Introduzione al pensiero di Nietzsche (cap. 5: L’Annuncio di Zarathustra, Seconda parte: La volontà di potenza, Terza parte: La visione e l’enigma)

Volontà-Ritorno_Fotor

Alessandro Benigni

29 settembre 2015

Capitoli precedenti:

  1. Introduzione al pensiero di Nietzsche (cap. 1: La filosofia della maschera e lo stile di Nietzsche, Le fasi del pensiero di Nietzsche, La metafisica dell’artista, La nascita della tragedia: apollineo e dionisiaco)
  2. Introduzione al pensiero di Nietzsche (cap. 2: L’influenza di Schopenhauer, La decadenza della cultura greca: il linguaggio, il concetto di vero e falso, l’influenza di Socrate, Il venire in primo piano della coscienza, Su verità e menzogna nel senso extra-morale, Sull’utilità e il danno della storia per la vita)
  3. Introduzione al pensiero di Nietzsche (cap. 3: L’illuminismo di Nietzsche e il periodo storico-scientifico; Il metodo storico-scientifico; Dalla metafisica alla morale; Il metodo genealogico).
  4. Introduzione al pensiero di Nietzsche (cap. 4: L’Annuncio di Zarathustra, prima parte: Il Prologo di Zarathustra, Dio è morto, Delle tre metamorfosi)

SECONDA PARTE DI COSÌ PARLÒ ZARATHUSTRA

La volontà di potenza

 

La seconda parte dello Zarathustra mette chiaramente in primo piano ciò che prima era nascosto ed emergeva confusamente come forza intrinseca che vivifica e ad un tempo travolge il mondo, gioco della libertà umana compreso. Il pensiero principale è d’ora in poi la dottrina della Volontà di potenza. L’uomo trasformato, trasfigurato, divenuto bambino, si è tramutato finalmente in libero creatore. Egli è l’uomo vero e proprio, “l’uomo” per eccellenza. Naturalmente, il “creatore” non significa l’uomo che produce beni, realtà materiali, l’uomo che lavora, ma piuttosto un creatore di vita, colui che gioca creando, che pone nuovi valori, che possiede una grande volontà, che si pone una sua meta, che osa nuovi progetti. Il creatore è di per sé in rapporto originario con tutte le cose, trova nuove unità di misure e con esse pensa il suo nuovo mondo, indirizza la vita umana in modo completamente nuovo, esiste “storicamente” nel senso più alto, cioè: creando. “E ciò che avete chiamato mondo, deve ancora essere da voi creato: esso deve diventare la vostra ragione, la vostra immagine, la vostra volontà, il vostro amore!” Questo atteggiamento di fondo del creatore-fondatore sarebbe però limitato, circoscritto, ristretto se ci fossero ancora Dio e gli dei; la libertà sarebbe circoscritta da istruzioni, ordini e divieti. Dio è una irriducibile negazione della libertà umana. Ma con il pensiero metafisico di Dio viene posto anche un “al di là” dello spazio e del tempo, di fronte al quale il tempo è nullo, pura apparizione, è svalutato e chiuso al di fuori della realtà vera. Questa impostazione idealistica che nega la vera realtà del tempo, propria del pensiero di Dio e della tradizione metafisica occidentale, significa per Nietzsche un fatale annullamento della volontà di futuro che è del creatore. E se il tempo in ultima analisi non è reale, la storia non ha alcun senso, il cammino dell’uomo nel tempo e le mete che si è proposto non hanno alcun significato. Contro l’idealismo, che aveva estromesso il tempo dall’essere, Nietzsche vuole riportare nel tempo l’essere inteso come “terra”, e pensare un rapporto fondamentale tra essere e tempo. Il mutamento continuo, l’impetuoso e sibilante passare di tutto ciò che è perituro, questo soltanto è la via del creatore; egli ha la sua patria ventosa nel terreno e nel passeggero; il suo creare stesso è costruire e distruggere, progettare mete finite e superarle; il creatore, che soltanto con la morte di Dio conquista la sua estrema libertà e apre a se stesso la terra, sta espressamente e volontariamente nel tempo, accetta la caducità e, con ciò, la sua propria fine.

