Mamma e papà sono solo “concetti antropologici”?

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uno studio di

 Andrea Pinato

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Attenzione: questo articolo usa un linguaggio politicamente scorretto.

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Il “concetto antropologico”

 

Concetto: rappresentazione mentale, pensiero, che si formula mettendo insieme (cumcipere, cum-capere) aspetti sensibili particolari che una molteplicità di oggetti hanno in comune. Se questi oggetti sono valori, credenze, comportamenti propri dell’uomo allora si usa l’allocuzione “concetto antropologico” (anthropos logos = discorso sull’uomo).

La nozione di concetto antropologico si sta affermando nella psicoanalisi. Scrive Eugenia Scabini [1]:

“[..] per quanto riguarda l’apporto della psicoanalisi si fa avanti prepotente la tendenza a liquidare frettolosamente le vicissitudini identitarie legate alla costellazione edipica che per decenni sono state portate a supporto dell’importanza, per lo sviluppo del bambino, di potersi identificare col padre e con la madre. Il corporeo, segnato dalla differenza sessuale, viene invece da alcuni autori che si rifanno alla psicoanalisi[2] (Lingiardi e Carone, 2013) annullato e assorbito dal mentale (in linea con le posizioni più radicali delle teorie del gender) e l’essenza della genitorialità viene identificata nella qualità della relazione tra i partner, indipendentemente dalla combinazione sessuale della coppia.”[3]

Il principale portavoce presso l’opinione pubblica delle tesi “mamma e papà sono concetti antropologici” e “non ci sono differenze fra omogenitorialita e genitorialità naturale” è l’associazione Famiglie Arcobaleno.

“[..] negli studi teorici – che siano veri e propri saggi oppure riflessioni, interviste, semplici prese di posizione – chiunque può sostenere e argomentare le sue idee senza bisogno di dimostrarne la validità con dati concreti. Uno psicoanalista freudiano classico, per esempio, può sostenere che le famiglie arcobaleno non permettono ai figli di affrontare il complesso di Edipo: e può dirlo senza tema di essere smentito, se rimane sul piano strettamente teorico, cioè se non presenta dati a sostegno della sua tesi. E ovviamente non c’è nulla di male nel fatto che psicoanalisti, filosofi, teologi lascino viaggiare liberamente i pensieri: è anzi necessario che lo facciano[4].”

La voce narrante sul palco è quella di Tommaso Giartosio: il suggeritore nella buca è invece Federico Ferrari[5]. L’ovvia obiezione è che esiste una mole imponente di dati e testimonianze sul “vuoto di origine” da parte di chi è stato adottato. A metterci una pezza ci pensa il regista Vittorio Lingiardi[6]:

 

“Nel caso dell’adozione, l’elaborazione narrativa conterrà i temi del rifiuto e di un altrove corporeo (e spesso geografico) assoluto rispetto a quello dei genitori adottivi, etero o omosessuali che siano. Nelle famiglie dove i genitori sono due donne di cui una ha richiesto, dove la legge lo consente, la fecondazione assistita, oppure due uomini che si sono rivolti, dove la legge lo consente, a una maternità di sostegno [..]Un bambino adottato è stato un figlio rifiutato all’origine, un bambino nato con l’aiuto delle biotecnologie è stato desiderato, pensato e cercato. Questo vale sia quando i genitori sono eterosessuali sia quando sono omosessuali.”

Questo è quello che pensa Lingiardi e può dirlo senza tema di essere smentito, se rimane sul piano strettamente teorico, cioè se non presenta dati a sostegno della sua tesi.”

 

Per validare l’affermazione bisognerebbe chiederlo ai diretti interessati: figli adulti (quindi consapevoli e coscienti) cresciuti fin dalla nascita in un contesto omoparentale. Per fortuna esiste il What We Know Project con la sua raccolta di studi. Ci armiamo quindi pazienza, ci tuffiamo e andiamo a pesca di tutti gli studi in cui, invece di rispondere concetto antropologico 1&2 sul benessere e pensieri di infanti e adolescenti tramite un set limitato di test psicometrici, rispondono uomini e donne cresciuti fin dalla nascita in un contesto omoparentale.

 

 

 

 


Le ricerche sul campo

La prima sorpresa è questa: a contarli bastano le dita di una mano sola. Perfino questo è già un dato significativo.

 

1995 Tasker, F., & Golombok, S. ADULTS raised as children in lesbian families. American Journal of Orthopsychiatry, 65(2), 203-215. si no
2007 Goldberg, A. E (How) does it make a difference? Perspectives of adults with lesbian, gay, and bisexual parents. American Journal of Orthopsychiatry, 77(4), 550-562. si no
2012 Leddy, A., Gartrell, N., & Bos, H. Growing up in a lesbian family: the life experiences of the adult daughters and sons of lesbian mothers. Journal of GLBT Family Studies, 8(3), 243-257. si no
2013 Lick, D. J., Patterson, C. J., & Schmidt, K. M. Recalled social experiences and current psychological adjustment among adults reared by gay and lesbian parents. Journal of GLBT Family Studies, 9(3), 230-253. si no
2013 Goldberg A.E.Allen, K.R. Donor, Dad, or…? Young Adults with LesbianParents’ Experiences with Known Donors Family Process, 52(2), 2013 si si
What Whe Know Project
lista senatori

