Tommaso Campanella: il mondo è pieno di Dio

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Alessandro Benigni (Gennaio 1996)

Spazio bianco

Il Libro eterno

 

 

 

Uno dei nodi centrali di tutta la discussione teologico-politica campanelliana è costituito dal rapporto tra Dio e Natura (Mondo). La stessa struttura teoretica del discorso campanelliano è tutta mirata a coordinare la razionalità presente nella Natura alla buona organizzazione della società umana. Per ora, teniamo presente questo dato: Campanella sostiene in molti luoghi che Dio indirizza l’uomo attraverso la Natura, presentando in essa un codice naturale capace di rendere accessibili tutti i princìpi necessari alla salvezza e alla giusta organizzazione sociale. Ma che cosa rappresenta la Natura per il pensatore di Stilo?

Uno degli assunti fondamentali di questa ricerca è che Campanella esprime ancora – per molti aspetti – il sentire e il vedere del Rinascimento. Ricorderò allora che Guardini ha giustamente sottolineato che nel Rinascimento «il concetto di Natura esprime […] qualcosa di supremo, al di là del quale non si può risalire. […] Essa è il “Dio-natura” ed oggetto di religiosa venerazione. Viene lodata come creatrice, saggia e benigna. Essa è la “madre natura” a cui l’uomo si abbandona con confidenza assoluta. Ciò che è naturale è quindi sacro e religioso ad un tempo»[1].

Ma è possibile anche una seconda ipotesi. La Natura può essere concepita come una ripetizione finita, una immagine, della divina bontà. La natura rappresenta anche l’ombra di Dio. Se Plotino aveva colto l’aspetto deteriore di questa struttura metafisica, l’ermetismo aveva finito con il rivalutare a tal punto la natura da considerarla parte del divino. In quanto indicatrice e portatrice dell’immagine divina, anche la natura è non solo sacra, ma viva della vita di Dio. Più avanti approfondiremo adeguatamente questi concetti.

Per Campanella la Natura è il libro di Dio, un libro messo a disposizione dell’uomo al fine di garantirgli una rivelazione (appunto: naturale) più accessibile, una «legge di natura» chiara ed affidabile per tutti (indipendentemente da una successiva Rivelazione personale di Dio). In questa concezione, magia ed astrologia giocano evidentemente un ruolo di primo piano a livello gnoseologico, religioso (non a caso un intero libro della Theologia, il XIV, sarà significativamente intitolato Magia e grazia[2]) e politico. Da qui emerge il legame – per Campanella fondamentale – tra ars magico-astrologica e ars politica. Anche per lo Stilese, come già per Bruno, la magia rappresenta sia un metodo per accostarsi al divino sia un metodo per avvicinare e guidare le potenze della natura (che Dio ha messo a disposizione dell’uomo) sia un metodo per indagare il futuro, in vista di una premeditata azione politico-riformatrice. La renovatio mundi, tema fondamentale della filosofia politico-teologica campanelliana si basa appunto sulla fede per la magia naturale e per l’astrologia. Sempre non a caso Campanella sosterrà che «la più grande azione magica dell’uomo è dare leggi agli uomini»[3]. Ma andiamo con ordine.

Abbiamo prima soltanto sfiorato una delle immagini più belle della concezione naturalistico-cosmologica campanelliana: la Natura (Mondo) vista come libro di Dio. A tal proposito Eugenio Garin aveva sostenuto che «Il tema del liber experientiae, del “libro del mondo”, del “libro della natura”, del liber scriptus intus et foris, è costante nel Medioevo, da Giovanni Scoto Eriugena ad Alano di Lilla, da San Bonaventura a Raimondo di Sabunda. Nel Campanella, tuttavia, colpisce la precisa caratterizzazione dell’antico motivo:

 

Il mondo è il libro dove il Senno Eterno

Scrisse i propri concetti, e vivo tempio

Dove, piangendo i gesti e ‘l proprio esempio,

Di statue vive ornò l’imo e ‘l superno;

Perch’ogni spirito qui l’arte e ‘l governo

Leggere e contemplar, per non farsi empio,

Debba, e dir possa: – Io l’universo adempio

Dio contemplando a tutte cose interno[4].

 

Il libro, qui, rinvia all’altra immagine del teatro del mondo, della idea che il mondo offre e squaderna agli occhi del contemplante […]»[5]. Lo stesso Garin ricorda poi un altro passo, nel quale Campanella sostiene che «il mondo è libro e tempio di Dio, e […] in lui si deve leggere l’arte divina e imparare a vivere in privato e in pubblico e indirizzare ogni azione al Fattor del tutto»[6].

