Charlie è nato per non morire mai più

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Ripropongo un’ottima riflessione di Fabio Fuiano: visceralmente sentita e molto ben argomentata. Il caso di questo bambino è diverso da tutti gli altri, e segna l’inizio di una nuova accelerazione, verso il tempo del Nichilismo estremo.

L’articolo è tratto dal sito Thesparklings.it, che caldamente consiglio a tutti gli amici di Ontologismi.

 

 

Buona lettura.

 

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Sulla vicenda del piccolo Charlie si è molto dibattuto.

È problematico constatare come la posizione di non pochi cattolici sia a favore di chi ha emesso la sentenza di morte su un innocente. Molti sentono di poter esprimere un giudizio positivo che identifichi un atto di coraggio nel gesto dei medici di porre fine ad una vita che, nella logica della cultura della morte, “non era degna d’essere vissuta”. Come argomentazione spesso si adduce un’esperienza di sofferenza prettamente personale che, tuttavia, non tiene conto delle specificità oggettive del “caso Charlie”.

In aggiunta, si rischia di fraintendere l’insegnamento cattolico sul “giudizio”: l’arma del “non giudicare e non sarai giudicato” non può in alcun modo essere utilizzata per l’esimersi dal dare un giudizio serio sulla questione, secondo un criterio logico e di Verità, sugli atti che sono stati perpetrati. Bisogna cercare di rigettare, in maniera ferma, strumentalizzazioni sentimentalistiche che non giovano al dibattito. La situazione per il piccolo Charlie non può essere ridotta ad un mero “incidente” o come un caso di sofferenza personale.

V’è stato, si potrebbe dire, un vero e proprio accanimento. Non terapeutico, bensì giudiziario.

Medici e giudici hanno espressamente vietato che Charlie tornasse a casa o potesse essere trasferito in un’altra struttura per esser sottoposto a delle terapie alternative/sperimentali (all’assenza di terapia): a tal fine, ai genitori del piccolo è stata perfino tolta la patria podestà.

Quello che, purtroppo, in questa vicenda sembra non essere chiaro è che Charlie, per citare Chiara Corbella Petrillo, è “nato per non morire mai più”, come tutti coloro che nascono in quanto espressamente voluti e desiderati (se non dai genitori, sicuramente da Dio). Nulla al mondo esiste senza che Lui lo voglia e la vita è un dono sacrosanto che va sempre difeso da chi vuole invece imporre una cultura della morte (cosa che hanno fatto su Connie, Chris e Charlie con pretesti legali), che ha continuamente procrastinato nel tempo la possibilità di somministrare a Charlie una terapia nucleosidica che gli avrebbe permesso di vivere come gli altri 15 casi di displasia mitocondriale presenti in tutto il mondo. É significativa, in tal senso, una lettera della mamma di un bambino di nove anni, Emanuele Campostrini, che ha scritto alla CEDU di Strasburgo perché non confermasse la sentenza di morte emanata dai giudici dell’Alta Corte di Londra.

Quello che hanno fatto a Charlie è dunque in primis moralmente ingiusto perché gli è stata negata una possibile terapia in una condizione fisica che ancora lo permetteva (cervello sano, come ha confermato alla fine la mamma, Connie) e che avrebbe potuto avere, se somministrata per tempo, un’efficacia fino al 50% come specificato dal dottor Hirano, appositamente venuto dagli Stati Uniti per visitare Charlie in Inghilterra. L’ultima, ma non meno importante, ingiustizia nei confronti di Charlie é stato rimuovere (procurando quindi eutanasia conclamata) i sostegni vitali quali la respirazione. Il bambino (dopo l’ennesimo divieto del GOSH ai genitori di portarlo a casa, seppur per morire) sarebbe potuto essere accompagnato verso la morte naturale dal momento che, essendo i mitocondri (ovvero gli organelli cellulari deficitari a causa della patologia del piccolo) i produttori dell’energia, molto semplicemente col tempo il cuore (che è un muscolo, seppur involontario) avrebbe smesso di battere senza che nessuno intervenisse. Perciò questo si configura esattamente come atto eutanasico, sia dal punto di vista della deontologia medica sia dal punto di vista morale secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica. La vita é un assoluto, indipendente dalla volontà (sia dei medici, sia dei giudici, ma anche dei genitori stessi) che va difesa dal concepimento fino alla morte naturale. E l’omicidio di un innocente é un peccato che grida al cospetto di Dio.

Questa esecuzione stabilisce un precedente pericolosissimo perché genera un cavillo legale per uccidere qualunque bambino costituisca un costo per la società. Che tristezza vedere che la vita umana è arrivata a valere così poco, quando per Dio ogni vita è un infinito a sé. Si può pregare per i suoi carnefici non certo perché si approva quel che hanno fatto, ma perché si convertano: in quanto il vero coraggio non è uccidere un bambino innocente, mettendo così una toppa al problema (che si ripresenterà al prossimo che nascerà con la medesima patologia), ma sta appunto nel lavorare sodo, confidando nella scienza che Iddio ci ha donato con la ragione, nella misura in cui può servire l’uomo, per trovare una cura a patologie che generano tanta sofferenza. Quest’ultima non può essere semplicemente eliminata. Lenita si, ma non eliminata. Perché anche Cristo è dovuto passare per la Croce (sofferenza assurda e apparentemente insensata) per poi risorgere e sconfiggere per sempre la morte.

In un tale contesto la fede non può essere scissa dalla ragione e, allo stesso modo, le nostre argomentazioni non possono essere scisse da Colui che ci ha dato la vita, il Quale esiste indipendentemente da chi crede e chi non crede . Certo, si comincia a dialogare su un piano prettamente razionale, ma vorrei ricordare, sommessamente, che “La santa Chiesa, nostra Madre, sostiene e insegna che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale della ragione umana partendo dalle cose create” (CVI) e che quindi se la base deve essere oggettiva e ragionevole, non si può dialogare escludendo la perfezione su cui si fonda la nostra esistenza e quel che ci circonda. Studiando la biologia, ci si rende immediatamente conto di come non ci siamo dati nulla da soli e solo se si è ideologici non si comprende che l’uomo non può essersi costituito da sé, ma ha avuto bisogno di un Altro: un altro che noi identifichiamo in Dio e che l’ateo identifica nel Caso, compiendo così un atto di fede forse più grande del nostro e sminuendo quell’”emancipazione della ragione” di cui si fa portatore. Detto ciò, cercare di dialogare rinunciando ai principi su cui si fonda la nostra fede (e in definitiva, ogni aspetto della nostra vita che la fede permea), significa in qualche modo raggiungere un compromesso. La logica di questo particolare compromesso, porta il cristiano ad una rinuncia della Verità non temporanea, bensì definitiva e di conseguenza l’approccio fallisce, in quanto non è innestato nella Verità. Per fare un esempio: “é vero che la gravità esiste?”. Si può dire: “si è vero perché siamo tutti attaccati a terra”. Un altro può asserire che non è vero, pur sempre rimanendo soggetto alla medesima legge e qualunque atto faccia per potersi sollevare da terra, sarà legato necessariamente ad una forza che vinca la forza di gravità. Dobbiamo comprendere e approfondire la differenza tra realtà ed opinione e non fare delle opinioni un criterio di Verità. In un eventuale dialogo l’errore da non commettere è quello di dimenticarsi di essere oltre che umani, anche colpiti dall’Incontro reale con Cristo. Questa è la bellezza che possiamo proporre, traboccanti di gioia, al punto che non possiamo più trattenere nulla per noi.

 

 

Fabio Fuiano

 

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