Bonaventura versus Rorty, o sul fondamento della verità

ferroni

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Riprendiamo un interessante intervento di Giorgio Masiero sul tema della verità, apparso su Critica Scientifica di Enzo Pennetta il 14 Gennaio 2017.


 

 

A 800 anni dalla nascita di S. Bonaventura da Bagnoregio, ripassiamo una lezione di filosofia del grande maestro medievale

 

 

Viene prima l’essenza o l’esistenza? Questa è la grande domanda. Nell’800° anniversario della nascita di S. Bonaventura (1217-1274) mi sono riletto due libretti di questo teologo, essendo passati molti anni da quando studiai al liceo il suo approccio al dogma cristiano della Trinità e la sua reinterpretazione dell’argomento ontologico di Anselmo d’Aosta. Bonaventura visse in tempi straordinari, di grandi rivolgimenti. Stavano emergendo allora gli stati che avrebbero dominato il teatro europeo e col colonialismo anche il resto del mondo per 7 secoli. Era l’epoca della rinascita delle città e della nascita dell’economia di mercato, con una prima finanza internazionale inventata e gestita dai mercanti italiani. Dopo mille anni, le classi laiche urbane tornavano ad esser centri di dinamismo nella vita sociale. Nel campo scientifico, la scoperta dell’intero corpus aristotelico sfidava il sapere tradizionale con nuovi, potenti concetti che avrebbero rivoluzionato lo studio delle arti del trivio e del quadrivio. Erano i vagiti del mondo moderno.

Bonaventura fu, con l’amico e collega all’università di Parigi Tommaso d’Aquino, uno dei protagonisti politici, culturali e religiosi dell’epoca. Davanti all’offerta di mille prospettive, che poi significa assenza di prospettive certe, Bonaventura riconobbe un solo punto fermo dove fondare la sua sintesi magistrale di metafisica greca e teologia cristiana: la centralità di Cristo, “nel quale tutte le cose sono state create” (Giovanni, 1.3) ed “attraverso il quale tutte le cose ritorneranno al Padre” (I Corinti, 3.21-23; 15.28). È una semplice legge fisica: se un punto è il centro d’un sistema – Cristo di tutta la realtà, secondo la Scrittura –, allora solo da quel punto di prospettiva si può comprendere il sistema nel suo dinamismo. Poiché noi uomini siamo intelletti incarnati in dati domini di spazio e di tempo, siamo inclini ad illusioni di prospettiva che ci portano ad errori di scala nei giudizi. Se teniamo una penna vicina alla faccia, una montagna o un palazzo distanti ci appariranno più piccoli della penna; se ci muoviamo per nave in un giorno di bonaccia, ci pare che sia la terraferma a muoversi all’indietro. La nostra natura caduta, che seguendo Agostino Bonaventura descrive come un ricurvarsi su noi stessi, esacerba e maschera queste illusioni di scala e di movimento.

Tra le riflessioni di Bonaventura si trova la seguente: “È insito nell’anima l’odio della falsità [1]; ma ogni odio nasce dall’amore [2], perciò è molto più radicato nell’anima l’amore della verità [3] e specialmente di quella verità per la quale l’anima è stata fatta [4]” (De mysterio trinitatis). Ho evidenziato con i numeri da 1 a 4 i passaggi logici con cui, come per i gradini di una scala, Bonaventura ci facilita l’ascesa verso il traguardo della sua tesi: su Dio soltanto, “quella verità per la quale l’anima è stata fatta”, si fonda la verità. Quel “per la quale” è complemento di causa e allo stesso tempo di fine, indica la Causa efficiente all’origine dell’anima umana e la Causa finale cui essa per natura tende. La tesi non è tanto l’esistenza di Dio, che per Bonaventura si acquisisce indirettamente dallo “splendore delle cose” e direttamente “quando ci volgiamo alla nostra anima” che di Dio è immagine (“Itinerarium mentis in Deum”), ma piuttosto l’equivalenza tra esistenza di Dio ed esistenza della verità. È un sillogismo stringente, contro il quale l’ateismo può opporre solo la tesi opposta: il relativismo, ovvero l’assenza di ogni verità.

