Il sapere sintetico: introduzione alla Critica della Ragion Pura (parte prima)

kantPremessa

Questa breve introduzione alla Critica della Ragion Pura è stata concepita per fini esclusivamente didattici, senza nessuna pretesa di sovrapporsi agli ottimi lavori già presenti nel panorama editoriale (tra i quali basterà ricordare la Guida alla lettura della Critica della Ragion Pura di Kant di S. Marcucci, l’Introduzione alla Critica della Ragion Pura di R. Ciafardone, l’Immanuel Kant di O. Höffe e il Goodbye Kant di M. Ferraris). Si tratta però di edizioni generalmente di livello universitario, mentre ancora avvertiamo la mancanza di un approfondimento che sia appositamente realizzato per gli studenti delle scuole superiori, dunque per un pubblico di non ancora addetti ai lavori. Nel tentativo – speriamo riuscito – di iniziare a colmare questo vuoto, abbiamo pensato anche al docente che, rispetto a ciò che viene proposto nei manuali di filosofia, vuole tentare un percorso un po’ più approfondito del solito, e perché no, impegnativo. A questo scopo abbiamo inserito a conclusione del volume anche una piccola antologia di testi kantiani1.

“La metafisica,

della quale ho in sorte di essere innamorato…”

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Introduzione

Tra i giganti della storia del pensiero occidentale, Immanuel Kant è senz’altro uno dei più grandi. Dopo il suo intervento, la Filosofia non sarà più la stessa, così come non lo è stata dopo Platone o dopo Aristotele. Egli rappresenta meglio di chiunque altro che cosa può fare un uomo innamorato del pensiero (non di un suo pensiero, ma del lògos, che – come suggeriva Eraclito – non appartiene nemmeno al filosofo che lo persegue): mostrando fino a che punto può giungere uno studioso penetrante, di complessa e finissima scrittura, intimamente consacrato alla sua passione, con costanza e rigore, fino a rappresentare una svolta, una mutamento radicale, di incalcolabile e inesauribile portata. Kant – come è stato osservato dalla critica – è la personificazione dell’amante tradito: innamorato della metafisica, come egli stesso aveva scritto, ma nello stesso tempo risoluto nel seguire il rigore del lògos, è costretto alla fine a sublimare le sue aspirazioni, in quanto l’oggetto del suo desiderio risulta irraggiungibile (almeno attraverso le vie tradizionali che si era proposto di seguire)2.

Ora, che la metafisica fosse una disciplina di difficile – se non di impossibile – realizzazione non era certo una novità. Quello che Kant riesce a fare è spiegare il perché, i motivi a causa dei quali l’ambito metafisico rimane (e rimarrà sempre) escluso dalla ricerca dell’epistéme3. Per comprendere pienamente il suo straordinario percorso filosofico è bene tenere sempre a mente che Kant è un uomo del Settecento e di questo secolo è onesto interprete e acuto analizzatore, avendo studiato a fondo tutti i temi della cultura filosofica e scientifica del suo tempo e proponendo alla fine su ciascuno di essi una riflessione in termini unitari. Intimamente affascinato dal progresso delle conoscenze scientifiche acquisite nel panorama europeo (in particolare, Kant è incantato dalla fisica di Newton e dal suo metodo di ricerca), egli si interroga sui motivi che, invece, impediscono alla metafisica di raggiungere un medesimo grado di certezza conoscitiva. Il suo percorso filosofico può quindi essere riassunto come la ricerca delle ragioni profonde che si oppongono alla definitiva realizzazione del sapere metafisico (come vedremo, sintetizzabili nella domanda «è possibile una metafisica come scienza?») e – d’altro canto – in quale modo esso vada correttamente inteso. In questo senso, la filosofia, intesa come epistéme, deve anzitutto mettere discussione se stessa procedendo attraverso alcune domande fondamentali:

1) che cosa posso sapere?

2) che cosa devo fare?

3) che cosa mi è lecito sperare?

A queste domande Kant lavorò tutta la vita, esaminando in ciascuno di questi ambiti l’insieme delle condizioni che rendono possibile una risposta fondata. In particolare, con le tre opere maggiori (la Critica della Ragion Pura, la Critica della Ragion Pratica e la Critica del giudizio), Kant esamina le condizioni che rendono possibile la conoscenza epistèmica, la dimensione morale e la possibilità di accordo tra la natura e la libertà.

Kant è insieme un erede e un precursore. A cavallo tra illuminismo e idealismo, il suo pensiero costituisce da un lato il tentativo di operare una sintesi delle maggiori tradizioni della filosofia moderna – Razionalismo ed Empirismo – e offre dall’altro una soluzione al problema della giustificazione della conoscenza scientifica tale da ridisegnare radicalmente i rapporti tra scienza e filosofia. Il criticismo4 di Kant assegna infatti alla filosofia il compito di chiarire i limiti della ragione umana, delineando l’ambito entro cui essa risulta affidabile e segnalando invece il limite che – se vuole restare epistéme – non può valicare.

La filosofia di Kant pone in modo rigoroso il problema dei limiti entro i quali il pensiero mantiene la sua validità come autentico strumento di conoscenza e di giudizio: in questo senso Kant è – come Platone, Aristotele e pochi altri nella storia del pensiero occidentale – un rifondatore della filosofia.

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Note

1 L’edizione della Critica della Ragion Pura più largamente utilizzata è quella edita da Laterza, curata da G. Gentile e G. Lombardo-Radice. Alcuni brani sono scelti dalla Grande Antologia Filosofica Marzorati e dalla Antologia kantiana curata da E. P. Lamanna (Le Monnier, Firenze, 1964), da cui, con alcune modifiche, sono state tratte anche le chiarificazioni che precedono alcuni dei passi antologici citati.

