La blasfemia dell’informazione sulla droga e la madre coraggio

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di Roberto Frecentese

tratto dalla sua pagina web “Fragmenta

Ci sono personaggi che meritano davvero particolare attenzione per il ruolo che svolgono all’interno della società civile. Ce ne sono alcuni che addirittura con le loro parole e i loro scritti sono capaci di influenzare l’opinione pubblica in modo esagerato rispetto alle loro effettive potenzialità. C’è una categoria che in questi ultimi decenni è apparsa sugli schermi, la carta stampata e sul web: quella dei giornalisti. L’epoca dei “mezzi busti”, così anticamente venivano indicati per via del fatto che apparivano sempre a metà busto in tv, è oggi in piena fioritura. Li troviamo dappertutto: innanzitutto in Parlamento, ma non disdegnano lo sport, la cucina, le frequentazioni di ogni possibile programma. E non smettono neppure di scrivere. Quanto scrivono!
Confesso un peccato di gioventù. Anch’io avrei voluto, tra le tante idee che mi erano passate per la testa, diventare giornalista. Avevo seguito un corso con alcune splendide firme del giornalismo italiano degli anni ’70 del secolo precedente. Era un mondo, quello della comunicazione, che mi affascinava, in particolar modo per il potere che poteva conferirti, ma, ecco l’ingenuità, al fine di raccontare finalmente la verità dei fatti, la verità delle idee. Quel peccato di gioventù è ritornato, ma forse in fin dei conti è stato sempre presente, in modo sotterraneo, in ogni attività che ho svolto. Forse ho inventato i “Fragmenta”, probabilmente per soddisfare un’esigenza inconsciamente alimentata.
Ma, bando alle chiacchiere introduttive; veniamo al dunque. Tutti abbiamo assistito alle esternazioni in questi giorni sul drammatico problema della droga, o meglio, dell’assunzione degli stupefacenti. Ad ogni dolorosa vicenda si affaccia il solito tran tran, quel refrain di frasi fatte (pericolosissime perché predisposte). Chi le interpreta, i giornalisti fanno uso di pensieri alti. In realtà se si accantona lo sfoggio delle ripetute affermazioni di principio e si va a controllare il processo di analisi alla base dei loro sproloqui ci si accorge della pochezza di argomentazioni che dovrebbero fondare i loro scritti.
C’è di più. Accanto ai giornalisti si è andata sempre più affermando la categoria degli opinionisti, che non sono né carne (giornalisti) né pesce (saggisti), ma una via intermedia tra le due attività. Non hanno la dimestichezza dei primi del contatto diretto con la realtà (non so se oggi l’abbiano a dire il vero, ma inizialmente nacquero per essere sul posto dei fatti accaduti per lanciare la notizia). Non hanno la capacità riflessiva dei secondi, che si macerano in analisi invocando la scienza dalla loro parte in un’attività di ricerca, che, almeno alle origini, era puntigliosa. In generale lo scadimento di formazione degli uni e degli altri, e più in generale l’involuzione dei processi culturali, li rende, ora, particolarmente irriconoscibili.
Purtroppo per noi tutti la categoria degli opinionisti ha preso il sopravvento, complice la richiesta del pubblico di notizie espresse in modo semplice e superficiale, senza approfondimenti, senza analisi rigorose. O forse è più vero affermare che il pubblico è stato abituato così per scelta di chi detiene il potere dell’informazione, che ha accuratamente sagomato il suo pubblico. Un pubblico, un target ben educato ad accettare ciò che è già filtrato e predisposto per essere accolto docilmente. I meccanismi alla base di questi processi di manipolazione son ben conosciuti negli ambienti della pubblicità, della carta stampata e dell’informazione via etere.
Provengono dagli studi di psicologia sui condizionamenti di massa operati negli Stati Uniti sin dagli anni ’30 del secolo scorso in alcune scuole e centri di ricerca universitari e proseguiti con ritmi crescenti nei decenni successivi. Gli effetti di manipolazione e condizionamento furono denunciati da H. Marcuse, che propose una lettura della società del suo tempo, per alcuni aspetti ancor oggi applicabile, secondo cui esiste una libertà apparente, che si esprime nel per scegliere tra diverse possibilità, ma tali possibilità sono state già preconfezionate. E’ l’illusione di chi entra nel supermarket, gira tra le innumerevoli corsie con espositori di prodotti di ogni tipo e ritiene di poter mettere nel carrello quanto a lui appare buono, utile. Senza sapere che il market ha già scelto per lui i prodotti entro i quali il cliente potrò optare.
