111. Quando la psicologia (oltre a non essere “la scienza”) si nutre di sola ideologia

 

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Il caso di Trento ““Il ricorso fatto dal Procuratore in merito all’ordinanza del Tribunale di Trento che ha riconosciuto la omogenitorialità di due padri, venga deciso dalle sezioni unite della Cassazione, l’unico organo che può intervenire per cassare questa aberrante ordinanza”. Questa mattina a prendere parte al presidio promosso dalla Sentinelle in Piedi davanti al Tribunale di Trento è arrivato anche il senatore di Idea Carlo Giovanardi.”

Siamo alla frutta. Ormai il Re è nudo ed i proclami ideologici dei vari Ordini cozzano contro l’evidenza più incontrovertibile: tanto che ci sarebbe solo da riderne, se prima non venisse da piangere.

L’ultima trovata è della vice-presidente dell’Ordine degli psicologi: “Le funzioni materne e paterne non sono più legate al  ruolo sociale legato al sesso”.

Infatti tutti sanno che la funzione paterna può essere legata alla madre e quella materna essere svolta dal padre. Senz’altro, logicamente, l’attaccamento intrauterino avviene tra padre e figlio: della madre si può fare a meno.

Ora: a parte il fatto che si confondono drammaticamente “funzioni“(ruoli pratici, non simbolici) con “identità” (dimensione simolico-valoriale), occorre fare un passo indietro e ricordare a lor signori che i loro tanto declamati studi catalogati dall’APA valgono, sì: ma solo per chi ci crede. Perché di dogma parascientifico, e non di scienza si tratta. E lo possiamo mostrare facilmente (scorrere fino in fondo all’articolo, grazie, oppure se volete sorridere, prima di proseguire, guardate qui).

Un primo errore, logico ed ontologico, sta dunque nel confondere funzioni con identità. Per cui si passa a guardare quello che un genitore “può/sa fare” e non quello che “è“. Il piano descrittivo subentra a quello ontologico: chiunque può fare “come se fosse” un genitore. Logico. Anche un uomo può cambiare pannolini, lavare o che ne so perfino allattare “come se fosse una madre” (ci sono le tette finte con tanto di pompetta su Amazon, non scherzo: andate a vedere qual è il punto di diffusione di questa spettacolare psicosi sociale).

Chiunque, dicevamo: ma allora logicamente basta una buna baby sitter, laureata in Psicologia dell’età evolutiva, con un cuore grande così, per “essere madre”? (il che tradotto ontologicamente significa “essere genitore”?)

 

E non venitemi a dire che allora i genitori adottivi e bla bla bla. I genitori adottivi sono degli eroi. Perché ricostruiscono per il bambino duramente colpito una catena della filiazione che sia sana e soprattutto credibile per lui, sostituendo appunto il padre e la madre originari.

Due uomini non saranno mai genitori adottivi: perché due uomini (o due donne) non possono generare. Possono “fare come se“, ovvero annullare l’identità per ridursi alla mera funzione. Ma per questa, daccapo, basta allora un istituto con personale specializzato ed altamente qualificato.

Altra cosa è produrre bambini per assecondare un desiderio, privandoli di uno dei due genitori. E questo non “come se”, ma realmente.

Lo fanno davvero.

Tornando a noi: “essere padri” non significa “saper fare il padre“, saper svolgere a priori la funzione del padre o il ruolo-materiale del padre, e lo stesso dicasi per la madre. Pertanto con nessun diritto questo a priori viene distorto ed annullato, riducendo l’essere al saper fare qualcosa.

Il punto è sempre questo: se si proclama che un bambino può fare a meno della madre, che può essere strappato a sua madre per essere venduto a due gay, perché tanto sopravvive benissimo e non ha nessun danno (così direbbero gli studi-farsa patrocinati dall’APA) a maggior ragione si dovrà dire che due gay sopravviveranno benissimo senza un bambino.