Nel capitolo Delle tarantole Nietzsche trova il simbolo dello spirito di vendetta, della vendetta di coloro che la sorte ha privato di ogni grandezza e di ogni successo nella vita. Le tarantole sono i predicatori dell’uguaglianza, nei quali l’impotenza di vita si vuol vendicare di tutte le forme di vita potente, basate sull’ineguaglianza. Nietzsche polemizza così non soltanto contro le correnti moderne, come la Rivoluzione Francese, Rousseau, il Socialismo e la Democrazia, ma anche altrettanto contro il Cristianesimo, con la sua concezione dell’uguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio. Nietzsche si oppone quindi alla tradizione occidentale e alla concezione tradizionale di giustizia. Nell’idea di giustizia dei molti, della massa, dimora la vendetta, quel ragno velenoso che è la tarantola, che annoda le sue reti e vi soffoca la vita nobile, degli aristocratici, dei migliori. Nietzsche accenna con ciò già alla tematica della “morale del padrone e dello schiavo”, che avrà una grande importanza ancora dopo lo Zarathustra. “Bene e, male, ricco e povero, elevato e meschino, e tutti i nomi dei valori: armi devono essere, segni dal metallico suono: del fatto che la vita non può se non continuamente superare se stessa! La vita vuole edificare se stessa in alto con pilastri e gradini: verso vaste lontananze essa vuole mirare e ancora al di là, verso bellezze beate – per questo essa ha bisogno di altezza! E poiché ha bisogno di altezza, ha bisogno dei gradini e della contraddizione tra i gradini e coloro che salgono! La vita vuol salire, e salendo superare se stessa.

Nel capitolo Della vittoria su se stessi appare finalmente, nella sua bellezza, il motivo fondamentale della seconda parte. “Dovunque trovai vita, trovai anche volontà di potenza; anche nella mente dei servo trovai la volontà di essere padrona… E la vita stessa questo segreto ancora mi confidò: vedi, mi disse, io sono il continuo, necessario superamento di me stessa”. Il superamento di sé qui non ha un senso ascetico, ma esattamente l’opposto. La vita ha la tendenza del salire, crea immagini di potenza e non trova mai riposo; è essenzialmente irrequietezza, movimento, ma non un movimento lineare, che non si supera mai. Ma in quale rapporto col tempo sta la Volontà di potenza che sempre tende all’alto e supera se stessa? La risposta sarà data, come vedremo, nel brano La visione e l’enigma.

Nel capitolo Della redenzione Nietzsche non soltanto si volge con amara asprezza contro l’idea della redenzione propria del Cristianesimo, ma soprattutto contro quella della metafisica in generale, che egli vede consistere nell’abbandono dell’al di qua, e non soltanto le oppone la sua redenzione dell’uomo per mezzo del superuomo “La volontà non può volere a ritroso: non poter infrangere il tempo e la voracità del tempo – questa è per la volontà la sua mestizia più solitaria“. Nell’irreversibilità del tempo trascorso sembrerebbe trovare un limite invalicabile il potere della volontà. Non rimane allora alla Volontà di potenza che il riconoscimento della superiorità del tempo, provata dall’immobilità di ciò che è stato, e cioè la riconciliazione col tempo inflessibile? Può la volontà volere avanzare infinitamente nel futuro e mai nel passato?

TERZA PARTE DI COSÌ PARLÒ ZARATHUSTRA

 

La terza parte dello Zarathustra è la principale dell’opera, il suo centro vitale L’essere-nel-tempo, come lotta e battaglia per la potenza, come superamento ed elevazione, costituisce la strada della volontà di potenza; questa è volta verso il futuro: vuole per principio ciò che ha da venire, ciò che è possibile, ciò che è ancora aperto e libero. La volontà di potenza, come l’essere nel tempo che è in movimento e cioè che si muove nella lotta eraclitea, è affidata alla potenza del tempo: e quest’ultima, in quanto futuro, lascia spazio al gioco della volontà di potenza, ma, in quanto passato irreversibile, limita il suo potere. La volontà non può volere nel passato, essa è incatenata al corso del tempo, non può riferire la sua azione a ciò che è già stato. La salita di Zarathustra alla sua ultima cima è però, contemporaneamente e paradossalmente, la discesa nella più grande profondità. “Si va a fondo quando si va in fondo”, aveva scritto Nietzsche.

