Giovanni Gentile, “L’atto puro come autocoscienza originaria” (antologia)

Gentile_primo_pianoMa noi sappiamo che la percezione è essa stessa sensazione, e la sensazione essa stessa percezione; e che l’atto spirituale non è mai un farsi che poi si debba contemplare e avvertire; è sempre, a un tratto, un farsi che è vedersi, e viceversa. Così è da dire, che non c’è bisogno di agire oltre di conoscere, né c’è una pratica oltre la teoria, perché l’agire è conoscere, e il conoscere agire, e ogni pratica è teoria, perché la teoria, in quanto tale, è essenzialmente pratica.
[G. Gentile, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, Vol. I, Parte prima, Cap. XIII, § 7]

Come negare la differenza tra una forma dello spirito che presuppone il mondo e un’altra che si attua in esso?
Eppure quest’enorme differenza cade tutta, se si osserva che essa si fonda su un concetto della realtà, che è falso… Il concetto, voglio dire, della opposizione tra la mente che conosce e la realtà conosciuta, la quale perciò è quella che è, indipendentemente dall’esser conosciuta: il concetto, pel quale ogni conoscenza vera è conoscenza d’altro e non di se stesso. Se noi invece pensiamo che l’oggetto del conoscere non è se non il soggetto stesso che si oggettiva guardandosi in seno, nell’atto stesso del conoscersi; che insomma la realtà è appunto il soggetto nell’atto del suo sviluppo, via via sempre nuovo, appunto perché reale nello sviluppo; è chiaro che il concetto del conoscere coincide esattamente col concetto di un’attività relativa a una realtà non presupposta, ma creata dall’attività stessa, ossia per l’appunto col concetto dell’agire.
[G. Gentile, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, Vol. I, Parte prima, Cap. XIII, § 4]

Solo è da avvertire che questo concetto dell’agire va inteso con assai maggior rigore che per solito non sia: ponendo mente che la realtà, a cui si riferisce l’attività pratica, non è una realtà menomamente distinta di fatto dall’attività stessa: e che perciò l’agire è autoctisi. Non solo l’azione non è reale fuori del soggetto che la compie, ma né anche il suo prodotto, il suo effetto, l’oggetto suo.
[G. Gentile, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, Vol. I, Parte prima, Cap. XIII, § 5]

Nella realtà spirituale non c’è il puro fare del soggetto, né il puro esser fatto dell’oggetto: ma c’è il farsi, unità dei due termini e risoluzione della loro dualità.
[G. Gentile, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, Vol. I, Parte terza, Cap. V, §1]

Guardato nell’attualità sua, il pensiero non si sdoppia realiter nel pensare e nel pensato, coscienza e oggetto di coscienza. Il pensiero è coscienza di sé, di quel sé che ei diviene in virtù della coscienza stessa.
[G. Gentile, Il metodo dell’immanenza, § 11, in “La riforma della dialettica hegeliana”]

Questa umanità non è un Deus absconditus, non è un Io segreto inaccessibile che, parlando e manifestandosi, esce fuori di sé, si oggettiva e snatura, cessando di essere quel che egli è per se stesso. Esso è in quanto si realizza; e realizzandosi si manifesta. E perciò il pensiero attuale è tutto; e fuori del pensiero attuale lo stesso Io è un’astrazione, da relegarsi nel grande armamentario delle escogitazioni metafisiche: entità puramente razionali e insussistenti. L’Io non è anima-sostanza; non è una cosa, la più nobile delle cose. Esso è tutto perché non è nulla. Sempre che sia qualche cosa, è uno spirito determinato: una personalità che si attua in un suo mondo: una poesia, un’azione, una parola, un sistema di pensiero. Ma questo mondo è reale, in quanto la poesia si sta componendo, l’azione si compie, la parola si pronunzia, il pensiero si svolge e si fa sistema. La poesia non c’era, e non ci sarà; c’è sempre in quanto si compone, o, leggendosi, si torna a comporre. Lasciata lì, cade nel nulla. La sua realtà è un presente che non tramonta mai nel passato, e non teme futuro. E’ eterna, di quella immanenza assoluta dell’atto spirituale, in cui non ci sono momenti successivi del tempo che non siano compresenti e simultanei.
[G. Gentile, Introduzione alla filosofia, Cap. II, § 7]

Questo il destino del pensato, di non poter dire di aver escluso assolutamente da sé il pensare, se non quando è diventato esso stesso pensare; di non potersi mai sequestrare nella sua solitudine infinita, se non quando abbia assorbito in se stesso il suo nemico, di cui vuole disfarsi, il pensante.
[G. Gentile, “Sistema di logica come teoria del conoscere”, vol. II, cap. II , § 2]

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