 

Ma ancora: al di là dell’evidenza logica, si tratta di una questione di lampante devastazione etica. Stiamo passando alla civiltà (?) del “è tutto lecito ciò che non fa danni“. Sì signori miei, questo è l’assunto (falso): si può strappare un bambino alla madre, per venderlo a due gay perché gli studi americani dicono che i bambini cresciuti così sono come gli altri (altra falsità, come vedremo più sotto).

Per cui, logicamente, io posso fare quello che voglio ad un bambino.

Basta che non faccia danni.

Perché no?

Perché allora non dare ragione a Richard Dawkins quando sostiene che una pedofilia mite può essere accettata (proprio in quanto non lascia danni durevoli)?

 

Passiamo ora a dare un’occhiata all’aspetto epistemologico della faccenda. Se la Psicologia è una scienza, infatti, lo è in senso debole. Molle, come direbbero alcuni. E la differenza è presto spiegata, basti un esempio: la matematica dimostra, giustificando tesi la cui negazione implica contraddizione logica. La psicologia non dimostra nulla. Non può: la sua stessa storia lo dimostra, la molteplicità di scuole, indirizzi, assunti, terapie, conclusioni, lontanissime tra loro, ce lo ricordano ogni giorno.

Quello della “psicologia” – anzi, “delle psicologie” è un settore estremamente complesso, variegato, suscettibile di interpretazioni le più disparate, in continua evoluzione, in cui il connubio tra scienza e diritto è costellato da una serie di difficoltà, da un lato legate alla formazione scientifica del ricercatore, dall’altro al contesto specifico del processo di ricerca in atto. Un dato non indifferente: non solo l’impostazione metodologica (come viene fatta una ricerca), ma “da dove arrivano i soldi per gli studi e le ricerche”?

La scienza (definizione Treccani) è un “insieme di conoscenze ordinate e coerenti, organizzate logicamente a partire da principi fissati univocamente e ottenute con metodologie rigorose, secondo criteri propri delle diverse epoche storiche”. Coerenza costruttiva, rigore metodologico e relativismo storico sono i tre aspetti qualificanti la ricerca scientifica e ogni tipo di teoria e di dottrina. Escluso la logica-matematica: il Teorema di Pitagora, nella geometria Euclidea, è quello che è, dai tempi di Pitagora. E così resterà, per sempre. Tutto il resto? Evolve. La psicologia (ma anche la psichiatria) hanno per oggetto la conoscenza, l’intervento e la valutazione della persona umana nelle sue diverse manifestazioni fisiologiche e patologiche. Qui usciamo quindi dalle scienze dure ed entriamo nel campo delle scienze molli, che misurano sì, quando e quello che possono, ma sono sempre fondate sull’interpretazione dei dati. Non sono incontrovertibili. Tanto che qualcuno può legittimamente affermare che non siano nemmeno scienze o per lo meno, non in senso forte.

 

 

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Ugo Fornari

 

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Ugo Fornari ci ricorda che Psicologia e Psichiatria, nei loro aspetti pragmatici, sono discipline che appartengono fondamentalmente alle cosiddette “scienze umane”, nel senso che partono dalla persona e a lei ritornano attraverso un osservatore che elabora con la mente le informazioni che riceve, ascolta la sofferenza umana con partecipazione e interagisce con un altro da sé, il suo ambiente di appartenenza e il sistema socio-culturale che sempre fanno da sfondo alla scena sulla quale accadono eventi “patologici” e/o “delinquenziali” (Cfr. Ugo Fornari, Trattato di psichiatria forense, Utet, Torino, 2008, IV ed.). (fonte)

Prosegue il professor Fornari:

Ci si riferisce in particolare alle elaborazioni di John Searle (SEARLE J.R.: La Mente, Raffaello Cortina, Milano, 2005), che evidenziano come, pur nell’ambito del cosiddetto “monismo materialista” che supera di slancio le dicotomie cartesiane, è possibile proporre una nuova collocazione delle discipline psicologico-psichiatriche.