Nella ricerca d’una conoscenza sicura, vera, Bonaventura parte dalla realtà dell’amore insito nell’anima umana, perché noi uomini da ragionatori siamo meno sicuri di ciò che sappiamo di quanto da amanti siamo fedeli a ciò in cui crediamo. Dopo, solo dopo aver scelto l’oggetto da amare, ci mettiamo a speculareper giustificare, perché chi crede per amore cerca anche ragioni che lo confermino nella sua fede. Che cosa c’è di più dolce che capire ciò che si ama? Così la filo-sofia (che è amore-di-sapere) nasce dal bisogno del cuore di gioire più pienamente, insieme all’intelletto, degli oggetti della propria fede.

Uno dei filosofi più rappresentativi del nostro tempo, Richard Rorty (1931-2007), conferma col modus tollens, vale a dire rovesciandolo, il ragionamento di Bonaventura: dall’assunzione dell’inesistenza di Dio deriva l’insignificanza della verità e l’impossibilità della conoscenza. Per Rorty, “la verità è semplicemente il complimento tributato ad una frase che si sia dimostrata utile”. La filosofia, la politica, l’etica, tutte le scienze? Solo storytelling, arti per coprire i “miti” che gli uomini si danno in ogni epoca ai loro scopi utilitari.

Questo pensatore americano va preso sul serio, anche quando sembra schiantarsi sui suoi paradossi. 20 anni fa, in pieno boom economico, in un mondo a totale egemonia USA per il quale i politologi e gli economisti annunciavano da pannelli computerizzati la fine della storia, Rorty previde l’avvento di un Trump a capo del declinante Impero: “I membri dei sindacati e i manovali non organizzati si renderanno conto prima o poi che il loro governo non solo non cerca di fermare la caduta dei salari, ma nemmeno di frenare l’esportazione dei posti di lavoro all’estero. Capiranno pure che tassare di più i colletti bianchi – anche questi disperati di perdere il loro tenore di vita – non porterà benefici sociali a nessuno. A quel punto, qualcosa si spezzerà. L’elettorato urbano deciderà che il sistema è fallito e comincerà a guardarsi intorno in cerca di un uomo forte da votare, di qualcuno disposto a garantire che, una volta eletto, caccerà i burocrati compiacenti, gli avvocati azzeccagarbugli, i venditori strapagati di titoli e i professori postmoderni” (“Achieving Our Country”, 1998). Rorty era un uomo della sinistra americana, ma criticava il partito democratico “per esser passato dal pragmatismo alla teoria”. Naturalmente nessuno da quelle parti politiche lo ascoltò…, anche perché “non aveva soluzioni da offrire”, lo accusò il New York Times, che dell’establishment liberal-democratico globale è un think tank. Ed era la pura verità: Rorty non aveva controproposte, tanto che arrivò a dire che anche l’uomo forte, una volta arrivato al potere, non avrebbe fatto che peggiorare la situazione “venendo velocemente a patti con i superricchi internazionali”.

Né l’antiteorico Rorty avrebbe mai potuto avanzare controproposte: “Non esiste un modo di fondare la conoscenza”, aveva insegnato per mezzo secolo ai suoi studenti. La verità come specchio mentale della realtà? Un’illusione dell’io: non esiste nessuno specchio della cosa nella mente – la scolastica adaequatio rei et intellectus –, aveva predicato dalla sua cattedra a Stanford. In Occidente i filosofi a lui consonanti oggi dicono: esiste solo il vuoto. Rorty fu il gran sacerdote degli attuali relativismo e nichilismo, cresciuti nel secolo breve dalle ceneri di due guerre mondiali procurate dall’Europa e dal fallimento delle due grandi – “totalitarie” – opposte ideologie nate nel suo grembo. Una filosofia dolce quella di Rorty, compassionevole e tollerante. Un pensiero debole, senza alcuna visione di futuro.

