Spinoza: la filosofia è ricerca di Dio

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Baruch Spinoza è il pensatore della disinfezione mentale, un filosofo geniale ed originale, che dall’impostazione filosofica di Cartesio trae le conseguenze più coerenti e radicali. Il suo pensiero è stato riconosciuto da tutti, anche dai critici, come un modello di rigore e coerenza: l’intera sua riflessione filosofica si allarga a partire da un tema che rimane sempre fondamentale: Dio.

 

 

Il problema della conoscenza: il Tractatus de intellectus emendatione

Come si vedrà, la filosofia di Spinoza si risolve alla fine in una radicale forma di panteismo, direttamente risultante dalla determinazione del razionalismo cartesiano a spiegare che cosa possiamo conoscere in maniera chiara e distinta e dall’adozione di un metodo geometrico, basato sulla logica deduzione che si ricava da assiomi e postulati iniziali ben definiti. Secondo questa prospettiva e in base a questo metodo Spinoza arriverà a concludere che Dio è la sostanza univer­sale (unica e infinita) rispetto a cui le singole cose, i singoli enti (uomo compreso) non sono che manifestazioni o modi di essere partico­lari.

La ricerca dell’intelletto, la stessa conoscenza umana, non ha quindi altro che Dio stesso come oggetto. Tanto che per Spinoza, un intelletto che conosca adeguatamente la realtà è anche in grado di comprendere come ogni cosa sia necessariamente un aspetto di Dio e tutto derivi altrettanto necessariamente da lui. Ma per giungere a questo risultato, l’intelletto umano dev’essere prima adeguatamente emendato, cioè corretto e perfezionato nel suo uso. Soltanto così, infatti, l’intelletto può completamente abbandonare l’usuale considerazione delle cose in termini di entità autonome, connesse da incerti legami di causalità efficiente o finale.

E’ così che, da razionalista persuaso della necessità di rendere chiare e distinte le idee della ragione, Spinoza dedica la massima attenzione ai processi con cui la mente devia da una corretta comprensione delle cose. Anche qui il filosofo olandese risente dell’influenza di Cartesio: le facoltà cognitive e l’immaginazione hanno funzioni che è bene tenere distinte e sulle quali dobbiamo costantemente vigilare. L’errore nel ragionamento s’insinua infatti senza che l’io se ne accorga, perché un pensiero prodotto dall’immaginazione (che è la facoltà che ci permette di produrre immagini mentali nella nostra mente) viene dato vero per scontato, e accettato come una corretta rappresentazione della realtà senza un’adeguata indagine preliminare.

È dunque da qui che dobbiamo partire per inquadrare il percorso che porterà il filosofo olandese alle conclusioni cui sopra abbiamo accennato. Un punto in verità non risolto – e forse non completamente risolvibile – tant’è che lo scritto spinoziano esplicitamente dedicato all’argomento, il De intellectus emendatione tractatus, è rimasto incompiuto. Eppure, a prescindere da questa disinfezione mentale, non è possibile neppure dare l’avvio alla una ricerca filosofica.

Cominciamo quindi a vedere come Spinoza affronta il problema della conoscenza.

 

Che cosa si prefigge, in realtà, il De intellectus emendatione tractatus? Perché e in che modo l’intelletto deve essere corretto, ripulito, disinfettato, emendato? Come possiamo notare, l’inizio del Trattato, di intonazione autobiografica, risente del Discorso sul metodo di Cartesio, ma ne indica anche le tendenziali divergenze:

Dopo che l’esperienza mi ebbe insegnato che tutto ciò che spesso ci si presenta nella vita comune è vano e futile — e vedendo che tutto ciò che temevo direttamente o indirettamente non aveva in sé niente di buo­no o di cattivo, se non in quanto l’animo ne ve­niva commosso, decisi infine di ricercare se ci fosse qualcosa di veramente buono e capace di comunicarsi e da cui solo, respinti tutti gli altri falsi beni, l’animo potesse venire affetto; me­glio ancora, se ci fosse qualcosa tale che, trovatala ed acquistatala, potessi godere in eter­no di continua e grandissima felicità“.

 

L’attenzione si rivolge dunque fin dall’inizio al vero bene, e la correzione dell’intelletto consiste nel far vedere la falsa apparenza di ciò che comunemente viene identificato come bene:

In­fatti ciò con cui per lo più si ha a che fare nella vita e che gli uomini, per quel che si può de­durre dalle loro opere, stimano sommo bene, si riduce a queste tre cose: le ricchezze, i suc­cessi, il piacere dei sensi“.

 

Ora, va detto fin d’ora qual è la conclusione di Spinoza:  il vero bene è Dio stes­so. E il vero metodo sarà dunque quello “che mostra come si debba dirigere la mente secon­do la norma dell’idea data dell’Ente perfettissi­mo”. Una prima differenza, dunque, rispetto al maestro Cartesio: Dio non è punto di arrivo, ma punto di partenza della ricerca filosofica. O meglio: di partenza e di arrivo insieme.

 

Ma com’è possibile?

