La satira come diritto all’offesa?

Ripropongo una lucida analisi del problema pubblicata dall’amico e collega Roberto Frecentese sulla sua pagina “Fragmenta

 

 


 

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C’è sempre una goccia che fa traboccare il vaso

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Questa volta, in tema di satira, è la pubblicazione sul noto periodico “Charlie Hebdo” di vignette offensive e deturpanti l’immagine dei morti causati dalla slavina abbattutasi sull’albergo di Rigopiano in Abruzzo. Il disprezzo della morte unito a quello della dissacrazione ad ogni costo hanno portato alla ribalta due entità diverse: l’albergo con la località e la rivista “Charlie Hebdo” ma per motivi diversi. Tutti e due, tuttavia, hanno in comune lo stesso odore della morte.
Dell’albergo non ne avevo mai sentito parlare, come del resto tantissimi altri del pubblico. Un evento drammatico ce l’ha fatto conoscere e forse non lo dimenticheremo. Il periodico francese, del quale pochi avevano avuto notizie prima dell’assalto, ha fatto la sua fortuna con l’incursione armata e strage che è finita su ogni pagina di quotidiano, su ogni tv, su ogni commento web.
Abbiamo assistito, impotenti, a servizi strappalacrime, a condivisioni sul modello “Je suis Charlie Hebdo” piazzate dappertutto, come ormai è modalità per ogni stupidaggine, facendo leva sul sentimento emotivo e poco o nulla sulla razionalità. Non sono stato tra quelli che hanno sistemato il logo “Je suis” sulla propria pagina di facebook perché, oltre la moda che non condivido per nulla di mettere “lustrini”, oltre a ritenere che si debba essere sobri in tutto, in quei giorni di condivisione dell’efferato delitto contro i redattori uscirono le vignette pubblicate nei numeri precedenti della rivista. Quello che notai subito e mi permise di drizzare le antenne (non televisive) era il tipo di satira, che tutto era tranne che vera satira.

Ho ancora davanti agli occhi le vignette. Abituato a satira di buon gusto, dura ma sensata, le vignette di Charlie Hebdo per la stragrande maggioranza mi sono apparse soltanto offensive e poco avevano in sé di critica o di avversione al sistema politico, sociale, economico. Mi sono apparse puri sfoghi di istinti, di odi, di vendette peraltro slegati tra loro. I temi, pur diversi, hanno sempre la stessa intonazione: anti clericalismo estremo, ridicolizzazione delle debolezze di individui, prese in giro di situazioni circoscritte poco innalzate a livello di problemi più generali. Insomma per farla breve si tratta di satira scadente.
La fortuna di una rivista, che aveva tiratura limitata e poco respiro culturale, è stata provocata dalla strage. Brutto a dirsi, ma la risonanza mondiale dell’omicidio di alcuni suoi redattori l’ha resa conosciuta, apprezzata (?) e sono arrivati cospicui denari per finanziare la sua ripresa. Siccome il contenuto della rivista era debole già prima, i redattori hanno proposto più o meno lo stesso cliché di sempre. Nessun salto di qualità. Era possibile diversamente? Tali le premesse tali i risultati. In più, a dire il vero, abbiamo notato una vena razzista anti italiana che non è legata all’ultimo evento della slavina, ma che già si era manifestata in altre recenti occasioni (terremoto di Amatrice).

La rivista era di proprietà di una società per azioni con capitale all’80% nelle mani dei tre redattori Philippe Val, Gébé e Cabu, rifondatori di un giornale nato in precedenza e rivitalizzato. Le pubblicazioni ebbero inizio nel 1992. Due episodi fanno comprendere quanto il realtà la rivista non fosse così propriamente “libera”. Nel novembre del 2002 il redattore Robert Misrahi pubblicò sul giornale satirico un dibattito dal titolo “Coraggio intellettuale” sul libro di Oriana Fallaci “La rabbia e l’orgoglio”, nel quale la scrittrice non soltanto denunciava la radice violenta dell’Islam ma anche che esso fu colui che iniziò la crociata contro il mondo occidentale, diversamente dalla storiografia che attribuisce ai cristiani la causa delle crociate. Questo provocò rabbiose reazioni da parte di alcune associazioni anti razziste e Charlie Hebdo si dissociò clamorosamente dall’autore dell’articolo.
In seguito parecchi collaboratori lasciarono il giornale, licenziati, a detta degli interessati, dal redattore capo, per le posizioni troppo difformi rispetto alla linea editoriale.
Ancora un altro episodio getta una luce oscura sul ruolo della rivista. Il 15 marzo 2006, il Ministero della Cultura organizzò una serata in risposta alle accuse mosse contro la rivista per le caricature di Maometto. Plantu, Cabu, Wolinski; i più giovani Sattouf, Jul, Charb e Luz, tutti i disegnatori di Charlie, ebbero espressa la gratitudine delle istituzioni per il lavoro svolto in omaggio alla libertà di satira. Il direttore del gabinetto del ministro, Henri Paul, equiparò i vignettisti quali «agenti della libertà» e confermò la validità dell’iniziativa di Wolinski per la conservazione e la valorizzazione del disegno della carta stampata.
Il 2 settembre 2016, la rivista francese pubblicò una vignetta dal titolo “Séisme à l’italienne”, in cui le vittime del terremoto di Amatrice erano raffigurate come piatti di pasta. A causa delle proteste l’ambasciatore francese a Roma venne costretto a precisare che la posizione del proprio governo sul terremoto non coincideva con quella di Charlie Hebdo. Che equivaleva a dire che altre volte i vignettisti erano dalla parte del governo. Chiedo al lettore di tener presente questa postilla, che tornerà utile a proposito della libertà di satira di cui si parlerà tra breve.

