Cartesio: Dio è al di là dell’errore umano (la prima dimostrazione dell’esistenza di Dio)

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Puntate precedenti:

  1. Il genio della modernità: Cartesio
  2. Metodo e logica della scoperta: che cos’è la scienza per Cartesio?
  3. Cartesio e la scienza metafisica
  4. Cartesio: come si passa dal dubbio alla certezza assoluta?
  5. La luce della certezza: “Je pense, donc je suis”. Cartesio e la fondazione della conoscenza
  6. Cartesio: cosa c’è di certo, oltre l’io-che-pensa?
  7. Cartesio e il salto metafisico: come si passa dall’io a Dio

 

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Nella precedente sezione abbiamo visto come Cartesio, per garantire la nuova fondazione della conoscenza, ci conduce dalla certezza dell’io alla certezza di Dio.

Io penso, sono. Ho dunque necessariamente dei pensieri, delle idee. Ma proprio tra queste idee trovo il timbro del Creatore: l’idea della perfezione. Solo un ente perfetto – e quindi dotato di sole caratteristiche positive – può infatti averla impressa nella mia mente.

Come vedremo più avanti, la coerenza logica del concetto di perfezione (avere sempre e solo qualità positive), sarà determinante per l’intera struttura dell’argomento cartesiano.

Torniamo ancora un attimo sul primo tratto della sua catena argomentativa: se penso, ho necessariamente pensieri in me, dunque detto in altro modo, penso idee. Ma ogni idea deve avere una causa dotata di realtà formale:

Ma quale conclusione posso trarre da tutto ciò? Certo se la realtà oggettiva di qualcuna delle mie idee è tale che io sia certo che essa non è in me né formalmente né eminentemente (di modo che io non posso esserne la causa), da ciò necessariamente consegue che io non sono solo nel mondo, ma che esiste anche qualche altra cosa che è la causa di questa idea“. (Terza meditazione)

 

Quindi, argomenta Cartesio, se posso trovare anche soltanto un’idea nell’io-che-pensa che contiene una realtà maggiore della realtà stessa dell’io-che-pensa, allora posso affermare con sicurezza che l’io-che-pensa non è solo col suo pensiero, ma esiste necessariamente un altro Ente che ha messo o mette in lui questi pensieri, queste idee. E, trattandosi dell’idea di perfezione, quest’Ente non potrà che essere perfetto.

 

 

 

La prima dimostrazione dell’esistenza di Dio

Scendiamo allora un po’ più in profondità nel discorso di Cartesio. Può infatti affermare il nostro Filosofo:

 

“Già secondo il lume naturale è chiaro che nella causa efficiente e totale ci dev’essere almeno tanto quanto nel suo effetto. Infatti l’effetto da dove mai potrebbe prendere la sua realtà, se non dalla causa? E la causa come potrebbe dargli questa realtà, se non l’avesse in sé? Da ciò dunque consegue che nulla può essere generato dal nulla, e neppure che ciò che è più perfetto, cioè che ha più realtà in sé, può derivare da ciò che è meno perfetto. Questo non solo è evidentemente vero riguardo a quegli effetti la cui realtà è attuale o formale, ma anche riguardo a quelle idee in cui si considera soltanto la realtà oggettiva. Ad esempio una pietra che prima non esisteva non può cominciare ad esistere ora, se non è prodotta da qualcosa in cui vi sia tutto quello che formalmente o eminentemente è già nella pietra; né il calore può essere immesso in un soggetto che prima non era caldo se non da una cosa che sia di un ordine almeno tanto perfetto come è il calore, e così il resto. Inoltre non vi può essere in me un’idea di calore o di pietra, se non è posta in me da qualche causa nella quale almeno vi sia tanta realtà quanta ne concepisco nel calore o in una pietra. Infatti, per quanto questa causa non trasfonda niente della sua realtà attuale o formale nella mia idea, bisogna ritenere non che questa causa sia meno reale, ma che la natura della stessa idea debba essere tale da non esigere in sé nessun’altra realtà formale oltre a quella che viene tratta dal mio pensiero, di cui è una modalità. Quanto poi al fatto che questa idea contenga l’una o l’altra realtà oggettiva, ciò sicuramente lo deve derivare da qualche causa nella quale come minimo vi sia tanto di realtà formale quanto essa ne contiene di oggettiva. Se infatti ammettiamo che nell’idea si trova qualcosa che non è nella causa, questo “qualcosa” lo deriverebbe dal nulla. Eppure, per quanto sia imperfetto questo modo di essere per cui la cosa esiste oggettivamente nell’intelletto per mezzo dell’idea, tuttavia sicuramente è qualcosa, e quindi non può derivare dal nulla. Non debbo nemmeno pretendere che, siccome la realtà che considero nelle mie idee è soltanto oggettiva, non sia necessario che la stessa realtà sia formalmente nelle cause di queste idee: deve bastarmi che si trovi in esse anche oggettivamente. Infatti come questo modo d’essere oggettivo appartiene alle idee secondo la loro natura, così il modo d’essere formale appartiene alle cause delle idee, almeno alle prime e alle più importanti, secondo la loro natura. E sebbene forse un’idea possa nascere da un’altra, tuttavia qui non si dà un processo all’infinito, ma si deve giungere a qualche prima idea la cui causa abbia la forza di un archetipo in cui ogni realtà che si trova nell’idea solo oggettivamente, vi sia contenuta formalmente. Cosicché per il lume naturale mi è chiarissimo che le idee sono in me come immagini che possono facilmente decadere dalla perfezione delle cose dalle quali sono desunte, ma certo non possono contenere qualcosa di più grande e di più perfetto”. (Terza meditazione)

 

Per comprendere bene il discorso di Cartesio è importante chiarire bene questi termini: realtà formale, realtà oggettiva, realtà eminente.

