La volontà di potenza. La fase finale del pensiero di Nietzsche.

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LA VOLONTÀ DI POTENZA

La fase finale del pensiero di Nietzsche prende avvio con Al di là del bene e del male e si conclude con l’opera incompiuta La volontà di potenza. Come osservano i critici più attenti, di fatto Nietzsche non ha mai oltrepassato lo Zarathustra: esso è “la parte che dice sì” e in nessun modo il periodo successivo ne approfondisce adeguatamente i motivi, superandoli. La precisazione dell’idea di Volontà di potenza avviene di pari passo all’attacco finale a morale metafisica e religione: la parte che segue è infatti definita da Nietzsche stesso “la filosofia del martello”, sotto i cui colpi si sbriciola definitivamente la tradizione occidentale, ma questa volta lo scontro è condotto dal punto di vista dei risultati conseguiti con lo Zarathustra. Il criterio di giudizio è d’ora in poi esclusivamente quello del valore, ma questa volta nell’ottica dell’oltre uomo e dell’eterno ritorno dell’uguale. Lo sguardo è ora rivolto alla promozione della vita e della creatività dell’uomo. Da questo punto di vista sono criticate non solo morale metafisica e religione, ma anche la filosofia stessa (in linea di principio anche la filosofia del martello di Nietzsche, quella che dice “no” ai valori tradizionali e viene a disperdere tutto perché nello spazio lasciato libero siano collocati i nuovi valori dell’oltre-uomo). La questione che deve essere posta, d’ora in avanti, non è tanto quella che concerne la verità o la falsità di una teoria filosofica (ancor meno, ovviamente, il bene e il male dal punto di vista della tradizione occidentale), quanto piuttosto capire fino a che punto una data filosofia “promuova e conservi la vita, conservi la specie forse addirittura concorra al suo sviluppo” (Al di là del bene e del male, I § 4). Ecco perché l’insegnamento nietzscheano della soggettività dei valori si innalza molto al di sopra di un facile (e contraddittorio) relativismo, basato sull’arbitrio del singolo. Esso, nel porsi al di là del bene e del male, ha un suo interno metro di giudizio: la creatività, il rafforzamento della vita, la posizione di nuovi valori. In una parola: la volontà di potenza. Questo è il nuovo tribunale della ragione stessa, anche filosofica, là dove si deve valutare quali “intenzioni morali (o immorali) hanno costituito in ogni filosofia il vero e proprio nocciolo vitale, da cui si è sviluppata ogni volta l’intera pianta […] in che modo le più lontane affermazioni metafisiche di un filosofo si siano determinate: quale morale tutto questo abbia di mira (lui stesso abbia di mira)” (Al di là del bene e del male, I § 6). Ancora una volta il metodo genealogico risulta il più consono ad indagini di tale scopo e natura. Il capovolgimento che Nietzsche promuove richiede allora una attenta analisi ed autoanalisi, soprattutto dal punto di vista psicologico, ovvero dal punto di vista dei nostri moventi più nascosti. Tale rovesciamento deve portare al superamento del nichilismo passivo, deve poter conseguire l’annullamento dell’alienazione dell’esistenza; esso significa, ancora una volta, il risveglio dal sonno del dogmatismo teoretico dei valori: al di là del bene e del male, dunque, ma sotto il criterio-guida della volontà di potenza. Ecco perché la psicologia torna ad essere lo strumento interpretativo preferito di Nietzsche: essa sa ben controllare i concetti più oscuri come forza e debolezza, salute e malattia della vita, ed è in grado di far emergere la natura profonda degli istinti, ciò che spesso anche per il filosofo rimane come dietro le quinte dello spettacolo teoretico. Ma pure la storia (storia naturale, come la chiama Nietzsche), sempre seguendo il metodo genealogico, risulta funzionale al percorso di quest’ultima fase. Si veda per esempio la critica alla moralità del Cristianesimo, condotta, fondamentalmente sul piano del valore della volontà di potenza, ma collocata in una dimensione storica: “La fede cristiana è fin da principio sacrificio: sacrificio di ogni libertà, di ogni orgoglio, di ogni autocoscienza dello spirito, e al tempo stesso asservimento e dileggio di se stessi, automutilazione” (Al di là del bene e del male, III § 46). Oppure, sempre per citare un caso, il concetto di aristocratico, grazie al quale Nietzsche perviene alla distinzione tra morale dei signori e morale degli schiavi (Al di là del bene e del male, IX, Che cos’è aristocratico?): “Ogni elevazione del tipo ‘uomo’ è stata fino ad ora opera di una società aristocratica – e così sarà sempre: di una società cioè che crede in una lunga scala dell’ordine gerarchico e in una