Nel capitolo La visione e l’enigma, che è il principale dell’opera e costituisce il fondamento di tutto il pensiero di Nietzsche, viene alla luce, in forma di parabola, l’Eterno Ritorno dell’Uguale: ai marinai, agli amanti dei misteri, Zarathustra racconta la “visione del più solitario tra i solitari“. Sarà infatti il più solitario tra gli uomini a scorgere e indovinare il senso dell’eterno ritorno. Tale senso è visibile solo da chi si è allontanato dal gregge per tentare nuove vie, chi ha rifiutato le (false) certezze di morale, metafisica e religione per esplorare in solitudine il senso della terra. Colui che più è isolato pensa ciò che è più universale: si pone in una dimensione altra rispetto all’uomo comune; egli sta in alto, nella vastità del tutto cosmico, e ha con esso il rapporto del Grande Anelito. Lo spirito della gravità riporta però indietro ogni slancio e lo piega nella caduta. Lo sguardo nell’abisso del tempo, e perciò la consapevolezza della vanità di ogni progetto, toglie il fiato, causa una “vertigine” a colui che pensa le più alte possibilità dell’uomo È chiaro che di fronte al tempo infinito ogni senso terreno diventa impossibile, il senso in sé diventa un’assurdità: ogni rischio è senza motivo, ogni grandezza inutile. Se messa in relazione al non-senso del tutto, si rimpicciolisce, è vacua. Lo spirito della gravità, qui inteso come coscienza dell’infinità del tempo, impedisce un sensato protendersi dell’esistenza all’apertura cosmica del mondo; la vuota vastità del tutto immobilizza ogni tentativo. Ma, contro il pensiero paralizzante del nano, Zarathustra si appella finalmente al valore del suo pensiero abissale, una forza d’animo che supera addirittura la morte e di fronte alla vita esprime l’incredibile volontà della ripetizione. Ai pensieri pesanti come gocce di piombo del nano egli oppone i pensieri umanamente più coraggiosi; il nano è costretto a scendere dalle spalle di Zarathustra, viene così allontanato anche l’ultimo ostacolo: Zarathustra si libera dello spirito della gravità. E ora tra i due si avvia il fondamentale discorso sul tempo: siamo di fronte alla dottrina di Zarathustra e al centro di tutto il pensiero di Nietzsche. Da questo dialogo, come vedremo, emerge che la Volontà di potenza era in fondo giunta al suo limite proprio quando il tempo si manifestava come la sua unica dimensione di realizzazione: ma “volere” si può solo il futuro; il fermo e immutabile passato non si può più “volere”, lo si può solamente accettare: esso rimane al di fuori di ogni possibile intervento della volontà. Ma – e siamo al punto cruciale di tutto il discorso di Nietzsche – se la dimensione del tempo non è lineare se non in apparenza, se nella sua struttura più profonda il tempo mostra una natura circolare, la Volontà di potenza diventa nello stesso tempo volontà del futuro e del passato. Siamo con Zarathustra di fronte alla porta del “momento”, dell’attimo: essa è il punto di incontro di due strade opposte; una conduce indietro, nel passato, e l’altra in avanti, verso il futuro. Questi due percorsi nell’attimo si incrociano, anzitutto si contrappongono. Ma poi si supereranno, diventando specularmente il contrario l’uno dell’altro: il futuro diventa passato ed il passato futuro. Prima di pervenire a questo senso compiuto del “momento”, del “qui ed ora”, il passato è ciò che è fermo, fossilizzato per sempre in una dimensione di cristallina immobilità, mentre il futuro è per definizione il non-essere-ancora, e come tale l’assolutamente manipolabile, l’ancora-aperto ad ogni possibilità, il regno dell’assoluto contingente. Dunque, prima di assumere la visione completa e matura dell’eterno ritorno, il passato e il futuro sono completamente diversi l’uno dall’altro, si contraddicono a vicenda; e tuttavia nel momento si urtano l’un l’altro, queste due estraneità assolute si incontrano, questa doppia serie di istanti che percorrono strade opposte vengono a guardarsi negli occhi. Con questa impostazione Nietzsche-Zarathustra critica implicitamente (e radicalmente) la concezione occidentale del tempo: per noi il tempo è appunto una successione in sequenza di presenti: come tale essa non è reversibile e noi non ne conosciamo né l’origine né la fine (proprio da qui si apre il grande spazio della metafisica occidentale). Ma, nell’attimo, in ogni momento, è possibile guardare in due direzioni: verso il passato (che è scivolato via) oppure verso il futuro (che si manifesta incessantemente). Ci sono quindi, innegabilmente, due strade, due prospettive. Ora, sono entrambe infinite? Sono veramente senza origine e senza fine? Questa doppia serie di istanti, quelli che vanno verso il passato e quelli che vengono dal futuro, è veramente interminabile? Si può veramente pensare l’infinità del tempo in questo modo? Non a caso Zarathustra chiede al nano se entrambi gli opposti sentieri del tempo si contraddicano eternamente. È così che Zarathustra si accorge che solo se la struttura del