

 

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Alessandro Benigni

 

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[1]  Rimando a questo proposito a sette miei articoli sulla pronografia: dagli effetti sul cervello alla possibilità di vero e proprio controllo mentale dei soggetti e dalla dipendenza mentale al mercato economico che prolifera, dietro le quinte, con impressionanti analogie alle droghe e ad altre forme di dipendenza psicofisica, legate al consumo.  Cfr. ontologismi.wordpress.com/2017/03/03/porn7 – e precedenti.

[2]  Cfr. ontologismi.wordpress.com/2016/11/09/dellamonade4/ – e precedenti.

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