 

Per rispondere dobbiamo pensare al modo con cui Spinoza procede, al suo particolare stile argomentativo, che è non solo formalmente ma anche sostanzialmente geometrico. L’adozione di uno modello argomentativo geometrico è la soluzione pratica che viene adottata per facilitare appunto la purificazione e correzione dell’intelletto, che per sua natura è incline a fidarsi di false immagini e giudizi non sufficientemente validati.

Questa correzione dell’uso dell’intelletto, che è l’oggetto principale del Tractatus de intellectus emendatone, si articola in quattro fasi successive, corrispondenti ad altrettanti gradi di conoscenza.

1) Il primo grado è quello che potremmo chiamare l’immaginazione, per cui ci formiamo nozioni in base a determinati segni sensibili (per esempio, ciò che si è letto o sentito dire).

2) Il secondo è quello della «esperienza vaga», ovvero della percezione empirica che ci fornisce conoscenze casuali, in cui l’intelletto non è ancora intervenuto a porre ordine.

3) Il terzo livello è dato dalla conoscenza scientifica, che risale dagli effetti alle cause. Ta­le conoscenza non ripercorre, tuttavia, l’intera serie causale (che porterebbe a Dio), ma si arresta ai concetti universali (come l’estensione, il numero, il movimento) che possono fungere da principi specifici delle singole scienze.

4) Il quarto e ultimo grado è costituito dalla conoscenza intuitiva, nella quale «la cosa è percepita mediante la sua sola essenza». Questa forma di conoscenza – la sola perfettamente adeguata – permette di risalire l’intera connessione delle cause fino a Dio. In termini più precisi, essa permette di vedere intuitivamente la derivazione di tutte le cose dall’essenza stessa di Dio.

Chi raggiunge il livello dell’intuizione acquista una conoscenza assoluta della realtà. Nella conoscenza intuitiva le cose non sono più considerate come singoli individui separati, bensì come un’unica realtà universale, strutturata secondo un ordine che coincide con l’essenza stessa di Dio.

 

Ma qual è l’essenza di Dio?

 

 

 

 

Dio, ovvero la sostanza

Dio è per Spinoza “la” sostanza universale. E a questa definizione si arriva per deduzione logica, quindi in modo necessario. Come abbiamo accennato, se l’uomo può giungere ad una conoscenza adeguata della realtà attraverso l‘emendazione del proprio intelletto, la forma espositiva con cui questa ricerca viene condotta dovrà basarsi sugli stessi criteri di chiarezza e distinzione che già Cartesio aveva adottato: per questo motivo, la modalità d’esposizione a cui Spinoza ricorre in tutte le sue opere è il trattato geometrico, secondo il massimo esempio di evidenza, chiarezza e distinzione allora disponibile, ovvero secondo l’esempio euclideo. In altre parole, l’adozione del paradigma matematico – che in Cartesio rifletteva una più o meno generica esigenza di rendere rigoroso il lavoro filosofico – in Spinoza si traduce concretamente nell’assunzione di un vero e proprio criterio procedurale ed espositivo.

Ciò è infatti particolarmente evidente nella sua opera maggiore, l’Ethica more geometrico demonstrata, che sin dal titolo si propone di essere appunto “dimo­strata secondo l’ordine geometrico”.  E tale procedura ed è ben visibile proprio dalla definizione del concetto di sostanza, che come vedremo è fondamentale per tutta la serie di verità necessarie che verranno da qui dedotte.

Nell’Ethica Spinoza inizia infatti con l’enunciazione di definizioni, assiomi e postulati. Ad essi segue una serie ordinata delle proposizioni (cioè i veri e propri enunciati), corredate da dimostrazioni, corollari e scolii, nei quali la tesi sostenuta e le sue conseguenze vengono giustificate esclusivamente in base a quanto è stato stabilito nella trattazione precedente. Il tutto è integrato da prefazioni e appendici che completano il discorso. Ma, qual è la differenza tra il suo trattato e quelli di stampo euclideo? La differenza è evidente: ben oltre quella euclidea, la geometria di Spinoza non ha per oggetto soltanto le proprietà delle figure, bensì l’essenza stessa della realtà.

Appare dunque chiaro come il Dio di Spinoza sia molto diverso dal Dio cartesiano da una parte e dal Dio della religione storicamente rivelata dall’altra.

Tale impostazione ha notevoli ripercussioni, come vedremo in seguito, anche dal punto di vista politico. La centralità dell’idea di Dio, infatti, si manifesta in Spinoza anche e soprattutto come una critica, spesso su base filologica, dell’idea stessa di rivelazione divina. Tanto che la filosofia di Spinoza è stata interpretata ed assunta come l’alternativa filosofico-teologica a qualsiasi forma di religiosità storica: una nuova religiosità senza Dio, quella che maggiormente è stata vista come adatta a supportare un ordine sociale e civile dello stato “laico”.