 

 

Ma cos’è la satira?

Il termine proviene dal latino satur (pieno, sazio, vario, misto, confuso) che al plurale è satura. L’origine è piuttosto incerta: secondo una diffusa opinione deriverebbe da un piatto di primizie offerto ritualmente in ambito etrusco (lanx satura); per altri andrebbe accostato alla parola etrusca “satir” che equivaleva a discorso o parola.
Da sempre la satira ha svolto il ruolo di critica pungente nei confronti della società e della politica, soprattutto in ambito greco a proposito del governo delle città-stato. Spesso chi creava satire veniva osteggiato e addirittura attaccato. Aristofane criticò la democrazia ateniese, definita fittizia nella commedia “Cavalieri”, contro Cleone, l’odiato demagogo che rappresentava la rampante borghesia ateniese priva di scrupoli. Per questo Aristofane, che aveva preso di mira Cleone con caricature efficaci, fu bersagliato e non poco dal potere politico. Spesso la satira vuole far considerare al lettore, all’ascoltatore un diverso modo di leggere il proprio tempo e propone l’esigenza e la necessità di un cambiamento per non fermarsi alla critica sterile e fine a se stessa.
Sembra, a questo punto, necessario comunicare qualche motivo di riflessione su cosa sia e deve essere la satira; lo propongo per me stesso e per il pubblico che segue i “fragmenta”.

Un primo motivo: la vera satira non è un diritto. Se fosse un diritto sarebbe codificato e perderebbe la sua ragion d’essere: polemica contro lo Stato, la società civile. Sarebbe un imborghesire ciò che lotta contro il sistema borghese. Sarebbe tutelare e per questa tutela chi resta tutelato resta inevitabilmente condizionato nell’espressione del suo pensiero autentico. Più banalmente, vi immaginate il marxista che lottava con la rivoluzione contro il sistema e chiedeva, nello stesso momento, che venisse tutelata la propria rivoluzione da chi voleva abbattere? Un contro senso, una demenzialità, un’assurdità.
La satira è tale se è al di fuori di schemi e regole codificati. Quando il buon Pasquino nella Roma papale affiggeva le sue Pasquinate, mai avrebbe chiesto la protezione di chi era bersaglio delle sue rime. Ammesso che il pontefice ne avesse avuto voglia, dato il contenuto velenoso delle satire. Oggi chi satireggia viene ospitato nelle riviste patinate, gode del sostegno del potere, viene protetto dalla maggioranza, dimenticando che la satira si rivolge a pochi e non a tutti. Il “satiro” si dovrebbe allarmare quando chi sta al potere lo esalta o è d’accordo con quanto scrive o disegna; dovrebbe essere preoccupato se il popolino lo esalta… La satira vera è sempre alta e non sempre è comprensibile da tutti; si rivolge alle coscienze di solito addormentate. Usa principalmente strumenti comunicativi fuori degli ambiti consolidati e accettati, anche se non disdegna di utilizzare i normali mezzi di diffusione.