Certo Garin ha perfettamente ragione nel mettere in evidenza questa significativa analogia. Io credo però che il Campanella, pur conoscendo bene la tradizione medievale e la sua immagine del libro della natura, in questo caso risenta maggiormente dell’influenza dell’ermetismo, come già era successo per il suo confratello domenicano Giordano Bruno.

Un (a mio parere) evidente rincorrersi di temi e motivi che – opportunamente con-fusi con aspetti ortodossi della fede cattolica – caratterizza tutto l’arco della produzione campanelliana dovrebbe ampiamente confermare questa tesi.

Leggiamo infatti nel Del senso delle cose e della magia:

«Il mondo, dunque, tutto è senso e vita e anima e corpo, statua dell’Altissimo, fatta a sua gloria con potestà, senno e amore. Di nulla cosa si duole. Si fanno in lui tante morti e vite che servono alla sua gran vita. Muore in noi il pane, e si fa chilo, poi questo muore e si fa sangue, poi il sangue muore e si fa carne, nervo, ossa, spirito, seme, e pate varie morti e vite, dolori e voluttadi; ma alla vita nostra servono, e noi di ciò non ci dolemo, ma godemo. Così a tutto il mondo tutte cose son gaudio e servono, e ogni cosa è fatta per lo tutto e il tutto per Dio a sua gloria. Stanno come vermi dentro all’animale tutti gli animali dentro al mondo, nè si pensano ch’egli senta, come li vermi del nostro ventre non pensano che noi sentemo e abbiamo anima maggiore della loro, nè sono animati dalla comune anima beata del Mondo, ma ciascuno della propria, come li vermi in noi, che non han la mente nostra per anima, ma il proprio spirito […]. Il Mondo è statua, immagine, Tempio vivo di Dio, dove ha dipinto i suoi gesti e scritto li suoi concetti, l’ornò di vive statue, semplici in cielo, e miste e fiacche in terra; ma da tutte a Lui si cammina. Beato chi legge questo libro e impara da lui quello che le cose sono, e non dal suo proprio capriccio, e impara l’arte e il governo divino, e per conseguenza si fa a Dio simile e unanime, e con lui vede ch’ogni cosa è buona, e che il male è respettivo e maschera delle parti che rappresentano gioconda commedia al Creatore, e seco gode, ammira, legge, canta l’infinito, immortale Dio, Prima Possanza, Prima Sapienza e primo Amore, onde ogni potere, sapere e amore deriva et è e si conserva e muta, secondo li fini intesi dalla commune anima, che dal Creatore impara e l’arte del Creatore nelle cose innestata sente, e per quella ogni cosa al gran fine guida e muove, finché ogni cosa sarà fatta ogni cosa e mostrerà ad ogni altra cosa le bellezze dell’eterna idea»[7].

Campanella crede – non certo ingenuamente – di poter mimetizzare le proprie intenzioni rifacendosi a Santa Brigida, Sant’Antonio, San Bernardo e San Giovanni Crisostomo:

«Dio […] ci parla in due maniere, cioè o producendo le cose stesse o rivelando alla maniera umana, come fa il maestro con gli allievi. Quando Dio crea le cose, crea un codice vivo lo arricchisce, in modo che noi impariamo osservandolo; perció è stato detto da s. Brigida che il complesso delle cose, che noi chiamiamo mondo, fu una volta chiamato sapienza di Dio; s. Antonio e s. Bernardo e s. Giovanni Crisostomo chiamano il mondo codice di Dio; e invero è così, perché in esso Dio ha scritto tutti i suoi pensieri ed esprime la sua parola. Pertanto nulla vi è nel mondo che none esprima qualche cosa di nascosto come idea nella mente di Dio»[8].

E di seguito:

«Il dire e lo scrivere di Dio sono il suo produrre, mentre quello nostro è un chiarire quel che è un fare a mo’ di rappresentazione, come quando creiamo favole che esprimeremmo in maniera effettuale, se noi fossimo eguali a Dio. Noi leggiamo ed impariamo questo codice attraverso i sensi esterni; e da molte sensazioni si ha la memoria, che è conservazione di sensazioni anticipate; dalle memorie si ha l’esperienza. Constatando coi sensi che qualche cosa è spesso così, come che il rabarbaro purifica la bile in Pietro e in Martino, si dice di noi che abbiamo l’esperienza; da ciò otteniamo il principio dell’arte, che è l’accumulo di molte esperienze, ai fini di regole universali. Di queste diciamo che non sono mai vere, se non vengono convalidate dai sensi; e quando dimentichiamo o dubitiamo, ricorriamo di nuovo al senso, consultando il codice di Dio, per vedere se sia cosí, o no»[9].

