99. Il Neo-darwinismo, anticamera del Nichilismo

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La tesi che qui intendo discutere è in sé abbastanza semplice da enunciare. Forse più difficile da argomentare: ci proverò se mi riesce in poche battute, seguendo un’esposizione il più possibile facile e sintetica.

Provo ad esprimerla così:

Il neo-darwinismo, inteso come posizione non solo attinente alla speculazione biologica ma anche filosofica, conduce inesorabilmente al Relativismo, quindi allo Scetticismo e al Nichilismo. La Weltanschauung, la visione del mondo che ne deriva, è in sé profondamente auto contraddittoria.

Passiamo quindi a dare alcune definizioni preliminari (necessariamente sommarie) dei termini qui sopra enunciati.

Primo. Che cosa intendo qui per “neo-darwinismo”?

Tra le tante (troppe?), accetto la definizione che troviamo su Treccani. Il neodarwinismo è qualla teoria bio-evoluzionistica oggi più accreditata dalla scienza accademica internazionale. In estrema sintesi, si tratta, rispetto al darwinismo classico, di una nuova versione, in cui la “selezione naturale interverrebbe a mantenere, fra i caratteri insorti casualmente in una specie a ogni generazione, quelli che meglio rispondono alle esigenze di adattamento all’ambiente” (Treccani). Inoltre, “Tra gli scienziati che negli ultimi anni hanno lavorato al consolidamento della teoria neodarwiniana, di particolare rilievo è C.R. Dawkins, il quale afferma che l’unica vera unità su cui agisce la selezione naturale non è né la specie né il gruppo e neppure, in senso stretto, l’individuo, ma il gene, l’unità dell’ereditarietà. Egli estende inoltre l’idea darwiniana fino a includere sistemi non biologici che mostrano analoghi comportamenti di selezione del più adatto” (Treccani).

Quest’ultimo è naturalmente – almeno per me – il dato più rilevante: il debordare del neo-darwinismo in quella che oggi viene chiamata “sociobiologia“, ovvero quella disciplina che che, intersecando anche la filosofia, si fonda su una base biologico-evoluzionistica e si propone di dare un’interpretazione unificante di tutti i comportamenti sociali delle varie specie animali, fino all’uomo.

Ancor più notevole è un postulato – sottolineo: necessariamente tale – con cui i neo-darwinisti spiegano la mente umana, intendendola come un prodotto casuale dell’evoluzione, una speciale “qualità emergente” della materia, un “epifenomeno”  ovvero un dato, o un fatto, derivato (non si sa bene come, in questo caso) da altri fatti o dati precedenti. E alla base della catena resta, non dimentichiamolo, una materia originaria la cui provenienza è avvolta nel mistero. Così com’è avvolto nel mistero il dato oggettivo: questa materia obbedisce a leggi (fisiche, chimiche, e così via). In particolare, stringendo ancora il campo, la mente umana (che comprendente anche la coscienza) sarebbe per i neodarwinisti un epifenomeno della conformazione cerebrale. Ancora più precisamente: di questa conformazione cerebrale, frutto appunto della nostra storia evolutiva.

Secondo. Che intendiamo qui per Relativismo?

Per Relativismo (conoscitivo) intendiamo qui quella posizione filosofica secondo la quale ogni conoscenza umana è relativa. Il suo padre storico è Protagora (486-411 a.C), secondo il quale “l’uomo è misura di tutte le cose“. Da questa fissazione in poi, ciò che accomuna le varie forme di Relativismo storicamente date (come per esempio il Relativismo culturale, per cui culture diverse presentano costumi e valori diversi, su cui nessuno può emettere giudizi di valore definitivi, o il Relativismo etico, in base al quale i principi e i giudizi etici sono relativi alle norme stabilite dagli individui o a quelle vigenti in determinate culture, cosicché non esisterebbe alcuna etica universalmente vincolante, etc.) sarebbe un elemento molto vicino a quella dello Scetticismo: la convinzione che non esiste la possibilità di arrivare ad una verità assoluta ed incontrovertibile.

Terzo. Che cos’è lo Scetticismo?

Per scetticismo intendiamo qui quella teoria filosofica che riassume in sé le varie correnti scettiche, a partire da quelle greche ed ellenistiche, la cui tradizione fu iniziata da Pirrone di Elide. L’elemento in comune sta nell’affermazione dell’impossibilità di raggiungere una conoscenza solida e stabile. Incontrovertibile. Così argomenta grossomodo uno scettico: perché una conoscenza sia vera occorre che sia oggettiva, ma di fatto le conoscenze umane si presentano sempre e solo come soggettive, come frutto di singole soggettività conoscenti. Se ne deduce allora che qualsiasi pretesa di oggettività non ha fondamento. In altre parole lo scetticismo nega l’epistéme, cioè la conoscenza scientifica dell’essente in sé, fondandosi sull’impossibile rapporto tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto.

Quarto. Che cos’è il Nichilismo?