Searle infatti dimostra come le scienze si suddividano in:

Scienze Sociali (studio delle caratteristiche del mondo dipendenti dall’uomo)
Scienze Naturali (studio delle caratteristiche del mondo indipendenti dall’uomo), a loro volta suddivise in: Scienze dell’Oggettività (in campo medico: biologia, neurofisiologia, neurologia, connotate dallo studio sistematico delle descrizioni “esterne”, descritte come ontologie in terza persona); Scienze della Soggettività (psicologia, psichiatria, psicopatologia, connotate dallo studio sistematico della “ontologia soggettiva irriducibile” descritte come ontologie in prima persona).

Queste ultime si basano sull’osservazione partecipante della persona, la comprensione dei suoi vissuti; utilizzazione delle esperienze della persona per creare una relazione interpersonale significativa già per la conoscenza (e ancor più per l’intervento); la persona è soggetto dell’esperienza; l’ascolto (quando si presentano anche problemi di intervento psicologico) è mirato a risolvere problemi di convivenza; la diagnosi è di tipo funzionale e psicodinamica.

 

Inoltre, ammette Fornari, “qualsiasi tipo di scienza, e la nostra in particolare, in generale e nelle sue diverse articolazioni, è tutt’altro che neutrale e certa. E’ un modello di approssimazione alla realtà, di avvicinamento a verità umane che, come tali, rimangono sconosciute nella loro intima essenza. Di per sé, essa è fatta di incertezze, è provvisoria e mutevole. Le ipotesi scientifiche sono assunte come se fossero vere o false, dal momento che nulla dice che siano tali (o vere o false). Le leggi scientifiche sono pure ipotesi, sono fallibili, devono essere continuamente falsificate; l’errore nella ricerca è un male di per se stesso necessario e inevitabile (“sbagliando si impara”); il suo margine può essere ridotto al minimo, ma non può (e non deve) essere eliminato”.

Esattamente quanto avevamo riassunto in questo articolo sui fondamenti dell’epistemologia:  Pillole di Epistemologia per contrastare l’ideologia gender e la bufala dei “trent’anni di studi patrocinati dall’APA”

 

Indegnamente, soprattutto dopo uno studioso della statura di Ugo Fornari, mi auto-cito:

Spesso i sostenitori dell’ideologia gender affermano ambiguamente che “la scienza” – intendendo però riferirsi, come ho detto solo alcuni studi di matrice omosessualista  – “dimostra” che uomini e donne sono uguali, che padre e madre non sono necessari per un normale sviluppo del bambino, che anzi i bambini vivono benissimo in contesti omosessuali, etc. A seguire, le maniacali citazioni dell’APA, dei “trent’anni di studi”, e così via.

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Ma chi parla così o non sa quello che dice o è in malafede. Sarà sufficiente per ricordare quanto scriveva ad esempio Karl Popper, uno dei maestri dell’epistemologia contemporanea: “La scienza non è un insieme di asserzioni certe, o stabilite una volta per tutte, e non è neppure un sistema che avanzi costantemente verso uno stato definitivo. La nostra scienza non è conoscenza (epistème): non può mai pretendere di aver raggiunto la verità, e neppure un sostituto della verità, come la probabilità”. (K. Popper, La logica della scoperta scientifica).
La base empirica della scienza – secondo Popper – non posa affatto su un solido strato di roccia. L’ardita struttura delle sue teorie si eleva sopra una palude. E’ come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte vengono conficcate giù dall’alto, ma non in una base naturale o data; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che per ora i sostegni siano abbastanza stabili da reggere la struttura. Questo è precisamente quanto avviene per le diverse scuole di pensiero che affollano il panorama degli studi psicologici: nessuna dimostrazione, nessuna certezza, né universalmente accettata, né tanto meno definitiva. Ciò che resta incontrovertibile, al di là delle teorie, è l’evidente che appunto in quanto tale non richiede dimostrazione alcuna. Come si deve abbandonare ogni forma di relativismo, in quanto intrinsecamente contraddittorio, allo stesso modo va saldamente mantenuta la fiducia vigilante nel sapere scientifico: meglio se in modo critico e consapevole. Così, va ricordato che la Psicologia (men che meno le settoriali analisi socio o psicometriche) non è una scienza “dura”: la Psicologia non “dimostra” nulla.

