Ipotesi ideale

4329556Fino a che punto la verità può essere oggetto di insegnamento? È una questione socratica ch’ è divenuta tale grazie alla questione posta da Socrate Può la virtù essere oggetto di insegnamento?[Socrate]: cioè che è impossibile all’uomo di cercare quella ch’ egli sa ed è insieme impossibile di cercare quello ch’ egli non sa e in questo egli continuerà ad aver ragione per tutta l’eternità; perché anche se ci fosse un punto di partenza divino, tra uomo e uomo ci sarò il rapporto vero quando si rifletterà all’assoluto e non ci si baloccherà col contingente ma dal fondo del cuore si rinuncerà a comprendere quella realtà a metà che sembra essere il piacere degli uomini e il segreto del sistema[…] il maestro non lo è di più,[…]allora non vi da nulla ma piuttosto ne toglie, poiché non è affatto l’amico degli altri e tanto meno il maestro. Il mio rapporto a Socrate e Prodico non può occuparmi per riguardo alla mia salvezza eterna, perché questa è data all’indietro, nel possesso di quella verità ce io avevo fin dal principio e a mia insaputa. Il punto di partenza temporale è un nulla perché […]se ora la situazione fosse diversa allora «il momento del tempo » deve avere un importanza decisiva Cerchiamo ora sulla base di questo presupposto, di considerare la situazione con riguardo alla questione se è possibile insegnare la verità. Il cercante deve allora determinato come fuori dalla verità, ovvero come non verità. Egli allora è la non verità. Se il maestro deve essere deve essere l’occasione che ha il compito di far ricordare al discepolo, allora non è affatto in grado di ricordargli che egli in fondo conosce la verità, perché il discepolo è precisamente la non – verità. Se ora il discepolo deve ricevere la verità allora non ha il bisogno che il maestro gliela porti ; non solo,ma bisogna che gli dia anche la condizione per comprenderla Ma colui che dà al discepolo non soltanto la verità, ma anche la condizione non è un maestro. La non – verità non è quindi soltanto essere fuori dalla verità, ma è essere polemicamente contro la verità, vale a dire ch’egli spreca e ha sprecato la condizione. Come chiameremo ora un siffatto maestro che gli torna a dare la condizione e con essa la verità? Chiamiamolo un salvatore. E ora il «momento». Eppure esso è il momento decisivo, eppure esso è riempito dall’eternità. La pienezza dei tempi Quando il discepolo è la non – verità, sempre però restando un uomo, e ora ottiene di avere la condizione e la verità, egli,anche se non diventa uomo per la prima volta perché già lo era, pure diventa un altro uomo: un uomo nuovo. Il suo cammino assunse la direzione opposta, ovvero egli si voltò. Chiamiamo questo cambiamento conversione, anche se questo termine non è stato ancora usato Chiamiamo una simile tristezza pentimento Se dunque il momento deve avere un’ importanza decisiva […] allora la rottura è fatta e l’uomo non può più tornare indietro. Ma la condizione che è stata qui sviluppata, è una cosa che si può pensare? Prima di rispondere noi vogliamo allora chiedere chi è che deve rispondere alla questione. Il fatto di essere nato, è possibile pensarlo? Certo, perché no? Ma a chi toccherà di pensarlo? A colui che è nato o a colui che non lo è? Mentre pertanto, il pathos greco si concentra sul ricordo, il pathos del nostro progetto si concentra sul movimento.

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Soren Kierkegaard, “Ipotesi ideale

(da “Briciole di Filosofia”, in S. Kierkegaard, Opere, Ed. Sansoni, a cura di Cornelio Fabro)

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