Husserl e il superamento del Relativismo (1)

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Il “più accanito rivale di Nietzsche”

 

Introdurre un pensatore come Edmund Husserl non sembra a prima vista difficile: in sintesi, è stato probabilmente il più grande filosofo del Novecento, a lui si deve un’enorme produzione di scritti, la nascita di una nuova corrente filosofica (attivissima ancor oggi, la Fenomenologia) che ha influenzato praticamente tutti gli ambiti della cultura, oltre che un esempio luminoso di lotta allo scetticismo e al relativismo che fisiologicamente ne deriva.

Più impegnativo è invece mettere in un ordine articolato e facilmente accessibile le ragioni di questo giudizio, a parte ovviamente spiegare che significa essere “un grande filosofo”.

Cominciamo col dire che questo sembra essere un punto che gode di grande accordo tra gli studiosi: è stato uno dei maggiori filosofi di tutti i tempi e forse il maggiore del secolo scorso. 

Se c’è infatti una convinzione comune e piuttosto radicata tra gli storici della filosofia ed i cultori della materia, questa riguarda proprio la grandezza di Husserl e la sua importanza per la filosofia del Novecento, la cui influenza si propaga fino ai nostri giorni. Tuttavia, anche in questo caso, le motivazioni che stanno alla base di questa lusinghiera valutazione sono piuttosto difficili da spiegare in modo sintetico. Anche perchè spesso, come vedremo, non sono affatto omogenee.

Questa mini-introduzione al pensiero del grande filosofo si propone appunto l’obiettivo ambizioso di semplificare i motivi e le ragioni di tale giudizio.

Dicevamo che anche se tutti i critici concordano sulla centralità di Husserl nel pensiero del Novecento, tuttavia ci sono voci discordanti sulle ragioni di questo ruolo straordinario e, più in generale, sull’importanza della “Fenomenologia“: termine con cui si indica il nuovo metodo di ricerca elaborato dal filosofo tedesco che è diventato in seguito una vera e propria corrente filosofica, cui Husserl ha dedicato l’intera sua attività e che ha profondamente segnato la storia della filosofia contemporanea. Tuttavia, pur nell’arcipelago delle diverse interpretazioni, c’è senza dubbio un punto sul quale tutti sono d’accordo: Husserl ha perfettamente incarnato il modello del filosofo, ridefinendone il ruolo e i compiti specifici, riuscendo ad esibire un formidabile e per certi versi ineguagliabile esempio di dedizione e professionalità. La sua è stata – nella vita come nell’attività professionale – una tensione etica tutta particolare, unica per molti aspetti, che ancora oggi indica un obiettivo ideale da perseguire per chiunque voglia occuparsi seriamente di filosofia.

Mi sembra che sia proprio questo uno dei primi elementi da sottolineare: la lotta allo Scetticismo e al Relativismo non sono è imprescindibile per chi intende la Filosofia come scienza rigorosa , ma ha a che fare prima di tutto con una dimensione esistenziale, personale, che investe, prima ancora della disputa accademica, il senso stesso della nostra vita.

Insomma: l’incredibile quantità di scritti, di appunti personali, di revisioni e puntigliose correzioni, l’accanimento al rigore concettuale, la continua riformulazione e problematizzazione dei risultati conseguiti, in una parola la passione che Husserl ha manifestato nella sua lunga e incessante attività di ricerca indicano ancora oggi qual è l’esempio ideale del professionista della filosofia ma anche dell’uomo che si rifiuta di vivere un’esistenza spersonificata, deresponsabilizzata, indifferente rispetto al senso e allo scopo sia di ciò che ci accade in prima persona, sia della rete di rapporti intersoggettivamente condivisa.