 

Se avrete la pazienza di leggerli tutti i vi accorgerete che un primo dato si impone prepotentemente:

isolando l’insieme di adulti che fin dalla nascita sono stati cresciuti in un contesto omoparentale i numeri dei campioni si assottigliano:

 

1995 Tasker, F., & Golombok, S. ADULTS raised as children in lesbian families. American Journal of Orthopsychiatry, 65(2), 203-215. 25  
2007 Goldberg, A. E (How) does it make a difference? Perspectives of adults with lesbian, gay, and bisexual parents. American Journal of Orthopsychiatry, 77(4), 550-562. 10 1
2012 Leddy, A., Gartrell, N., & Bos, H. Growing up in a lesbian family: the life experiences of the adult daughters and sons of lesbian mothers. Journal of GLBT Family Studies, 8(3), 243-257. 32  
2013 Lick, D. J., Patterson, C. J., & Schmidt, K. M. Recalled social experiences and current psychological adjustment among adults reared by gay and lesbian parents. Journal of GLBT Family Studies, 9(3), 230-253.  

 

18*

 

 

2013 Goldberg A.E.Allen, K.R. Donor, Dad, or…? Young Adults with LesbianParents’ Experiences with Known Donors Family Process, 52(2), 2013 11  

 

 

Totale campione: 97
omoparentale lesbico
padre gay
* = non è specificato se cresciuti in un nucleo omoparentale lesbico o gay

 

Se applichiamo l’ulteriore filtro “ricerche che indagano il vuoto di origine” il risultato è impietoso:

 

2013 Goldberg A.E.Allen, K.R. Donor, Dad, or…? Young Adults with LesbianParents’ Experiences with Known Donors Family Process, 52(2), 2013 11

 

Poichè questa è l’unica vera ricerca presente nel What We Know Project che affronta l’argomento merita una lettura più approfondita. Tutte le altre ricerche le propongo in appendice.

Per i più pignoli anticipo che il tema viene anche affrontato dalla ricerca Recalled social experiences and current psychological adjustment among adults reared by gay and lesbian parents. In questa[7] ricerca infatti viene usato il test psicometrico RSF. Fra le 28 domande del test spunta:

 

24) I missed not having one mom and one dad. (1-5)

 

da valutarsi su scala likert da “1: completamente d’accordo” a “5: totale disaccordo”.

Le tabelle pubblicate nella ricerca non indicano cosa abbia risposto il campione a specifica domanda forniscono direttamente il punteggio dell’intero test.

 

Magari a Giartosio, Lingiardi, Lick e Patterson basta. A me no: leggiamo dunque l’unica ricerca che si focalizza sul problema.

 

Donor, Dad, or…? Young Adults with Lesbian Parents’ Experiences with Known Donors

 

 

 

Reclutamento:

Bando pubblicato sul sito della Safe Schools Coalition (è una rete di associazioni che promuove la tolleranza nelle scuole), sul sito COLAGE (organizzazione guidata da e per individui con almeno un genitore lesbico, gay, transgender o queer) e sui siti LGBTQ universitari. Invito diretto a membri della PFLAG (Parents, Families, and Friends of Lesbians and Gays)

 

Richiesta del bando:

Invito a partecipare a giovani adulti fra i 14 e i 29 anni per indagare sul loro punto di vista sul matrimonio (dis)egualitario e sulla loro esperienza in generale sull’esser cresciuti in una famiglia LGB

 

Metodo:

intervista telefonica, analisi dell’intervista e ricerca di temi ricorrenti nelle risposte.

 

Focus domande:

In che tipo di famiglia sei nato/sei stato adottato?[8] Chi consideri genitori? Quale è l’orientamento sessuale dei genitori?[9] Del tuo donatore? Descrivi la relazione con i tuoi genitori e con il donatore.

 

Risultati:

Prima di esporre i risultati vi propongo il commento alla ricerca fornito dalla dr.ssa Paola Biondi nella lista studi consegnata ai senatori:

 

“Le madri sono relativamente aperte e oneste con i figli circa le loro origini, il modo in cui essi sono stati concepiti e l’utilizzo dell’inseminazione artificiale. La maggior parte dei soggetti si dichiara soddisfatta del rapporto instaurato con il proprio donatore.”

E’ un capolavoro dell’uso del politicamente corretto&rassicurante che sfiora la bugia per omissione. La pura e semplice verità è che le risposte fornite dal campione sono così complesse e articolate che l’unico commento onesto possibile è la traduzione integrale della ricerca. Io mi limito alla traduzione completa delle conclusioni dei ricercatori stessi.

 

Conclusioni

Questa ricerca pilota è un contributo alla nascente letteratura (scientifica) riguardo a come giovani adulti definiscono la loro relazione con i donatori conosciuti. Gli intervistati non disconoscono o diluiscono il concetto di “padre”, piuttosto lavorano attivamente per dare un senso su cosa significhi per loro avere madri lesbiche e un donatore conosciuto. “Padre” che ha fornito materiale genetico, ma che tuttavia ha diversi livelli di significato in termini sociali, emotivi nel loro sistema familiare.

