Ragionare col cervello o con la pancia?

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La comunicazione sui social network, come tutti sanno, crea opinione pubblica, predispone al consenso politico. Determina delle scelte che diventano poi vincolanti, per tutti.

Abbiamo incontrato una nuova pagina, tra le tante, che propone una serie di slogan e frasi fatte, accompagnate da immagini ad alto impatto emotivo, con lo scopo di condizionare il processo critico ed aumentare il consenso sociale sul tema dei presunti diritti delle coppie omosessuali, in quanto tali:

 

 

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Povero bambino. Non sarebbe meglio portarlo via da questo triste orfanotrofio per collocarlo in una coppia dello stesso sesso, magari agiata, in villetta con piscina?

Ne abbiamo già discusso qualche tempo fa, in riferimento al caso del brutto bambino che nessuno voleva, e più in generale, discutendo il falso argomento “degli orfanotrofi“.

Smontare questo falso teorema, per cui “meglio con due gay che in orfanotrofio” non è difficile.

Vediamo di ricordare almeno i punti essenziali della nostra critica:

1) il bambino che richiede di essere adottato ha subito un danno gravissimo; 2) il bambino adottato ha, più degli altri, bisogno di un padre e una madre; 3) l’abbandono è vissuto dal bambino come una ferita molto profonda, accentuata dalla percezione della diversità oggettiva della propria condizione rispetto a quella della maggior parte dei coetanei; 4) il bambino abbandonato cerca i suoi punti di riferimento in un padre e una madre – come qualsiasi altro bambino – e aspira a ritrovare ciò che ha perduto; 5) nel più profondo di se stesso, visceralmente, egli desidera riavvicinarsi alla cellula base che gli ha donato la vita: un padre e una madre; 6) il bambino adottato deve assumere i traumi simultanei dell’abbandono e della doppia identità familiare; 7) più di un altro, il bambino ha bisogno di una filiazione biologica evidente. Poiché, più di un altro, non crede di discendere dal frutto di un amore. Qualcosa è andato storto e teme di non essere stato desiderato: non ha gli occhi di nessuno e non si riconosce in nessuno della sua famiglia di accoglienza; 8) è inoltre frequente che il bambino adottato rigetti uno dei due sessi.

E’ dunque fondamentale che possa identificarsi a due genitori di sesso differente: a sua madre, poiché ha bisogno di riconciliarsi con la donna; a suo padre per conoscere la presenza di un uomo senza cui sua madre non avrebbe potuto avere bambini.

Per questi fatti, evidenti, l’adozione da parte di una coppia omosessuale aggrava di fatto il trauma del bambino abbandonato, anziché attenuarlo, in quanto la catena della filiazione viene almeno doppiamente spezzata: nella realtà dei fatti dal suo abbandono, nella simbolica dal fatto dell’omosessualità dei suoi genitori adottivi. Se poi viene spezzata tre volte, come in questo caso, il danno è ancora maggiore.

A un bambino già profondamente ferito dal suo passato, si ha il diritto di imporre di adattarsi alla situazione affettiva dei suoi genitori, differente sia da quella della maggioranza degli altri bambini sia da quella che egli aspira a ritrovare? Incombe forse sul bambino adottato il dovere di adattarsi alle scelte di vita affettiva dei suoi genitori?

Occorre ripeterlo: l’adozione esiste per dare una famiglia con padre e madre ad un bambino, e non per dare bambini ad adulti che li desiderano.

 


 

Fa però ancora più riflettere l’immagine che circola in rete, sempre postata in questa meravigliosa pagina, studiata apposta per provocare la tenerezza (e quindi il condizionamento emotivo) del lettore:

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Che tenerezza, vero?

Peccato che in realtà si tratti di una tecnica persuasiva di stampo pubblicitario: si chiama “effetto incorniciamento“. Mancano dei passaggi, ovviamente. Vediamo se con l’aiuto di Chiara Grigolon, che ha ricostruito per noi l’immagine così come andrebbe completata e valutata, l’effetto sarà ancora lo stesso:

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Non male, vero?

Meditate, gente. Meditate.

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Alessandro Benigni, Note minime, Dicembre 2016

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