Metodo e logica della scoperta: che cos’è la scienza per Cartesio? (2)

 

header31*

Qual è la scienza meravigliosa della quale Cartesio nella notte del 10 novembre 1619 vide in sogno i fondamenti?

Gli studiosi ne hanno discusso parecchio e in molti hanno pensato alla geometria analitica, perché questa è in­dubbiamente una delle scoperte scientifiche più importanti di Cartesio, ma dal racconto autobiografico e da quello che sappiamo in base all’evoluzione della ricerca è forse più probabile che il filosofo si riferisca al metodo, cioè ai principi di una riforma radicale e totale del sapere e delle scienze. Una riforma che, se trovava nelle matematiche un efficace modello, non esauriva però in questo riferimento la sua portata e il suo scopo.

*

*

 

Quale logica?

Quello di Cartesio è un pensiero dettato in prima persona, ma che partendo dall’esperienza personale riesce ad individuare le modalità con cui opera una mente universale, quando si mette alla ricerca delle verità. Ed in particolare di una verità nuova, tutta ancora da scoprire, e non di una semplice e banale tautologia o ripetizione di ciò che si è già scoperto.

Il problema del metodo, che è il fondamento della sua rivoluzione filosofica, porta dunque Cartesio ad escludere di poter accettare (solo) la logica aristotelica ed il metodo scolastico, fondato sul sillogismo: questa forma argomentativa è sì molto potente ed assolutamente certa in fase di deduzione, ma quasi sempre non è in grado di scoprire nuove verità e di conseguenza non risulta sufficiente per il progetto cartesiano di ampliare la conoscenza umana, dopo averla rifondata, prendendo esempio da quello che è stata in grado di fare la matematica, nel corso della sua storia luminosa.

La logica classica, fondata sul sillogismo e svolta secondo una modalità che può già definirsi formale, non ci aiuta infatti a scoprire nulla di nuovo, essendo solo un modo per evidenziare e al limite spiegare meglio dei contenuti, di cui siamo già a conoscenza (ars explicandi).
Anche la logica cartesiana può essere definita come logica formale, ma con un importante cambiamento: mentre il formalismo sillogistico è del tutto indifferente al suo contenuto, il linguaggio formale cartesiano indica le procedure e le regole che rendono possibile la scoperta di qualsiasi contenuto scientifico. In questo senso la logica cartesiana non è autonoma o indipendente rispetto altre scienze: essa diviene invece la condizione di tutte le scienze (ars inveniendi).

La logica cartesiana, pertanto, si presenta con caratteristiche del tutto nuove rispetto alla tradizione scolastica. E’ una logica della scoperta (intesa in senso scientifico), che “insegna a ben condurre la propria ragione per scoprire verità che si ignorano“.

*

*

Quale ragione?

Se la logica è lo strumento per la ricerca della verità, occorre chiedersi chi o cos’è il protagonista di questa ricerca, chi è che alla fine utilizza questo strumento. La risposta di Cartesio è chiarissima: la ragione umana. E’ l’uomo che possiede la facoltà della ragione, in base alla quale, come il filosofo scrive nel Discorso sul metodo, può “giudicare rettamente discernendo il vero dal falso“. La ragione umana è dunque il punto di partenza e di arrivo di ogni ricerca filosofica e di ogni sapere scientifico.

Ma su cosa si fonda, a sua volta, la ragione umana? Che cosa garantisce le sue procedure logico-deduttive? Se la scienza, prima di tutto, è conoscenza del metodo e se il metodo si basa sulla logica della scoperta, in base a quel criterio possiamo stabilire la verità di ciò che la ragione umana riesce a scoprire?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo partire dal carattere intuitivo della conoscenza.  Per Cartesio la ragione non è una facoltà conoscitiva specifica, distinta da altre fonti di conoscenza (come, ad esempio, l’intuizione interiore): la ragione è già essa stessa sinonimo di intelletto, di lume naturale o – più semplicemente – di buon senso. In generale, la ragione rappresenta insomma la capacità – posseduta naturalmente e spontaneamente da ogni uomo – di attingere conoscenze certe.

E il metodo stesso, a sua volta, non è il frutto di un insegnamento astratto, impartito dalla scuola o da un maestro: il metodo è innato, in quanto costituisce il motore della ragione naturale. E’ una capacità originaria, comune, innata nell’uomo.

Se avesse potuto leggere Cartesio, Socrate avrebbe senz’altro sorriso compiaciuto.

*

*

Quale scienza?

