Cartesio e la scienza metafisica (3)

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Da quanto abbiamo visto e ricordato nei capitoli precedenti (1. Il genio della modernità: Cartesio; 2. Metodo e logica della scoperta: che cos’è la scienza per Cartesio?) risulta chiaro che alla base delle argomentazioni cartesiane sta la proposta di una visione unitaria della scienza, in cui fisica e metafisica, logica e matematica, morale e fisiologia umana, etc. non sono da intendersi come discipline separate, ma piuttosto come componenti di un unico sapere scientifico che viene concepito come un tutto organico, in cui tutte le parti concorrono tra loro al conseguimento di una conoscenza certa, chiara e distinta: evidente, per usare un termine che da solo potrebbe ben riassumere tutta la cifra della filosofia cartesiana.

Abbiamo anche ricordato che l’ispirazione di Cartesio viene dalla matematica e che come modello operativo viene presa una nuova ideazione di logica, che possiamo definire come “logica della scoperta”.

C’è ora da chiedersi in che rapporto sta la Metafisica con il quadro complessivo che abbiamo fin qui delineato, ovvero: qual è il rapporto tra scienza e metafisica?

 


 

 

Qual è il rapporto tra scienza e metafisica?

 

La scienza comprende anche la metafisica. 

Ma come viene strutturata la metafisica di Cartesio?

Occorre prima di tutto riflettere anche da questa prospettiva sul problema della verità. Il problema principale, anche sul piano metafisico, è ancora questo: ci sono (e se sì, quali sono) delle verità eterne che possiamo conoscere, al di là della matematica e della fisica?

Questa domanda ci porta a considerare come in Cartesio le origini del problema metafisico siano da ritrovare nella consapevolezza che la matematica non coincide completamente con la verità, che tutta la ricchezza dell’Universo, così come la mia vita individuale ed il suo ventaglio di vissuti (di rappresentazioni, di sentimenti, di idee, e così via) non si può esprimere solamente con il linguaggio matematico.

Di conseguenza la fondazione del metodo di cui servirsi per cercare di raggiungere la verità (questione, ricordiamolo, dalla quale aveva preso le mosse la rivoluzione filosofica di Cartesio), richiede qualcosa di più profondo della matematica stessa, un livello fondativo “ultimo“, ovvero appunto il livello metafisico.

È così che la metafisica viene pensata come il fondamento di tutte le scienze.

 

 

Nella celebre immagine che Cartesio ci dà:

“[…] tutta la filosofia è come un albero, di cui le radici sono la metafisica, il tronco e la fisica i rami che nascono da questo tronco sono tutte le altre scienze, che si riducono a tre principali, cioè la medicina, la meccanica e la morale

(cit. in  C. Esposito, P. Porro, Le avventure della ragione, Laterza, Bari, voil. II, pag. 134)

 

 


 

Sappiamo che fin dal 1629 Cartesio lavora ad un Trattato di metafisica, nel quale cerca di dimostrare (sempre in base al principio dell’evidenza) l’esistenza di Dio, l’immortalità dell’anima e la sua essenza immateriale.

Purtroppo il trattato è andato perduto, ma sappiamo (dalle lettere e da altre testimonianze) che Cartesio stava già da tempo lavorando assiduamente all’ipotesi che ogni verità derivi da Dio, di modo tale che Dio ha creato non soltanto le cose, gli enti fisici, ma anche le loro essenze immutabili, scritte in linguaggio matematico e quindi comprensibili anche da noi, proprio per la loro natura matematica.

Da quest’idea deriva la concezione secondo la quale l’uomo può conoscere le idee divine -naturalmente in modo proporzionato alla sua mente finita – in quanto Dio, nella sua infinita bontà, ha creato tutta la realtà proprio in base a leggi matematico- geometriche e ha dato all’uomo le chiavi per interpretare questo linguaggio (e quindi, daccapo, per venire a conoscere le idee innate che Dio ha impresso nel suo intelletto immateriale).

Come si vede anche fondamento della metafisica di Cartesio c’è in ultima analisi un Dio provvidente e sostanzialmente buono.

 


Le meditazioni metafisiche

meditationes_de_prima_philosophia_1641Nella principale opera metafisica di Cartesio, le Meditazioni metafisiche (o Meditazioni di filosofia prima), possiamo nuovamente riscontrare come l’oggetto della metafisica sia centrale per l’intero pensiero cartesiano.