È stato da più parti osservato che Husserl ha cercato, per tutta la vita, l’esattezza teoretica: è questa una posizione, o meglio una tensione, che non ha mancato di provocargli delle crisi molto profonde, anche spirituali, se non addirittura esistenziali. Beninteso: la lotta contro Scetticismo e Relativismo, queste due forze devastanti, anche sotto il profilo sociale, non poteva non lasciare segni e ferite. Ma ciò che alla fine ha sempre prevalso è stato in lui quello che potremmo definire uno spirito matematico, il quale vive nella consapevolezza che ai lunghi momenti di difficoltà e incertezza di fronte ad un problema che pare irrisolvibile prima o poi l’intelligenza che è in grado di padroneggiare la logica, arriva a una soluzione. E, soprattutto, che le soluzioni date ai problemi – anche ai problemi di natura filosofica – possono essere esatte, ovvero certe: chiare e incontrovertibili. Anche per questa profonda e costante convinzione Husserl può essere definito il filosofo della “chiarezza concettuale”. In effetti, dei profondi e angoscianti dubbi, dei continui ripensamenti, delle difficoltà e delle crisi, anche di carattere esistenziale, dagli scritti pubblicati, anche postumi, traspare poco. Questo è un dato che non deve sorprendere e che si deve alla convinzione che Husserl ha sempre saldamente mantenuto: per lui la filosofia è una “scienza rigorosa“, come e più della matematica, nella quale non resta spazio per riflessioni esistenziali di carattere biografico.

In quanto scienza rigorosa, fedele al solco tracciato con particolare incisività da Cartesio a Kant, essa deve trattare dell’epistéme, dedicandosi alla ricerca della chiarezza assoluta nei concetti, più che ai temi dell’esistenza.

D’altra parte Husserl aveva la convinzione che fosse proprio la filosofia il più efficace antidoto ad ogni forma di crisi che dallo Scetticismo e dal Relativismo fatalmente deriva. Per questo egli combatté la sua guerra personale – ma non privatacontro la disgregazione di tutti i valori, nella convinzione che è la stessa ricerca della chiarezza e dell’esattezza a dissolvere non solo le false filosofie e gli inganni della cultura e le sue deviazioni, ma anche, e soprattutto, la confusione in ambito etico. Non è un caso, da questo punto di vista, che qualcuno abbia visto in Husserl “il più accanito rivale di Nietzsche. Se c’è dunque un tratto decisamente “esistenzialista” nella sterminata e complessa produzione filosofica di Husserl, possiamo affermare che questo consiste nel suo personale stile di ricerca filosofica, nella continua ricerca di chiarezza e rigore concettuale. È infatti la passione per l’evidenza che caratterizza tutta l’evoluzione della sua produzione scientifica e se il tentativo di fondare un metodo rigoroso per “cogliere le cose stesse” (per usare una sua tipica espressione) può essere colto e interpretato come un gesto di radicale libertà (in quanto si pone programmaticamente l’obiettivo di rifiutare le abitudini, i pregiudizi, gli schemi mentali entro i quali siamo tutti più o meno costretti), questa aspirazione alla libertà si traduce sempre, per il filosofo, nella ricerca delle leggi fondamentali che possono fondare il nostro rapportarci al mondo e agli altri, ovvero che stanno alla base di una filosofia e di un’etica intese come “scienza rigorosa”: è bene infatti chiarire fin d’ora che il continuo richiamarsi alla coscienza ha per Husserl un valore non soltanto epistemologico, ma anche etico, come dimostrano le sue “Lezioni di etica formale, l’ultimo corso tenuto ai suoi studenti universitari, che oggi possiamo leggere come una sorta di testamento spirituale. Dettando le leggi di un volere razionale e non empirico, in queste lezioni del 1914 – che rendono definitivamente accessibile il pensiero etico di Husserl – si delineano le condizioni di sensatezza del valutare e dell’agire, all’interno dei complessi rapporti che sul piano formale legano la soggettività ai valori. All’esistenza di un’etica formale e delle sue leggi a priori, Husserl giunge per via indiretta: attraverso l’impasse in cui fatalmente cade lo scettico pratico con la sua richiesta di rifiutare validità a qualunque richiesta. Ecco il controsenso pratico, analogon del controsenso logico, ed ecco poste le basi per un radicale parallelismo che porta ad articolare le diverse modalità della ragion pratica e assiologica sulla falsariga delle modalità della ragion logica. Ma si tratta di un parallelismo inevitabilmente asimmetrico: nella sfera pratica, infatti, viene subito a cadere la pretesa di autonomia assoluta delle possibilità pratiche rispetto alla situazione obiettiva del soggetto. Nel corso di questa ‘logica’ della sfera emotiva, Husserl illustra in modo articolato il pronunciarsi della soggettività a fronte di un orizzonte di cose ed eventi verso cui siamo chiamati a prendere posizione, anche in assenza di una certezza piena. Analizzando le specifiche modalità deduttive del volere e del desiderio per rendere ragione della complessità dei dilemmi della scelta, vengono svelati alcuni nessi decisivi di quest’etica formale, sulla base del presupposto che vede i valori come grandezze confrontabili, soggetti dunque ad accrescimento o diminuzione in forza del postulato della mediazione e dell’assorbimento tra i diversi valori in gioco. Con queste lezioni Husserl ribadisce la reciproca comunanza degli atti conoscitivi e quelli emotivi, senza però tacere una supremazia di fondo della sfera logico – conoscitiva: “dobbiamo” solo ciò che “sappiamo”. Ecco un ulteriore motivo per cui la conoscenza diventa un dovere assoluto dell’umanità.