Quindi (concetto che verrà ripreso nella introduzione della Metaphysica),

«Non ogni uomo […] è degno di fede, come non lo è il nostro occhio miope o giallo. Colui che non soffre quindi di passioni interne, come l’invidia, l’odio, l’ambizione, l’avarizia […] è idoneo a leggere […] il libro di Dio»[10].

Al lettore attento non sfuggirà certo che qui il Campanella non si sta affatto collegando (come vorrebbe far credere) a tematiche cattolico-ortodosse sulla purezza dell’anima e dei sensi, ma al De magia e al De vinculis dell’eretico confratello Giordano Bruno (che ovviamente lo Stilese si guarda bene dal nominare direttamente), dove si descrive la struttura della scala naturae e come il Mago debba liberarsi dei suoi vincoli interiori per poter vincolare a sé la Natura e gli uomini[11]. Esplicitamente, nel Proemio della Metafisica Campanella aveva chiarito che

«In altro modo parla Dio quando rivela ai suoi servi cose occulte, o sul piano naturale o sul piano soprannaturale, che il senso non conosce, se non in parte o debolmente, nelle cause o nei segni o negli effetti, e quando scopre i suoi arcani con una rivelazione al senso esterno o nell’interiore spirito o nella mente, che da lui abbiamo ricevuta; e tale sapienza non è opinativa, bensì testimoniante e assolutamente degna di fede»[12].

In questo modo lo Stilese mirava chiaramente ad elevare il senso interno (quell’intimo contatto con la Natura che in Bruno si era fortemente colorato di tinte magico-panteistiche) al rango di conoscenza certa, incontrovertibile, perché ottenuta da una comunicazione diretta con la scala dell’essere, con il dispiegarsi della divina Rivelazione. Questo, come abbiamo visto, crea dei problemi sul piano dell’oggettività di tale sapere:

«Che tale oracolo sia necessario alla perfezione del sapere anche nelle scienze riguardanti la natura, è stato insegnato non solo dalla scuola degli ebrei e dei cristiani e di tutti i legislatori, bensì da Pitagora, da Socrate e da Platone nel Timeo. Ma siccome moltissimi nel mondo si gloriano di aver ricevuto da Dio la religione e la rivelazione, come Mosè, Davide e i profeti che lo seguono, gli Apostoli di Cristo, Minosse, Numa, Maometto, Amida, Zamolxide, Simon Mago ed altri, conseguentemente occorre vedere a chi fra essi si debba prestar fede. Evidentemente, chi è inviato da filosofi ha note filosofiche, mentre chi è inviato da Dio ha note divine. Giacché fra essi alcuni vengono ingannati dal diavolo e insieme sono ingannatori, come Maometto; altri ingannano e non sono ingannati, come Pitagora e Zamolxide e forse Numa, in quanto finsero di godere del colloquio con gli dèi, affinché le loro leggi fossero venerabili per i popoli; altri poi non sono ne ingannati né ingannatori, bensì legati di Dio; se infatti Dio esiste ed ha cura degli uomini, necessariamente egli dà ad essi la legge e i profeti, senza di cui la vita umana (come attestano Socrate e Salomone) fluttuerebbe nell’incertezza; essi ricevono da Dio segni miracolosi soprannaturali, che gli altri uomini e la natura stessa non possono compiere, sibbene solo Dio. Considera in essi: 1) se sono da magia divina o naturale o diabolica, come esamineremo; 2) Dio dà il sigillo che è il martirio: se l’inviato infatti ritiene ciò che predica profezia, e su di essa esamineremo se ciò che essa predice si verifichi, e se sia divina o naturale o diabolica […]»[13].

