Possiamo davvero abbandonare l’idea di verità?

richard-rorty.jpgSecondo Richard Rorty , “la mente non è uno specchio“. Con questa metafora, il filosofo americano intende salutare definitivamente la tradizione occidentale ed in particolare la filosofia moderna e contemporanea, per passare finalmente e compiutamente al “postmoderno“. Categoria curiosa e decisamente appetibile, questa, per chiunque proprio sulla base della stessa supremazia dell’ermeneutica affermata dai “post-moderni” volesse porre domande e obiezioni. Comunque sia: l’esito della dottrina di Rorty, come in generale dei “post-moderni”, consiste non solo nell’abbandonare qualsiasi idea dura di verità e di deontologismo etico, ma nell’ammettere (è questo l’assetto teleologico dell’intera vicenda) un nuovo pluralismo: pensato non come dialoganti uniti nello sforzo di una chiarificazione della nozione stessa di verità, ma questa volta del tutto al di fuori dei contorni della verità stessa e quindi un pluralismo sovrano in sé, finalmente liberato dagli assoluti, senza verità ultime, senza (apparenti) sacralità.  Da qui la metafora di Rorty: bisogna far tramontare l’immagine della mente come specchio in grado di focalizzare la verità in maniera ultima.

Ma a che servirebbe, allora, la mente (se non a farsi dominare da nuovo assoluti)?

Invito il lettore ad affrontare il passo che segue con queste domande: “se la mente non è uno specchio”, ovvero se l’uomo non può conoscere la verità, su quale fondamento andremo a giustificare questa stessa affermazione? Se poi la nuova etica dovesse fondarsi sul pluralismo dei valori – al di fuori della verità, la cui idea dovrebbe essere semplicemente archiviata – quale sarebbe il criterio per determinare la differenza tra bene e male (posto, s’intende, che questa differenza abbia ancora cittadinanza nel “post-moderno”)? E daccapo: se tutto è davvero interpretazione: come inserire in questo processo ermeneutico infinito (l’interpretazione dell’interpretazione, e così via) quella zona dura dell’epistème che non solo resta incontrovertibile ma per sua natura costituisce un oggetto logico in sé, e che rifiuta in quanto tale qualsiasi fraintendimento (penso alla matematica, per esempio)? E infine, banalmente ma chiaramente: se la nozione di verità va seriamente e definitivamente abbandonata, chi porrà dei limiti nello sconfinamento dell’arbitrio non solo linguistico, ma anche pratico?

Alessandro Benigni

 

 

 

 

[a] Sono le immagini piuttosto che le proposizioni, le metafore piuttosto che le asserzioni a determinare il maggior numero delle nostre convinzioni filosofiche. L’immagine che tiene prigioniera la filosofia tradizionale è quella della mente come un grande specchio, che contiene rappresentazioni diverse – alcune accurate, altre no – e può essere studiato attraverso metodi puri, non empirici. Senza la nozione della mente come specchio, non si sarebbe potuta proporre quella della conoscenza come rappresentazione accurata. Senza quest’ultima nozione non avrebbe avuto senso la strategia comune a Descartes e a Kant: di ottenere cioè rappresentazioni più accurate attraverso l’esame, la riparazione e la pulitura dello specchio, per così dire. Nemmeno avrebbero avuto senso, fuori da questa strategia, le recenti tesi secondo le quali la filosofia consisterebbe di «analisi concettuale», o di «analisi fenomenologica», o di «spiegazione dei significati», o di esame della «logica del nostro linguaggio» oppure della «struttura dell’attività costitutiva della coscienza».

[ b] E’ di tesi come queste che Wittgenstein si prese gioco nelle Ricerche filosofiche, ed è seguendo la guida di Wittgenstein che la filosofia analitica è passata alla posizione «postpositivistica» che attualmente occupa. Ma il gusto di Wittgenstein per la decostruzione delle immagini seducenti deve essere corroborato dalla consapevolezza storica – la consapevolezza dell’origine di tutte le immagini dello specchio – e questo mi sembra il maggiore contributo di Heidegger. Il modo in cui Heidegger racconta la storia della filosofia ci permette di cogliere l’affermarsi delle immagini cartesiane già nei greci e di seguire le metamorfosi di queste immagini nel corso degli ultimi tre secoli. Egli ci permette in tal modo di «metterci a distanza» dalla tradizione. E tuttavia né Heidegger né Wittgenstein ci permettono di considerare all’interno di una prospettiva sociale il fenomeno storico delle immagini dello specchio, la storia della denominazione della mente dell’Occidente da parte delle metafore visive. Entrambi hanno a che fare con l’individuo eccezionalmente favorito piuttosto che con la società: con le possibilità di tenersi alla larga dal banale autoinganno che caratterizza gli ultimi giorni di una tradizione in decadenza. Dewey invece, sebbene non disponesse né dell’acutezza dialettica di Wittgenstein, né della sapienza storica di Heidegger, polemizzò contro la tradizione delle immagini dello specchio a partire dalla visione di un nuovo genere di società. Nelle società che ipotizza la cultura non è più dominata dall’ideale di una conoscenza oggettiva, ma da quello del miglioramento estetico. In una tale cultura, come egli diceva, le arti e le scienze sarebbero i «fiori spontanei della vita». Voglio sperare che noi ci troviamo oggi in grado di considerare le accuse di «relativismo» e di «irrazionalismo» lanciate un tempo contro Dewey, come i puri ottusi riflessi di difesa della tradizione filosofica che lui attaccava. Tali accuse risultavano prive di ogni peso, se solo prendiamo seriamente in considerazione la critica che fecero lui stesso, Wittgenstein e Heidegger delle immagini dello specchio.

(R. Rorty, La filosofia e lo specchio della natura, pp. 15-16)

*
*
*
*
*
*
*

Advertisements