Il metodo cartesiano, quindi, non è altro che il manuale d’istruzioni della ragione umana. Ci spiega come funziona, come si fa a metterla in moto per arrivare a destinazione. La meta è sempre la scoperta di una nuova verità. Quello che Cartesio ha individuato non è quindi “un” metodo, ma “il” metodo. Detto questo, come funziona allora questo metodo? Cosa troviamo nel suo manuale di istruzioni?

Rispondere a questa domanda, significa chiarire che cos’è la scienza. E quindi chiarire che cosa è scientifico, quali sono le condizioni della conoscenza scientifica, significa daccapo tornare a chiarire com’è fatta e come funziona la natura umana.

Vedremo più avanti che la ragione cartesiana, in quanto facoltà specificamente umana, trova soltanto in Dio il garante ultimo della propria validità. Essa si presenta di fatto con caratteri di unità, certezza ed evidenza.

Esattamente come la scienza.

Ma dall’unità della ragione deriva l’unità del sapere: le diverse scienze infatti – pur avendo contenuti specifici differenti – traggono i loro principi da alcune verità fondamentali che la ragione ritrova intuitivamente in se stessa. La ragione riflette dunque sulle scienze la propria unità, così come – secondo la metafora contenuta nelle Regulae – è unica la luce con cui il Sole illumina le cose. Da questo punto di vista, la filosofia si configura come la scienza fondamentale che fonda e coordina tutte le altre discipline. “La filosofia – scrive Cartesio nei Princìpi di filosofia è come un albero, le cui radici sono la metafisica, il tronco è la fisica, i rami che spuntano dal tronco sono tutte le altre scienze, cioè la medicina, la meccanica e la morale“.

La scienza, come la ragione, è una e tutta intera. Non è una somma di diverse discipline divise tra loro da compartimenti stagni. Essa, come la ragione ben condotta, è caratterizzata da certezza ed evidenza: ciò che è ancora a livello di probabilità e rimane oscuro non può essere considerato vero sapere.

In altre parole, dal momento che una scienza non può che essere conoscenza certa ed evidente, bisogna essere ancor più radicali degli scettici, che dubitano di tutto, respingere le conoscenze soltanto probabili e fondare invece il sapere scientifico solo su quelle che sono “perfettamente note e delle quali non si può dubitare“.

E il bello è che sarà necessario trovare soltanto la verità di base, assolutamente certa ed evidente, per poi poter procedere deduttivamente come si fa con le dimostrazioni geometriche.

*

*

Quali strumenti di conoscenza?

Quali sono allora gli strumenti della conoscenza umana? Cartesio indica prima di tutto intuito e deduzione. Per trovare una verità fondamentale, solida ed evidente occorrerà diffidare dei sensi e di tutto ciò che ci dà una conoscenza dubitabile e affidarsi invece soltanto a ciò che si presenta come intuitivamete certo ed indubitabile e da qui cominciare a dedurre. Il primo strumento della conoscenza è dunque l’intuito: “per intuito – scrive Cartesio nelle Regulaenon intendo la mutevole attestazione dei sensi né il giudizio fallace di un’immaginazione che compone indebitamente, bensì la concezione di una mente pura e attenta, concezione così facile e distinta che non resti proprio alcun dubbio intorno a ciò che comprendiamo“. (cit. in L.F.Z. p. 133)

Il secondo strumento di conoscenza è la deduzione: per “deduzione – scrive Cartesio, bisogna intendere – tutto ciò che è necessariamente ricavato da altre cose conosciute con certezza“, cioè ciò che è conosciuto a partire da principi veri e noti “mediante uno sviluppo continuo ed ininterrotto del pensiero che intuisce con trasparenza le singole cose“.

Cartesio può così formulare con chiarezza il principio su cui si fonda il suo modo di procedere nell’indagine conoscitiva: il primato dell’intuizione, cioè di una forma di conoscenza che ci mette a contatto immediato con i primi principi, chiari ed evidenti, che non sono derivati né viziati dall’esperienza sensibile.

*

*

Quale metodo?

Abbiamo visto come la ragione – secondo Cartesio – sia un bene ed un patrimonio comune, ereditato da tutti gli uomini. Ora, se la ragione è una, uno deve essere il metodo con cui essa attinge conoscenze certe. Il metodo costituisce, dunque, il principio formale unitario di ogni scienza. Una scienza totalizzante, a sua volta, come abbiamo visto: e non una molteplicità di discipline che non comunicano tra loro.

Veniamo quindi a vedere di che si tratta. In cosa consiste il metodo cartesiano?