Campanella mescola abilmente le carte: a volte – quando crede che sia più opportuno un ragionato e calibrato atteggiamento di prudenza – non lascia trasparire immediatamente il suo pensiero. Così ripeterà questo atteggiamento simulando la pazzia ed evitando la fine sul rogo (quella stessa fine che Bruno non seppe o non volle evitare). Ma al lettore esperto ed interessato a questi temi non doveva certo sfuggire il rinvio alle tematiche bruniane sulla suddivisione delle arti magiche (del resto comunemente accettate in alcuni circoli intellettuali fino a Settecento inoltrato)[14]. Anche l’immagine del libro-Natura, così come quella del Mondo-statua di Dio, adottata sia dal Bruno che dal Campanella, è per molti aspetti identica a quella caratteristica dell’ermetismo[15]. Una delle prime conseguenze di questa concezione è il contatto diretto dell’uomo con Dio che la Natura permette e facilita, ed una più o meno radicale divinizzazione dell’uomo e del creato. Ulteriori momenti sono la credenza nell’immortalità dell’anima umana e di tutti gli esseri (tutti viventi, essendo il mondo stesso un grande animale dotato di senso, sentimento e anima). Mentre per Bruno la divinizzazione dell’uomo si ottiene soprattutto per una presa di coscienza, tutta interiore, per una sorta di intima unione con l’Essere che la Natura sprigiona, per Campanella l’uomo riscopre il suo essere divino, la sua divina dignità, solo ri-conoscendo Dio attraverso la Natura e modificando quindi il Mondo (e la società umana che vive in esso) seguendo le indicazioni divine (che il Mondo stesso contiene, in un codice naturale che solo il Mago-filosofo può decifrare e sottomettere con il consenso divino).

Entrambe queste concezioni, bruniana e campanelliana, non sono altro che due conseguenze, diverse e simili al tempo stesso, dei presupposti teoretici dell’ermetismo.

Nel Corpus Hermeticum, tradotto ed introdotto nei circoli filosofici italiani da Ficino, ad un certo punto la Mens, rivolgendosi ad Ermete, asserisce che «Tutto è pieno di anima, e tutte le cose sono in movimento». È questo il nocciolo centrale della credenza ermetica, che permetterà al Campanella di coordinare, per quanto possibile, cristianesimo e magia.

Nel Corpus Hermeticum, ad Ermete (si tratta ovviamente dell’Ermete Trismegisto della tradizione Rinascimentale) che domanda «Chi ha creato queste cose?» la Mens risponde:

«Il Dio-Uno, perché Dio è Uno. Tu vedi come il mondo è sempre uno, il sole, uno; la luna, una; la divina attività, una; anche Dio è Uno. E poiché tutto vive, e anche la vita è una, Dio certamente è Uno».

Risposta dalle forti tinte neoplatoniche, che, proseguendo, si fa via via più interessante, presentando diversi spunti eraclitei ai quali attingerà anche e soprattutto il Bruno:

«[…] È per opera di Dio che tutte le cose vengono in essere. La morte non è la distruzione degli elementi collegati in un corpo, ma la rottura della loro unione. Il mutamento si chiama morte perché il corpo si dissolve, ma io ti dichiaro, mio caro Ermete, che così si dissolvono sono soltanto trasformati»[16].

Il passo viene poi ripetuto, ampliato, nel dialogo successivo del Corpus Hermeticum, il XII:

«L’intelletto, o Tat, deriva dalla sostanza stessa di Dio […]. Anche il mondo è un dio, immagine di un dio più grande. Unito a questo, e osservante l’ordine e la volontà del Padre, esso è la totalità della vita [corsivo mio]. Non c’è niente in esso, per tutta la durata del ritorno ciclico [corsivo mio] voluto dal Padre, che non sia vivo. Il Padre ha voluto che il mondo viva fin quando conservi la sua coesione: dunque, il mondo è necessariamente dio. Come può essere, allora, che in ciò che è dio, che è l’immagine del Tutto, ci siano cose morte? Infatti la morte è corruzione, la corruzione è distruzione, ed è impossibile che alcunché di Dio possa essere distrutto.

Ma non muoiono nel mondo gli esseri viventi, o Padre, sebbene siano parte del mondo?

Taci, figlio mio, perché tu sei indotto in errore dalla denominazione del fenomeno. Gli esseri viventi non muoiono, ma, essendo corpi composti, si dissolvono; e questa non è morte, ma la dissoluzione di un miscuglio. Se si dissolvono non è per andare incontro alla distruzione ma a un rinnovamento. Che cos’è infatti l’energia della vita? Non è movimento? E che cosa c’è nel mondo che sia immobile?

Niente.

Ma almeno la terra non sembra immobile?

No. Al contrario, sola fra tutti gli esseri essa è soggetta ad una moltitudine di movimenti, ed è insieme stabile. Sarebbe assurdo supporre che questa nutrice di tutti gli esseri sia immobile, essa che dà nascita a tutte le cose, perché senza movimento è impossibile generare. Tutto ciò che è nel mondo, senza eccezione, si muove, e ciò che si muove è anche vivo. Contempla dunque il bel sistema del mondo, e vedi che è vivo, che tutta la materia è piena di vita [corsivo mio].

Nella materia c’è dunque Dio, Padre?