 

 

 

Il tema delle radici identitarie è potente: se ne sono accorte le uniche due coppie di madri lesbiche che non hanno rivelato fin dall’inizio l’identità del padre.

Kevin, 24 anni:

“Il donatore è una specie di amico di famiglia; non sapevo che in realtà fosse mio padre. Ma quando avevo circa 5 anni ho puntato i piedi e il mio atteggiamento era del tipo: “hey! So come nascono i bambini, e qui i conti non tornano” Così le mie mamme si sono riunite a porte chiuse e hanno telefonato al donatore per accertarsi che fosse d’accordo sul raccontare chi fosse.”

Briann, 23 anni:

Mentre cresceva le mamme le hanno sempre fatto capire che avevano usato un donatore anonimo, perchè il donatore “chiese di tenerla all’oscuro per il momento, aveva il sentore che la cosa potesse diventare imbarazzante”. Briann ha insistito nell’interrogare la madre[10] sul donatore per l’intera adolescenza: “davvero non sai chi è?”. Non fu prima dei 20 anni che la madre rivelò l’identità del donatore, un amico maschio:

“fu strano. Voglio dire, fu bello perché era qualcosa su cui avevo sempre fantasticato. Avrei desiderato saperlo prima ma fu comunque eccitante. Penso che sia qualcosa a cui tutti tengono, il sapere da dove vieni, l’aspetto del papà[11] (nel testo originale non dice “donor”, Briann usa il termine “dad”: papà n.d.r.), l’aspetto dei parenti

 

Alla faccia dell’ elaborazione narrativa” priva dei “temi del rifiuto” ma riempita di desiderio, pensiero e ricerca perfino i bambini di 5 anni nati “con l’aiuto delle biotecnologie” puntano i piedi e vogliono sapere [12].

E come emerge dalla lettura della ricerca ad un certo punto della vita questi giovani adulti devono fare i conti con il dato biologico, con l’etimologia originale della parola genitore che la neolingua della propaganda lgbt vuole cancellare.

Quindi, ancora una volta occorre sottolinearlo:

La “genitorialità” omosessuale ottenuta attraverso le tecniche di fecondazione assistita porta con se due ineludibili fattori di rischio: viene negata una figura maschile o femminile, vengono recise parte delle radici identitarie dei figli. Qualsiasi sia la capacità genitoriale (e il manuale del buon genitore nessuno lo possiede, questo vale sia per eterosessuali che omosessuali) questa negazione potenzialmente destabilizzante per il benessere psicofisico dei figli viene caricata interamente sulle spalle della prole.

Questa ricerca ha un campione di convenienza che si autoseleziona tramite adesione volontaria. Il campione è costruito scandagliando gruppi LGBT favorevoli al matrimonio egualitario. Si regge su gambe malferme di un campione di appena 11 elementi. E’ limitato alla omogenitorialità lesbica.

Lingiardi sta semplicemente congetturando sul fatto che non ci sono problemi scommettendo[13] sul fatto che:

“Un bambino adottato è stato un figlio rifiutato all’origine, un bambino nato con l’aiuto delle biotecnologie è stato desiderato, pensato e cercato.”

Lingiardi tace sul fatto che non esistono ricerche sull’omogenitorialità gay che interrogano adulti concepiti con la surrogazione.

Lingiardi non si pone il problema se un giovane adulto possa interrogarsi sulle implicazioni etiche della surrogazione, che voglia ricercare un contatto con il padre donatore sconosciuto, che non si accontenti di facebook e voglia una relazione affettiva con la madre gestante, che voglia sapere chi sia la madre biologica.

A ricordarcelo ancora è Eugenia Scabini:

“E non si dica che tale dramma può essere aggirato semplicemente facendo leva sulla trasparenza dell’informazione perché il figlio, in quei casi, non accede al padre ma ad un donatore di seme o peggio non incontra una madre ma una donna che ha venduto il suo corpo… e il genitore sarebbe quello che l’ha comprato. E non servono certo gli abbellimenti semantici che trasformano l’utero in affitto in gestazione di sostegno o addirittura in gestazione per altri, a rispondere alla domanda di senso dei figli.”

Lingiardi queste problematiche è costretto a censurarle (e censurarsele) altrimenti “mamma e papà sono concetti antropologici” diventa immediatamente un concetto ideologico.

 


 

 

 

 

Voce fuori dal coro: editoriale di “Rivista di Psichiatria”

 

Vi propongo infine questo interessante documento del 2015: Omogenitorialità: esiste la necessità di una riflessione degli esperti della salute mentale?[14]

Non lo troverete citato negli articoli di Eugenia Romanelli, nei documenti di Famiglie arcobaleno, negli articoli di Tommaso Giartosio né nelle 38 pagine di bibliografia del libro di Federico Ferrari “la famiglia inattesa”. Mi permetto di citare alcuni passi significativi, ma vi invito ad una attenta lettura dalla prima all’ultima parola.

sugli studi:

“A fronte di una letteratura scientifica scarna[15], e qualunque siano le possibili conclusioni delle ricerche disponibili, certamente non esenti da punti di vista culturali e posizioni di principio individuali, il dato più eclatante appare quello di come l’assenza di riflessione critica, ampiamente diffusa nell’opinione pubblica, soprattutto sotto l’influenza dei media e della classe politica, sia largamente estesa in ambito psichiatrico, psicologico e neuropsichiatrico infantile, dove la competenza dei professionisti dovrebbe invece maggiormente stimolare interrogativi sulle conseguenze del fenomeno, almeno potenziali o comunque meritevoli di essere approfondite ed eventualmente escluse.”

sugli studi longitudinali[16]:

“La letteratura scientifica è assolutamente carente rispetto a studi osservazionali che abbiano indagato gli esiti nel tempo, cioè in età infantile, giovanile, adulta, in popolazioni, non in singoli individui, di soggetti cresciuti in coppie omosessuali e ancora più carente se si fa riferimento alle variabili sottopopolazioni citate all’inizio, cioè bambini maschi o femmine allevati in coppie omosessuali di sesso opposto, bambini nati per procura, etc.”

sulla frettolosa liquidazione della psicologia “classica”:

“È possibile pensare che sia indifferente nello sviluppo psichico di un bambino il riferimento a due genitori dello stesso sesso, nella metà dei casi diverso dal proprio? Secoli di studi e letteratura psicologica e tutte le scuole di psicoterapia di ogni orientamento hanno approfondito in ogni possibile aspetto il ruolo e la valenza psicologica delle figure della madre e del padre, nella loro inscindibile complementarietà. È tutto da azzerare, nella riscrittura di un modello di sviluppo della personalità che non tenga conto dei riferimenti identificativi con le peculiari differenze tra i due genitori? È possibile che, nel nuovo impasto di mutazioni antropologiche che registriamo, un’omosessualità dichiarata della coppia genitoriale possa mettere a rischio un armonico sviluppo psichico di un figlio più di quanto non abbia agito “il non detto” omosessuale nei secoli passati? È possibile ipotizzare che uno sviluppo psichico equilibrato e armonico, come quello in teoria raggiungibile in bambini cresciuti in sufficientemente sane famiglie eterogenitoriali, possa essere raggiunto anche nel caso di coppie omogenitoriali, intrinsecamente non in grado di fornire al bambino il registro completo di emozioni, relazioni, condotte, modelli di comportamento, ma costruite, comunque, intorno a un desiderio di genitorialità adulto e responsabile? Quanto queste differenze potrebbero in età adulta divenire fattore di vulnerabilità per sviluppi abnormi della personalità o per veri disturbi mentali? L’insufficienza della letteratura scientifica, che non può ancora disporre di dati significativi, se non altro per impossibilità cronologica di ottenerli, autorizza comunque conclusioni ottimistiche accettate aprioristicamente come veritiere?”

sulla deriva etica:

“la visione del figlio come risposta al “diritto” alla genitorialità di coppie omosessuali, la visione cioè del bambino come un “oggetto” del diritto della coppia omogenitoriale – ma questo vale anche per le coppie eterosessuali sterili –, non contrasta in modo drammatico con la visione del bambino, in qualunque età della sua vita, come “soggetto” di diritti, tra cui, in primis, quello di essere allevato e cresciuto da una coppia di genitori in grado, nelle condizioni migliori, di offrire la gamma più completa di possibilità di sviluppo identificativo che è alla base di una costruzione completa ed equilibrata della personalità? È possibile misconoscere che il bambino è un “soggetto” di questo diritto, prima, o invece, che un “oggetto” del diritto di una coppia di allevare un figlio?”

sul conformismo dei professionisti della salute mentale:

“I professionisti della salute mentale, le loro associazioni e i loro movimenti di opinione non hanno nulla da dire su questo?”

sul conformismo dei professionisti della comunicazione:

“È accettabile che la passiva acquiescenza dell’opinione pubblica alle imposizioni del “politicamente corretto” sia condivisa anche da chi avrebbe gli strumenti culturali e intellettuali per dare parola, in assenza di dati scientifici conclusivi, alla prudenza, alla riflessione e all’approfondimento?”

Sull’uso strumentale dell’idea di omofobia:

“È accettabile che il timore di ricadere nella dimensione dell’omofobia, diametralmente lontana da qualunque applicabilità alla valutazione scientifica come anche naturalmente da qualunque motivazione alla base delle riflessioni di questo editoriale, possa di fatto costituire un impedimento all’espressione aperta di opinioni non perfettamente allineate all’acritica passività dell’opinione comune?”

 

 

 

 

 


Le alter ricerche:

ADULTS raised as children in lesbian families

 

Nel web si trova solo uno stringatissimo abstract:

 

“ longitudinal study of 25 young adults from lesbian families and 21 raised by heterosexual single others revealed that those raised by lesbian mothers functioned well in adulthood in terms of sychological well-being and of family identity and relationships. The commonly held assumption that lesbian mothers will have lesbian daughters and gay sons was not supported by the findings.”

 

(How) does it make a difference? Perspectives of adults with lesbian, gay, and bisexual parents.

 

Reclutamento:

 

To be included in the present study, participants had to (a) be 18 years of age or older and (b) have at least one lesbian, gay, or bisexual parent.