Per la tarda Scolastica (vedi Suàrez, per esempio), la realtà formale indica la presenza effettiva, attuale, di un ente. La realtà oggettiva indica invece quello che di un ente viene pensato nella nostra mente, ciò che di un ente pensiamo. Detto in altri termini, per realtà formale si intende l’entità di una cosa, che coincide con la sua esistenza in atto. La realtà formale di una cosa ci dice insomma solo ciò che la cosa è. Attenzione: per realtà formale di un’idea Cartesio intende ciò che l’idea è, in quanto idea. E la realtà formale di un’idea è sempre quella di essere un modo del pensiero. Proseguendo per questa linea vediamo con chiarezza che ogni idea deve necessariamente avere un certo contenuto, cioè rappresentare un certo oggetto. Appunto: la realtà oggettiva di un’idea corrisponde all’entità dell’oggetto rappresentato dall’idea. In altre parole, l’idea, intesa in senso formale, è un atto della nostra mente (atto con cui, per esempio, noi pensiamo di volta in volta determinate cose). Dunque l’atto, come tale, è in sé sempre vero. Motivo per cui, anche se dovessimo pensare qualcosa che fosse falso, in senso formale la nostra idea sarebbe comunque sempre vera (in quanto esiste di fatto, come atto della nostra mente). In senso oggettivo, invece, l’idea dev’essere giudicata sotto il profilo della sua verità o falsità: ed è proprio per questo che Cartesio ordina i diversi tipi di idee (avventizie, fattizie ed innate). La realtà eminente, infine, indica la realtà di esistenza di un ente: il termine eminènte, infatti, deriva dal latino emĭnensentis, participio presente di eminere, “sovrastare“.

Nella filosofia cartesiana, l’esistenza eminente  di un ente indica dunque il suo esistere nel principio da cui deriva la sua realtà: così il mondo ha esistenza eminente in Dio (o, come anche si dice, “esiste eminentemente in Dio”), in quanto tutto ciò che di reale è nel mondo viene da Dio. Dio è allora necessariamente esistente in quanto causa dell’idea oggettiva di infinito o somma perfezione, contenuta nella nostra mente.

Riprendendo la forma della prova ontologica di Sant’Anselmo d’Aosta, Cartesio afferma infatti che solo un Ente come Dio può rispondere perfettamente dell’idea di somma perfezione e di infinito assoluto.

Questo antico argomento viene così rafforzato dal principio di causalità, tale per cui

 “In ogni causa efficiente deve esserci almeno altrettanta realtà o perfezione quanta è nell’effetto”.

 

Riepilogando, da questo principio, che è intuitivamente vero, si deduce che:

a) Una cosa che ha una certa realtà formale, cioè una certa perfezione, deve essere prodotta da una causa che contenga formalmente o eminentemente quella stessa realtà o perfezione. Ad esempio, un animale, che è un essere vivente dotato di sensibilità e di movimento, deve essere prodotto da una causa che contenga formalmente (= in atto) le perfezioni dell’animale, cioè da una causa che possegga ugualmente l’essere, il vivere, il sentire e la capacità di muoversi (quindi, da un altro animale). Oppure, lo stesso animale potrebbe essere prodotto da una causa che contenga eminentemente, cioè in maniera più eccellente, le perfezioni dell’animale, quindi abbia l’essere, il vivere, il sentire e la capacità di muoversi ad un grado più elevato di quanto non siano nell’animale. È impossibile tuttavia che l’animale sia prodotto da una causa che abbia meno realtà, meno perfezione di esso, cioè da una causa che non contenga formalmente (= in atto) tutte le perfezioni dell’animale (come, ad esempio, da un vegetale, che non possiede la capacità di muoversi).

Se applichiamo questo principio alle idee vediamo che la realtà formale di una qualsiasi idea consiste nell’essere semplicemente un modo del pensiero, cioè nell’essere pensiero.

Ma qual è la causa di questa realtà formale?

Per il principio di causalità deve essere una causa che contenga formalmente e eminentemente la realtà formale dell’idea (= essere pensiero). La causa delle mie idee può quindi essere semplicemente il mio stesso pensiero.

Quindi, se i consideriamo le idee unicamente dal punto di vista della loro realtà formale, cioè come semplici pensieri, nulla mi dimostra che esista qualcos’altro al di fuori di me, del mio pensiero, come causa delle mie idee.

Ma le idee, in quanto rappresentano qualcosa, posseggono anche una realtà oggettiva.

