Cartesio: cosa c’è di certo, oltre l’io-che-pensa?

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Capitoli precedenti:

  1. Il genio della modernità: Cartesio
  2. Metodo e logica della scoperta: che cos’è la scienza per Cartesio?
  3. Cartesio e la scienza metafisica
  4. Cartesio: come si passa dal dubbio alla certezza assoluta?
  5. La luce della certezza: “Je pense, donc je suis”. Cartesio e la fondazione della conoscenza

 

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Nel paragrafo precedente ci eravamo lasciati con un dato acquisito come punto fermo, inattaccabile anche dal più estremo dei dubbi:

Quello che so, è che esisto e che sono pensante”.

Questa formula è davvero spiazzante, capace di resistere a qualsiasi obiezione, anche linguistica.

Un esempio? Al critico Gassendi, che per cercare di invalidare la verità esistenziale del cogito opponeva un “ambulo, ergo sum” (“cammino, quindi sono“), Cartesio rispondeva che l’attività del pensiero è diversa da tutte le altre. Prima di tutto io potrei sognare di camminare, quindi il camminare sarebbe falso ma il pensiero (il sogno) resterebbe vero, ed in secondo luogo io potrei non camminare, non muovermi, non fare nulla, restando comunque me stesso: negare che io stia camminando non implica che io cammini, mentre per negare il pensiero devo necessariamente pensare.

Siamo così giunti ad un primo punto fermo, che rischia però di restare anche l’ultimo:

Che cosa posso dire, con altrettanta certezza, oltre al fatto di esistere come un essere-pensante?

 

Penso, sono. D’accordo. Ma cosa, esattamente, sono? e che posso dire del mondo fuori di me, che vedo, percepisco, mi rappresento con quasi altrettanta forza con cui faccio esperienza del mio stesso essere?

Per capire i passi ulteriori di Cartesio, dobbiamo proseguire l’analisi delle conseguenze di questa prima mossa, con cui il filosofo arriva in modo straordinariamente disinvolto alla certezza indubitabile dell’esistenza del proprio io-che-pensa.

Quando Cartesio insiste con la formula ego sum, ego existo, nelle Meditazioni , sta in realtà traducendo in modo significativo la formula che aveva utilizzato nel Discorso sul metodo: penso dunque sono (“je pense, donc je suis“). Che cosa vuole allora significare? Il senso di questa formula è che ciò che definisce l’uomo è il pensiero. Il dubbio è solo una forma del pensiero: in realtà il pensiero umano ha anche altre forme e diversi contenuti.

E che cosa devo pensare ora, quando suppongo che un potentissimo ingannatore – e, se è giusto dirlo, maligno – si adopera in ogni modo ad ingannarmi quanto può? Posso dunque affermare di possedere, anche se in minima parte, quelle facoltà caratteristiche che già ho detto riguardare la natura del corpo? Mi concentro, penso, riesamino, non mi viene in mente niente; invano mi sforzo di riesaminare sempre le stesse cose. E cosa poi delle facoltà che attribuivo all’anima? Nutrirsi o camminare? Dal momento che non ho un corpo, anche queste non sono che finzioni. Provare sensazioni? Eppure anche questo non avviene senza il corpo; e mi è sembrato di provare molte sensazioni nel sonno, che poi mi sono accorto di non aver provato. Pensare? Ho trovato: è il pensiero; questa sola facoltà non può essere staccata da me. “Io sono, io esisto”; è certo. Ma per quanto tempo? Evidentemente per tutto il tempo che penso; infatti potrebbe anche accadere che, se cessassi da ogni pensiero, cessassi di essere tutto quanto. Fin qui non ammetto se non ciò che è necessariamente vero; e dunque sono esattamente soltanto una cosa che pensa, cioè una mente, un animo, un intelletto o piuttosto una ragione, parole che prima erano, per me, prive di significato. Ma dunque sono una cosa, e che esiste realmente. Ma quale cosa? L’ho detto: una cosa che pensa. (Seconda Meditazione)

Daccapo: io penso, io esisto, sono da intendersi come un unico atto che si fonda su un’evidenza incontrovertibile, che allo stesso tempo lega sostanzialmente il mio essere al mio pensare. Da ciò deriva che la mente-pensante, sicuramente esistente, appare fin dall’inizio separata da corpo, che è a questo punto probabilmente ma non necessariamente esistente. Sul corpo posso sbagliarmi: non sulla mente. Per sbagliarmi infatti devo necessariamente essere almeno pensiero-pensante, non c’è bisogno che io sia anche corpo.

