KARL BARTH: LA PROVA ONTOLOGICA DI SANT’ANSELMO


hqdefaultCriticata da Kant, difesa da Leibniz e da Hegel, la prova ontologica dell’esistenza di Dio formulata nel Proslogion è rimasta al centro di tutte le interpretazioni di pensiero di Anselmo. Lo scritto qui presentato è tratto da uno studio su Anselmo pub­blicato nel 1931 dal grande teologo protestante Karl Barth. La prova anselmiana appare a Barth non come un argomento filo­sofico, ma come una speculazione teologica sul dato della rivela­zione: la certezza preliminare della fede è presupposta all’ar­gomentazione; Anselmo non crede alla possibilità di un esercizio della ragione indipendentemente da essa. Una buona monografia d’insieme è quella di S. Vanni Rovighi, S. Anselmo, Milano, 1949.

Tutto il lavoro dei capitoli secondo e terzo del Proslogion era consacrato a dimostrare che Dio non può essere pensato come non-esistente. La prova anselmiana dell’esistenza di Dio non è altro che la dimostrazione di questa impos­sibilità. Di fronte a questa prova l’«insipiente» si leva, in apparenza, come la prova vivente del contrario: egli può pensare Dio Come non-esistente. Anselmo non nega questo fatto. Non lo attribuisce a una insufficiente capacità intellettuale o ad una malevola inconseguenza dell’«insipiente». Lo attribuisce solo al fatto che si tratta di un «insipiente» e che di conseguenza, in quanto tale, costui pensa su un piano sul quale non si può che pensare falsamente. Quando si vuole pensare falsamente, dirigere cioè l’attenzione sulla parola che designa la cosa (vox signifi­cans rem) facendo astrazione da ciò che è la cosa in se stessa (id ipsam quod res est) (in questo modo deve ne­cessariamente pensare l’insipiente), allora veramente si può fare ciò che (in base alla dimostrazione portata nei capi­toli secondo e terzo del Proslogion) non si può fare. Nel prodigio della follia è possibile pensare Dio come non-esistente. Ma solo in questo prodigio! A dire il vero, An­selmo non aveva fatto i conti con esso. La sua affermazione e la prova della sua affermazione «Dio non può essere pensato come non-esistente» si basavano sul postulato della conoscenza della cosa stessa (intelligere id ipsum quod res est). Il suo pensiero è, per sua stessa ammissione, quello della fede che cerca la conoscenza (fides quaerens intel­lectum). Come potrebbe questo pensiero pensare soltanto il «vocabolo» Dio? Come la parola relativa a Dio po­trebbe essere un semplice vocabolo? Il pensiero deriva dalla conoscenza di Dio stesso, di cui vuol conoscere l’esistenza. Partendo da questo postulato è impossibile pensare Dio come non-esistente.

Nullus quidem intelligens id quod Deus est, potest cogitare quia Deus non est, licet haec verba dicat in corde suo aut sine ulla aut cum aliqua extranea significatione.

Nessun uomo che comprende­ che cosa è Dio può pensare che Dio non esiste, anche se dice ciò nel suo cuore sia senza senso alcuno sia con un senso che non è conveniente.

Questa è la condizione preliminare della « fede che cerca la conoscenza », condizione alla quale non si può rinunciare per amore verso l’«insipiente», ma alla quale si deve piuttosto fortemente aderire per amore di lui (se qualcosa può servire a sradicarlo dalla sua condizione di «insipiente» questo è proprio questa ferma adesione). Riconoscere Dio stesso (intelligere id quod est Deus) è la condizione preliminare in virtù della quale è impossibile concepire la non-esistenza di Dio. Ove si consideri sia il procedimento generale del pensiero di Anselmo, sia l’espres­sione che immediatamente segue (Deus enim est id quo maius cogitari non potest) questo non può voler dire «rico­noscere l’essenza di Dio» in modo tale da poter dedurne l’esistenza da questa essenza così riconosciuta. In questa presa di conoscenza (intelligere id quod Deus est) è senza dubbio inclusa la conoscenza dell’essenza di Dio, della sua onnipresenza ed eternità, della sua infinita misericordia e santità. Ma il fatto che questa conoscenza sia tale, non implica necessariamente che essa sia anche la conoscenza di Dio: anche il grado massimo di tutte le qualità fisiche e morali immaginabili potrebbe essere ancora l’attributo di un essere puramente concettuale. Il fatto che l’espres­sione «id quod Deus est» sia sinonimo di «Dio stesso»: ecco ciò che trasforma questa comprensione analogica o «speculativa» della sua realtà in una conoscenza vera della sua essenza; ecco ciò che sostituisce intieramente la conoscenza sperimentale insufficiente (necessariamente insufficiente) che possiamo avere di lui; ecco ciò che costringe alla conoscenza della sua esistenza: una conoscenza che esclude così necessariamente ogni negazione e ogni dubbio da non esser possibile e vera se non in quanto conoscenza della sua esistenza. Dio stesso costringe a questa conoscenza. Colui che lo riconosce tale quale egli è, non può pensare «Dio non esiste». Nessun uomo che abbia così conosciuto Dio ha mai potuto farlo. Dio stesso, con rigore matematico, ha escluso questo pensiero ogni volta che è stato riconosciuto, e lo escluderà sempre, ogni volta che si verificherà questa presa di conoscenza. Escludere: cioè fare di questa negazione un pensiero impossibile, di nes­sun valore, condannato una volta per sempre.