E dove potrebbe essere posta la materia, se esistesse al di fuori di Dio? […] Le energie che operano in essa sono parti di Dio. Sia che tu parli di materia, o di corpi, o di sostanza, sappi che queste sono energie di Dio, di Dio che è il Tutto. Nel Tutto non c’è niente che non sia Dio. Adora queste parole, figlio mio, e rendi ad essa culto»[17].

Grazie alle traduzioni di Marsilio Ficino (fondatore dell’Accademia platonica fiorentina) e ai dotti bizantini che portarono in Italia, alla fine del XV secolo, testi neoplatonici poco noti o del tutto sconosciuti, le tematiche esoteriche ebbero una notevole diffusione, il cui riflesso è percepibile anche nella letteratura e nelle arti figurative. I filosofi (ma anche molti religiosi) rinascimentali ritenevano che esistesse un’ininterrotta tradizione di pensiero (appunto religioso e filosofico), inaugurata da Ermete Trismegisto (il mitico Thot, divinità egiziana) in un imprecisato periodo dell’antichità egizia e fatta propria in epoche diverse da pensatori ispirati quali Orfeo, Mosè, Pitagora, Platone, Plotino, Giamblico, etc.[18].

  1. Scalici ha opportunamente ricordato che «I punti salienti di tale tradizione possono essere così sintetizzati:

– assoluta perfezione del principio divino (alcuni trattati ermetici insistono sulla sua trascendenza; altri offrono una visione di tipo panteistico);

– cosmo inteso quale esplicazione, in forme visibili, della divinità;

– esistenza di un’Anima del mondo capace di vivificare, organizzandola, la materia, e di determinare il divenire degli enti, le loro trasformazioni, le loro interazioni; caduta dell’uomo da una situazione originaria di perfezione;

– primato dell’anima individuale sulla materia del corpo;

– agire umano finalizzato al ritorno presso la sfera divina»[19].

Scalici ricorda anche che «Questi temi, secondo il Ficino, non sono antitetici al pensiero cristiano, il quale, anzi, rappresenterebbe l’autentico compimento della tradizione ermetica. Lo stesso Campanella, anche sulla base di questo precedente, si riteneva un pensatore ortodosso, facendo per giunta proprie tesi e metodologie riconducibili alla Magia ed all’Astrologia»[20].

Queste discipline, operanti come – per usare l’espressione di Garin[21] – «rigoglioso sottobosco» rispetto alla più raffinata teologia neoplatonica, ne rappresentavano il momento pratico-operativo: tutto è animato; esiste una precisa corrispondenza fra il Macrocosmo – l’universo – e il Microcosmo – l’uomo – il quale, attraverso determinati riti e operazioni può volgere a proprio favore le leggi della Natura. L’uomo, dunque, è parte organicamente collegata al tutto cosmico che è armonia e bellezza, come andavano sostenendo, in età rinascimentale, filosofi, letterati, artisti ed anche uomini di scienza. Sarà proprio la centralità di questa concezione a permettere al Campanella di sostenere la necessità di una conoscenza naturale in campo politico, e a rendere inaccettabile il preteso ridimensionamento della Città del Sole (sostenuto da molti critici) ad esperimento fantasioso-letterario. Campanella credeva e continuò a credere fino alla fine dei suoi giorni nella intima corrispondenza fra Macro e microcosmo, nella magia e nell’astrologia. Non bisogna dimenticare che l’ultimo suo scritto è appunto costituito da una predizione basata sull’astrologia[22].

Ora è importante rilevare che il concetto di corrispondenza tra Macro e microcosmo si fonda in ultima analisi sull’armonia e sulla scala naturale: le rivoluzioni planetarie e le grandi congiunzioni fanno parte di questa armonia e legge eterna, rendono possibile una ascesa naturale ed un avvicinamento a Dio. Per Campanella – come per Bruno e gli ermetici – le vicende terrene sono dominate da influssi astrali e segni celesti. Pur non negando la presenza nell’uomo del libero arbitrio, Campanella sostiene che

«Non ci è uomo sì grosso in terra che non si accorga che la generazione, la corrozione, le stagioni dell’anno, i mutamenti dell’aria, del mare e della terra, vengono dalli due luminari e dalle stelle […] è forza dire che nelle stelle Dio pose le leggi e ordini di quanto avviene tra le creature corporali. Dunque, quelle cose che si mutano, e noi l’attribuiamo alle cause di qua giù, non si devono a queste solo attribuire, ma più alle cause celesti prima, e poi all’altre e a tutto il concorso del mondo e consenso suo universale»[23].