Quando, per esempio, leggiamo che “le adozioni in coppie omosessuali non comportano problemi per i bambini, infatti ci sono trent’anni di studi che lo dimostrano”, ci troviamo di fronte ad un’affermazione che è semplicemente falsa.

Nell’ambito delle scienze psicologiche (ma questo vale in generale per le scienze umane) ogni pretesa di “dimostrazione” è semplicemente grottesca. Anche uno studente alle prime armi sa che ogni ricerca psicologica presuppone sempre una teoria di fondo alla quale i ricercatori aderiscono e nella quale operano, quasi sempre in contrasto con teorie e scuole parallele. In Psicologia – è bene ripeterlo – a differenza di quanto avviene in Logica o in Matematica, non si “dimostra” nulla in quanto l’oggetto di studio non è ideale, ma umano: diverse teorie guardano il mondo sociale in modo discordante e ottengono dati difformi (sono diversi i criteri, diverse le metodologie, gli orizzonti teorici, per non parlare delle possibili interpretazioni delle stesse realtà, spesso divergenti se non addirittura contrarie tra loro). Nell’ambito delle scienze umane, ogni considerazione non è mai definitiva, bensì sempre provvisoria: una sua eventuale negazione non comporta contraddizione logica (come invece avviene in una dimostrazione vera e propria, per esempio matematica o geometrica).

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Un semplice esempio ci aiuterà a mettere a fuoco il discorso. E’ Larry Laudan, per citare un altro esperto contemporaneo di epistemologia, a ricordarci che molte teorie scientifiche, un tempo considerate di successo, si sono poi rivelate discutibili o addirittura sbagliate (come per esempio la teoria medica degli umori, la teoria dell’etere, la teoria della forza vitale, la teoria della generazione spontanea, etc.). Come tutti sappiamo, la Psicologia nasce con Aristotele ed è ancora in pieno sviluppo: ha alle spalle una storia lunghissima, fatta di continui mutamenti teorici. In realtà nessuno oggi sottoscriverebbe una teoria psicologica dell’Ottocento, mentre – sempre per fare un esempio – il teorema di Pitagora è ancora lì com’è stato inizialmente definito, da oltre duemila anni, a ricordarci ogni giorno la differenza che c’è tra “dimostrazione” e “congettura”. Mentre la prima non ammette negazioni (pena la contraddizione logico-formale), la seconda è sempre perfettibile o addirittura passibile di radicale ritrattazione. Dipende da una complessa molteplicità di fattori: da come i dati sono stati raccolti, dall’osservazione e dall’osservatore, dal metodo, dalle teorie di riferimento, e così via. Insomma: dipende.

Eppure i sostenitori del gender fanno un insistente riferimento ad un numero limitato di ricerche, peraltro assai contestate (i famosi “trent’anni di studi”), che metterebbero (il condizionale è d’obbligo) in evidenza come i bambini inseriti in coppie omosessuali non subiscano alcun danno e anzi non presentino alcuna significativa differenza in termini quantificabili (salute, rendimento scolastico, etc.) rispetto a molti dei loro coetanei.
Detto questo, poniamoci allora la seguente domanda. Visto che nessuna delle scuole Psicologiche contemporanee o Associazioni di Psicologi (men che meno l’APA, come è stato ampiamente mostrato in questi ultimi decenni) è in grado di pervenire a descrizioni unanimi, non contraddittorie e definitive dell’uomo, è lecito prendere decisioni così gravi circa il futuro degli esseri umani?

E’ lecito operare una vera e propria rivoluzione antropologica di una portata inimmaginabile, in base ad una particolare prospettiva psicologica (escludente chissà perché tutte le altre) che – fino a prova contraria – potrebbe essere completamente erronea?
Per di più ignorando aprioristicamente tutte le ricerche che danno risultati diametralmente opposti?