Nel Trattato teologico-politico, per esempio, Spinoza si rivolge esclusivamente a chi è libero da superstizione e ignoranza (cioè a un numero molto ristretto di lettori). L’intento principale – in quest’opera – è quello di favorire una libera repubblica in cui ci sia piena libertà di pensiero e di parola, mettendo al bando qualsiasi forma di integralismo o di censura o di inquisizione. Per Spinoza sono gli Stati autoritari a favorire la superstizione e l’ignoranza e a tal fine combattono la libertà di esprimersi dei cittadini considerandola pericolosa e dannosa per la pace dello Stato e per la religione.

La strategia di Spinoza va in direzione contraria:

Non solo questa libertà, se concessa, non pregiudica il sentimento religioso e la pace civile, ma anzi, se soppressa, provoca con la propria rovina la rovina della pace civile e del sentimento religioso stesso“.

Per Spinoza occorre indicare

i principali pregiudizi riguardanti la religione, cioè i segni dell’antico servaggio, e in se- condo luogo i pregiudizi riguardanti il diritto del l’autorità sovrana

per liberare l’umanità dalle superstizioni e dall’ignoranza e per consentire un suo miglioramento nella società e nello Stato. Sia che si giuri su Cristo, su Mosè, su Maometto o su nessuno – afferma Spinoza – il comportamento quotidiano non cambia e tutti si ammazzano fra loro allo stesso modo, rinnegando nei fatti l’amore verso il prossimo che dovrebbe caratterizzare la vera religione. Dunque, la pretesa di rappresentare la vera religione non ha – per il filosofo olandese  – alcun fondamento. Le religioni si sono ormai ridotte a puro culto esterno (con cui si adula, non si adora, Dio), e la fede non è altro che credulità e pregiudizi , “che trasformano gli uomini da esseri razionali in bestie“. Si tratta allora di intraprendere quel cammino che riporti gli esseri umani alla razionalità , per giungere al riconoscimento del contenuto vero della religione, riassumi- bile nell’amore per il prossimo e nella pratica della giustizia

 

 

 

La sostanza. Il concetto da cui prende le mosse la trattazione dell’Ethica è dunque quello di sostanza, che Spinoza intende in maniera insieme cartesiana e anticartesiana.

Cartesio aveva distinto tra 1 ) un uso proprio del termine sostanza, per cui essa è causa di se stessa e coincide con Dio, e 2) un uso analogico, per il quale sostanza è tutto ciò che per esistere non necessita di altro che di Dio. Di qui la distinzione di (ben) tre diverse sostanze: quella divina, quella pensante e quella estesa. Spinoza ritiene, invece, che della sostanza si possa parlare soltanto in senso proprio: essa, infatti, è per definizione “ciò che è in sé“, ciò che esiste di per se stesso. In altri termini, la sostanza è ciò la cui essenza implica necessariamente l’esistenza, ovvero ciò che è causa di se stesso. In base a questa definizione, è necessario concludere che la sostanza è infinita e unica. Se fosse finita o molteplice, infatti, esisterebbe qualcosa di esterno da cui essa dipenderebbe. 

In altre parole: accettando la definizione cartesiana di sostanza (sostanza è ciò che esiste in sé, ovvero che non ha bisogno di altra realtà per esistere ed è concepito di per sé, ovvero non ha bisogno di nessun altro concetto per essere pensato, ciò che è causa di se stesso, ossia la realtà la cui essenza implica l’esistenza, la cui natura cioè non può essere concepita se non come esistente e tale da poter essere pensata senza che si debba ricorrere ad altra cosa), Spinoza arriva a concludere che la sostanza non può essere che a) increata, b) infinita ed c) unica:

a) essa ha in se stessa la propria ragione di essere e non può ricevere la realtà da altro essere, che, naturalmente, le sarebbe superiore e sarebbe esso stesso la sostanza;

b) è senza alcun limite perché, se fosse finita, sarebbe determinata e dipenderebbe da altri;

c) è essa sola perché, se fossero due o più di due, queste molteplici sostanze, qualora fossero finite, si limiterebbero reciprocamente; qualora fossero infinite, si arriverebbe a questo assurdo, che la somma di due o più infiniti darebbe come risultato un infinito maggiore di ciascun addendo pure infinito.

Questa sostanza increata ed infinita, proprio perché unica, e Dio e l’universo insieme Deus sive Natura dice Spinoza, ripetendo l’espressione di Giordano Bruno. In tal modo è definitivamente superata la separazione dualistica di Cartesio  fra sostanza prima (infinita) e sostanze seconde (finite), fra Dio creatore e realtà (spirituale e materiale) creata.

 

Natura naturans e natura naturata. Siamo quindi di fronte ad una radicalizzazione della definizione cartesiana di sostanza, che qui viene concepita come unica, infinita, incondizionata, causa sui. Spinoza approda dunque ad una concezione che vuole la sostanza coincidente con l’Essere divino. Da ciò il suo monismo, che è al tempo stesso panteistico e naturalistico, essendo il Tutto manifestazione della divina natura, unica pur nel suo duplice aspetto di natura naturans — universale principio attivo di ogni accadere — e natura naturata, intesa come molteplicità dei singoli accadimenti.

 

 

 

 

(… segue)

 

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