101. L’immersione nel falso, è vera? (parte prima)

di Alessandro Benigni

*

Una serie di riflessioni, sulla modernità, sui mass media, su come difendersi dalla dis-in-formazione di massa. E qualche riflessione sul peso che la falsità sistematica occupa, nelle nostre vite. Determinando fedi, scelte, passioni, sofferenze. E, soprattutto, finti traguardi da raggiungere. 

 

 


Primo passo: un pensierino contro corrente

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Historia magistra vitae?  Ma anche no.

E’ chiaro che la Storia, non avendo per oggetto “la” verità, non può direttamente insegnarci nulla. Sì, avete sentito bene: i manuali che si studiano a scuola, che ricostruiscono in modo più o meno critico quello che si pensa sia accaduto da quando l’uomo ha cominciato a lasciare memoria di sé, non ci presentano “la verità”. Il che non implica che sia necessariamente tutto falso, come logica insegna.

Semplicemente, non c’è modo di saperlo.

Ma come!? E allora quelle montagne di libri, ricerche, quelle centinaia di dipartimenti universitari ed altrettanti storici che ci lavorano dentro, che ci stanno a fare?

Fanno il loro lavoro, ovviamente. Che non è quello di raccogliere dati, documenti, testimonianze per raccontarci “com’è sicuramente andata”, ma “com’è presumibilmente andata”.

Le fonti, vanno trovate, individuate, valutate, lette ed interpretate. Collocate in un mosaico più grande, fatto a sua volta di altre micro-ontologie regionali, in cui lo spazio della verità è confinato da quello della fede. Prestiamo attenzione a questo punto: alla storia devo credere. Qualsiasi essa sia. Anche contemporanea.

Banalmente: Napoleone non l’ho mai visto. Voi? E nemmeno Obanana. Ci devo credere: agli storici, alle fonti che dicono di aver visto. E via dicendo. E se anche l’avessi visto io stesso, Napoleone, sarei pur sempre stato io. Appunto. Lo so, è un discorso antipatico. Ma spesso ciò che è logicamente consistente non è solo antipatico, ma pure fastidioso. Ed è fastidioso, immagino, ricordare che di mezzo c’è sempre il mio modo di rappresentarmi il mondo e di vedere le cose. I miei difetti percettivi, cognitivi, etc. Le mie omissioni. Insomma: l’occhio dell’osservatore, la realtà conosciuta attraverso i sensi particolari. E così via.

Riprendiamo il filo, dunque: la Storia non insegna la verità. E cosa insegna, allora? Attraverso il suo costante rimuginare le testimonianze del passato, offre di volta in volta scenari. Ricostruzioni alternative. La Storia è una materia per bastian contrari, non per secchioni. La sua inimitabile valenza formativa ed educativa sta proprio qui: nel capire che cosa c’è di valido (se c’è) in una testimonianza. Nel sottoporla alla prova del dubbio. Nel vedere come e dove collocarla, per darle significato.

In poche parole, la Storia è una materia da Filosofi, più che da Storici. Il che poi significa che i grandi storici son sempre filosofi, e così via: la  Storia è una materia che ha a che fare col pensiero critico.

 

Per questo l’hanno ridotta a volgare cronologia. La messa in scena dell’Impero, dei mass-media e della distorsione planetaria (non tanto della verità, quanto della testimonianza), sarebbe stata respinta al mittente, fin dall’inizio, se solo avessimo studiato Storia.

E non cronologie e storielle, come l’Impero ha voluto.

 

 

Nella prossima puntata: quanto può esserci di vero (e perché) nella moderna comunicazione di massa. 

 

 

 

 

 

 

 

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