“Vedere con gli occhi di Platone”. Il periodo della maturità (parte prima).

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Capitoli precedenti:

  1. Vedere con gli occhi di Platone. Introduzione alla filosofia platonica

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Il periodo della maturità

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LA TEORIA DELLE FORME-IDEE

Questo periodo copre, all’incirca, gli anni che vanno da 386 al 367 (data del secondo viaggio in Sicilia). In questa fase Platone si dedica esclusivamente alla ricerca e all’insegnamento. Non abbandona il metodo dialettico inaugurato con gli scritti socratici (cui rimarrà fedele per tutta la vita), piuttosto, rispetto alle indagini del primo periodo, cominciano ad emergere tematiche originali e nuove problematiche. Le opere di questo periodo sono: Clitofonte, Cratilo, Eutidemo, Fedone, Menone, Repubblica e Simposio. Vediamone brevemente gli argomenti trattati:

Clitofonte: dialogo in cui si evidenziano alcuni limiti dell’insegnamento di Socrate, capace soltanto di esaltare la giustizia, ma non di averne un’effettiva conoscenza. Si tratta di un’opera discussa, in quanto l’autenticità non è sicura.

Cratilo: ha come tema principale il dibattito tra convenzionalismo e naturalismo nella teoria del linguaggio.

Eutidemo: è una critica dell’ “eristica” (erìzo, contendere) ossia dell’arte della disputa fine a se stessa, mediante la quale alcuni Sofisti pretendevano di confutare qualsiasi tesi, indipendentemente dalla sua verità o falsità.

Fedone: un profondo sguardo sulla connessione tra morte, vita e filosofia nella descrizione delle ultime ore di Socrate, trascorse in una discussione con i discepoli sul problema dell’immortalità dell’anima.

Fedro: dialogo erotico, come il Simposio, in cui viene analizzato in particolare l’aspetto soggettivo dell’amore ossia l’aspirazione alla bellezza.

Menone: cerca di dare una risposta alle domande sulla natura e l’insegnabilità della virtù, e illustra, utilizzando concetti matematici, la teoria della conoscenza come ricordo.

Repubblica: considerata da molti l’opera più importante di Platone, si sviluppa attorno al significato del concetto di giustizia e delinea le caratteristiche di uno Stato giusto, profondamente aristocratico e meritocratico, guidato dai filosofi e ordinato in vista del Bene.

Simposio (o Convito): prende in esame i complessi meccanismi dell’amore, in particolare il suo oggetto ossia la Bellezza.

Di tutto questo secondo periodo la parte più cospicua è rappresentata dalla teoria delle idee-forme. In sé non costituisce una dottrina particolarmente difficile, ma data la sua importanza è meglio considerarla da diversi punti di vista: si tratta di una teoria prismatica e dovremo cercare di sforzarci per esaminarla da tutti i lati possibili.