Sempre in questa prospettiva può essere interpretata anche l’ultima delle opere di Husserl, la “Crisi delle scienze europee“, dove a porsi in primo piano è ora il problema del mondo, inteso come orizzonte entro cui ogni ente, anche a livello intersoggettivo, si pone alla coscienza: tra gli oggetti del mondo della vita – scrive il filosofo tedesco – si trovano anche gli uomini, il loro agire umano, il loro operare e il loro patire, i loro legami sociali.

Di questo livello della produzione filosofica del grande logico tedesco avremo comunque modo di tornare in seguito.

Torniamo ora al generale accordo sull’impatto decisivo che la gigantesca personalità filosofica di Husserl ha avuto sullo sviluppo culturale e scientifico del XX secolo.

Diciamo genericamente “culturale e scientifico” in quanto non è possibile in alcun modo relegare gli effetti di tale influsso al solo ambito filosofico. Beninteso: già questo di per sé sarebbe stato un successo con pochi precedenti nella storia della filosofia. Ma Husserl andò oltre. È possibile infatti addebitare al padre della Fenomenologia alcuni degli impulsi più potenti che alimentano settori di ricerca non solo filosofici ma anche di culture e discipline attigue. Testimoniano questa diffusione, giusto per fare un esempio, le imponenti ricerche di Karl Jaspers che non fu solo importante filosofo ma anche eminente psichiatra, studiosi che si occupano principalmente di logica, oltre che di psicologia, come Theodor Lipps, ma anche Max Scheler, ed altri ancora. Più in particolare, risentiranno dell’influenza della Fenomenologia l’allievo prediletto Martin Heidegger e altre figure centrali della filosofia del Novecento come Karl Löwith, Ludwig Landgrebe, Eugen Fink, il grande filosofo ebreo Emmanuel Levinas, Marvin Faber, etc., fino a Jean Paul Sartre, Maurice Merleau Ponty e molti altri.

Alla domanda circa le ragioni di tale imponente sviluppo e di rete di influenze dobbiamo in qualche modo già accennato: Husserl ha finito con l’imporsi all’attenzione dei suoi contemporanei e delle generazioni successive in forza della radicalità delle sue posizioni e – soprattutto – del suo metodo filosofico, che egli chiamò Fenomenologia.

Ma che cos’è la Fenomenologia?

 

 

(… segue)

Alessandro Benigni

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