Un secondo motivo: chi scrive satira sa che essa può facilmente provocare reazioni più o meno scomposte da parte chi è oggetto dei suoi articoli, vignette, performance. Si tratta indubbiamente di un prezzo da pagare, lo si desideri o meno. La satira fa male. Se fosse innocua che satira sarebbe? Spesso chi scrive è disarmato, non ha, per definizione, alcun potere se non la propria penna o la propria lingua, di cui si serve per “bastonare” chi dirige il mondo sociale, economico, culturale. Anzi l’assenza di reazioni o di discussione è un pessimo campanello d’allarme per chi satireggia: vuol dire che non ha colpito nel segno.
La redazione di Charlie Hebdo è protetta dalla gendarmeria, i suoi vignettisti sono intoccabili, scrivono placidamente sotto la copertura del potere. Hanno dimenticato il nocciolo della satira: il rischio. Prima della strage non avevano probabilmente protezione, ora scrivono sotto “protezione”. Ma li immaginate scrivere contro la polizia che li protegge? Un non senso. Immagino la replica: “Lo Stato deve tutelare chi dissente”. Ci mancherebbe. Ma la sottile differenza sta nel fatto che lo stesso trattamento dovrebbe essere riservato a tutti, anche chi è oggetto della satira. Lo Stato dovrebbe essere super partes. Ma se lo Stato protegge tutti e anche chi fa satira siamo al punto di partenza. La satira perde, in questo modo, la sua carica distruttiva e corrosiva. Di fatto perde la sua libertà. Il rischio è la misura della libertà.
Lo aveva già ben indicato S.A. Kierkegaard, il filosofo danese precursore dell’esistenzialismo, quando, a proposito, dei singoli individui, aveva posto l’attenzione sul rischio di scegliere. Quello scegliere era la misura di riconoscimento dell’individuo, che assumeva su di sé l’accettazione libera e consapevole delle conseguenze del proprio atto libero. Senza paracadute. Ma si sa chi fa satira come un adolescente recrimina di poter scrivere senza dover subire, come per l’appunto gli adolescenti che pretendono vitto e alloggio e contemporaneamente poter contestare i propri genitori dormendo al caldo e mangiando senza dover pagare alcunché.

Un terzo motivo di riflessione: la satira non istituzionalizzata, libera con rischio, di cosa deve trattare?
Facile fare vignette sui difetti fisici delle persone. A me provoca disgusto e non nascondo disprezzo per chi le compone graficamente. Sembra che chi adoperi quel sistema abbia davvero poche idee per la testa. Chi si rifugia nel difetto ha poca corda, ha fiato corto. Mostra una debolezza di argomentazioni che poco fa sperare nella validità dei suoi argomenti. L’individuo che ha difetti fisici sia rispettato per quella dignità intrinseca in ogni essere umano, che ci porta a non offendere la nostra stessa natura. E che dire della satira sui deboli, sui morti? Fin troppo facile prendersela con chi non può replicare e non farti nulla. Fin troppo facile vincere contro chi non ha diritto di parola né diritto di replica. Se dobbiamo dirla tutta, è il modo più ovvio per mostrare la propria debolezza.
Il combattimento alla pari o contro il gigante è l’espressione della sfida vera, l’opposto è il segno tangibile di inferiorità prima di tutto culturale. Ma c’è un altro modo di satireggiare inutile e dannoso: ricevere gli applausi. Se troppe persone ti esaltano vuol dire che qualcosa non va nella tua comunicazione. Vuol dire che la massa ti ha reso una moda. Mi preoccuperei che chi governa e chi sta al potere in cima all’economia mi faccia i complimenti. E addirittura persino un ministro della cultura mi nobiliti all’interno delle sue iniziative istituzionali lo riterrei imperdonabile.
Satira sui difetti, satira su morti e deboli, satira che la massa e i potenti accettano sono tutte modalità pericolose. Uccidono lo stesso motivo per cui la satira nasce. Tuttavia si può e si deve operare un’altra considerazione. Se sono i deboli, i sudditi, gli oppressi presi di mira il vignettista opera l’opposto del “satiro”, perché egli dovrebbe essere la voce del subalterno a cui aspira ad aprire gli occhi. Se l’autore prende di mira i disgraziati, gli ultimi, gli indifesi, i morti egli stesso si fa servo di chi rende gli altri disgraziati, ultimi, indifesi. In questo modo si equipara al terrorista che invece di prendersela con i potenti uccide persone inermi, compie stragi di innocenti, depreda chi non ha già nulla. Un modo vigliacco, esecrabile, volgare. Cosicché gli inermi vengono massacrati due volte: dal potere e da chi dovrebbe combatterlo. Alla fine della partita i potenti restano al loro posto e i vignettisti li hanno, seppure senza piena consapevolezza, aiutati.

D. Fusaro ha così stroncato le uscite infelici della rivista satirica francese: “ Vi spiego in due parole perché i vignettisti di Charlie Hebdo sono dei miserabili nonché degli utili idioti al servizio del potere. La satira, da sempre, si occupa del nesso tra servo e signore, tra sudditi e padroni. Prende impietosamente di mira i secondi, in ciò facendo valere un effetto liberatorio e critico. Fateci caso: i miserabili di Charlie Hebdo, dal canto loro, prendono sempre di mira i servi, i sudditi: mai i potenti, i signori. E si rivelano, in tal maniera, dei ripugnanti cani da guardia al guinzaglio dei potenti.”. E rincara la dose: “Lasciate che vi spieghi perché io non sono stato né mai sarò un “je suis charlie”, ritenendo anzi questi signori vignettisti tra i più gretti prodotti del nichilismo e della barbarie dilaganti. Figli del nulla, nei quali il nulla trova piena espressione. Sono, senza saperlo, l’altra faccia del terrorismo che li ha colpiti.”.