Di tanto in tanto, questo pensiero verrà nuovamente concepito, di tanto in tanto diremo nuovamente nel nostro cuore, insieme all’insipiente, «non c’è Dio»: tutto que­sto, e Anselmo lo prevede espressamente, non è escluso. Proprio nella misura in cui pensiamo a questa conoscenza di Dio, che ci si impone in modo vincolante, abbiamo mo­tivo di pensare ancora una volta alla solidarietà spezzata, ma non abolita che – anche quando siamo sotto l’impero di questa costrizione – ci lega all’«insipiente». Quando colui che riconosce Dio stesso, dirà nel suo cuore «non c’è Dio», lo dirà forse (non forse, ma certamente) con molta più passione, disperazione e intensità dell’«insipiente» comune: basta pensare alle preghiere di Anselmo che non devono affatto essere interpretate come formule retoriche. Ma la negazione di Dio, nel momento stesso in cui sarà pensata e formulata, sarà, in quanto tale, abolita e cancellata. Quelle parole «Dio non esiste» non avranno senso nel suo cuore né nella sua bocca, oppure avranno un senso estraneo che non ha nulla a che fare con Dio stesso, che egli riconosce come esistente, nulla a che fare con la sua conoscenza di Dio e, di conseguenza, con lui stesso. Egli non saprà ciò che nega. Negherà un falso Dio. O meglio, confesserà di essere stato abbandonato da Dio, ed è questo un abbandono che colui che conosce Dio stesso avrà sempre di nuovo motivo di confessare. In tutti i casi egli non rinnegherà mai Dio stesso. Non potrà concepire questo pensiero: «Dio (id quod Deus est Dio stesso) non esiste». Certamente non lo potrà nella misura in cui avrà conosciuto Dio stesso. Su questo piano, quello della conoscenza di Dio stesso, Anselmo ha stabilito la sua prova: sarebbe assurdo volerla stabilire su un piano differente. Per questo la vivente prova del con­trario, rappresentata dall’«insipiente» non gli può fare obbiettivamente alcuna impressione.

L’«insipiente» può dunque pensare una cosa sola: che egli non conosce colui del quale nega l’esistenza. E non è questa negazione, ma questa assenza di conoscenza ciò che costituisce la sua follia.

Deus enim est id quo maius cogitari potest. Quod qui bene intelligit, utique intelli­git id ipsum sic esse, ut nec cogitatione queat non esse. Qui ergo intelligit sic esse Deum, nequit eum non esse cogitare.

Infatti Dio è ciò di cui non può essere pensato nulla di più grande. Colui che conosce bene questo, conosce anche che Egli esiste in modo tale da non poter non esistere neppure nel pensiero. Colui dunque che riconosce che Dio esiste in questo modo non può pensare che Egli non esista.

Bene intelligere non è dunque un semplice sinonimo dell’espressione intelligere id ipsum quod Deus est. L’espressione bene intelligere, nel senso che ha in questo passo, indica il compimento, la realizzazione, il cammino di questa conoscenza reale che si rivela vera in rapporto al suo oggetto. In concreto, questo significa che l’interdizione espressa nel nome di Dio è compresa e riconosciuta e che ad essa si obbedisce: l’uomo lascia che nel suo pensiero Dio sia Dio. Proprio nel suo pensiero, proprio come un osta­colo alla sua libertà di pensiero. Se questo assoluto osta­colo non è inalzato in questo dominio – che è quello della nostra più intima libertà – ogni pietà e ogni morale sono senza valore, egli non ha nulla a vedere con Dio, può sem­pre essere o ridiventare ateo. Bene intelligere significa co­noscere il proprio Signore, conoscere la culla del proprio Signore, così come fanno un bove e un asinello. Bene intel­ligere significa rendersi conto che non si può pensare al di là di Dio, che non si può pensare come uno spettatore di Dio e di se medesimi, che ogni pensiero su Dio deve co­minciare pensando a Dio. Di questo non si è ancora reso conto l’«insipiente», e con lui non se n’è reso conto il suo avvocato Gaunilone.