The study was advertised in the electronic newsletters and on the Websites of two organizations that are geared toward children of gay parents: Children of Gays and Lesbians Everywhere (COLAGE) and Families Like Mine. Recruitment of participants through organizations that are specifically geared toward adult children of LGB parents introduces bias in sampling, in that adults who are aware of these organizations may be more likely to acknowledge their status as a child of a gay parent than adults who are not connected to these organizations. To somewhat lessen such bias, I advertised the study through numerous PFLAG

(Parents, Families, and Friends of Lesbians and Gays) chapters throughout the country, in various geographical regions, as well as Rainbow Families, an organization serving LGB-parent families in the Midwest. People were asked to share study information with individuals who may qualify for participation. My contact information was included with the study description, and interested individuals were asked to contact me for more information. At that point, the study was explained to the participant. If interested, they

were mailed a consent form assuring confidentiality and detailing the conditions of participation. All participants then completed a telephone interview with me.

 

E’ imbarazzante per quanto sia di “convenienza” il campione. Un adulto cresciuto in contesto omoparentale che per esperienza personale negativa sia contrario ai matrimoni “same sex” non verrà mai intercettato con questi criteri. Inoltre non isola la variabile cresciuto fin dalla nascita in un contesto omoparentale. C’è poi l’ulteriore filtro fonte di Bias (preconcetto): adesione volontaria.

 

Campione:

 Participants ranged in age from 19 to 50 (M 30, Mdn 28).The sample consisted of 36 women and 10 men. Nine adults (6 women, 3 men) had a gay father; of these 9 individuals, only 1 woman had actually lived with her gay father while she was growing up, and the remaining individuals had lived with their heterosexual mothers but saw their fathers regularly during their childhood (with the exception of 1 man who lived in a different state from his father and saw him only on vacations). Twenty-five adults (21 women, 4 men) resided with a lesbian mother, 2 women were raised by and lived with a bisexual mother, and 10 participants (7 women, 3 men) were raised by and lived with two lesbian mothers. Of the 10 participants raised by two lesbian mothers, 5

participants’ mothers had been together since they were born, and 5 had been raised by their mother and a partner since early childhood. The remaining 36 participants’ parents either (a) came out to them during their childhood or (b) never officially came out to them, but participants knew of their sexual orientation through

clear indicators such as the presence of a same-sex partner in the home. participants had doctoral degrees. Thirty-eight individuals selfidentified as heterosexual, 4 women self-identified as lesbians, 3 women self-identified as bisexual, and 1 biological male selfidentified as gender queer (i.e., identifying as both male and female, neither male nor female, or the nonbirth gender).

 

Come si può leggere la situazione è variegata: c’è il genitore che fa coming out dopo aver avuto i figli, non sono indicati chiaramente i metodi di concepimento: donatore conosciuto o sconosciuto? E’ ovvio poi che non ci sono figli dell’utero in affitto cresciuti in un contesto omoparentale gay.

 

Concentrandosi sulla variabile “cresciuto fin dalla nascita in un contesto omoparentale” il campione si riduce a 10 adulti cresciuti in un contesto omoparentale lesbico e 1 figlia cresciuta da padre gay

 

Metodo:

Interviste telefoniche semistrutturate

 

Focus:

 

Subjective perceptions of influence. First, where do these adults locate the impact of their family structure? On their own gender development, for example? Their political sensibilities? Second, where do they locate the source of this impact? In their parent’s sexual orientation, for example? Their parent’s gender? Their parents’ values?

Constructions of gender, sexual orientation, and family. How do these adults think about and construct gender, sexual orientation, and family? Are there ways in which they resist or transform traditional notions of gender, sexual orientation, and family?

The role of gender. (How) Do participant gender and parent gender figure into participant narratives? That is, do men and women report different perceptions and experiences? How does this intersect with parent gender (lesbian mother/gay father?)

 

Ecco, accenni marzulliani a parte (..figure into participant narratives) non credo si possa affermare che le tematiche collegate al “vuoto di origine” o “dell’abbandono” siano state sviscerate. Passiamo al prossimo.

Growing up in a lesbian family: the life experiences of the adult daughters and sons of lesbian mothers.

 

Reclutamento:

 

Participants were solicited through advertisements posted on the online networking Web site Facebook (www.facebook.com), and through flyers posted throughout the University of California Berkeley campus. Participants contacted the lead investigator via e-mail to inform her of their interest in the study and to confirm that they were 18 years old or older and that they had been raised in a lesbian household.

Campione:

 

Individuals 18 years or older (N = 35). The final number of participants was 32, as 3 of the participants failed to complete the questionnaire in its entirety and were therefore excluded from the data analysis. All participants had been raised in lesbian households and were between the ages of 18 and 32 years old. No further demographic data were collected to ensure the utmost confidentiality of participant information.