E in base al principio di causalità si può quindi affermare che:

b) La realtà oggettiva di un’idea deve essere prodotta da una causa nella quale sia contenuta quella stessa realtà, non soltanto oggettivamente, ma formalmente o eminentemente. In altre parole, se io ho un’idea con una certa realtà oggettiva, cioè un’idea che ha un certo contenuto, un’idea di qualcosa, questo contenuto dell’idea (= realtà oggettiva) deve essere stato prodotto da una causa che possegga in atto, cioè formalmente (o eminentemente) ciò che l’idea rappresenta. Questa causa avrà quindi formalmente (= in atto) almeno tanta realtà, tanta perfezione, quanta ne ha la cosa rappresentata dall’idea (= realtà oggettiva).

In definitiva, se noi consideriamo le nostre idee solamente dal punto di vista della loro realtà formale (cioè come semplici pensieri), esse risultano tutte uguali, non ce n’è una più o meno perfetta di un’altra: sono tutti pensieri e quindi la loro causa è semplicemente il nostro pensiero.

Ma se consideriamo le nostre idee dal punto di vista del loro contenuto (= realtà oggettiva) vediamo immediatamente che ci sono idee più o meno perfette (ad es. l’idea di un animale possiede più realtà oggettiva, più perfezione, di quella di una pietra; l’idea di una qualche sostanza possiede più realtà dell’idea di un colore o di un sapore che la sostanza può avere [questi sono infatti meri accidenti] ).

Ora, dato che più un’idea è perfetta (cioè ha una maggiore realtà oggettiva) più la sua causa deve contenere in atto (cioè formalmente) tale perfezione, ne deduciamo – come abbiamo visto – che se si troverà nella mente-che-pensa qualche idea la cui realtà oggettiva è così grande da essere certo che tale realtà non può essere contenuta in noi né formalmenteeminentemente, allora è chiaro che la mente-che-pensa non potrà essere stata la causa di tale idea: dovrà quindi esistere qualche altra cosa, al fuori dalla mente-che-pensa, che ha causato nella mente questa idea e che possiede formalmente o eminentemente tutta quella realtà o perfezione che è contenuta oggettivamente nell’idea posta nella mente-che-pensa.

 

In modo più sintetico:

Come potrebbe, quest’idea di sostanza infinita e sommamente perfetta, essere prodotta dall’io, che è invece sostanza finita?

 

L’origine, la causa di quest’idea non può che essere Dio stesso.

 

Con le parole dello stesso Cartesio (Terza meditazione):

 

Infatti sebbene l’idea di sostanza sia in me per il fatto stesso che sono una sostanza, non per questo tuttavia sarebbe in me l’idea di sostanza infinita, essendo io finito, se non procedesse da qualche sostanza che fosse effettivamente infinita. […] Capisco chiaramente che c’è molta più realtà in una sostanza infinita che in una finita e che […] la percezione di Dio è in me […] Ma forse sono qualcosa di più di quanto io stesso intenda, e tutte quelle perfezioni che attribuisco a Dio, si trovano in me in qualche modo in potenza, anche se ancora non compaiono e neppure sono tradotte in atto. […] e infine percepisco che l’essere oggettivo di un’idea non può provenire da un essere che esista solo in potenza, e che parlando propriamente non è il nulla, ma solamente da un essere attuale e formale. […] da chi allora trarrei il mio essere? Da me, certamente no, né dai miei genitori, né da un altro qualunque meno perfetto di Dio. Se però io fossi da me solo, non dubiterei, non desidererei, non mi mancherebbe assolutamente niente; infatti mi sarei dato tutte le perfezioni delle quali è presente in me una qualche idea, e così sarei Dio stesso. Resta soltanto da esaminare in quale modo io abbia ricevuto questa idea da Dio; non l’ho infatti attinta dai sensi, né mai mi è sopravvenuta senza che me lo aspettassi; e neppure è stata formata da me, poiché non posso togliere da essa nulla e nulla aggiungere; e di conseguenza resta solo che sia innata, nel modo in cui mi è innata l’idea di me stesso. E di certo non c’è da meravigliarsi, che Dio, creandomi, abbia infuso in me, quella idea, che fosse come il marchio che l’artefice imprime nella sua opera.

 

La prima prova dell’esistenza di Dio si traduce quindi in questo schema:

  1. Nella mente-che-pensa c’è un’idea innata, l’idea di Dio, che rappresenta una sostanza infinita
  2. Qual è la causa di quest’idea?
  3. Non può essere la mente-che-pensa, in quanto mente finita ed imperfetta e quindi dotata di meno realtà in senso formale, di quanta sia la realtà oggettiva dell’idea di sostanza infinita
  4. Può essere solo Dio stesso, il solo ente dotato, in senso formale, di tutta la realtà contenuta oggettivamente nell’idea di Dio.
  5. Quindi Dio esiste effettivamente.

 

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Passiamo ora alla seconda dimostrazione dell’esistenza di Dio esibita da Cartesio a fondamento dell’intera sua gnoseologia.

 

 

(segue….)

 

 

 

Alessandro Benigni

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