In realtà nelle opere del Campanella le tematiche ermetiche emergono quasi ovunque (grazie anche alla loro affinità con le dottrina cristiana, che lo Stilese di fatto non volle mai completamente abbandonare). Così, ad esempio, nelle Poesie Filosofiche, troviamo il Madrigale n. 5, nel quale si legge:

 

Come le piante al suolo; i pesci all’acque,

le fiere all’aria e li splendori al sole

han sì continovate[24]

le vite, che, staccate,

si svanisce il vigor, riman la mole[25]:

così al Senno Primo unito nacque,

come è bisogno e quanto

per conservarsi, ogn’ente

con più o manco luce;

e, da lui svélto, ignora, muore e mente:

né si anullando e variando manto[26],

quel che può, si riduce[27],

come ogni caldo al sole, al Senno santo[28].

 

 

Commentando e spiegando questa sua poesia, lo Stilese aggiunge:

«Tutti gli enti sono uniti al Primo Ente [corsivo mio], come gli splendori al sole, però tanto quanto bisogna a loro il senso per vivere: onde più e meno luce ricevono; e, da quella staccati, divengon bugiardi, ignoranti e annicchilati nell’esser ch’e’ hanno; e, quando muoiono, non s’annullano, ma variano forma, e sempre si riducono all’essere, ché fuor dell’essere non possono andare [corsivo mio]. E, come il calor torna al sole, così il sapere d’ogni ente contende tornar al Primo Senno, onde deriva. Quis intelliget[29].

L’unione a Dio (il Primo Ente) è naturalmente possibile solo in virtù della catena dell’essere, della scala naturae di bruniana memoria. Non è possibile non notare una fortissima analogia concettuale e formale con il passo sopra ricordato, tratto dal Corpus Hermeticum. Ma anche nel Sonetto intitolato Del Mondo e sue parti[30] viene ripresa la stessa immagine:

 

Il mondo è un animal grande e perfetto,

statua di Dio, che Dio lauda e simiglia:

noi siam vermi imperfetti e vil famiglia,

ch’intra[31] il suo ventre abbiam vita e ricetto.

Se ignoriamo il suo amor e ‘l suo intelletto,

ne il verme[32] del mio ventre s’assottiglia[33]

a saper me, ma a farmi mal s’ appiglia:

dunque bisogna andar con gran rispetto.

Siam poi alla terra, ch’è un grande animale

dentro al massimo[34], noi come pidocchi

al corpo nostro, e però[35] ci fan male

Superba gente, meco alzate gli occhi

e misurate quanto ogn’ ente vale:

quinci imparate che parte a voi tocchi.

 

«In questo sonetto – spiega il Campanella – [si] dichiara che l’uomo sia, come il verme nel nostro ventre, dentro il ventre del mondo; e alla terra, come i pidocchi alla nostra testa; e però non conosciamo che ‘l mondo ha anima e amore, come i vermi e gli pidocchi non conoscono per la piccolezza loro il nostro animo e senso; e però ci fan male senza rispetto. Però ammonisce gli uomini ch’e’ vivano con rispetto dentro il mondo, e riconoscano il Senno universale e la propria bassezza, e non si tengano tanto superbi, sapendo quanto piccole bestiuole e sono»[36].

L’eracliteo divenire si traduce qui in un concetto di morte profondamente estraneo a quello del cristianesimo. Come per Bruno, per Campanella non è possibile uscire dalla catena dell’Essere, da Dio (perché altrimenti Dio sarebbe limitato dal non-essere, e non sarebbe quindi infinito). Ovviamente questo concetto crea dei problemi per l’affermazione della trascendenza di Dio. Trascendenza per altro affermata saldamente dallo Stilese in molti luoghi. Anche questo è un segno della difficoltà contro cui si batte Campanella nel suo tentativo di conciliare ermetismo e cristianesimo per offrire solide basi concettuali alla rennovazion del secolo.

L’unica possibilità è – secondo l’insegnamento di Ermete Trismegisto – che la morte sia apparente, almeno nel mondo corporeo. L’ironico «Quis intelliget?», lasciato come sospesa conclusione alla fine del commento al Madrigale n. 5, potrebbe forse significare un esoterico indicibile, indicare un messaggio nascosto. Può darsi – mi si conceda questa ipotesi – che il Campanella non abbia voluto chiaramente esprimere per scritto l’idea del divenire (infinito): «Tutti gli enti sono uniti al Primo Ente…». Esplicitamente, Campanella sembra non voler affrontare il problema. Ma come è possibile che tutti gli Enti siano uniti a Dio? E come si può dare una tale catena al di fuori della infinità? Sono domande alle quali il Campanella non vuole o non riesce a dare il peso dovuto (come invece aveva fatto Giordano Bruno, optando per una radicale infinitizzazione dell’universo).