difformità di valore degli uomini e che ha bisogno, in un certo senso, di schiavitù” [§ 257]. E poco più avanti: “Andando fra le molte morali, più raffinate e più rozze, che hanno dominato o ancora oggi dominano sulla terra, ho trovato regolarmente certi caratteri ricorrenti legati fra di loro: fino a che mi si sono rivelati infine due tipi fondamentali e ne è balzata fuori una fondamentale differenza. Esiste una morale dei signori e una morale degli schiavi” [§ 260]. I valori sono insomma storicamente dati solo in quanto posti dall’uomo e dalla sua capacità creatrice. Il porre i valori è però il primo sintomo dell’attività della volontà di potenza. La morale dei signori si contrappone alla morale degli schiavi proprio in quanto incarna due atteggiamenti umani radicalmente diversi nei confronti della Volontà di potenza e della capacità di porre nuovi valori che ne consegue. La morale dei signori deriva da un atteggiamento artistico (nel senso di poietico) nei confronti dell’essere e della vita: da qui atteggiamenti che si basano su un’esistenza straripante, sovrabbondante e prodiga di sé. Gli schiavi sono coloro che dicono “no” all’esistenza e si rifugiano in un mondo protetto da valori capovolti: sono i malati, i travagliati, gli oppressi. È per loro, evidentemente, la morale del Cristianesimo: una morale che riscatta un mondo che i deboli hanno invertito. È stata la Chiesa, come istituzione, la realtà storica che ha realizzato questo stravolgimento. E così ha operato per “infrangere i forti, infettare le grandi speranze, rendere sospetta la felicità nella bellezza, spezzare ogni forma di autodominio, di virilità, di spirito di conquista, di bramosia di potere, ogni istinto del tipo ‘uomo’ più elevato e meglio riuscito, per trasformare tutto ciò in insicurezza, in angustia di coscienza, in autodistruzione, capovolgere anzi l’intero amore per quanto è terrestre e per il dominio sovra la terra in odio contro la terra e il terrestre”. (Parte III, § 62). D’altro canto “la diversità degli uomini si mostra non solo nella differenza delle loro misure di valore” (Al di là del bene e del male, Parte V, Aforisma n. 194). La superiorità aristocratica dei signori non si basa quindi soltanto su una più profonda sensibilità: piuttosto, essa si colloca nella capacità, tipica dell’oltre uomo, di mettersi dal punto di vista della volontà di potenza. Si tratta di una prospettiva, di un modo di vedere originario e per questo assolutamente nuovo (in quanto negato fin quasi dalle origini della storia dell’umanità). È proprio per mostrare da questo punto di vista la superiorità della morale del signore, Nietzsche osserva che nella morale dei signori “il contrasto tra ‘buono’ e ‘cattivo’ ha lo stesso significato di ‘nobile’ e ‘pregevole’; … È disprezzato il vile, il pauroso, il meschino, colui che pensa alla su angusta umiltà… lo sfiduciato … colui che si rende abietto, la specie canina che si lascia maltrattare … ‘Noi veritieri’ – così i nobili chiamavano se stessi nell’antica Grecia. L’uomo di specie nobile sente se stesso come determinante il valore, non ha bisogno di riscuotere approvazione, il suo giudizio è ‘quel che è dannoso a me è dannoso in se stesso’ … egli è creatore di valori … una siffatta morale è autoglorificazione … il vero e proprio diritto signorile è quello di creare valori” (Al di là del bene e del male, XI § 261). Nietzsche cercherà di chiarire questa prospettiva in Genealogia della morale, un’opera dedicata, tra le altre cose, alla valutazione del Cristianesimo (e della sua valorizzazione della vita) mediante l’analisi psicologica. Qui Nietzsche mostra anche, più in generale, come la contrapposizione tra morale dei signori e morale degli schiavi si riproponga nell’opposizione tra morale dei guerrieri e morale dei sacerdoti. Se il guerriero propone le virtù del corpo il sacerdote non potrà che valorizzare quelle dello spirito: ma dalla rivalità tra la casta dei guerrieri e quella dei sacerdoti deriverà poi il sovvertimento della morale dei signori in quella degli schiavi. I sacerdoti rappresentano infatti i signori spodestati che mobilitano contro i guerrieri tutti i deboli, i soffrenti, i maltrattati. Entra qui in gioco l’antisemitismo di Nietzsche, sul quale una critica poco informata o forse addirittura capziosa ha insistito più del dovuto, in quanto si limita in effetti ad indicare nell’ebraismo il “modello” del “popolo sacerdotale”. Basti pensare che una vittoria ancor più decisiva della morale degli schiavi è rappresentata, secondo Nietzsche, dalla Rivoluzione Francese: una vera e propria insurrezione della plebe, un trionfo della mediocrità a danno dell’ideale nobile di uomo.