Ecco il punto che segna il perché di quest’articolo: quando il nichilismo sale al potere (come oggi) ha solo forza distruttiva. E questa è la differenza vera e ultima tra civiltà e barbarie: la prima costruisce, l’altra disintegra. La nuova barbarie che oggi domina il mondo ne sta distruggendo i valori più alti, come la famiglia, la solidarietà civica. I cosiddetti progressisti sono i disintegratori del tessuto sociale e a loro, guarda un po’, si richiamano i vignettisti di Charlie Hebdo, i gretti prodotti nel nulla.
Lasciamoli soli al loro destino, evitiamo di dar corda al loro scarso intelletto. Parrà incredibile ma tocca ancora una volta ai cristiani ridare significato alle parole e azioni umane. L’uomo da solo sembra avvolgersi su se stesso e si orienta al nulla. Al cristiano in questo tempo presente dominato dal pensiero unico tocca operare la satira, quella vera, graffiante contro i potenti del nostro oggi: massoni, Malthusiani, Darwiniani, élites inconfessabili detentrici di ogni interesse economico, anti clericali, post umani, ben bene miscelati tra di loro e portatori dell’unico intento di far tramontare questo mondo occidentale, figlio del Medioevo e connotato dalla matrice cristiana.
Quasi quasi verrebbe voglia di dire: ”Aridateci Pasquino!”. Almeno potremmo godere della satira, quella autentica. Al collo della statua di Pasquino a Roma nottetempo venivano appesi fogli con satire in versi sui personaggi pubblici più importanti, talvolta con spirito di sfida. Nei versi l’autore mostrava la sua avversione per la corruzione e l’arroganza di chi esercitava il potere. Le “pasquinate” venivano poste di notte da anonimi cittadini e tolte dai gendarmi di mattina, quando oramai le persone del popolino le avevano lette. Al centro dei versi graffianti vi erano anche i papi.

 

 

Ma un cristiano può fare satira?

Il primo cristiano a far satira è stato Gesù Cristo. Un Gesù pungente nient’affatto condizionato. Ha agito liberamente senza chiedere diritti, ha pagato il rischio con la crocifissione, ha accusato senza mezzi termini senza mai ridicolizzare i difetti personali dei suoi “avversari”. I dialoghi con Farisei, Pubblicani, Sadducei sono l’attestazione di come fare satira, cioè di come mettere a nudo sia il potere (politico o religioso che sia) ma anche chi si oppone al potere stesso. Gesù ne ha per tutti: per chi comanda e per chi oppone, senza cercare consenso né degli uni né degli altri.
Il momento più alto della satira di Gesù è stata la risposta data a Pilato a conclusione della sua missione. “Allora Pilato gli disse: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù rispose: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce».” (Giovanni, 18, 37).
Qual è il lato satirico? Gesù lascia che Pilato lo definisca re. Gesù non lo contraddice per tranquillizzarlo: non è venuto per sostituirsi ai potenti sulla terra, né per comandare sugli uomini. Non è un competitor. Ma con la sua affermazione Gesù fa apparire Pilato, il potente di turno che rappresenta Cesare, un debole che compare davanti al tribunale della verità. Pilato solo dopo si accorge dell’operazione di capovolgimento compiuta da Cristo e da buon politico resta sorpreso da tanta intelligenza. Si sa che i regni della terra si combattono, il potere ha l’anima della guerra, si nutre di violenza. Gesù, invece, non ha assoldato mercenari, non ha arruolato eserciti, non è mai entrato nei palazzi dei potenti, se non da prigioniero.
Egli regna dal pretorio, stando, però, dalla parte dello sconfitto. Per questo in Lui non si trova alcuna colpa.
Gesù proclama che la discriminante tra il Suo Regno e quello rappresentato da Pilato è la verità che non è frutto di potere. In tal modo Egli ridicolizza il governo di Pilato (non la sua persona) e rivendica la verità che testimonia con l’annuncio fino alla crocifissione. Chi volesse interpretare queste parole in chiave politica verrebbe subito stroncato: la verità si rende palese nell’amore e il Regno di Cristo non appartiene a questo mondo. Pilato non va oltre; semplicemente non comprende quella verità pronunciata poiché le sue categorie mentali sono altre, rimanendo tuttavia sconcertato, ammirato e stupefatto.

La satira che si possa definire cristiana è dunque quella del debole che sfida il forte senza timore, ma sfidandolo lo ama. Provoca l’altro perché cambi. Non dissacra, non ridicolizza la persona, non usa la blasfemia, non è servile, non è vile… Sta dalla parte degli ultimi, è costruttiva, fa riflettere, aiuta ad aprire gli occhi.
Esattamente il contrario della miopia infantile di Charlie Hebdo.

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