Cartesio: come si passa dal dubbio alla certezza assoluta? (4)

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Nelle precedenti puntate …

1. Il genio della modernità: Cartesio

2. Metodo e logica della scoperta: che cos’è la scienza per Cartesio?

3. Cartesio e la scienza metafisica

… abbiamo visto come Cartesio si muove nel suo tentativo di rifondazione della filosofia, affrontando prima di tutto la questione del metodo.

L’unico metodo radicale, affidabile, in grado di produrre una conoscenza certa, positiva o negativa che sia è, come s’è visto, quello del dubbio.

L’intuito e la deduzione, che costituiscono il motore della conoscenza umana, le quattro regole applicative (che permettono di passare dall’evidenza, all’analisi, alla sintesi e infine all’enumerazione e alla revisione), sono in sé strumenti vuoti. Occorre dare del carburante, perché la conoscenza si metta veramente in moto.

In altre parole, una volta posto il metodo, occorre fondarlo solidamente, ovvero riuscire a dimostrare in maniera incontrovertibile che la ragione è strutturalmente non fallace ed anzi in grado di raggiungere verità certe ed evidenti. E che ci sono quindi fondate speranze per il progetto di riedificazione dell’intero sapere umano, su basi nuove.

 

La pubblicazione delle Meditazioni metafisiche (Meditationes de prima philosophia, ovvero Meditazioni sulla filosofia prima, nel 1641) ha appunto l’obiettivo dichiarato di mostrare come sia possibile anche (proprio in metafisica!) pervenire a una conoscenza certa ed indubitabile. Il sottotitolo recita infatti: “In cui si dimostrano l’esistenza di Dio e la distinzione dell’anima dal corpo“.

 

In sintesi, l’opera, facile e lineare, composta all’insegna della chiarezza e del tutto priva di tecnicismi o passaggi poco comprensibili, è strutturata come segue:

 

1) Delle cose che si possono revocare in dubbio (il dubbio come strategia di indagine)

2) Della natura dell’anima umana: come essa sia più facile a conoscersi che il corpo (esistenza e natura dell’Io)

3) Di Dio e della sua esistenza (le idee e l’esistenza di Dio: le prove a posteriori)

4) Del vero e del falso (l’origine dell’errore nei giudizi)

5) Dell’essenza delle cose materiali e di nuovo su Dio e sulla sua esistenza (l’innatismo: la prova ontologica)

6) Sull’esistenza delle cose materiali e sulla distinzione reale dell’anima dal corpo (la mente e il corpo)

 

“Archimede, per togliere il globo terrestre dal suo posto e trasportarlo in un altro luogo, non domandava altro che un punto che fosse fisso e assicurato. Così io avrò diritto di concepire alte speranze, se sono abbastanza fortunato da trovare solamente una cosa che sia certa e indubitabile”. Ecco il problema che Cartesio affida alle sue Meditationes e più in generale alla filosofia. La scienza meravigliosa di cui già Cartesio ha individuato il metodo e la portata, esige, per esser davvero scienza, un fondamento assoluto, una evidenza prima e indubitabile, che sia punto di partenza dei ragionamenti successivi e che sia criterio e modello al quale riferire ogni evidenza ulteriore.

 

Nella Prima Meditazione scrive appunto il filosofo:

“Da tempo mi sono accorto che, fin dai miei primi anni, avevo accolto come vere una quantità di false opinioni e che ciò che in seguito ho fondato su principi così malsicuri non poteva essere che assai dubbio e incerto; era perciò necessario che, una volta in vita mia, prendessi partito di disfarmi di tutte le opinioni che avevo fino ad allora accolto come credenze e che ricominciassi tutto di nuovo dalle fondamenta, se volevo stabilire qualcosa di fermo e di stabile nelle scienze”.

 

A questo scopo non c’è che da assumere, come s’è visto, il test del “dubbio universale“. Un dubbio metodico che ci porta prima di tutto a scartare le conoscenze di ordine empirico, che provengono dai sensi. Di queste si può a buon diritto sempre dubitare: avendoci  molte volte ingannato in passato, i sensi (e le rappresentazioni che ne derivano) non offrono sufficienti garanzie di non ingannarci ancora, nel presente o in futuro. Addirittura, se stiamo alla semplice testimonianza delle immagini dei sensi, noi non abbiamo mai sufficienti indizi per decidere se siamo svegli o se stiamo sognando. Così, la realtà del mondo, e il mio stesso corpo, quali mi appaiono in immagine, potrebbero essere in sé nient’altro che sogno e illusione. Perché no? E non è finita. Nemmeno la matematica, giusto per essere davvero sicuri, viene presa come assolutamente certa. Siamo nella fase di fondazione: nulla può essere accettato senza che abbia mostrato di resistere a qualsiasi tipo di dubbio. E nemmeno la matematica è esente da quel dubbio che Cartesio chiama iperbolico: a prima vista sembrerebbe assodato che, sia che io vegli, sia che io dorma, resterà vero e indubitabile che 2+3 = 5, che il quadrato non ha più di quattro lati, ecc. (l’origine di questa tipologia di verità non è infatti il senso, ma l’intelletto). Tuttavia Cartesio arriva a supporre che vi sia un Dio ingannatore. Ebbene, questo Dio, infinitamente potente, potrebbe farmi falsamente immaginare e credere cose che non hanno invece verità alcuna; per esempio che vi sia un mondo materiale e persino che 2+3 = 5, facendomi sbagliare proprio là dove a me pare impossibile l’errore.

Ma, c’è un ma.

Io posso ammettere di dubitare di tutto, di ingannarmi ed essere ingannato, ma è proprio a questo punto che mi appare un’evidenza assoluta, indubitabile, rispetto alla quale nemmeno il Dio ingannatore ha potere: per ingannarmi devo necessariamente esistere: io penso, io esisto. Non so come, non so da quando e fino a quando, non so nulla. Ma so di esserci: per dubitare, devo in qualche modo essere.

Proprio nell’attimo in cui sto pensando di non avere certezza alcuna e di dubitare di ogni cosa, devo quindi riconoscere di aver raggiunto almeno una verità certa e indiscutibile, una proposizione della cui certezza non posso dubitare.

Io penso, io esisto: ecco l’unica verità che nessun dubbio potrà mai indebolire.

 

*

(segue)

 

 

Alessandro Benigni

 

 

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