Il pessimismo di Schopenhauer

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Schopenhauer contesta nettamente che nel mondo vi sia un’armonia di tipo finalistico-providenzialistico. Egli afferma che vi è sì un ordine, un «accomodamento reciproco dei fenomeni», ma questo è soltanto funzionale alla conservazione delle specie e alla sopravvivenza del mondo. In altri termini la volontà di vivere, che costituisce l’essenza metafisica del mondo, è al di là della categoria di causa ovvero del principio di ragione e quindi è una forza senza perché e senza scopo. Si possono individuare cause e motivazioni delle manifestazioni fenomeniche della volontà, ma non della volontà in se stessa che non ha una meta oltre se stessa. Questo costringe anche l’uomo a dibattersi in una condizione di perenne insoddisfazione; di qui il pessimismo radicale, a cui è legata in particolar modo la fama di Schopenhauer. Nel Mondo come volontà e rappresentazione, ma anche in altre opere, egli a più riprese descrive a tinte fosche la condizione umana, ricorrendo anche a metafore divenute famose, come quella qui riportata, del pendolo. Il piacere è visto dal filosofo tedesco solo come una breve pausa tra un desiderio-e l’altro e l’uomo soffre proprio perché perennemente assillato dai suoi desideri, che non può mai soddisfare tutti e definitivamente. Il terzo stato d’animo fondamentale dell’uomo è la noia, dolorosissima anch’essa, che subentra quando l’uomo, involontariamente, si trova a non sentire interesse per alcunché. Dunque Schopenhauer ritiene di dover letteralmente rovesciare l’affermazione di Leibniz secondo cui l’uomo vive nel migliore dei mondi possibili.

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La volontà è sempre volontà di qualche cosa, dunque ha un oggetto, un fine. Ora: che cosa mai vuole, a che cosa mai tende quella volontà, che ci vien presentata come l’essenza in sé del mondo? La domanda proviene, al pari di tante altre, dal confondere la cosa in sé con il fenomeno. A questo unicamente, ma non a quella, si estende il principio di ragione, una delle cui modalità è anche la legge di motivazione. Non si può dare una ragione se non dei soli fenomeni come tali, di cose considerate isolatamente: non mai però della volontà, né dell’idea che ne l’adeguata oggettivazione. […] Ogni fine conseguito non fa che segnare il punto di partenza di un nuovo fine da raggiungere, e così all’infinito. La pianta sviluppa in via ascensionale la sua manifestazione dalla gemma, dal tronco e dalle foglie, sino al fiore ed al frutto: il frutto a sua volta è il principio di una nuova gemma, di un nuovo individuo, destinato a ripercorrere la vecchia strada; e così via, per tutta l’eternità del tempo. Identico è il corso della via animale: la procreazione è il suo culmine: raggiunto questo fine, la vita del primo individuo si estingue più o meno rapidamente, mentre un essere nuovo garantisce alla natura la conservazione della specie e ricomincia lo stesso fenomeno. […] Di tal natura sono infine gli sforzi e i desideri umani, che ci fanno brillare innanzi la loro realizzazione come fosse il fine ultimo della volontà; ma non appena soddisfatti, cambiano fisionomia; dimenticati, o relegati tra le anticaglie, vengono sempre, lo si confessi o no, messi da parte come illusioni svanite. Fortunato abbastanza colui, al quale resti ancora da carezzare qualche desiderio, qualche aspirazione: potrà continuare a lungo il giuoco del perpetuo passaggio dal desiderio all’appagamento e dall’appagamento al nuovo desiderio, giuoco che lo renderà felice se il passaggio è rapido, infelice se lento; ma se non altro non cadrà in quella paralizzante stasi che è sorgente di stagnante e terribile noia, di desideri vaghi, senza oggetto preciso, e di languore mortale. In conclusione: la volontà, quando la conoscenza la illumina, sa sempre quello che vuole in un dato momento; ma non sa mai quello che voglia in generale: ogni atto singolo ha un fine; la volontà nel suo insieme non ne ha nessuno.

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Analisi e interpretazione

Viene spontaneo chiedersi qual è il senso del mondo, ossia a che cosa tende la volontà che ne costituisce l’essenza. Ma la domanda nasce da un equivoco, secondo Schopenhauer, perché il principio di ragion sufficiente (che nell’ambito delle azioni umane prende il nome di legge di motivazione) concerne esclusivamente i singoli fenomeni e non la volontà, che è sostanza metafisica, o l’idea (concepita platonicamente da Schopenhauer). Gli esempi che seguono servono per dimostrare la mancanza di senso nel mondo vegetale e animale dove vi e una ciclicità, una ripetizione all’infinito del medesimo processo senza uno scopo. Altrettanto insensata la vita umana (ma ben più drammatica in quanto l’uomo è consapevole di quello che gli accade). L’uomo insegue la felicità mediante la realizzazione di questo o quel desiderio, ma non la raggiunge mai. E può dirsi fortunato chi, nonostante le delusioni, coltiva ancora qualche desiderio, perché può ancora illudersi; mentre chi non ha più alcun desiderio precipita nella noia, cioè in una condizione ben più infelice. Schopenhauer commenta questi esempi ribadendo che ogni atto di volontà ha una ragione che si può conoscere, ma non ha una ragione la volontà in generale, la volontà di vivere che pervade il mondo.