Nel XXI secolo, con l’emergere di modelli culturali nell’Est e nel Sud del mondo aventi forti proiezioni nel futuro, la situazione dei seguaci di Rorty nell’Ovest è entrata in un vicolo cieco: avendo dichiarato impotente l’intelletto, sono ricaduti ironicamente nel fideismo. Essi devono pur scegliere un posto dove poggiare i piedi. Per la scelta del posto possono addurre una spiegazione o un’altra, ma non possono dire che la spiegazione addotta è razionale, per la semplice ragione che la negazione di ogni connessione razionale tra la mente e la realtà è l’assunzione centrale del loro credo. Per essi esiste solo, “fino in fondo”, la contingenza, che – come dice la parola – non promette soluzioni né stabili né universali. La scelta relativista quindi, non è una costruzione dell’intelletto, né una decisione della libertà (“La libertà è solo il riconoscimento della contingenza”, ecco un’altra assunzione di Rorty fatta propria dai neuro-riduzionisti che si fanno passare per scienziati), ma una preferenza casuale e infondata, lo specchio perfetto d’una visione della natura accidentale e irrazionale fino in fondo. Questo punto di vista depriva il relativismo contemporaneo delle certezze del vecchio razionalismo, che dall’illuminismo settecentesco al positivismo ottocentesco al fisicalismo novecentesco ha guidato per secoli in Occidente l’opposizione alla religione. Questi ismi potevano ancora pretendere di guardare dall’alto della torre della “ragion pura” i credenti in basso, che s’inducono a fare le scelte di vita sulla base della fede; oggi invece, quando il relativismo deride i credenti, i risolini gli ritornano indietro nel momento in cui si professa infondato.

 

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In apparenza, il relativista e il credente si appoggiano sullo stesso terreno, anzi sulla stessa mancanza di terreno. Ma c’è l’impeto della vita ad obbligare tutti ad una scelta. E qui scatta la differenza. Il relativista non può rivendicare per sé la dignità d’una decisione razionale, perché ciò che fa si riduce ad una scelta arbitraria dell’io contingente e condizionato. Nella tradizione cristiana, al contrario, la decisione di fede implica un riferimento della libera volontà alla realtà “del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili” (“Simbolo degli Apostoli”). La decisione di fede è pregna di ragione “dal Principio” e perciò di verità. Il credente si consegna all’Intelletto creatore del mondo e al mondo così come fatto da Lui, in quel racconto intelligibile che è l’economia della salvezza.

Non c’è nulla nel profondo di noi, eccetto ciò che noi stessi vi mettiamo”, insegnava Rorty. Esatto, se Dio non c’è: tutto ciò che rimane allora è una proiezione labile del labile flusso della coscienza, in continua mutazione meteorologica. Sartre l’aveva chiarito prima di Rorty nel 1945, quando aveva dedotto l’inesistenza di Dio dal principio “l’esistenza precede l’essenza”. L’essenza è ciò che definisce un’entità qualsiasi, una pietra, una rosa, un uomo o una donna. “L’uomo prima di tutto esiste”, aveva proclamato Sartre, “incontra sé, cresce in questo mondo … e solo più tardi definisce ciò che vuole essere … Comincia da nulla e nulla è fino a quando diventerà ciò che vorrà di sé. Non c’è nessuna natura umana, perché non c’è nessun Dio a concepirla” (“L’esistenzialismo è un umanismo”, grassetto mio).

Dalla visione per cui non esiste una natura umana specifica, per cui ogni umano nasce come “nulla” e si auto-progetta “solo più tardi per definirsi ciò che vuol essere”, conseguono la fluidità LGBT del genere o l’equiparazione del matrimonio ad ogni unione d’amore o la legittimità dell’aborto, della pedofilia ed anche dell’infanticidio e della soppressione delle persone meno abili o non più produttive, ecc., ecc. Caduta ogni verità anche nella scienza sperimentale, che oggi è salvata solo come tecnica, il conflitto che i vecchi ismi collocavano tra scienza e fede si è spostato al livello metafisico sull’essenza dell’uomo: l’umanesimo liquido di oggi postula l’ateismo, perché non ammette alcuna legge a priori, né morale (vietato vietare!) né fisica (i molti mondi della cosmologia), né alcuna scala di valori cui la condizione umana sia vincolata per natura.