2 «La metafisica della quale io ho in sorte di essere innamorato, quantunque solo raramente possa gloriarmi di qualche suo favore, dà due vantaggi. Il primo è questo: soddisfare i compiti proposti dall’animo desideroso di sapere, scrutando con la ragione le proprietà più profonde delle cose. Ma in questo l’esito troppo spesso non fa che deludere la speranza. […] L’altro vantaggio è più conforme alla natura dell’intelletto umano e consiste in ciò: conoscere se il compito è anche determinato per ciò che si può sapere e qual rapporto ha la questione con i concetti dell’esperienza, sui quali debbono sempre poggiare tutti i nostri giudizi. In quanto la metafisica è scienza del limiti della ragione umana, ed in quanto in generale, per un piccolo paese che è sempre molto limitato, importa ancor più conoscere bene e tenere i propri possedimenti, che andare alla cieca in cerca di conquiste, così questa utilità dell’accennata scienza è la più sconosciuta e nel tempo stesso la più importante». I. Kant, I sogni di un visionario spiegati con i sogni della metafisica. Cfr. a questo proposito G. Reale, D. Antiseri, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, La Scuola, Brescia, 1983, vol. II, p. 648. Si veda anche M. Pancaldi, M. Trombino, M. Villani, Philosophica, Marietti, Novara, 2007, vol IIB, p. 217.

3 Epistéme in greco antico significa scienza, sapere, cognizione. È collegato con il verbo epìstamai, che significa sono capace, esperto, conosco, posso. Il termine viene qui utilizzato nell’accezione di sapere forte, certo, scientifico.

4 Il termine “criticismo” è di radicale importanza per comprendere la filosofia kantiana, tanto che può essere considerato il concetto riassuntivo di tutta la sua impostazione filosofica, in quanto si presenta come una critica (dal greco kríno, “giudico”) della ragione, operata dalla ragione stessa, “un tribunale, che la garantisca nelle sue pretese legittime, ma condanni quelle che non hanno fondamento, non arbitrariamente, ma secondo le sue eterne ed immutabili leggi” (Critica della ragion pura, Prefazione alla I edizione, 1781). Notevole è il fatto che Kant precisi immediatamente: “Io non intendo per essa una critica dei libri e dei sistemi, ma la critica delle facoltà della ragione in genere riguardo a tutte le conoscenze alle quali può aspirare indipendentemente da ogni esperienza”. Per capire meglio cosa Kant intenda con questo termine dobbiamo sgombrare il campo da ogni possibile equivoco: in filosofia il termine critica ha un significato diverso rispetto a quello del linguaggio comune, per il quale la critica è a) un esame, condotto con l’intenzione di dare un giudizio, un apprezzamento, di valutare, positivamente o negativamente (in questo senso si parla di critica letteraria, critica d’arte, critica cinematografica, ecc.), oppure senz’altro b) un giudizio negativo (critica come disapprovazione). Il criticismo per Kant è invece l’analisi rigorosa dei giudizi e della facoltà del giudicare e quindi del conoscere nel suo complesso. Si tratta in buona sostanza di un particolare modo di intendere la filosofia, che è stato proprio in parte anche di John Locke, il quale scrisse il suo Saggio sull’intelletto umano (1690) proprio per “esaminare la nostra stessa capacità, e vedere quali oggetti siano alla nostra portata, e quali invece siano superiori alla nostra comprensione” (Epistola al lettore). Tuttavia solo con Kant il problema critico diventa centrale, e ciò per almeno due ragioni: a) perché egli non intende semplicemente descrivere il mondo in cui la conoscenza si forma, ma ricercare le condizioni della sua validità; b) perché il metodo critico è esteso anche ad altri campi dell’operare umano. (Cfr. voce “criticismo” in Dizionario di Filosofia a cura di P. Rossi, UTET, Torino, 2000). La filosofia di Kant è detta “Criticismo” perché contrapponendosi al “dogmatismo” fa della “critica” lo strumento per eccellenza della filosofia. “Criticare“, nel linguaggio tecnico di Kant, significa infatti, conformemente all’etimologia greca, “giudicare“, ossia indagare il fondamento di un’esperienza, chiarendone le possibilità (le condizioni che ne permettono l’esistenza), la validità (i titoli di legittimità o non-legittimità che la caratterizzano) e i limiti (i confini di validità). Questa filosofia del finito non equivale tuttavia ad una forma di scetticismo, poiché tracciare il limite di un’esperienza significa nel contempo garantire, entro il limite stesso, la sua validità. L’impossibilità della conoscenza di trascendere i limiti dell’esperienza diventa allora la base dell’effettiva validità della conoscenza. Il legame che unisce, e al tempo stesso divide, Kant e Hume appare quindi evidente. Kant si propone di rinunciare ad ogni evasione dai limiti dell’uomo e, come egli stesso riconosce, deve questa rinuncia a Hume. Tuttavia, il kantismo si distingue dall’Empirismo non solo per il rifiuto dei suoi esiti scettici, ma anche per il suo spingere più a fondo l’analisi critica, cioè per un metodo di filosofare che più che soffermarsi sulla descrizione dei meccanismi conoscitivi, etici, sentimentali, ecc., si sforza di fissarne le condizioni possibilitanti ed i limiti di validità. Cfr. P. Burzio, Piccolo dizionario per pensare, SEI, Torino, 2004, p. 122-123. Si veda anche N. Abbagnano, Storia della Filosofia, UTET, Torino, 1961, p. 421 e sgg.; N. Abbagnano, G. Fornero, Filosofi e Filosofie nella Storia, Paravia, Torino, 1986, p. 433 e M. Bartolomeo, V. Magni, Filosofia, Atlas, Bergamo, 2002, vol. IV, p. 78.


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