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[1]R. Guardini, La fine dell’epoca moderna, Morcelliana, Brescia, 1984, pp. 40-41.

[2]Magia e grazia – Inediti – Theologicorum Liber XIV (a cura di R. Amerio), Istituto di Studi Filosofici, Roma, 1957.

[3]Del senso delle cose e della magia, a cura di A. Bruers, Laterza, Bari, 1925, p. 318.

[4]T. Campanella, Tutte le opere, ed. Firpo, I, Milano, 1954, p. 18 (Cfr. Le poesie, ed. Gentile, Firenze, 1939, p. 30, n. 1).

[5]E. Garin, La cultura filosofica del Rinascimento italiano, Bompiani, Milano, 1994, p. 452.

[6]T. Campanella, Tutte le opere, ed. Firpo, I, Milano, 1954, p. 14.

[7]Del senso delle cose e della magia, a cura di A. Bruers, Laterza, Bari, 1925, pp. 330-331. Cfr. anche Tommaso Campanella, a cura di G. Di Napoli, in «Grande Antologia Filosofica Marzorati», pp. 1489-1490.

[8]T. Campanella, Metafisica, op. cit. p. 79.

[9]T. Campanella, Metafisica, op. cit. p. 81.

[10]T. Campanella, Metafisica, op. cit. p. 83.

[11]Cfr. G. Bruno, De Magia e De vinculis in genere, a cura di Albano Biondi, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, 1986.

[12]T. Campanella, Metafisica, op. cit. pp. 85-87.

[13]T. Campanella, Metafisica, op. cit. p. 87.

[14]Nel De magia Bruno aveva specificato che «Prima di trattare della magia, come di qualunque altro soggetto, è necessario suddividere i significati del nome; infatti ci sono tanti significati di “magia” quanti tipi di maghi. “Mago” va inteso in primo luogo come sapiente: tali erano i Trismegisti in Egitto, i Druidi presso i galli, i Gimnosofisti in India, i Cabalisti presso gli ebrei, i Maghi in Persia (che provenivano da Zoroastro) , i Sofisti in Grecia, i Sapienti presso i latini. In secondo luogo “mago” è assunto come qualcuno che compie cose ammirevoli con la sola applicazione degli attivi e dei passivi, come avviene nella medicina e nella chimica, a seconda del genere; e questa è la magia naturale comunemente intesa. In terzo luogo è magia quando accompagnano l’operazione circostanze tali che ne risultano opere di natura o intelligenza superiore, atte a suscitare l’ammirazione con l’apparenza; e questa è la specie che viene chiamata magia prestigiatoria. In quarto luogo è quella che viene dalla capacità di antipatia e simpatia delle cose, ad esempio da quelle che respingono, trasformano ed attraggono […]. In quinto luogo e quando a queste capacità si aggiungono parole, canti, calcoli di numeri e di tempi, immagini, figure, sigilli, caratteri o lettere; anche questa è magia, intermedia fra quella naturale e quella extra- o sovrannaturale, che si designerebbe propriamente come magia matematica e più adeguatamente ancora col nome di filosofia occulta. In sesto luogo si ha magia se al genere descritto si aggiunge il culto o l’ invocazione di intelligenze ed efficienti esterni o superiori, con preghiere, consacrazioni, incensi, sacrifici, determinati comportamenti e cerimonie indirizzati a Dei, demoni ed eroi; accadendo ciò a volte al fine di concentrare lo spirito in se stesso, [in modo da divenirne] il contenitore e lo strumento, così da apparire sapiente […]. E questa magia è trasnaturale o metafisica, e si chiama, propriamente, teurgia […]» (G. Bruno, De Magia e De vinculis in genere, a cura di Albano Biondi, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, 1986, pp. 5-7).

[15]Cfr. A. Benigni, Il concetto di Infinito nei Dialoghi metafisici di Giordano Bruno, Parma, 1994.

[16]Corpus Hermeticum, Paris, 1945 et 1954. Vol I, XI, p. 147-57, texte établi par A.D. Nock et traduit par A.J. Festugière, pp. 147-57; Marsilio Ficino, Opera omnia, Basiela, 1576 (due volumi con numerazione progressiva), pp. 1850-2 (Tutto il brano e le indicazioni bibliografiche sono state tratte da F. YATES, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, Bari, 1992, p. 45).

[17]Ibidem. Cfr. anche A. Benigni, Il concetto di Infinito nei Dialoghi metafisici di Giordano Bruno, Parma, 1994, p. 51 e seguenti.