L’analisi delle ultime opere non è però sufficiente per trarre un quadro completo del concetto fondamentale di volontà di potenza. Basteranno qui alcune considerazioni generali, giusto per inquadrarne i motivi essenziali. La volontà appare, in prospettiva, come una costante di tutto il pensiero di Nietzsche, ma solamente dopo lo Zarathustra risulta più chiaro che cosa distingue la volontà dell’uomo dalla Volontà di potenza dell’oltre uomo. Guardiamo all’inizio, a La filosofia nell’epoca tragica dei Greci. Già da questa prima opera emergeva la volontà dell’apollineo vissuto come momento per rendere innocua la paura di fronte al tragico dell’esistenza, ovvero di fronte al nulla. In seguito morale metafisica e religione venivano viste come la vittoria di una volontà debole, che preferisce l’ottica del rifugio e che in realtà costituisce una forma mascherata di dominio. Zarathustra si apriva con il messaggio della morte di Dio, messaggio al quale il nichilismo passivo non sapeva però rispondere in modo adeguato perché incapace di volere fino in fondo, di porre nuovi valori. Certo, veniva abbandonata la volontà tesa verso l’ascesi, la volontà dell’eremita, ed in seguito la volontà dell’al di là, del mondo che sta dietro questo mondo, delle idee morali, ma mancava ancora una definitiva affermazione dell’al di qua, dei valori di questo mondo terreno, della fedeltà alla terra, della volontà della vita consapevolmente viva e con essa della eterna ripetizione. La fedeltà alla terra richiesta come tratto distintivo dell’oltre uomo è però più un invito che una dimensione pienamente realizzata. Zarathustra è il protagonista dell’annuncio di Nietzsche, ma egli è più un profeta che un realizzatore. Indica una strada: dovrà poi ogni singolo uomo, in quanto capace di porsi sulla strada dell’oltre-uomo, realizzare la propria individuale umanità, superando gli ostacoli della morale e sbarazzandosi definitivamente della metafisica. La Volontà di potenza è dunque una sostanza ma anche un punto nell’orizzonte, una dimensione da realizzare. In effetti Nietzsche sembra più in grado di intuire questa nuova dimensione che di spiegarla. Soltanto quando il gioco del mondo è al centro dell’attenzione, quando l’intuizione scopre l’inganno apollineo, intuisce le creazioni dell’apparenza finita e giunge a vedere la vita che crea; quando costruisce, distrugge; quando il sorgere e il decadere delle opere limitate e temporanee vengono sperimentati come danza e girotondo giocoso, soltanto allora l’uomo, nella sua produttività innocente e libera, può sentirsi legato alla vita del tutto, ammesso nel grande ritmo di nascita e morte di tutte le cose, coinvolto nella tragedia e nello spettacolo dell’esistenza universale. Il mondo gioca, gioca congiungendo e spezzando, intrecciando morte e vita, al di là del Bene e del Male, al di là di ogni valutabilità, poiché tutti i valori si producono soltanto all’interno di questo gioco: non esiste un criterio esterno per porre in atto un sistema di valori. Dioniso è il nome di questo indicibile gioco della potenza del tutto. Come si vede proprio al suo culmine l’argomento di Nietzsche ritorna alle sue origini. L’apice della felicità dionisiaca dell’uomo sta nell’esperienza della con-fusione. L’uomo che gioca, che è esteticamente aperto al dio Dioniso, non vive nell’indeterminato piacere di un’assoluta libertà senza scopo; egli è il protagonista consapevole di questo gioco, di un gioco universale e vuole fin nell’intimo il Necessario. Per tale volontà, che non è abbandono ad un destino, ma partecipazione al gioco cosmico, Nietzsche usa la formula amor fati. Nel Ditirambo di Dioniso, Gloria ed Eternità, Nietzsche esprime così l’esperienza esistenziale fondamentale del suo poetare e del suo pensare come l’accordo cosmico di uomo e mondo nel gioco della necessità: siamo ad una fusione di poesia e pensiero:

Scudo della necessità!

Suprema costellazione dell’Essere

che nessun desiderio raggiunge,

che nessun No contamina,

eterno sì dell’Essere,

io sono eternamente il tuo sì:

poiché io ti amo, o Eternità!

Gli scritti postumi, raccolti nel libro La volontà di potenza, sono senz’altro i più difficili da interpretare. Del resto abbiamo già ricavato un quadro sufficientemente completo per renderci conto dell’estrema complessità di questo pensiero abissale di Nietzsche. Sarà sufficiente, a questo punto, ricordarne solo alcuni:

La mia domanda non è, che cosa subentra all’uomo: ma quale specie di uomo debba essere scelta, voluta, allevata come specie di valore superiore.

L’umanità non mostra un’evoluzione verso il meglio; o verso ciò che è più forte, o ciò che è superiore, nel senso in cui oggi si crede: l’europeo del XIX secolo è, nel suo valore, di gran lunga al di sotto dell’Europeo del Rinascimento. [La volontà di potenza, Aforisma n. 413].

Che cos’è buono: – Tutto ciò che potenzia nell’uomo il sentimento della potenza, della volontà di potenza, la potenza stessa.

Che cos’è cattivo? – Tutto ciò che deriva dalla debolezza.

Che cos’è felicità? – Il sentimento che la potenza cresce, che una resistenza viene superata.

Non soddisfazione, ma più potenza; non pace, ma guerra; non virtù ma bravura (virtù nello stile del Rinascimento, virtù, virtù senza morale). [La volontà di potenza, Aforisma n. 414]

Mettere in gioco la propria vita, la propria salute, il proprio onore, è la conseguenza della audacia e di una volontà prodiga che trabocca: non per amore degli uomini, ma perché ogni grande pericolo provoca la nostra curiosità in rapporto alla nostra forza, al nostro coraggio. [La volontà di potenza, Aforisma n. 44]

Riconoscere a se stesso un diritto ad azioni d’eccezione; come tentativo di superamento di sé e della libertà.

Trovarsi in situazioni nelle quali non è consentito non essere barbari.

Procurarsi attraverso ogni specie di ascesi superiorità e sicurezza nei riguardi della propria forza di volontà. Non confidarsi; il silenzio; la prudenza di fronte alla grazia. Imparare ad obbedire, in modo che ciò sia una prova per la salvaguardia di sé. [La volontà di potenza, Aforisma n. 146]

Raggiungere un’altezza e una prospettiva a volo d’uccello per la contemplazione, dalla quale si possa cogliere che tutto va proprio come dovrebbe andare; che ogni genere d’imperfezione e di dolore in essa appartiene alla suprema desiderabilità. [La volontà di potenza, Aforisma n. 30]

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Settima solitudine!

Mai sentii a me

più vicina una dolce certezza,

più caldo lo sguardo del sole.

Non si infiamma ancora il ghiaccio della mia vetta?

Lieve, argentea, come un pesce,

la mia navicella ora nuota lontano.

Friedrich Nietzsche, Ditirambi di Dioniso, Il sole tramonta, § 3

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Alessandro Benigni

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