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Tra dolore e noia

Ogni volere proviene da un bisogno, cioè da una privazione, da una sofferenza. La soddisfazione vi mette un termine; ma per un desiderio che viene soddisfatto, ce ne sono dieci almeno che debbono esser contrariati; per di più, ogni forma di desiderio sembra non aver mai fine, e le esigenze tendono all’infinito: la soddisfazione è breve e avaramente misurata. Ma l’appagamento finale non è poi che apparente: ogni desiderio soddisfatto cede subito il posto ad un nuovo desiderio: il primo è una disillusione riconosciuta, il secondo una disillusione non ancora riconosciuta. Nessun voto realizzato può dare una soddisfazione duratura e inalterabile; è come l’elemosina che si getta a un mendicante, che gli salva la vita oggi per prolungare i suoi tormenti sino all’indomani. Finché la nostra coscienza è riempita dalla nostra volontà, finché ci abbandoniamo all’impulso dei desideri con la loro alternativa di timori e di speranze, finché, in una parola, siamo soggetti del volere, non ci saranno concessi né felicità duratura né riposo. Inseguire o fuggire, temer la sventura o anelare alla gioia, è in realtà la stessa cosa; l’inquietudine di una volontà sempre esigente, in qualunque forma si manifesti, riempie ed agita incessantemente la coscienza; ora, senza tranquillità, nessun vero benessere è possibile. […]

Già nella natura incosciente, costatammo che la sua essenza è una costante aspirazione senza scopo e senza posa; nel bruto e nell’uomo, questa verità si rende manifesta in modo ancor più eloquente. Volere e aspirare, questa è la loro essenza; una sete inestinguibile. Ogni volere si fonda sudi un bisogno, su di una mancanza, su di un dolore: quindi è in origine e per essenza votato al dolore. Ma supponiamo per un momento che alla volontà venisse a mancare un oggetto, che una troppo facile soddisfazione venisse a spegnere ogni motivo di desiderio: subito la volontà cadrebbe nel vuoto spaventoso della noia: la sua esistenza, la sua essenza, le diverrebbero un peso insopportabile. Dunque la sua vita oscilla, come un pendolo, fra il dolore e la noia, suoi due costitutivi essenziali. Donde lo stranissimo fatto, che gli uomini, dopo ricacciati nell’inferno dolori e supplizi, non trovarono che restasse, per il cielo, niente all’infuori della noia.


Analisi e interpretazione

Il volere implica dolore dal momento che si vuole sempre ciò che manca, ciò della cui mancanza soffriamo. È sì vero che alcuni desideri possono essere soddisfatti, ma, secondo Schopenhauer, ce ne sono sempre molti di più che restano insoddisfatti e, in sintesi, brevi e modeste soddisfazioni non riescono affatto a compensare la grande quantità di esigenze e sofferenza, per cui la vita umana si svolge tra illusioni e delusioni.Per ribadire che il piacere è solo un’illusione di felicità, egli lo paragona all’elemosina la quale non fa altro che prolungare le sofferenze del mendicante che la riceve. In ultima analisi la causa dell’infelicità degli uomini sta nel fatto che essi sono succubi della volontà di vivere che li porta a preoccuparsi continuamente di questa o quella cosa e preclude loro quella tranquillità d’animo che coincide con il vero benessere. In un paragrafo successivo Schopenhauer ri-prende e completa la sua analisi esistenziale. In precedenza aveva descritto l’azione della volontà nella natura incosciente; ancora più evidente egli giudica la presenza di tale forza nell’animale e nell’uomo. La loro caratteristica essenziale sta proprio nel volere ciò di cui sono privi, dunque il volere è connesso al dolore. D’altra parte, se per ipotesi venisse improvvisamente meno ogni desiderio, subentrerebbe una specie di vuoto, cioè la noia, così orribile da detestare la vita (altrove Schopenhauer aggiunge che in genere i ceti popolari sono afflitti dal dolore, per la povertà, mentre i ceti benestanti sono afflitti dalla noia). Dunque la vita è paragonabile a un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia (passando fugacemente per il piacere). Schopenhauer, ateo, osserva sarcasticamente che in fondo anche la raffigurazione tradizionale dell’inferno e del paradiso riflette la tragicità della condizione umana.

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