Platone inizia a sviluppare la propria originale teoria partendo dal punto in cui l’aveva lasciata Socrate. Il maestro aveva insegnato che esisteva una bontà morale, che era la stessa per tutti e che, soltanto attraverso una vera conoscenza di questa, l’uomo poteva diventare buono. Egli non aveva cercato di definire che cosa fosse questa bontà. Il primo compito di Platone, nello sviluppare il pensiero di Socrate, fu quindi quello di determinare la reale natura della bontà e dell’anima, la quale, conoscendo la bontà, diventa a sua volta buona. In questo egli fu aiutato dai contatti che ebbe con i Pitagorici e dalla conoscenza della loro dottrina. Ricordiamo che il primo insegnamento dei Pitagorici era che “le cose sono numeri”, che esiste una realtà eterna, che trascende i nostri sensi, esprimibile soltanto in termini numerici e cioè attraverso il numero, le forme geometriche e l’armonia (cioè il rapporto dei numeri tra loro); il secondo punto è che l’anima è una realtà preesistente, ora caduta ed imprigionata nel corpo, a causa di una non meglio specificata colpa originaria. Essa può riacquistare pienamente la sua natura divina e ritornare dopo la morte alla sua collocazione originaria, ammirando l’eterna realtà numerica. L’insegnamento del Pitagorici e la dottrina morale di Socrate costituiscono dunque le due radici del platonismo. La dottrina, a cui arrivò Platone fondendo questi due elementi e che non abbandonò mai, può essere espressa brevemente in questo modo: esiste un mondo di realtà esterne, “forme” o “idee”, separate dal mondo percepito dai nostri sensi e conoscibili soltanto dal puro intelletto. Il nome abituale per queste realtà, “idee”, è assai fuorviante perché per noi “idea” designa un pensiero che esiste in une mente, mentre le “forme eterne” di Platone non sono niente di simile. Esse sono realtà esistenti “per se stesse”, indipendentemente dalle menti che le conoscono o dalle cose di cui “fanno parte”, anche se sono causate da una Realtà suprema che le contiene, il Bene, che è una forma e, come vedremo, più che una forma. Platone si rifiuta di ammettere nell’ambito dell’epistéme, cioè del sapere certo, inteso in senso scientifico, le entità del mondo sensibile (ossia quelle percepibili con gli organi di senso). La loro mutevolezza le rende infatti incompatibili con la stabilità che deve essere propria di ogni sapere che voglia porsi al livello dell’epistéme e non dell’opinione comune (ovvero della dòxa). Il sapere dell’epistéme deve essere sempre vero: di conseguenza i suoi oggetti devono essere stabili ed immutabili. Inoltre ciò che l’epistéme dice deve valere per tutti i singoli casi, senza eccezioni. Deve essere universalmente vero. L’epistéme cerca quindi di cogliere l’universale delle cose. Le idee-forme sono allora i soli oggetti della vera conoscenza: esse sono le realtà stabili che la nostra mente percepisce quando arriva a una vera definizione universale. Quando consideriamo, per esempio, “la giustizia in se stessa” o “l’uguaglianza in se stessa”, passando da casi individuali di comportamento giusto o da coppie di oggetti apparentemente uguali alla realtà universale che sta loro dietro, stiamo pensando alla forma-idea della Giustizia e alla forma-idea dell’Uguaglianza. E, dato che per Platone il mondo percepito dai nostri sensi è un perpetuo flusso eracliteo di apparenze sempre mutevoli, di cui non è possibile una reale conoscenza, questo pensare alle forme universali è il solo tipo di pensiero che raggiunga la verità. Vediamo di riepilogare quanto detto.

Grazie alle conoscenze che gli derivavano dalle filosofie precedenti, Platone giunse a elaborare una propria originale ipotesi di spiegazione della realtà: la teoria delle idee-forme (o, più semplicemente, del “mondo delle idee”). Il termine “idea” sta ad indicare – per Platone – la vera forma delle cose, il loro stampo originario, ovvero l’archetipo, cioè il modello perfetto degli enti materiali conoscibili attraverso i sensi. In altri termini, il concetto di idea rimanda a quel mondo della realtà vera su cui si erano espresse precedentemente le filosofie di Pitagora e di Parmenide. Il mondo delle idee è un mondo invisibile ai sensi, è un mondo che sta al di là della possibilità di un’osservazione diretta e, tuttavia, traspare e si mostra nella realtà di cui facciamo quotidianamente esperienza. Per esempio, ne intuiamo l’esistenza quando chiediamo per quale ragione i singoli uomini (Socrate, Platone, Aristotele) sono “unificati” dal concetto di “uomo”. Infatti, se qualcuno afferma di aver visto “un uomo in cortile”, comprendiamo ciò che viene detto anche se in cortile non c’è nessuno; oppure, se si afferma “vorrei possedere un’automobile”, il desiderio è chiaro e tuttavia, ancora una volta, chi parla non dice di volere questa Cinquecento o quella Ferrari. Egli afferma soltanto il suo desiderio di possedere un’automobile. Comprendiamo quindi ciò che viene detto a proposito dell’automobile grazie all’esistenza di un modello ideale di automobile, un archetipo (un’idea) di cui partecipano in vario modo tutte le automobili che percepiamo attraverso i sensi, siano esse Ferrari, Lamborghini o più modeste Fiat Cinquecento.

L’idea-forma corrisponde all’universale, oggetto dell’epistéme e della ricerca socratica. Socrate aveva però solo mostrato la possibilità di pervenire all’universale (al “che cos’è” di ogni concetto, che si può applicare a tutti i casi particolari) e aveva concluso che l’universale, in quanto scoperto mediante la maieutica, si trova dentro di noi. Platone, che d’ora in poi si pone oltre Socrate, si chiede allora: che cosa sono precisamente questi universali? Qual è la loro natura? In che rapporto stanno con il mondo degli enti materiali? E in quale rapporto stanno con le nostre sensazioni? E in che senso l’idea-forma si trova dentro di noi?