 

Questionari/Focus:

 

The questionnaire was designed to measure perceived stigmatization, coping mechanisms, and social adjustment. The questionnaire included five openended questions and one yes/no question that assessed three areas: (1) experiences of growing up in a lesbian home, (2) experiences of stigmatisation relevant to their mothers’ relationship and the feelings that emerged because of these experiences, and (3) coping mechanisms used to deal with these feelings. Under the topic of experiences of growing up in a lesbian home,participants were asked to comment on what they felt was the most positive aspect of being raised in a lesbian home, if they feel society discriminates against lesbians, and how peers have responded when they have learned of

the participant’s mothers’ lesbianism. Regarding stigmatization, participants were also asked if they experienced bullying or teasing because of their mothers’ sexual orientation, and if so, how they felt about it. Finally, under the topic of coping mechanisms, participants were asked to identify ways in

which they dealt with the feelings that arose as a result of teasing or bullying.

 

A commento di questa ricerca vorrei riprendere questo punto:

 

Under the topic of experiences of growing up in a lesbian home,participants were asked to comment on what they felt was the most positive aspect of being raised in a lesbian home

 

Hanno chiesto gli aspetti positivi, ma non chiedono se ce ne siano di negativi. Se c’è una cosa interessante di questi studi sono le domande che fanno. Sul quesito mancante lascio al lettore la congettura sul perché di questa scelta da parte di Leddy, A., Gartrell, N., & Bos, H. Avanti un altro.

Recalled social experiences and current psychological adjustment among adults reared by gay and lesbian parents.

 

Reclutamento:

 

(1) snowball sampling (passaparola n.d.a) of personal acquaintances, (2) advertisements to gay, lesbian, and bisexual family support groups in person and on the Internet, (3) community advertisements in restaurants and shops with prominently gay or lesbian clientele, and (4) a pool of introductory psychology students.

 

Campione:

 

Participants were 91 adults who grew up with at least 1 openly gay or lesbian parent. They ranged in age from 18 to 61 years old (M = 27.6 years, SD = 7.2 years), and on average they were 7.6 years old (SD = 5.2 years) when they learned that a parent was gay or lesbian. Most had lesbian mothers (69%) and identified themselves as heterosexual (60%) and female (75%). In general, participants and their parents were highly educated (96% of participants and 89% of parents completed at least some college) and lived in the United

States (90%). Finally, most participants were white (91%), though 4% of the sample identified as ispanic/Latino, 2% identified as African-American, and 2% identified with another racial group.

 

Qui, già nel campione, c’è già una notevole anomalia: solo il 60% identified themselves as heterosexual”. Maggiori informazioni si ricavano dallo studio della RSF (rainbow family scale) perché è sul campione n=91 di questa ricerca che hanno calcolato i coefficienti di validità a cronbach e slip-half del test psicometrico RSF.

 

Participant Sexual Orientation :

  • 60 Heterosexual
  • 26 Gay / Lesbian / Homosexual / Queer
  • 14 Bisexual

 

Visto l’anomalia notevole occorre fare questa riflessione:

 

    1. Il campione non riflette l’intera popolazione degli adulti cresciuti in un contesto omoparentale. La ricerca dunque non è fotografia fedele della realtà.
    2. Il campione riflette l’intera popolazione degli adulti cresciuti in un contesto omoparentale: questo fa a pugni con tutte le ricerche fatte con test psicometrici a cui rispondono concetto antropologico 1&2 in cui si assicura che non ci sono effetti perturbativi sull’orientamento sessuale dei pargoli.

 

In realtà questa anomalia statistica sull’orientamento sessuale dei figli non compare solo qui: in “(How) does..” siamo al 17% di figli che non si identificano come eterosessuali. L’incertezza sull’orientamento sessuale e la propensione alla sperimentazione per confermare o disconoscere la propria sessualità è un tema che emerge anche in altre ricerche condotte su adulti cresciuti in contesti omoparentali. Queste anomalie vengono paradossalmente inquadrate dai ricercatori in una cornice “narrativa” di persone libere da “stereotipi eteronormativi”. Ma non sono sempre rose e fiori e visto che siamo in tema apro un inciso e riporto questa testimonianza da un’altra ricerca che ho già presentato:

 

Tratto da: (How) Does It Make a Difference? Perspectives of Adults With Lesbian, Gay, and Bisexual Parents

 

Allo stesso modo, Ryan, un ragazzo ventenne anche lui cresciuto da due madri lesbiche, descrive i pro e i contro nel definire (“developing” nel testo: ovvero Ryan non sente la sua sessualità definita ma ha bisogno di confermarla attraverso un processo nel tempo. N.d.r) il suo orientamento:

 

“credo di avere una attitudine lesbica nelle relazioni. Sento che le cose (immagino i sentimenti n.d.a) devono essere ben definite e comunicate. Ma ho sempre avuto paura di impegnarmi con possibili compagn* (l’asterisco è mio. Non è chiaro dal testo se Ryan sia gay o bisessuale eterosessuale n.d.r). Sono molto sensibile nella sfera della sessualità. Mi sono colpevolizzato (“demonized myself”, in lingua originale l’espressione è più forte n.d.r). Sono una persona sensibile e cresciuta in un contesto molto femminista.”