Ogni modello sociale è come il supermarket: ha i propri prodotti, il cliente esce convinto di aver fatto lui la spesa… Ma tutti i supermarket hanno alcuni prodotti identici, alcuni marchi sempre presenti dappertutto: sarà un caso o questi sono piazzati appositamente per agglutinare tutti, per avere tutti qualcosa in comune? Domanda retorica e risposta altrettanto scontata.
Proviamo a proporre questo modello nell’analisi sociale. Le società devono avere qualcosa che le distingue ma un nucleo fondamentale deve essere identico in tutte. La singola società è come il supermarket: scegli tra i prodotti già esposti e ciò ti fa sentire libero nella scelta, ma nel carrello metterai pure quel prodotto “universale”, che il battage pubblicitario ha fatto in modo che sia presente in ogni market che andrai. Proviamo a immaginare lo stesso meccanismo nel mondo dell’informazione. Ogni notizia già predisposta e filtrata raggiunge il singolo e il pubblico da emittenti o quotidiani diversi; in apparenza sono notizie diverse ma in realtà, accanto alle diversità, tutti propinano elementi comuni.
Quando durante le elezioni politiche si notano da partiti, collocati in schieramenti diversi e contrapposti, scambi di posizioni e programmi, per cui ci si attende che chi sta a sinistra non proponga contenuti di destra (e viceversa) e, invece, avviene per l’appunto l’opposto, scatta nelle persone più accorte l’allarme. Vuoi vedere che i contrasti sono soltanto apparenza ma il substrato è il medesimo? Vuoi vedere che le apparenti diversità sono manifestazioni di un unico modo di pensare, un pensiero unico che permea tutto? Nel campo dell’opinionismo se ci ferma a leggere con una certa attenzione si possono cogliere le uniformità. Vuoi vedere che tutti hanno il medesimo “padrone”, la medesima “fonte informativa”?
Questo ragionamento, che potrebbe sembrare un pochetto complicato, nasconde una consumata verità, che i nostri antenati con la semplicità ricca dell’esperienza quotidiana, scambiata erroneamente per qualunquismo, ricordavano: soprattutto in politica, i politici dovevano apparire ufficialmente in contrasto ma nel privato i contendenti andavano assieme a cena e per di più sottobraccio. Altro che rivoluzione, la rivoluzione dell’ammorbidente, magari acquistato nel medesimo market.
Occorre, pertanto, diffidare di coloro che si scagliano contro avversari generici; bisogna stare attenti a quelli che fanno la propria fortuna con lo scrivere contro; è necessario aprire gli occhi su coloro che scrivono da una bellissima stanza ovattata nel cuore dei quartieri di lusso. C’è chi ha costruito la propria fortuna d’immagine ed economica su temi delicati, su problemi che il diretto interessato non hai mai davvero vissuto o con i quali non si è mai sporcato le mani. Su quei temi altri hanno perso la vita, hanno avuto un’esistenza resa infernale, hanno visto scomparire amici; e non hanno mai avuto l’opportunità di arrivare in prima pagina, se non per la notizia del proprio funerale.
Ho una personalissima opinione su chi scrive da giornalista. Ritengo che il più credibile sia chi non specula sulle morti e disgrazie altrui. Il becero giornalismo che punta al sensazionalismo invita a buttare le notizie purché facciano colpo, non interessando se siano vere o siano state verificate. Se poi si tratta dello scoop della vita, cosa può mai frenare l’arrivismo, la carriera, i soldi? La morale universale, l’etica sociale? Suvvia sono proprio le parole cancellate dal pensiero unico che ha creato l’unica etica possibile: al posto dell’etica dei valori l’etica preconfezionata a misura delle categorie sociali di appartenenza. Oggi chi redige un articolo su carta stampata o sul web non si pone limiti e favoleggia su tutto. Ogni cosa o avvenimento è l’occasione per dare lezioni all’insegna dell’intransigenza più pura senza preoccuparsi in alcun modo dei danni che può provocare nel pubblico. Il lettore si trova disarmato di fronte al grande nome che viene a sventagliargli le sue verità. Si fa piccino e accetta l’inganno nascosto che non percepisce subito.
Insomma l’informazione è cosa troppo seria per lasciarla in mano ai dilettanti di turno o ai professionisti della menzogna o ancora ai furbi raccoglitori di consenso.
