117. Poteva succedere a me

 

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Nessuno si azzardi a dire una sola parola, che non sia una preghiera, rivolta a questa Mamma. Poteva succedere a me, a mia moglie. Poteva succedere a te. Non è “buonismo” e non è “chi sono io per giudicare”. Perché questa è una cosa che sta al di là dell’intenzionale. Avete voluto il mondo della produttività? Tenetevi i vostri incubi. Teniamoci i nostri orrori. Perché questo può capitare a tutti, nessuno escluso: se devi correre, saltare, trovare, evitare il rimprovero per i due minuti di ritardo, conciliare l’inconciliabile, ogni giorno, il tuo cervello fa e farà cilecca. Prima o poi. La pressione ha un limite. Per tutti. Magari non te ne accorgi nemmeno, perché sei passato col rosso e quello che ti suona manco lo vedi. Magari ti è sempre andata bene, anche quella volta che guardavi il telefono mentre il bambino passava incolume tra la tua macchina e il motorino dall’altra parte. Magari qui, magari là: magari sopra, oppure sotto. Prima, anziché dopo. Magari quando il tuo cervello farà cilecca i giornali scriveranno “è stato un raptus di follia”.
Raptus di follia? Abbiamo costruito un mondo invivibile, da sciacalli, altro che raptus di follia. Un mondo dove non si dorme, dove non si mangia, dove non si respira, non si vede la luce del sole. Dove nessuno fa più all’amore sull’erba verde di un prato.
Dove persino il dramma di una madre viene giudicato dal primo sciacallo che passa. Dove nessuno, invece di riempirsi la bocca di “io non avrei mai…” riesce a capire che questa è una delle mille madri distrutte dal lavoro, dallo stress, dalla schiavitù di tempi disumani che annientano di fatto la maternità di qualiasi madre. E di conseguenza, la paternità di qualsiasi padre.
Ma andate al diavolo.
Se non avete pietà, abbiate almeno un minimo di cervello. Non è questa madre, il mostro. Il mostro siamo noi, che non scendiamo in piazza, forcone in mano, per cambiare le cose.

 

 

 

Alessandro Benigni

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