Il metodo cartesiano è definito sin dalle Regulae ad directionem ingenii: “Per metodo intendo delle regole certe e facili, osservando le quali esattamente, nessuno darà mai per vero ciò che sia falso e, senza consumare inutilmente alcuno sforzo della mente, ma gradatamente aumentando sempre il sapere, perverrà alla vera cognizione di tutte quelle cose di cui sarà capace“.

Nel Discorso sul metodo, invece, queste regole sono ridotte a quattro.

1) La prima regola è quella dell’evidenza: essa prescrive di accogliere come vero solo ciò che è evidente, ovvero ciò che è chiaro e distinto.

2) La seconda regola prescrive il procedimento dell’analisi come condizione essenziale per l’acquisizione dell’evidenza. I problemi che si incontrano nella ricerca sono, infatti, facilmente risolvibili se vengono divisi nei loro elementi più semplici.

3) La terza regola prescrive il procedimento della sintesi che consente di risalire dagli oggetti più facilmente conoscibili a quelli più complessi. In tal modo, è possibile ritrovare in essi o imporre a essi un ordine generale.

4) La quarta regola, infine, raccomanda di compiere enumerazioni: grazie a esse, si può verificare di non aver dimenticato nulla e di non aver commesso errori nei passaggi precedenti.

La chiarezza e la distinzione definiscono la conoscenza certa ed escludono la validità di un sapere soltanto probabile o congetturale. Ma attraverso quali strumenti razionali si consegue la conoscenza certa?

Nelle Regulae, Cartesio individua due fonti del sapere certo.

a) L’intuito ha per oggetto le conoscenze immediatamente evidenti alla ragione. Esso riguarda le «cose semplici» (come l’estensione, la figura, il movimento, l’esistenza, ecc.) che possono essere comprese di per se stesse, senza essere ricondotte ad altre evidenze più immediate. La natura di queste cose è infatti immediatamente chiara e distinta a chiunque e non ha bisogno – per essere colta – di artificiose definizioni, come pretendeva la tradizione aristotelico-scolastica.

b) La deduzione riguarda la congiunzione necessaria delle «cose semplici» in modo da formare «cose composte». In altre parole, la deduzione consente di passare dall’intuizione di verità immediatamente evidenti a verità che presentano una complessità sempre maggiore, fino a comprendere l’intera scienza umana. La deduzione differisce quindi dall’intuito, in quanto procede discorsivamente. Essa non coglie immediatamente la verità, ma opera attraverso ragionamenti scanditi da passaggi intermedi. Lavora formando una catena di proposizioni, in cui ciascun anello è legato agli altri dal carattere della necessità. Nel ragionamento deduttivo, da cose immediatamente evidenti si possono derivare altre cose la cui evidenza è soltanto mediata, cioè garantita dalla correttezza delle “congiunzioni” intermedie. Ora, a ben vedere – come Cartesio stesso fa notare – ciascun passaggio intermedio è a sua volta fondato su una certezza immediata. Anche quando attua la deduzione, quindi, il metodo cartesiano conserva il suo carattere intuitivo. La combinazione di intuito e deduzione – ovvero dell’analisi, che consente di cogliere le evidenze più semplici, e della sintesi, che insegna a ricomporle entro nessi necessari – permette di organizzare le conoscenze secondo un ordine tanto esteso quanto si estende il sapere stesso dell’uomo. L’edificio della scienza appare così un tutto ordinato: in esso, ciascun singolo elemento è connesso a tutti gli altri da precisi e univoci rapporti. Per questa esigenza di ordine, il metodo di Cartesio assume come modello la matematica, La concezione cartesiana della matematica, tuttavia, a differenza della tradizione scolastica, non comprende soltanto la matematica pura (aritmetica e geometria) e la matematica applicata (astronomia, ottica, musica). Essa si configura, invece, come matematica universale (mathesis universalis), ossia come «scienza dell’ordine e della misura» in generale.

*

*

 


Conclusione

È allora molto probabilmente proprio questa la nuova scienza meravigliosa che Cartesio aveva scorto in quella sua illuminazione: non tanto la geometria, quan­to invece il principio generale in base al quale si possa fare tabula rasa delle vecchie credenze illusorie, confuse e infondate, o delle tautologie dei sillogismi scolastici, per poi riedificare una scienza nuova, fondata sul carattere dell’evidenza e della necessità delle conclusioni. Le regole ed il metodo così esposto ci potrà anche sembrare, di primo acchito, di una semplicità ed elementarietà sconcertante e vuota. Ma ciò accade proprio perché esse sono implicitamente a fondamento del nostro modo di ragionare e di pen­sare.

Non ci facciamo caso, ma il nostro è ancora un mondo cartesiano.

Alessandro Benigni

*

*

*

*

*

*

*

 

Annunci