Quando ho compiuto una ricognizione sui membri del Parlamento o sui componenti le squadre di governo o di partito, ho scoperto una marea di giornalisti “titolati”, scrittori su giornali o riviste con tirature irrisorie e nomi mai sentiti nella pur conosciuta galassia della stampa, con una produzione di articoli appena sufficienti per ottenere il desiderato marchio del giornalista. Persone insospettabili, per le quali un qualunque mortale avrebbe immaginato una qualche attività lavorativa pregressa, e che sono inserite in apparati da cui traggono modo di sostentarsi senza svolgere alcuna vera fatica. Nomi che ricorrono spesso, nomi insospettabili.
Per fortuna ci sono alcuni giornalisti seri e rigorosi che fanno, tra l’altro, enorme fatica a barcamenarsi e appena provano a uscire dal preconfezionato vengono immediatamente bacchettati, richiamati all’ordine (quale ordine?) dall’Ordine dei giornalisti, a cui quel pensiero unico ha cominciato a dettare le linee di come scrivere, quali termini usare per evitare le “discriminazioni”. In nome delle discriminazioni da evitare si sono create altre più sottili e tremende discriminazioni, eliminando, di fatto, la libertà del pensiero. Ecco che qui torna proprio utile quell’esempio del supermercato… Apparenza di libertà, apparenza di scelta.
In questo contesto va inquadrata e letta la vicenda drammatica che si è consumata in questi giorni.
Franco Maccari, segretario generale del Coisp, sindacato indipendente di polizia relativamente al dramma di Lavagna, con il suicidio di un giovane sedicenne per un’ispezione della Guardia di Finanza per questioni di droga, ispezione richiesta dalla famiglia, così si è espresso a proposito di due articoli di R. Saviano, con cui l’opinionista chiedeva a gran voce la legalizzazione degli stupefacenti: “Abbiamo già più volte letto e contestato anche le deboli motivazioni formali su cui lui la basa. Ma certamente sconcerta, adesso, il suo intervento tutto politico in cui si spinge a strumentalizzare addirittura morti e suicidi per promuoverla. Secondo l’erudita analisi di Saviano il giovane di Lavagna si è ucciso a causa del fatto di essere stato trovato in possesso di droga, non è giusto, allora legalizziamola! Purtroppo ci sono ragazzi che si suicidano per tanti altri motivi. C’è chi si uccide a causa dei brutti voti, allora meglio abolire la scuola. C’è chi si uccide a causa di cose che accadono in Rete e lo coinvolgono, allora meglio abolire Internet. E potremmo continuare a lungo. Un delirio.”.
Saviano vuol far credere ai ragazzi che fumarsi una canna è normale. Secondo Maccari le tesi di Saviano sono un “subdolo riferimento alla ‘colpa’ delle forze dell’ordine, considerazioni che rasentano il criminale e risultano diffamatorie”. E continua: “La celebrità sta dando pesantemente alla testa a una persona che dovrebbe tentare di ritornare alla realtà, smettendola di fare il guru sotto la luce dei riflettori dove si crogiola al sicuro blindato dalla sua scorta, (garantita da quegli sconsiderati delle forze di polizia) ritrovando un briciolo di senso di responsabilità.”.
Ecco qui abbiamo il classico esempio di strumentalizzazione e di opinionismo becero, che forse più o meno inconsapevolmente è stato smascherato dal dirigente sindacale.
R. Saviano ha realizzato la sua fortuna di scrittore (e opinionista successivamente) con il famoso libro sulla camorra napoletana e la vita blindata a seguito di minacce alla sua persona per quanto aveva rivelato nelle sue pagine. Non nego che quando apparve il libro e in seguito venne realizzato il film e vidi che il personaggio cresceva in popolarità e altrettanto il suo conto in banca, mi vennero in mente altre figure di “combattenti” che non trovarono un pubblico così vasto e disponibile. Penso a d. Peppe Diana, Rosario Livatino, Peppino Impastato, d. Pino Puglisi e tanti altri che non hanno trovato né pubblico né prime pagine, né conti in banca floridi per le loro opere. Non pretendo che Saviano sia assassinato. Ci mancherebbe. Ma ho il sospetto che alla fin fine non abbia poi fatto così male alla camorra. Sappiamo bene che camorra, mafia, ‘ndrangheta, sacra corona unita se vogliono far fuori qualcuno lo fanno senza troppi complimenti con la scorta o senza scorta. E ancora più assurdo mi sembra scappare negli U.S.A. e acquistare un appartamento panoramico a Manhattan per pontificare da lontano sulle sorti dell’Italia e lanciare strali su quel popolo, al quale dimentica di appartenere per nascita e sangue.