Chi se n’è reso conto è invece costretto a riconoscere l’esi­stenza di Dio e, prima di tutto, quell’esistenza che, in mezzo a tutti gli altri esseri esistenti, appartiene a Dio: il suo sic esse che non può essere abolito neppure nel pen­siero. Ancora una volta, e senza nessun equivoco possibile, Anselmo mette in luce la prova del capitolo terzo del Proslogion, la prova dell’impossibilità di pensare Dio come non-esistente. Questo costituisce ai suoi occhi la co­noscenza e la prova della conoscenza di Dio. Mediante questa conoscenza (bene intelligere) del nome divino, un «Dio» pensabile come non-esistente è, in quanto Dio, defi­nitivamente fuori causa. È libero così il posto per il Dio della fede, della Rivelazione, della Chiesa: il Dio che esiste in modo tale da rendere impossibile anche il pensiero della sua non-esistenza. Riconoscere Dio stesso, e l’«insipiente» non lo riconosce, significa dunque essere costretti a ricono­scere questa esistenza che gli appartiene in proprio. Di conseguenza colui che riconosce Dio stesso (intelligens id quod Deus est) non può concepire Dio come non-esistente.

Gratias, tibi, bone Domine, gratias tibi, quia quod prius credidi te donante, iam sic intelligo, te illuminante, ut si esse nolim credere, non possim non intelligere.

Ti siano rese grazie, Signo­re, ti siano rese grazie, perché io comprendo ora, ad opera della tua illuminazione, ciò che prima ho creduto per tuo dono: che anche se non volessi credere alla tua esisten­za, non potrei non ricono­scerla.

La prova è stata stabilita, così come Anselmo voleva e doveva stabilirla. Egli stesso, ancora una volta, ricorda espressamente ciò che intende per “prova”. Non si tratta di una scienza distaccata dalla fede della Chiesa, che dà alla fede della Chiesa un fondamento esterno ad esso. Si trattava di teologia. Si trattava di provare, mediante la fede, una fede, una fede già anteriormente stabilita, anche senza prova. E questi due dati: la fede provata e la fede che serve alla prova, Anselmo le considera espressamente non come postulati che possano essere stabiliti dall’uomo, ma come postulati stabiliti da Dio: la prima come un dono di Dio (donare), la seconda come un’illuminazione di Dio (illuminare). Anselmo non ha posto in anticipo il Credo della Chiesa e il suo proprio credere, ma ha pregato e il Credo della Chiesa e il suo proprio credere erano dati in anticipo. Dio gli ha donato di che conoscerlo ed egli ha potuto conoscere Dio. Su questa base – che non può essere paragonata ad alcun postulato filosofico né va esaminata come una teologia sistematica -. egli ha riconosciuto e provato l‘esistenza di Dio. Proprio per questo la sua ultima parola non può essere che una resa di grazie: non la soddisfazione per un’opera compiuta che lo soddisfa come artigiano, ma la riconoscenza per un’opera che è stata fatta e della quale egli non è l’artigiano.

Dio si è donato a lui come oggetto di conoscenza e Dio l’ha illuminato perché potesse giungere alla conoscen­za di questo oggetto. Senza quest’evento, non si dà alcuna prova dell’esistenza, cioè della realtà obiettiva di Dio; ma, mediante la forza di questo evento, si dà una prova che è degna di una resa di grazie. La verità ha parlato men­tre l’uomo non voleva credere. L’uomo potrebbe sempre non voler credere, potrebbe sempre essere un «insipiente». Lo abbiamo sentito: se non lo è, non lo è per effetto della grazia. Ma anche se lo fosse, «se non volessi credere che tu esisti» (si te esse nolim credere), la verità ha parlato, irre­futabile, indimenticabile, di modo che all’uomo è inter­detto, e perciò è impossibile, non riconoscerla. Proprio in quanto scienza della fede che muove dalla fede, la teo­logia possiede una luce che non è la luce della fede del teologo.

Se dopo tutto questo ci si è costantemente ostinati a chiamare prova «ontologica » dell’esistenza di Dio la prova anselmiana dell’esistenza di Dio; se non si è vo­luto vedere che questa prova è contenuta in un libro diverso da quelli ben noti di Cartesio e di Leibniz; se si è potuto pensare che questa prova fosse stata toccata (sia pure da lontano) da ciò che Kant ha scritto contro queste dottrine; se tutto ciò è avvenuto, questo è solo testimo­nianza di una leggerezza di spirito sulla quale è superfluo insistere ulteriormente.

Annunci