Per Nichilismo intendiamo qui una posizione culturale e filosofica, ideologica (a ben vedere di fede e non d’altro si tratta) che considera la realtà (complessivamente o particolarmente, circoscrivendosi ai valori etici o alle credenze religiose, e così via), come un nihil, un nulla. In particolare – ed è questo un aspetto fondante della tesi che qui vorrei sostenere – nella nostra epoca per Nichilismo si deve intendere ancora quella particolare forma già individuata da Nietzsche (1844-1900), denominata “nichilismo attivo“: una forma di fede, appunto, nel nulla, che promuove e accelera il processo di distruzione degli ideali tradizionali, per rendere possibile l’affermazione di nuovi valori.

Se accettiamo queste definizioni, credo sia possibile dedurre quanto segue:

  1. Per il neodarwinismo, il caso è alla base delle mutazioni che sono alla base della catena evoluzionistica.
  2. Da ciò deriva che la nostra conformazione cerebrale, di cui la mente e la coscienza sarebbero un epifenomeno, è deriva dal caso.
  3. Procedendo per questa catena, sembra lecito inferire che qualora avessimo imboccato un’altra strada evolutiva (sempre in base al caso: perché no?), ovvero qualora la nostra storia evolutiva fosse stata differente da quella che si è verificata, avremmo potuto trovarci dotati di ben altra mente e / o coscienza.
  4. Essendo però la mente umana, come dire, l’organo che ci permette di intenzionare gli oggetti logici e le verità oggettive (come per esempio quelle della matematica), sorge a questo punto il problema dell’origine di questa classe di enti: non materiali, non soggetti al caso, e pur tuttavia esistenti, vincolanti, impossibili da negare.
  5. Potremmo riassumere il problema in questi termini: le verità della logica (e della matematica, che da questa deriva) sono un prodotto umano (in ultima analisi dipendenti dal caso) o sono invece indipendenti sia dal mondo materiale che dalla particolare storia evolutiva del nostro cervello?

Si danno così due ipotesi: ugualmente contraddittorie:

Nella prima ipotesi la verità della logica e della matematica è un prodotto della mente umana, da essa dipende ed in particolare è relativa alla storia evolutiva (fondata sul caso, ricordiamolo) del nostro cervello. Ma questa, in piena conformità con lo scetticismo, è una contraddizione logica evidente, in quanto afferma ciò che nega. Si afferma infatti – con pretesa di verità epistemica – che non esiste verità assoluta conoscibile dall’uomo, sciolta da ogni dipendenza (umana, evolutiva, e così via). Com’è facile intuire, questa posizione degenera immancabilmente in Relativismo: se non esiste verità assoluta, allora tutte le “verità” o “post-verità”, com’è di moda dire oggi, si equivalgono.

Ma anche nella seconda ipotesi si cade in analoghe difficoltà, in quanto se si ammette un livello ontologico superiore, non materiale, indipendente dall’uomo, oggettivamente valido, resta poi impossibile spiegare come mai il cervello umano, frutto di una storia evolutiva fondata su processi casuali, riesca ad intenzionarlo, a coglierlo, a farlo proprio. Per quale ragione ne risulti strutturalmente vincolato.

Quindi dal momento che la concezione neodarwinista considera la mente come un prodotto casuale dell’evoluzione, di fatto si contorce in un’evidente autofagia in quanto o da una parte è incapace di giustificare la nostra capacità di cogliere verità oggettive, (e quindi ammette anche la propria incapacità di dare adeguato fondamento alla propria impresa scientifica, costringendosi a rinunciare ad essere una descrizione oggettiva del reale) oppure deve confermare l’esistenza di verità oggettive, indipendenti dal caso, alle quali l’uomo deve necessariamente adeguarsi. Ma se esistono queste verità oggettive, daccapo, non ci capisce come una supposta evoluzione casuale del nostro cervello ci metta in grado di cogliere questo livello di verità, e così via.

Ma come si arriva al Nichilismo?

Il neodarwinismo non spiega l’origine della materia. Non spiega come il pensiero, la mente, la coscienza, possano nascere dalla materia. Non è in grado di precisare l’insorgenza dell’epifenomeno mente, sia dal punto di vista cronologico che speculativo. Il neodarwinismo non spiega l’origine delle verità oggettive sulle quali si basa l’idea stessa di epistéme, di conoscenza scientifica. Riduce sostanzialmente l’essere umano alla sua storia evolutiva, basata sulla forza di un caso che non esiterei a questo punto a definire “onnipotente”. Come si è visto, la Weltanschauung che dal neodarwinismo deriva non può accettare l’idea che esista un piano di verità indipendenti dall’uomo e dalla sua storia evolutiva, pena la contraddizione logica (anche se l’altra strada che è costretta ad imboccare non mostra certo maggiori solidità di questa). Da quadro fin qui delineato risulta che non solo l’uomo è “un essere come tanti”, misteriosamente dotato di una coscienza e di una mente (che però, daccapo, avrebbero potuto anche essere diverse o non esserci affatto), incapace di cogliere verità ultime, costretto ad accettare l’assenza di una verità assoluta. A parte questa stessa teoria, evidentemente, non c’è niente di certo, non c’è niente di incontroveritibile, non c’è niente di assolutamente vero: nemmeno i valori morali, di conseguenza possono esserlo. Le porte al Nichilismo attivo sono così spalancate, come non mai: l’uomo è così pre-disposto ad una completa riduzione ad essere manipolabile, perché no, ad oggetto di consumo. Da parte di un altro uomo, s’intende. Magari, perché no, non necessariamente di un convinto sostenitore-del-nulla.