Possiamo rivedere il problema da un altro punto di vista: che cosa sono, precisamente, questi concetti universali? Non sono certo le sensazioni: esse, in quanto tali, rimangono sempre relative e mutevoli. Eppure le sensazioni ci permettono, in qualche modo, di cogliere l’universale delle cose. Pensando infatti sui giudizi che enunciamo sugli oggetti materiali (per esempio quando diciamo: “questa cosa è uguale a quest’altra” o “questo oggetto x è bello”), possiamo renderci conto che in essi una parte arriva senz’altro dalle sensazioni (devo percepire con i sensi questa cosa che giudico uguale a quest’altra o questo oggetto che giudico bello), ma un’altra parte, la più rilevante, non proviene affatto dalle percezioni: per dire che questa cosa è uguale a quest’altra o che questo oggetto x è bello, devo infatti essere già in possesso delle nozioni generali di uguaglianza e bellezza, ossia dei criteri che ora sto attribuendo a questi casi particolari. Queste forme-idee generali sono perciò condizioni, presupposti a-priori (vengono cioè prima dell’esperienza sensibile) in ogni nostro giudizio; essi esibiscono una necessità logica (non sono invenzioni discutibili) e sono, per così dire, reali in sé, non sono cioè creati, bensì solo scoperti dal nostro intelletto. Essi sono chiamati da Platone forme-idee, termine quest’ultimo che deriva da -id, una radice del verbo greco “orào” che significa “vedere”: le idee-forme sono quindi visibili, anche se solo con gli occhi dell’intelletto, della conoscenza razionale. Si può dire che nella filosofia platonica le Idee hanno quattro significati fondamentali e strettamente connessi.

Le idee-forme o forme-idee sono:

– gli oggetti specifici della conoscenza razionale o intelligibile

– i criteri presupposti nei giudizi (“uguale”, “bello “giusto” , ecc.)

– i valori, ossia i criteri presupposti nei giudizi morali (“giusto”, “bene”, ecc.)

– i modelli del mondo sensibile

Il primo significato è gnoseologico e riguarda quindi la teoria della conoscenza (gnòsis, conoscenza) e così anche il secondo. Il terzo è assiologico, ossia concerne i valori (àxion, valore), e quindi morale. Il quarto è ontologico (teoria dell’essere: on, ente, ciò che è): le idee sono l’essere reale e il mondo sensibile è la loro copia.

Abbiamo visto che Platone, sulla scia di Socrate, sostiene inoltre che, dal momento che le idee-forme si trovano dentro di noi, conoscere significa in realtà ricordare, far riaffiorare alla coscienza ciò che abbiamo, per qualche ragione, dimenticato. E’ questa, come vedremo, la famosa teoria della conoscenza intesa come ricordo o reminiscenza, che, come vedremo, Platone illustra con un valido esempio nel Menone. Questa teoria presuppone una corrispondente dottrina dell’immortalità dell’anima, presentata da Platone nel Fedone e nel Fedro, oltre che nella Repubblica. Anche su questo torneremo più avanti: ora soffermiamoci ancora un po’ sul concetto di idee-forme, l’autentico tratto distintivo del pensiero platonico. La scoperta del mondo delle idee è ciò che permette di indicare Platone come il protagonista della seconda navigazione1, la grande novità rispetto alle filosofie precedenti.

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La teoria delle idee-forme: la seconda navigazione