 

Commento dei ricercatori:

 

“qui Ryan descrive come sia crescere in un contesto culturale femminista lesbico. Le madri hanno decostruito (“deconstructed” n.d.r.) cosa significhi essere un uomo. Il suo relazionarsi è in contrasto con i modelli eteronormativi (non riesco a stare zitto: la parola “eteronormativo” mi sembra, per dirla alla Fantozzi, una cagata antropologica pazzesca. Che gli esimi psicologi LGBT mi diano il capitolato di cosa sia eteronormatività e forse cambio idea) di mascolinità e non ha ancora risolto come conciliare queste due ideologie (“ideologies”, termine quanto mai azzeccato. N.d.r). Lui valorizza comunicazione e parità sessuale, ma la consapevolezza (nel senso di affermazione della sua sessualità n.d.r) della lo ha portato a sperimentare ansia, imbarazzo nell’interazione maschio femmina (quindi i ricercatori lo identificano come eterosessuale alla fine n.d.r).”

 

Ecco, niente male come incasinamento. Forse la “psicoanalisi classica” non ha tutti i torti nel consigliare la presenza di modelli di riferimento maschili e femminili. Chiusa la lunghissima parentesi torniamo alla ricerca in oggetto.

 

Sul campione di questa ricerca altre utili informazioni si trovano nel paragrafo:

 

FAMILY TYPE

Participants who were born in the context of a heterosexual marriage in which one parent later came out as lesbian or gay (N = 73) were compared to those born to or adopted by gay or lesbian parents (N = 18).

 

Questionari/focus:

 

The Rainbow Families Scale (RFS; Lick et al., 2011)

The Center for Epidemiological Studies Depression Scale (CES-D; Radloff,1977)

The Positive and Negative Affect Schedule (PANAS; Watson, Clark, & Tellegen,1988)

The Satisfaction with Life Scale (SWLS; Diener, Emmons, Larsen, & Griffin,1985)

un sottoinsieme di item (N=8) per misurare l’accettazione sociale […]“unlikely virtue” items from

Goldberg’s database (Goldberg et al., 2006; www.ipip.ori.org/ipip)

 

Anche qui i temi collegati al vuoto d’origine e alla complementarietà delle figure maschile e femminile non viene esplorato. Possiamo però vedere come si comporta il test psicometrico Rainbow Families Scale[17] quanto ad affidabilità:

 

“The Rainbow Families Scale (RFS) was created on the basis of focus group discussions (N = 9 participants), and then piloted (N = 24) and retested with a new sample (N =

91) to examine its psychometric properties.”

 

E I risultati non sono dei migliori: su 9 sottoaree 5 falliscono i test di affidabilità a cronbach (a<0.75) e split-half. La verità è che bisogna diffidare di tutte le ricerche che impiegano test psicometrici su campioni ridotti e in un numero ridotto di ricerche sul campo. Sul campione N=24 Patterson e Lick hanno selezionato gli item validi, poi sul campione N=91 5 item sono andati a farsi benedire. Vediamo cosa dicono gli stessi ricercatori:

 

These scores were computed for each developmental period, yielding nine subscales:

  1. Childhood Stigma (Cronbach’s α = .89),
  2. Adolescent Stigma (Cronbach’s α = .89),
  3. Adult Stigma (Cronbach’s α = .84),
  4. Childhood Benefits (Cronbach’s α = .54),
  5. Adolescent Benefits (Cronbach’s α = .56),
  6. Adult Benefits (Cronbach’s α = .63),
  7. Childhood Openness (Cronbach’s α = .68),
  8. Adolescent Openness (Cronbach’s α = .75), and
  9. Adult Openness (Cronbach’s α = .68).

 

Cronbach’s α for most subscales was at or above .7, but values for the Benefits subscales were lower. Therefore, we conducted additional tests of reliability. Split-half methods revealed slightly higher reliability (Childhood Benefits = .65; Adolescent Benefits = .62; Adult Benefits = .68), and Spearman-Brown prophecy analyses showed that the alpha coefficients would have been notably higher with a longer test of the same psychometric properties. In fact, doubling the number of items would have increased Cronbach’s alpha for the Benefits subscales to .64, .66, and .72, respectively. We took this as evidence for acceptable reliability of the RFS subscales in the current sample.

 

Da sottolineare questo:

 

“Spearman-Brown prophecy analyses showed that the alpha coefficients would have been notably higher with a longer test of the same psychometric properties.”

 

La formula “Spearman-Brown prophecy” profetizza la possibilità matematica che una misura statistica aumenti di valore aumentando la lunghezza del test. Ma lo “profetizza”, e c’è differenza fra verità matematica e verità sperimentale. Differenza che Patterson e lick non colgono: “We took this as evidence” cioè si tengono quello che hanno e da quei risultati traggono delle conclusioni. Niente male.

 

 

 

 


Note sull’autore

L’autore, nella testolina di qualcuno, è un negazionista. Nell’articolo di Giartosio citato nella prima pagina compare infatti questa pesante offesa:

 

Non esistono dunque studi che si esprimano diversamente? Sì, ci sono, così come c’è ancora chi sostiene il creazionismo o il negazionismo.

 

Tanto per capirci a essere paragonati a retrogradi difensori del nazismo sono i cattolici dell’UCCR, visto che Giartosio cita questo link definendola pagina degli orrori.

 

Probabilmente Giartosio è convinto di poter offendere gratuitamente perché immagina di essere una vittima della società e a mala parata può sempre dare dell’omofobo: epiteto che quando serve non si risparmia a nessuno.