[18]Cfr. a questo proposito il bel paragrafo di introduzione a La “Città del Sole” di Campanella e il pensiero utopistico fra Cinquecento e Seicento, a cura di G. Scalici, op. cit.

[19]Cfr. La “Città del Sole” di Campanella e il pensiero utopistico fra Cinquecento e Seicento, a cura di G. Scalici, op. cit. pp. 16-17.

[20]La “Città del Sole” di Campanella e il pensiero utopistico fra Cinquecento e Seicento, a cura di G. Scalici, op. cit. 17.

[21]Cfr. E. Garin, Lo zodiaco della vita, Laterza, Roma-Bari, 1982, p. 60; e Medioevo e Rinascimento, Laterza, Bari 1973, p. 160.

[22]A questo proposito Gernmana Ernst ha ricordato che «Nel gennaio del 1639 [veniva] data alle stampe – ultima composizione poetica campanelliana – l’Ecloga latina scritta in occasione della sospirata nascita del Delfino di Francia, il futuro Luigi XIV. Già il titolo, con l’allusione alla ‘mirabile natività’ e ai vaticini che ad essa fanno riferimento, ci avverte che la Musa ispiratrice dell’autore attinge largamente a due fonti a lui particolarmente care: l’astrologia e la profezia. Secondo una testimonianza contemporanea, all’indomani del felice evento Campanella sarebbe stato convocato alla corte e su richiesta della regina avrebbe compilato il tema di nascita del Delfino, ricavandone uno stringato, ma acuto pronostico: “Il bambino sarà lussurioso come Enrico IV, e molto superbo. Regnerà a lungo, anche se con durezza, ma felicemente; la fine sarà infelice, e ci sarà una grande confusione nella religione e nel regno”. La successiva Ecloga – prosegue la Ernst – si viene così a configurare come la traduzione poetica di un vero e proprio oroscopo, e ciò risulta particolarmente evidente nella seconda parte del carme, in cui l’autore, dopo aver tratteggiato a grandi linee le caratteristiche fisiche e spirituali del futuro sovrano, ne prospetta le tappe fondamentali della vita, dal matrimonio alle vittorie militari alla riunificazione religiosa, alla luce delle direzioni planetarie più significative. Al motivo astrologico si salda strettamente quello profetico. Prefigurato dalle stelle e da una lunga sequela di vaticini, questi è l’eroe destinato a dar compimento alle più appassionate aspettative di un generale rinnovamento politico e religioso, a realizzare il secolo d’oro [corsivo mio] e a edificare la città del sole, in cui, cacciate le frodi, l’empietà e la tirannia, potranno infine regnare la giustizia e l’amore comune […]. Non stupisce – sottolinea giustamente Germana Ernst – che negli ultimi versi campanelliani, accanto ai convincimenti più tenaci e ai temi più cari, siano presenti motivi astrologici, che costituiscono la nervatura stessa dell’Ecloga. L’attenzione per l’astrologia è infatti una costante nelle opere di Campanella, che dopo giovanili posizioni di scetticisrno assai vicine a quelle dell’ultimo Pico, si accostò con profondo interesse a tali dottrine, cercando di separarne gli aspetti conformi alla natura e all’esperienza da quelli più compromessi con la ‘superstizione’ degli Arabi» (G. Ernst, Religione, Ragione e Natura. Ricerche su Tommaso Campanella e il tardo Rinascimento,., pp. 19-20).

[23]T. Campanella, Del senso delle cose e della magia, cit., IV, p. 19.

[24]continovate: legate.

[25]la mole: la materia.

[26]e non annullandosi, ma mutando il manto, l’aspetto esterno.

[27]si riduce: ritorna.

[28]Opere Letterarie di Tommaso Campanella, a cura di Lina Bolzoni, Utet, Torino, p. 135.

[29]Opere Letterarie di Tommaso Campanella, a cura di Lina Bolzoni, Utet, Torino, p. 135.

[30]Opere Letterarie di Tommaso Campanella, a cura di Lina Bolzoni, Utet, Torino, p. 109. Le note sono a cura di L. Bolzoni.

[31]intra: (lat.) dentro – ricetto: riparo, dimora.

[32]Se ignoriamo che il mondo è dotato di senso e di amore, siamo come il verme che…

[33]s’assottiglia: si sforza, si impegna.

[34]al massimo: al più grande animale che è il mondo.

[35]e però: per questo, perché non ci conoscono.

[36]Opere Letterarie di Tommaso Campanella, a cura di Lina Bolzoni, Utet, Torino, p. 109.

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