La teoria delle idee-forme è senz’altro, tra tutte le tematiche che Platone ha affrontato, quella più importante, tanto che si può dire che essa rappresenta il cuore del platonismo. Se in precedenza i “filosofi della phýsis” si erano occupati principalmente di comprendere e spiegare l’origine del mondo ed il suo principio vitale, con Platone la ricerca si caratterizza invece per il suo tentativo di intraprendere un’altra strada che porterà alla scoperta del mondo soprasensibile. Platone stesso ci fornisce una bella immagine di questa novità, parlando di una seconda navigazione (Fedone 99b-d). Essa è – come ha scritto Giovanni Reale – la chiave di volta per l’interpretazione del suo pensiero: da questo punto in poi il filosofo sa guardare la realtà con una penetrazione ampliata, con uno sguardo rivolto non soltanto alla concretezza del mondo fisico, ma piuttosto con la consapevolezza che esiste un altro tipo di realtà, non meno consistente della prima, questa volta sovra-sensibile: quella delle idee-forme. La seconda navigazione è appunto il tentativo che porta alla scoperta di questo mondo immateriale. Ecco la novità introdotta da Platone: mentre i filosofi precedenti si erano limitati ad una spiegazione soltanto fisica e meccanica dei fenomeni naturali, egli introduce la distinzione tra cause efficienti e cause finali per rendere conto della natura e del mondo umano, arrivando così a postulare la necessità del mondo delle idee-forme. Per comprendere a fondo la portata di tale novità, occorre tuttavia insistere ancora sul rapporto tra la scoperta del mondo delle idee-forme e le filosofie precedenti.

Anzitutto diciamo che le idee sono per Platone la vera causa delle cose2: la dimensione soprasensibile, soprafisica dell’essere è anche quella che in qualche modo fonda e garantisce la struttura del mondo materiale. Platone, nel Fedone, ci dice che l’indagine della physis compiuta dai Presocratici aveva cercato di spiegare i fenomeni in un unico modo, cioè ricorrendo a cause o principi di carattere meccanico o (come possiamo dire in funzione di ciòche scopre Platone) materiale. Acqua, aria, terra, fuoco, caldo e freddo e altre siffatte origini erano state costantemente invocate per spiegare ogni cosa, ma con esiti quanto mai contraddittori e quindi, nella prospettiva di una filosofia che voglia presentarsi come episteme (cioè sapere stabile e certo), deludenti. In particolare, Platone stesso ricorda il caso più emblematico, che è quello di Anassagora, del quale aveva pur apprezzato le idee sull’Intelligenza ordinatrice: anche Anassagora, che in un certo senso può considerarsi il più rilevante dei fisiologi, non seppe sottrarsi a questo tipo di spiegazione soltanto meccanicistica e materialistica della realtà. Egli parlò sì di una Intelligenza, di un Nous che tutto ordina, ma, in pratica, contraddisse questa sua scoperta: infatti il nostro uomo – rileva espressamente Platone – non si serviva affatto dell’intelligenza e non le attribuiva alcun ruolo nella spiegazione dell’ordinamento delle cose e assegnava, invece, il ruolo di causa all’aria, all’etere, all’acqua, e a molte altre cose estranee all’intelligenza.[Fedone, 97d-98f].

Ma le cause meccaniche e naturali sono le effettive e reali cause di ciò che avviene nel mondo? O non saranno, piuttosto, delle con-cause, semplici mezzi al servizio di ulteriori cause di altra statura ontologica? Insomma: causa del sensibile non sarà forse qualcosa che trascende il sensibile? Platone fornisce una chiara risposta nel Fedone:

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Le idee sono la vera causa delle cose

– Eppure, riprese Socrate, questo ch’ io dico non è niente di nuovo, ma quello sempre che già altre volte e anche nel precedente ragionamento non ho mai cessato di dire. E ora son qui per tentare di dimostrarti qual è questa specie di causa che mi sono costruita, e torno di nuovo a quei punti dei quali già fu discorso più volte, e ricomincio da quelli. Poniamo dunque che esista un bello in sé, un buono in sé, un grande in sé, e così via: le quali cose se tu mi concedi e ammetti che esistano realmente, io ho speranza, movendo da queste, di scoprire la vera causa e di dimostrarti che l’anima è immortale.

– Sta bene, disse Cebète: fa pur conto ch’io ti conceda ciò; e affretta, ti prego, le tue conclusioni.

– Esamina dunque, egli disse, quello che da codesti punti consegue, se anche a te pare lo stesso che a me. A me pare infatti che, se c’è cosa bella all’infuori del bello in sé, per nessun’altra ragione sia bella se non perché partecipa di codesto bello in sé. E così dico, naturalmente, di tutte le altre cose. Consenti tu che la causa sia questa?

– Consento, rispose.