Alessandro Benigni


Postilla

Se posso aggiungere un’ulteriore considerazione, il pasticcio logico dei neodarwinisti deriva dalla mancata accettazione della differenza tra piano logico e piano psicologico.

Viene utilissima, a questo punto, l’indagine che Edmund Husserl aveva condotto, proprio su questo tema.

Per il fondatore della Fenomenologia, com’è noto, le verità sussistono indipendentemente dal fatto che vengono scoperte o meno. “Ciò che è vero – scrive Husserl – è assolutamente vero, è vero in sé; la verità è una e identica, sia che la colgano nel giudizio uomini o mostri, angeli o dei” (E. Husserl, Ricerche Logiche, I). Dall’analisi di Husserl, in sintesi, emerge che la verità è del tutto indipendente dalla psicologia, e questo lo si vede chiaramente se prendiamo in esame il valore delle proposizioni indipendentemente dal fatto che esse siano vere o false oppure che siano formulate verbalmente o pensate da qualcuno. Husserl, com’è noto, ha lungamente lavorato per delineare i confini di una logica pura che consenta di assolvere al compito di fondare le altre scienze settoriali. Ciò di cui sentiva l’esigenza è la messa a punto di una “dottrina della scienza” e da questo punto di vista l’impostazione di Husserl rimane fin qui sulla linea tracciata da Aristotele. Anche per lo Stagirita, infatti, la logica è strumento (organon) propedeutico e fondativo per tutte le altre scienze.

Da questa impostazione deriva il ferreo anti-psicologismo, anti-naturalismo ed anti-scetticismo, oltre che anti-storicismo del Filosofo tedesco. In particolare, per Husserl lo Psicologismo è auto-contraddittorio perché pretende di dire qualcosa di oggettivamente valido basandosi su una teoria sostanzialmente relativista della verità, secondo la quale la mente umana è in grado di cogliere e produrre dei concetti solo in quanto, nella sua storia evolutiva, sarebbe venuta configurandosi in un certo modo. Detto in altri termini, secondo lo Psicologismo noi non siamo mai in grado di cogliere delle verità assolute, ma solo relative al nostro modo di pensare. Ma, obietta Husserl,

affermare con pretesa di verità che non esista alcuna verità assoluta è un’evidente contraddizione.

Le leggi logiche implicano al contrario l’esistenza di verità oggettive che sono del tutto indipendenti dalla mente umana. Husserl sottolinea che la loro validità non dipende affatto dalla nostra possibilità di comprenderle ma al contrario noi possiamo comprenderle proprio in quanto sono valide. Le leggi della logica godono – detto in altri termini – di una validità assoluta, e non relativa. Il principio di non-contraddizione, per esempio, dice – nella formulazione che Aristotele ne aveva dato – che è impossibile che qualcosa al contempo sia e non sia, che contemporaneamente e sotto il medesimo rispetto qualcosa possa essere vero e falso. Per lo Psicologismo la validità di questo principio è limitata e relativa alla natura dell’intelletto umano e della sua incapacità di combinare in compresenza gli opposti di essere e non-essere. Tale incapacità sarebbe poi da addebitare alla nostra conformazione celebrale, alla storia evolutiva del nostro cervello: “la non unificabilità obiettivamente sancita da una legge (si fonda) su un’incapacità soggettiva a realizzare l’unificazione”, scrive Husserl in Ricerche Logiche. Ma se le cose stessero davvero così allora il principio di non-contraddizione sarebbe solo una legge del pensiero, la cui verità dipenderebbe dalle caratteristiche evolutive dell’intelletto umano, dalle modalità con cui esso si è sviluppato nel caso della storia naturale: ogni pretesa di validità assoluta si dimostrerebbe impossibile e lo scetticismo sarebbe pienamente riconosciuto valido.

Le cose, però, non stanno così. Lo Psicologismo, negando nei fatti l’idea di una logica assoluta, i cui principi rimangono veri al di là e indipendentemente dalla mente umana che li intercetta, conduce inevitabilmente a posizioni relativiste: per la sua via non si dà una verità assoluta, in quanto ogni verità dipenderebbe dalla mente che la produce (dalla sua struttura piuttosto che dalla sua conformazione psico-fisica, etc.). Ma, daccapo, tale posizione è evidentemente auto-contraddittoria, come s’è visto sopra. È dunque chiaro che lo Psicologismo fraintende il genuino concetto di logica e non si avvede che i concetti e le leggi della logica sono essenze ideali, hanno cioè una natura ideale.

Resta aperta la domanda: può una teoria scientifica considerarsi tale, laddove pretende di fondarsi su un cortocircuito logico di questa portata?

Alessandro Benigni

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