Mowgli Girl: “… non scatta niente”

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Credo valga la pena riflettere un attimo, fermarsi. Chi vuole piangere un po’, credo faccia bene a farlo. Io l’ho fatto. Questa creatura è già nella Misericordia di Dio, sia chiaro: ma dopo la commozione per questa bambina, che è figlia di qualcuno-umano ed è quindi figlia in qualche modo anche nostra, si dovrebbe però piangere per noi, non per lei. Perché qui, quelli messi davvero male, siamo noi. Non lei. Qui di seguito, la riflessione sulla vicenda della mia amica Patrizia Gregori. Ecco: c’è una speranza, solo quando s’incontrano amici così. Il Seme verrà conservato.

Alessandro Benigni

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E’ di queste ore la notizia di una ragazzina indiana, che già tutti chiamano Mowgli Girl, ritrovata all’età di otto anni nella foresta, cresciuta dalle scimmie priva di qualsiasi contatto umano.
Sembrerebbe spontaneo e naturale gioire per questo ritrovamento e, per quanto si possa ipotizzare che il reinserimento nella comunità dei suoi simili non sarà privo di momenti difficili e di sfide, sembrerebbe dover prevalere la speranza di consentirle una vita dignitosa e sicuramente meno esposta ai pericoli corsi finora.
E invece no. Quattro passi sul web rivelano presto la presenza di un sentimento diverso, un sentimento di rabbia per aver privato questa creatura della gioia di vivere nel “suo” ambiente, per averla allontanata dal branco di buoni animali che si sono presi cura di lei in questi anni e con i quali ha sicuramente stretto dei rapporti affettivi. “Lasciatela con le scimmie”, gridano alcuni, “sono meglio degli umani”, aggiungono altri.

Com’è difficile discernere. O, per dirla meglio, com’è difficile discernere senza una visione minima di cosa sia l’uomo, di quale sia il suo valore e il suo destino.
Moltissima gente vive così oggi, senza averci mai riflettuto, e quindi, priva di un metro, si trova in balia delle mode più stravaganti (in questo caso l’animalismo radicale).

Non fa impressione anche a voi che le regole più basilari siano saltate? Regole che dovrebbero far parte del nostro DNA culturale e per le quali non occorre neanche scontare l’imbarazzo di dichiararsi confessionali.

La regola aurea, per esempio, il divieto cioè di fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te è sì presente nell’ebraismo, nel confucianesimo, nel buddismo, nell’islam e nel cristianesimo, ma lo è ancor prima nella filosofia greca. Non dovrebbe essere così difficile applicarla in situazioni come questa e desiderare con tutto il cuore che Mowgli Girl possa avere il meglio dalla vita, né più né meno di come lo desideriamo per i nostri figli.

Chi vive in occidente dovrebbe poi sentire come un click in queste circostanze e vedersi accendere lampadine con scritto sopra “diritti umani”, “diritti dei bambini”, qualcosa di universale insomma.

Per chi, poi, è cresciuto in una società cristianizzata – sia egli elettivamente cristiano o meno – concetti come quello di promozione della persona o quello di sviluppo integrale della persona dovrebbero far parte del bagaglio culturale indiscusso e indiscutibile anche per il più trinariciuto che ci sia.

E invece no. Non scatta niente.

L’uomo, abbandonato a se stesso, diventa meno uomo. L’uomo, senza radici culturali, non appartiene a nessuno. L’uomo che vede solo se stesso, è meno uomo. E questo può capitare anche a chi vive in una grande città, lavora, ha la patente e una buona istruzione.

 

Patrizia Gregori

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