Ma anche le altre forme di pensiero, cui Cartesio ha già abilmente fatto riferimento, sono forme della mente, non corporee. Lo stesso sentire, l’immaginare, e così via, appartengono alla mente-che-pensa, e non al corpo, indipendentemente dalla corrispondenza reale di ciò che pensiamo fuori dalla nostra mente.

E’ nella Terza Meditazione che Cartesio mette maggiormente a fuoco questo primo principio, in base al quale risulterà evidente che è possibile avere conoscenza evidente e quindi certa della realtà indipendentemente dall’esperienza sensoriale.

 

 

La Terza Meditazione

E’ questo il modo spettacolare con cui Cartesio mette fuori gioco il dubbio scettico. Per lo scetticismo il fondamento e l’insuperabilità del dubbio risiede nella differenza incolmabile tra singolarità dell’esperienza sensibile ed oggettività dei contenuti della conoscenza universale, ovvero dell’epistéme. Per lo scettico il problema della fondazione di una conoscenza epistemica emerge proprio a partire dal riconoscimento del ruolo originario del soggetto. Ogni conoscenza è sempre conoscenza che si fonda su un determinato soggetto, che deriva e in qualche modo si chiude nell’ambito di una soggettività conoscente. Tutte le conoscenze (anche etiche, estetiche, non solo scientifiche) possono essere ricondotte ad atti soggettivi. Dal soggetto, secondo la posizione scettica, derivano e dipendono: dunque che cosa può garantire la loro oggettività reale?

La mossa di Cartesio consiste appunto nello scavalcare il dualismo irriducibile di soggetto/oggetto, soggetto-interno / mondo esterno, per risolvere tutta la fondazione della conoscenza nelle idee, ovvero nell’interiorità mentale, spirituale, immateriale, del soggetto. Affermando implicitamente, in base al principio del “lume naturale”, ovvero della ragionevolezza universalmente diffusa, che non si tratta del mio soggetto, né di quel o quell’altro soggetto ma piuttosto del soggetto in generale. Si tratta a mio parere di una implicita anticipazione del concetto di trascendentale, sul quale torneremo.

 

L’unico scoglio da superare, per poi uscire dall’area del soggetto-che-pensa ed affacciarsi al mondo che si manifesta al di fuori del soggetto stesso, resta l’ipotesi di un Dio assolutamente potente ed ingannatore, ovvero di un Dio capace di ingannarmi anche sulle cose che io vedo in maniera chiara e distinta con gli occhi della mente, come per esempio le gli oggetti e le proposizioni della matematica più elementare.

Attenzione: Cartesio non sta ipotizzando che sia davvero possibile dubitare degli enti matematici elementari, ma soltanto che su questa evidenza si possa procedere fino a trovare una conoscenza epistemica del mondo esterno. Di per sé, le evidenze della matematica elementare sono e restano indubitabili, in forza della loro evidenza assoluta: il problema è capire se e come possano servire come fondamento di una conoscenza certa del mondo reale, esterno al pensiero-che-pensa.

 

Quindi prima bisogna dimostrare che Dio esiste, quindi che è buono e che di conseguenza non mi inganna.

 

Come si vede, siamo ancora nell’ambito della dipendenza della conoscenza dall’ipotesi sensata che esista un Dio e che su questa esistenza, in generale, possa fondarsi l’epistéme. In caso contrario, dal cogito del soggetto non si esce.

 

Ora, la dimostrazione di questo passaggio molto delicato è particolarmente spettacolare e pertanto vale la pena soffermarsi con attenzione su questo nuovo anello della catena argomentativa del nostro filosofo.

 

 

(… segue)

 

 

 

Alessandro Benigni

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