– E allora, riprese Socrate, io non capisco più e non posso più riconoscere le altre cause, quelle dei dotti. E se uno mi dice perché una qualunque cosa è bella, sostenendo che è bella o perché ha un colore brillante o perché ha una sua figura o comunque per altre proprietà dello stesso genere, ebbene, io tutte codeste altre cause le lascio perdere, perché in esse tutte mi confondo; e mi tengo fermo a questa mia, sia pur ella semplice e grossolana e forse anche sciocca: e cioè che niente altro fa sì che quella tal cosa sia bella se non la pre-senza o la comunanza di codesto bello in sé, o altro modo qualunque onde codesto bello le aderisce. Perché io non insisto affatto su questo modo, e dico solo che tutte le cose belle sono belle per il bello. E questo pare a me che sia l’argomento più sicuro per rispondere a me stesso e ad altri; e, tenendomi stretto a questo, penso che non potrò mai cadere, e che per me, e per ogni altro, la cosa più sicura da rispondere sia questa, che le cose belle sono belle per il bello. O non pare anche a te così?

– Mi pare.

Fedone, 100 b-e, op. cit.

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Note:

1. È stato Giovanni Reale a suggerire il la definizione seconda navigazione come grande immagine per indicare l’accesso al mondo del soprasensibile compiuto da Platone (Cfr. G. Reale, Storia della Filosofia antica, Vita e Pensiero, Milano, 1966, Vol. II, p. 63 e sgg.). “Seconda navigazione” – spiega Reale – è una metafora desunta dal linguaggio marinaresco, ed il suo significato più ovvio sembra essere quello fornitoci da Eustazio, il quale, riferendosi a Pausania, ci spiega: si chiama ‘seconda navigazione’ quella che uno intraprende quando, rimasto senza venti, naviga coi remi. La ‘prima navigazione fatta con le vele al vento corrisponderebbe, quindi, a quella compiuta seguendo i Naturalisti e il loro metodo, la ‘seconda navigazione, fatta con i remi, e quindi assai più faticosa ed impegnativa, corrisponde al nuovo tipo di metodo, il quale porta alla conquista del soprasensibile. Le vele al vento dei Fisici erano i sensi e la sensazione, i remi della ‘seconda navigazione’ sono i ragionamenti e i postulati: e appunto su questi si fonda il nuovo metodo”.

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2. Platone stesso nel Fedone: Socrate si trova in carcere e attende di essere condannato. Perché è in carcere? La spiegazione naturalistico-meccanicistica non è in grado di dire se non questo: perché Socrate ha un corpo che è fatto di ossa e di nervi, muscoli e giunture; e i muscoli e le giunture sono capaci, con l’allentarsi e col distendersi dei nervi, di muovere e piegare gli arti: per questo motivo Socrate avrebbe mosso e piegato le gambe, sarebbe andato in carcere e tuttora vi si troverebbe. Orbene, ognuno vede l’inadeguatezza di tale spiegazione: essa non fornisce affatto il vero perché, la ragione per cui Socrate è in carcere, ma spiega solo il mezzo o lo strumento di cui Socrate si è avvalso per andare e restare in carcere col suo corpo. La vera ragione o causa per cui Socrate è venuto e si trova in carcere non è di ordine meccanico e materiale, bensì di ordine superiore: egli ha deciso di accettare il verdetto dei giudici e di sottostare alla legge di Atene, giudicando che questo fosse il bene e il conveniente, e per conseguenza ha respinto tutte le offerte di andare in esilio, prima, e di fuggire dal carcere, dopo. E in conseguenza di questa scelta di carattere morale e spirituale e a causa di questa che egli, poi, ha mosso i muscoli e le gambe e si è recato ed è restato in carcere. Lo stesso vale per ogni altra cosa. Gli elementi meccanici e i principi materiali non sono “causa”, ma, al più, concausa; meglio ancora, sono “mezzo” al servizio della vera e ulteriore “causa”, che è di carattere non materiale (è un valore spirituale), ed è, precisamente, ciò che fa sì che ogni cosa sia come deve essere, come è conveniente e come è bene che sia. Per scoprire questa causa meta-empirica, dice Platone, occorre abbandonare il piano dei sensi e del sensibile, giacché l’intelletto, su questo piano, resta obnubilato e confuso: occorre dal sensibile e visibile passare al piano dell’intelligibile, che non è visibile ai sensi, ma coglibile solo col puro intelletto, con la pura mente.

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Alessandro Benigni

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