La battaglia contro la camorra ha procurato a Saviano proventi milionari, così come accaduto ad altri politici che hanno ottenuto incarichi di prestigio e onori per il solo fatto di essersi seduti sulle poltrone dell’antimafia.
In tutto questo c’è qualcosa che non quadra. O le parole dell’opinionista sono poco efficaci per cui tutti lo osannano o sono apparentemente contro il degrado civile ma in realtà, in profondità, sono esse di sostegno al degrado denunciato.
Trovo proprio quest’aspetto preoccupante nelle opinioni di Saviano: sembrano accusare il potere economico, politico ma in realtà alimenta con le sue proposte non la denuncia ma letteralmente sposa quello che il potere desidera. Come nel caso della legalizzazione sull’uso degli stupefacenti. Si schiera a parole contro i mercanti della droga, ma sposa la tesi dello Stato che, come per il tabacco, vende e smercia droga, ricavando sulla salute compromessa dei suoi cittadini i proventi. Proventi che vanno a finire nelle solite lobby dello Stato pro morte. Uno Stato dalla forte dissonanza cognitiva. Uno Stato criminale.
In un recente articolo a firma di E. Fittipaldi su L’Espresso la tesi “Perché legalizzare la cannabis conviene” viene portata avanti con decisione:
“Il movimento a favore del libero spinello, insomma, sta prendendo piede. Grazie ad argomentazioni e parole d’ordine che, almeno per quanto riguarda gli stupefacenti leggeri, fanno sempre più presa sull’opinione pubblica. Anche perché i divieti finora imposti non hanno fermato la diffusione capillare della cannabis: se nel 1998 i fan accaniti erano stimati in 140 milioni, nel rapporto dell’Onu del 2012 erano lievitati a 180.
La fine del proibizionismo, spiegano gli esperti fautori del laissez-faire, darebbe una mazzata al giro d’affari della criminalità organizzata, permettendo contemporaneamente ai governi nazionali di incassare miliardi in tasse (in Colorado solo per le entrate fiscali della cannabis terapeutica ammontano ad oltre 5 milioni di euro, mentre un report del Medical Marijuana Business Daily prevede che alla fine del 2018 il mercato Usa della cannabis, grazie ai due referendum, arriverà a sfiorare i 6 miliardi di dollari; secondo i radicali in Italia, invece, lo Stato potrebbe incassare dalla legalizzazione fino a 8 miliardi di euro) e risparmiare somme enormi oggi investite per la repressione del fenomeno.”.
Questo è il messaggio che come un mantra sentiremo tra breve dappertutto: il pensiero unico ha già prestabilito le tappe. Siamo nella fase del far accettare come normale un fenomeno che sappiamo essere devastante su psiche e fisico.
Le opinioni di Saviano sono indirizzate in quest’ottica. Poco conta che lui abbia condannato il cartello della droga del narcotrafficante Escobar. Pablo Escobar fu “il primo a capire che non è il mondo della cocaina che deve orbitare attorno ai mercati, ma sono i mercati a dover ruotare attorno alla cocaina”. La cocaina per il capitalismo è centrale per il nostro universo economico. Escobar è il Copernico della criminalità organizzata. L’opinionista ha aggiunto: “Nessun business nel mondo è così dinamico, così irrequietamente innovativo, così leale al puro spirito del libero mercato come il business globale della cocaina.”.
Forse Saviano dovrebbe cominciare a pensare che proprio perché il capitalismo vive sulla droga, esso in caso di legalizzazione dell’uso di sostanze stupefacenti diventerà esso stesso rappresentante del cartello. Lo Stato sarà quello che Escobar è oggi con la diversità che realizzerà i suoi proventi in perfetta legalità. E siccome il mercato ruota attorno alla cocaina, sarà lo Stato a ruotare attorno alla cocaina. Quello Stato che si arricchirà (ma solo i potenti che lo guidano) sulla salute dei suoi cittadini, che non possono accedere ai suoi servizi sanitari più semplici per povertà.
Considero lo Stato del Colorado un mostro, che per incassare dollari compromette la salute dei suoi cittadini. Con buona pace di etica sociale, con buona pace dei valori più alti. Business is business anche per lo Stato. Ma tutto ciò, mi si passi, l’espressione, ha qualcosa di demoniaco. Come una madre, come un padre che fa profitto sulla salute dei suoi figli. Semplicemente folle, spaventosamente demoniaco.
E invece quella madre coraggio di Lavagna ha demolito con parole semplici e terribilmente profonde, pur con un lutto gravissimo sulle spalle, gli articoli dei benpensanti di turno.
