Cattivi maestri a servizio dell’Impero

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Sartre è stato un grandissimo scrittore. Come tutti i grandi, è stato tentato in grande. Ed ha ceduto: ha finito per ascoltare più se stesso che la ragione. E’ lui, insieme a Nietzsche, uno degli ispiratori di quel nichilismo radicale di cui l’Impero si serve, oggi, per affermare la sua volontà-di-potenza sull’uomo. Lo vediamo sul piano etico, con grande chiarezza. E non a caso la Chiesa cattolica, sempre lungimirante, aveva deciso di mettere all’Indice dei libri proibiti, nel 1948, le sue opere.

Sartre è il filosofo della libertà: ma della libertà dell’Impero. Una libertà di facciata: basandosi sul nulla, richiede la negazione dell’essere. E prima di tutto dell’essere dell’uomo. Ovvero di quella libertà che si presenta mascherata. In altre parole, della schiavitù che si presenta come il suo contrario. Se sono sempre libero, se il mio passato viene “messo fra parentesi” o azzerato, annullato, nei momenti in cui devo scegliere – è questa in sintesi la tesi di Sartre – ne segue che la mia  libertà  è  l’unico  fondamento  dei  valori,  e  che  niente,  assolutamente niente, mi giustifica se adotto questo o quest’altro valore, questa o quest’altra scala di valori.

Per Sartre anzi non esiste alcuna scala: gli sfugge però che per esibire quest’affermazione apodittica, gli serve appunto proprio una scala su cui salire. Forse a sua insaputa (io credo invece con assoluta consapevolezza), ma il corto-circuito logico è evidente. Per affermare che non esiste alcun valore, devo restare ben saldo nel terreno dei valori: affermando, daccapo, il mio. Non sarebbe nemmeno possibile pensare un contro-valore o un dis-valore se non, ancora una volta, in riferimento ad un’ontologia valoriale pre-esistente. Per Sartre, dunque, in quanto essere per mezzo del quale i valori esistono, io sono ingiustificabile. Sono al di là del bene e del male, per usare la formula di Nietzsche.

“E la mia libertà si angoscia d’essere il fondamento senza fonda-mento dei valori”; e ancora, con un’immagine suggestiva: “In questo mondo nel quale sono coinvolto i miei atti fanno levare dei valori come delle pernici”. Questo, scrive Sartre. I valori “morali”, quelli su cui fondo le mie scelte, nascono insieme a queste scelte, nascono cioè dal “nulla”, dal momento dell’angoscia che “azzera” e “annienta” il mio passato (i miei valori precedenti, condivisi o meno da altri). Il risultato è una totale, sostanziale indifferenza dei valori.

Ma daccapo: non sfugga che la proclamazione di quest’indifferenza è essa stessa un valore. Nascosto, camuffato: ma un valore in carne ed ossa. Che serve all’Impero. L’etica di Sartre è assolutamente “nichilistica”: si fonda cioè sul “nulla”, e quindi è «senza fondamenti»: il massimo spazio possibile, quel tutto da compiere che l’Impero desidera per affermare se stesso e la sua volontà.di-potenza contro l’uomo. Da ridurre a spettatore teleguidato, a merce, a consumatore autofago.

L’etica di Sartre si riduce quindi all’esaltazione di un libertarismo assoluto: nessuna autorità religiosa, politica o di classe  può  costituire  un  “fondamento”  dei  valori.  Dunque: l’assenza d fondamento è il fondamento dell’Impero. L’impero è la rete da circo, in cui tutti cadremo dopo l’illusione di un volo tra un trapezio e l’altro. Noi: ad un tempo spettatori, clown, bestie da circo della planetaria messa-in-scena dell’Impero. Secondo Sartre io,  io  solo,  sono  il  “nulla”  da  cui emergono ogni volta, come le pernici a un colpo di fucile (l’atto di scelta libera fra diverse possibilità), i valori che “valgono” solo per quella volta e non per sempre. La liquidità, anzi l’evanescenza dei valori corrisponde al crollo definitivo di qualsiasi immutabile: sia esso la tradizione morale, metafisica o religiosa dell’Occidente. Daccapo: si deve liberare lo spazio per l’affermazione dell’Impero. Ecco perché Sartre è un servo dell’Impero: e io non credo affatto che lo sia stato a sua insaputa. Troppo intelligente per non aver visto la teleologia di questo sentiero.

Dove porta questa via? Da nessuna parte. Essa ri-porta a Nietzsche, al “Dio è morto” del profeta Zarathustra. Dio come fonte di valori dati a priori ed eternamente validi è una prospettiva comoda cui l’uomo non rinuncia volentieri. Ma per Sartre Dio non esiste ed esistono soltanto i valori che ognuno produce con le proprie scelte. Scelte che – essendo Dio morto – si basano e si fondano sul nulla: sono esse stesse un nulla, com’è un nulla l’uomo che le genera.

Ma daccapo: un nulla non assoluto, bensì un nulla che per un certo tempo è qualcosa. Quel qualcosa, che nasce dal nulla e al nulla ritorna, sarà un infinitamente piccolo ed un infinitamente manipolabile. La distanza più abissale lo separa da quella creatore che vale i chiodi nelle mani di Dio stesso, incarnato per chinarsi-sul-suo-figlio. Dio è per Sartre l’illusione  che possa  esistere  un  essere  assoluto  in  cui  l’in-sé  delle  cose  e  il  per-sé della coscienza coincidono, in cui realtà e coscienza sono tutt’uno.

Ma questa critica dell’assoluto si basa a sua volta su un assoluto: un assoluto postulato, che sfuggendo ad ogni determinazione e ad ogni dimostrazione rimane un valore pro-posto dall’io, solo e rinchiuso nella sua illusione creatrice. Si veda ancora una volta Nietzsche, Così parlò Zarathustra, capitolo “Delle isole beate“: se esistessero gli dei, come potrei io creare? Dunque non esistono gli dei. In realtà Dio è per Sartre la proiezione di un desiderio umano, l’uomo, da questo punto di vista, è il progetto fallito di essere Dio. Ma daccapo: ogni proiezione si genera in un inconscio e quindi può valere il contrario (vale pur sempre l’antico quod gratis adfirmatur gratis negatur): la negazione di Dio nasce dall’angosciosa certezza che non può non esserci un Dio e che quindi non si possa non essere assolutamente responsabili. Ecco come Sartre esprime, di fronte all’inesistenza di Dio, l’indifferenza delle scelte possibili.:

 

Tutte le attività umane sono equivalenti […] e tutte sono votate fin dal principio allo scacco. Così è la stessa cosa ubriacarsi in solitudine e condurre un popolo. Se una di queste due attività è più importante dell’altra, non sarà a causa del suo fine reale, ma a causa del grado di coscienza che essa possiede del suo fine ideale; e in questo  caso  accadrà  che  il  quietismo  dell’ubriacone  solitario  sarà  superiore  alla vana agitazione del conduttore di popoli“.(J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, Mondadori, 1958)

 

Se tutto è vano, se non vi è differenza alcuna – è questo il messaggio – tanto vale abbandonarsi alla schiavitù dell’Impero. Perché lasciarsi alla compulsiva soddisfazione delle proprie voglie, senza uno sguardo trascendente, significa piegarsi alla peggiore delle schiavitù: quella del proprio io. Solo, cieco, angosciato, incapace di donarsi e di dare un senso alla sofferenza: disperato.

 

 

 

Alessandro Benigni – www.ontologismi.it

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