Dio e la libertà assoluta necessaria a determinare la propria essenza non possono coesistere [1]; gli umani sono liberi di fare ciò che vogliono di sé [2]; quindi Dio non esiste [3]: la visione casuale del relativista è la copia negativa della concezione causale di Bonaventura. Bonaventura, con gli altri filosofi medievali a partire da Avicenna (980-1037), aveva il credo opposto: l’essenza precede l’esistenza, dove l’essenza è la forma voluta da Dio per ogni creatura chiamata all’esistenza. Nella visione religiosa, nessuna entità ha in sé la ragione della sua esistenza eccetto, per definizione, Dio. L’essenza è una possibilità di esistere, ma solo il Padre ha il potere di portarla fuori dal nulla ad esistere. Per il cristiano in particolare, Cristo è il Logos, attraverso il quale, dal quale e con il quale tutto è stato fatto. Non un capello cade dal capo, non una rondine vola nel campo, non un filo d’erba si muove al vento per caso, ma tutte le cose sono intrise dell’essere e dell’intelligibilità derivanti da Cristo che è uno con il Padre.

Dai tempi di Bonaventura, le scoperte scientifiche di 8 secoli ci hanno portato ad apprezzare ancor più la complessità del mondo, e ciò ha indotto alcuni a ritenere che tale complessità sia più reale del suo Autore. Dio sarebbe un prodotto della mente umana, non l’uomo un prodotto della mente divina. Da tale capovolgimento di prospettiva seguì un altro, secondo cui la missione degli esseri umani non è di operare il bene in questo mondo per vivere vicino a Dio nell’altro, ma di lavorare per acquisire un dominio sempre maggiore sulla natura. Persa di mira la prospettiva dell’eternità, l’uomo ha concentrato la sua attenzione a tracciare con sempre maggior successo tecnico la sua traiettoria nello spazio-tempo. La secolarizzazione ha trovato inizialmente il fondamento della conoscenza e dell’azione nella rivoluzione scientifica, e poi via via nella ragione, nel pragmatismo, nell’interesse illuminato personale o di classe, nell’auto-realizzazione, nella volontà di potenza, ecc. Oggi si chiude nel nichilismo e nel relativismo, dove l’umanesimo è distrutto dalla pretesa continuità della specie umana con la materia e dalle chimere del transumanesimo e la razionalità è negata dalle scelte accidentali dei singoli, ricurvi sotto il peso delle proprie pulsioni.

Potessimo chiedere ragione di questa per-versione a Bonaventura, egli ci risponderebbe probabilmente con la sua dottorale sapienza mista a serafica semplicità: “Dipende dalla prospettiva di osservazione! Se non parte da Dio, la parola verità non ha senso e neanche se vivrai mille anni riuscirai a conoscere la natura di una pagliuzza o di una mosca”. O ripetendo parole antiche di 3.000 anni: “Quanto vi siete pervertiti! Forse che il vasaio è stimato pari alla creta? Un oggetto può dire del suo autore: «Non mi ha fatto lui»? E un vaso può dire del vasaio: «Non capisce»?” (Isaia, 29.16).

 

 

 

Giorgio Masiero

 


 

 

GIORGIO MASIERO: giorgio_masiero@alice.it Laureato in fisica, dopo un’attività di ricercatore e docente, ha lavorato in aziende industriali, della logistica, della finanza ed editoriali, pubbliche e private. Consigliere economico del governo negli anni ‘80, ha curato la privatizzazione dei settori delle telecomunicazioni, agro-alimentare, chimico e siderurgico, e il riassetto del settore bancario. Dal 2005 interviene presso università italiane ed estere in corsi e seminari dedicati alle nuove tecnologie ICT e Biotech.

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