 

Nel dibattito pubblico sugli studi le uniche cose negate sono le basi della epistemologia e la differenza fra scienza dura e pseudoscienza scienza: lascio al lettore decidere chi sia il negazionista.

 

Se invece non parliamo di studi ma di altro le cose negate sono ben più gravi.
*
*

 

 

 

Andrea Pinato

 

 

 

 

 

 

 


Note

[1] professore a contratto di Psicologia dei legami familiari (Facoltà di Psicologia) e Presidente del Comitato Scientifico del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia

[2] Adozione e omogenitorialità: l’abbandono di Edipo? ©Vittorio Lingiardi e Nicola Carone in Funzione Gamma, rivista telematica scientifica dell’Università “Sapienza” di Roma

[3] da un editoriale di Eugenia Scabini pubblicato su Tempi e sul sito dell’Associazione Medicina e Persona

[4] Evidentemente Giartosio è convinto che uno “psicoanalista freudiano classico” impieghi le giornate a fare discussioni filosofiche ai muri e a confessare amici immaginari. Magari invece ha una esperienza clinica trentennale fatta sul campo tramite colloqui con persone in carne ed ossa; qualcosa che potrebbe valere a ragion veduta più di un test psicometrico su un insieme di item limitato compilato su un portale web. Esperienze che vengono comunicate a congressi, tradotte in libri e che vanno ad aggiungersi a una già consolidata letteratura di settore.

[5] I passi citati dall’articolo “Gli studi sull’omogenitorialità: una guida per i perplessi”. Nelle note di chiusura Giartosio ringrazia “per il sostegno Daniela Santoro, Giuseppina La Delfa e in particolare Federico Ferrari, che mi ha permesso di riprendere materiali dal suo “La ricerca scientifica sull’omogenitorialità” (in Le famiglie omogenitoriali in Italia. Relazioni familiari e diritti dei figli, a cura di P. Bastianoni e C. Baiamonte, Edizioni Junior, Bergamo, febbraio 2015, pp. 60-77) e dal suo ampio studio Omogenitorialità. Psicologia delle famiglie di lesbiche e gay (di prossima pubblicazione).”. Personalmente non mi stancherò mai di sottolineare che Federico Ferrari, psicologo psicoterapeuta familiare, è primo firmatario della lettera “Alle e ai responsabili, alle e agli insegnanti degli asili nido e delle scuole dell’infanzia Alle direttrici e ai direttori, alle maestre e ai maestri delle scuole elementari” in cui si denuncia come omofoba ed eterosessista il “rituale” della “festa della mamma e la festa del papà”

[6] Vittorio Lingiardi: psichiatra e psicoanalista, è Professore ordinario presso la Facoltà di Medicina e Psicologia della “Sapienza” Università di Roma, dove dal 2006 dirige la Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica.

[7] Sul tema maschio/femmina e costruzione dell’identità sessuale dei figli questa ricerca offre uno spunto interessantissimo: c’è una anomalia notevole nell’orientamento sessuale del campione:

  • 60 eterosessuali
  • 26 gay lesbiche queer
  • 14 bisessuali

L’anomalia è notevole perché questa è la ricerca su adulti del WWKP con campione più ampio e contrasta con le ricerche in cui si afferma che i preadolescenti e adolescenti non hanno effetti perturbativi sul loro orientamento sessuale a causa delle preferenze sessuali dei genitori.

 

[8] La domanda suona strana a chi non conosce le tematiche LGBT: il senso della domanda risiede nel fatto che i ricercatori sono aperti alla possibilità che chi risponde sia cresciuto dentro l’esperienza della co-parenting, ovvero la genitorialità allargata. Si tratta di nuclei di tre o più persone, generalmente una coppia gay e una coppia lesbica che si accordano su una sorta di genitorialità condominiale. Esiste una ricerca norvegese al riguardo.

[9] Valgono considerazioni nota precedente. Probabilmente i ricercatori erano pure aperti alla possibilità che rispondessero al bando adulti cresciuti in coppia omogenitoriali gay. Questo spiegherebbe il senso della domanda in apparente contrasto con il titolo della ricerca da cui si evince che si sta parlando di omgenitorialità lesbica. Oppure c’entra la possibile bisessualità delle madri. Quando si parla di orientamenti sessuali, sesso in cui ci si identifica, sesso biologico e altre stupidaggini gender con 56 possibili modi di descrivere la propria identità sessuale la confusione è garantita.

[10] Nel testo originale è proprio “madre” e non mamme. L’ha chiesto alla madre biologica.

[11] Briann nel testo originale non dice donor, ma papà

[12] E evidentemente Briann & Kevin non leggono nè Lingiardi né “il piccolo uovo”

[13] Se perde la scommessa non sarà lui a pagare.

[14] Editotoriale de La Rivista di Psichiatria

[15] Il sottolineato è mio

[16] Quelli che seguono nel tempo un dato campione di individui

[17] The Rainbow Families Scale (RFS):   A Measure of Experiences Among Individuals with Lesbian and Gay Parents David J. Lick Karen M. Schmidt Charlotte J. Patterson University of Virginia

 

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