Questo il filo conduttore del ragionamento di Cartesio: se la logica e la matematica sono saperi propedeutici che servono alla mente per imparare a ragionare in modo corretto, il fondamento della filosofia è invece la metafisica, unica componente della scienza che contiene i principi della conoscenza e si costituisce nello stesso tempo come una sorta di manuale d’istruzioni per conseguire le nozioni chiare e semplici che sono in noi, a partire della spiegazione dei principali attributi di Dio e della immaterialità delle nostre anime: per questo, daccapo, la metafisica è il fondamento su cui Cartesio pensa di edificare la fisica e realtà scienze della natura.

 


 

 

Il dubbio

 

Il progetto di Cartesio è quindi quello di edificare una scienza dei fondamenti, il cui criterio regolativo sia l’evidenza e l’indubitabilità delle conclusioni.

 

Proprio per garantire il principio dell’indubitabilità, Cartesio sottopone attentamente ogni momento del suo percorso al test del dubbio, che diventa così metodologico: quali sono le conoscenze che resistono al dubbio? Il che equivale a chiedersi: che cosa è indubitabile?

Se lo scopo delle Meditazioni è quello di fornire un fondamento metafisico nuovo e definitivo alla scienza della natura, è chiaro che tale fondamento dev’essere assoluto, ovvero non deve dare nulla per scontato né mantenersi su idee non sufficientemente provate. Ma, daccapo, data l’incertezza della dell’esperienza sensibile e delle sue possibili valutazioni (visto che di mezzo c’è sempre l’occhio dell’osservatore), il fondamento non potrà che trovarsi passando dalla via del pensiero, del cogito, come vedremo: per raggiungere l’oggettività, in altre parole, bisogna passare dalla soggettività del pensiero. Le conoscenze oggettive della scienza (e le stesse possibilità di controllo razionale della realtà da parte dell’uomo) vengono così a trovare il fondamento della loro validità nelle strutture complesse della soggettività e nell’idea di Dio contenuta nella mente.

Come ha scritto il filosofo Adriano Tilgher, Cartesio

“reputava una Metafisica base indispensabile di una Fisica solida e rigorosa; ma, per questo appunto, credeva che quella avesse esaurito per intero il suo compito, quando fosse riuscito a dare a questa un saldo fondamento, e reputava tempo perduto quello che si spendesse nelle speculazioni filosofiche, al di là di quei limiti e per amore della Metafisica stessa”.

Lo scopo della metafisica cartesiana è quello, come abbiamo detto, di dare basi solide al nuovo edificio del sapere, in particolare alle conoscenze teoriche della matematica e della fisica e a quelle di scienze applicate fondamentali come la meccanica e la medicina. Perciò, commenta ancora Tilgher,

“nel suo immane lavoro ricostruttivo dell’intero sistema del sapere, Descartes non si attarda a far della Metafisica pura, né della pura Matematica o Fisica, ma di Metafisica costruisce quel tanto che gli serve per salvare definitivamente dalle strette dello scetticismo le verità della Matematica e, di questa, quel tanto che gli basta per la Fisica e, di questa, quello che gli occorre per giungere al saldo terreno della Meccanica, della Medicina e della Morale, che sono lo scopo ultimo e definitivo di tutto il suo lavoro intellettuale”

Per oltrepassare lo Scetticismo, quindi, occorre attraversarlo. Portarlo alle estreme conseguenze, in modo da evidenziarne l’autofagia strutturale. Per questo, Cartesio accomuna le conoscenze probabili con quelle false: l’identificazione del dubitabile col falso, come sottolineano Costantino Esposito e Pasquale Porro, “costituisce un potentissimo strumento epistemologico: se si rifiuteranno tutte quelle conoscenze delle quali è possibile anche minimamente dubitare, non resteranno allora che conoscenze del tutto certe e fondate”. (C. Esposito, P. Porro, Le avventure della ragione, Laterza, Bari, vol. II, pag. 135).

Il percorso fondativo, inizia quindi dal dubbio. Da un dubbio però rivisitato come dire, in senso cartesiano: ovvero sviluppato in tre aspetti, modalità o tipologie.

  1. il primo tipo dubbio riguarda i sensi e tutto ciò che si riferisce o ha per fondamento l’esperienza del mondo sensibile
  2. un secondo dubbio è detto “iperbolico“, ovvero portato al massimo livello: il dubbio arriva a dispiegarsi sulla matematica e su tutte le conoscenze matematiche che possediamo
  3. un terzo aspetto del dubbio è il suo essere “metodico“, in quanto rappresenta lo strumento con cui procede l’indagine filosofica sui fondamenti del sapere certo

 

 

 

(segue)

 

 

Alessandro Benigni

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