 

 

Scrive d’altra parte Fornari:

“La scienza è conoscenza parziale e incompleta della realtà che ci circonda e in cui viviamo immersi. “Le scienze esatte misurano il misurabile, ma ciò che può essere misurato è ben lontano dall’essere il tutto” (AUGIAS C., MANCUSO V., Disputa su Dio e dintorni, Mondadori, Milano, 2009, p. 150). Per dirla con una grande pensatore recentemente scomparso: “Il mio rifiuto delle tradizionali nozioni di razionalità si può sintetizzare così: il solo senso in cui la scienza è esemplare risiede nel fatto che essa è un modello di solidarietà umana” (RORTY R, Conversazioni). Nel settore specifico qui in discussione, possiamo dire che la scienza della psiche è quel corpus di assunti teorici e di applicazioni pratiche ricavate attraverso il metodo induttivo da osservazioni cliniche, sperimentali, strumentali e di laboratorio accettate e condivise dalla comunità scientifica in quel momento e in quel contesto storico-culturale. Il relativismo scientifico costituisce un aspetto fondamentale cui si deve fare costante e preliminare riferimento […]”

 

Non crea quindi perlomeno qualche sospetto la furia ideologica con cui oggigiorno si con-fondono la prestazione con il ruolo simbolico, ed ancor prima ontologico, della genitorialità?

 

Ah, sì. Dimenticavo. “Gli studi americani che dicono…”. E gli ordini nostrani al seguito, a confermare la bufala dei trent’anni di studi. Peccato che ad una attenta analisi della “scientificità” di questi studi emergono delle belle sorprese: qui un’analisi dettagliata (link).

 

Se avete pazienza, leggete questo:

Problemi emotivi più che doppi per i bambini cresciuti con “genitori” dello stesso sesso.

Oppure, questo studio dell’anno scorso: The Unexpected Harm of Same-Sex Marriage: A Critical Appraisal, Replication and Re-Analysis of Wainright and Patterson’s Studies of Adolescents with Same-Sex Parents) smonta in modo definitivo il mito che il sesso dei genitori non influisca sull’equilibrio psico-fisico dei bambini. La ricerca, pubblicata sul British Journal of Education, Society & Behavioural Science (http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2589129) riesamina 3 precedenti studi basati su un campione rappresentativo della popolazione che avevano concluso che i bambini che crescono con genitori dello stesso sesso non hanno svantaggi rispetto a quelli che crescono con genitori di sesso opposto. La revisione dei dati ha fatto emergere che dei 44 casi di coppie lesbiche che costituivano il campione, ben 27 erano in realtà costituiti da casi mal identificati di genitori eterosessuali. L’analisi dei dati “purgata” di questo errore ha rivelato che gli adolescenti cresciuti con genitori dello stesso sesso sperimentano maggiore ansia e minore autonomia rispetto a quelli cresciuti con genitori di sesso opposto anche se risultano raggiungere migliori risultati scolastici.

Ma la cosa più sorprendente è scaturita dalla comparazione effettuata all’interno del gruppo dei ragazzi cresciuti in famiglie omosessuali. Quelli con genitori “sposati” mostrano sintomi depressivi, crisi di panico e pianto in misura ben maggiore di quelli semplicemente conviventi. Le ragioni di questa disparità non sono chiare, forse il matrimonio dei partner dello stesso sesso leva ogni speranza ai bambini di trovare o ritrovare il genitore mancante.

Ora, mi chiedo: alla luce di quanto abbiamo riportato, non sarebbe bene che gli Ordini degli Psicologi correggessero il tiro, invitando perlomeno alla massima cautela?

E soprattutto, vista invece la continua ricaduta verso posizioni ideologiche oltre che evidentemente malferme sotto il profilo epistemologico, chi vigila sulla correttezza metodologica e teoretica di queste associazioni?

Alessandro Benigni

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