Madre coraggio ha osato dire: “La domanda che risuona dentro di noi e immagino dentro molti di voi è: perché è successo, perché a lui, perché adesso, perché in questo modo? Arrovellandoci sul perché, ci siamo resi conto che non facevamo altro che alimentare uno stato d’animo legato alla sua morte senza possibilità di una via d’uscita. Allora abbiamo capito che forse la domanda da porsi in questa situazione è piuttosto: come? Come trasformare questa perdita straziante in una nuova, seppur dolorosa, ripartenza?”.
“In ognuno di voi sono presenti dei talenti che vi rendono unici e irripetibili e avete il dovere di farli emergere. Là fuori, invece, c’è qualcuno che vuole soffocarvi, facendovi credere che è normale fumare una canna, normale farlo fino a sballarsi, normale andare sempre oltre. Diventate, piuttosto, i veri protagonisti della vostra vita e cercate la straordinarietà. Straordinario è mettere giù il cellulare e parlarvi occhi negli occhi, invece che mandarvi faccine su whatsapp.
Straordinario è avere il coraggio di dire alla ragazza “sei bella” invece di nascondersi dietro a frasi preconfezionate di Ask. Straordinario è chiedere aiuto, proprio quando ci sembra che non ci sia via di uscita. Straordinario è avere il coraggio di dire ciò che sapete. Per mio figlio è troppo tardi ma potrebbe non esserlo per molti di voi, fatelo. A noi genitori, invece, il compito di capire che la sfida educativa non si vince da soli nell’intimità delle nostre famiglie, soprattutto quando questa diventa connivenza per difendere una facciata. Facciamo rete e aiutiamoci fra noi, non c’è vergogna se non nel silenzio. Uniamoci.”.
E ai Finanzieri parole di ringraziamento: “Grazie per aver ascoltato l’urlo di disperazione di una madre che non poteva accettare di vedere suo figlio perdersi. E ha provato con ogni mezzo di combattere la guerra contro la dipendenza prima che fosse troppo tardi. Non c’è colpa né giudizio nell’imponderabile, e dall’imponderabile non può che scaturire linfa nuova e ancora più energia nella lotta contro il male. Proseguite.”.
Questa madre, vera madre ha colto nel segno del perché i ragazzi cercano la droga in un mondo di noia e di smarrimento.
Perché la droga?
Per essere snob.
Per essere all’altezza degli amici che si frequentano.
Per superare il senso di inferiorità.
Per raggiungere le prestazioni richieste dalle situazioni.
Per superare la timidezza e l’approccio con gli altri.
Per superare traumi psichici.
Per tutti questi motivi bastano i colloqui con un medico, uno psicologo, uno psicoterapeuta, uno specialista in comunicazione.
Chi assume droga alla fine dovrà comunque andare da uno di quegli specialisti, assommando tutto il di più in negativo prodotto su psiche e corpo dall’uso di sostanze stupefacenti. Tanto varrebbe la pena andarci prima di procurarsi danni seri e irreversibili.
Il buon Saviano, di fronte alla madre coraggio, rientra così nella categoria degli opinionisti, che a gran voce fanno vedere di combattere il nemico ma che alla fin fine lo alimentano, perché il loro retroterra culturale è il medesimo. Due strade diverse, una per il profitto, l’altra per sconfiggere il proibizionismo, ma nel fondo di ambedue c’è il sogno della droga libera perché è un mio diritto fare quel che desidero, perché sono libero di decidere la mia auto distruzione.
A Saviano questo poco interessa. Poco importa del destino dei singoli esseri umani. Resta alla superficie del problema. La profondità non lo interessa. Per questo non verrà mai colpito: quei trafficanti, quella camorra, una volta legalizzati gli stupefacenti, entreranno nei gangli dello Stato per fare profitto, stiamone certi. Non staranno con le mani in mano. La camorra è camaleontica. Ha appreso a stare bene al centro, a sinistra, a destra. E’ una volta dentro e una volta fuori; e spesso è dentro e fuori. I suoi colori mutano come le stagioni. Oggi è più rossa, magari domani sarà tatuata di stelle.
Gli opinionisti, almeno questi opinionisti, occultano con il loro mestiere di superficie le verità nascoste, usando il linguaggio che nasconde e non rende visibile, scrivendo parole che sono pure combinazioni che non evocano più nulla.
Al cristiano questo modo di procedere non piace. E’ chiamato a scrivere per rendere testimonianza alla verità sull’uomo. Lo ha ordinato il suo Superiore che nulla ha scritto ma ha detto con chiarezza: “Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”. Il di più viene dal Maligno.” (Mt, 5, 37).

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