tempo è circolare l’eterna contraddizione svanisce. Se il tempo è circolare, allora presente, passato e futuro si intrecciano all’infinito, ma si tratta di un infinito temporale circolare, quindi più precisamente di un infinitamente percorribile, proprio come un cerchio. Il ciclo del tempo viene così pensato come un ciclo immanente: la sua struttura è circolare, un cerchio composto di attimi, di adesso, di momenti, di istanti del presente. Nonostante questa folgorante intuizione, Nietzsche stesso mostra come sia possibile soltanto avere una visione di questo tempo circolare: la sua struttura più profonda resta enigmatica e solo la Volontà di potenza più radicale sa desiderarla in modo totale. Tutti i nostri concetti del tempo sono alla fine insufficienti, e l’enigma – al di là di questa rappresentazione visionaria – non viene completamente sciolto nemmeno da Zarathustra. Si perviene comunque ad un risultato eccezionale: se nella profondità del passato il tempo è una eternità già trascorsa, esso non può in quanto tempo avere più nulla fuori di sé, tutto l’accadibile deve già esservi avvenuto. L’eternità del passato – nella dimensione circolare del tempo – esige che tutto l’accadibile sia già accaduto, che un tempo intero sia trascorso; e così un futuro infinito, eterno, esige il futuro trascorrere di tutti gli avvenimenti immanenti nel tempo. Se si pensa passato e futuro come eternità, si devono pensare entrambi come tempo intero, comprensivi di ogni possibile contenuto temporale. Siamo così di fronte alla più stupefacente conquista teoretica di Nietzsche: la dottrina dell’Eterno Ritorno dell’Uguale, secondo cui tutte le cose, tutto ciò che si svolge nel tempo, devono, se il tempo in quanto passato e il tempo in quanto futuro sono entrambi il tempo intero (poiché la struttura del tempo è circolare, per cui si tratta solo di direzioni diverse, ma il percorso tracciato è il medesimo) essere sempre già trascorsi e sempre di nuovo ripetersi nel futuro. Quando Zarathustra enuncia questa dottrina, un pastore viene soffocato da un serpente che gli si era aggrovigliato in gola. Si tratta chiaramente di una metafora: il pensiero del ritorno, simboleggiato dal serpente (si pensi al simbolo dell’infinito: un serpente che si morde la coda) è un pensiero soffocante, è un’idea che può anche uccidere. Ancora una volta: se tutto ritorna, allora chiaramente ogni slancio dell’uomo è vano, perfino la strada che conduce al superuomo è priva di senso, poiché anche l’uomo piccolo e meschino ritorna sempre di nuovo; ogni rischio è immotivato, da sempre e per sempre torneranno gli stessi errori. Ma seguiamo il resto della metafora: Zarathustra indica al pastore la via della liberazione: staccare con un morso la testa al serpente; così il pastore subisce una metamorfosi: “Non più pastore, non più uomo – un trasformato circonfuso di luce, che rideva!” La lotta contro il più soffocante dei pensieri conduce alla trasfigurazione dell’esistenza, porta alla trasformazione di ciò che è serio e pesante in leggerezza, nella sovrumana agilità della risata. Il pensiero del ritorno mostra dunque due aspetti. Può essere visto partendo prevalentemente dal passato oppure dal futuro. Se tutto ciò che accade è la ripetizione di ciò che è prima accaduto, allora il futuro è fermo, ripete soltanto ciò che si è già verificato; allora veramente non c’è nulla di nuovo sotto il sole, nell’immutabilità si svolge il futuro già stabilito in precedenza, l’agire e l’osare sono privi di senso, vani; tutto è già stato deciso. Ma si potrebbe anche dire al contrario: tutto è ancora da fare; così come noi adesso decidiamo, dovremo sempre di nuovo decidere. Si tratta di una apertura totale ed illimitata: l’uomo è libero creatore, per l’eternità. Dal punto di vista del concetto di Eterno Ritorno dell’Uguale, La visione e l’enigma si divide in due momenti: eterno ritorno inteso come teoria ed eterno ritorno inteso come decisione. Nietzsche vuole mostrare così come si debba intendere il passaggio dal concetto passivo di eterno ritorno dell’uguale a quello attivo. La concezione passiva dell’eterno ritorno consiste in un mero riconoscimento teoretico che in fondo ci tiene ancora legati a quella metafisica che Nietzsche aveva voluto lasciare da parte. Infatti il nano che Nietzsche porta sulle spalle rappresenta chi è persuaso che tutto è circolare, soltanto perché se ci fosse qualcosa di lineare avrebbe uno scopo. Il nano mostra quindi una concezione banale (infatti Nietzsche lo abbandona). Si tratta di una concezione solamente teoretica, di cui si prende semplicemente atto di ciò da cui si è schiacciati: si tratta di qualcosa che non si accoglie con amore (non a caso Nietzsche contrappone a questa concezione l’amor fati)e per questo nel singolo non c’è la volontà di farlo diventare uno strumento di riforma di vita e del mondo in cui si vive. Questa realtà, non avendo né origine né fine, non ha né senso né fondamento: la concezione passiva è dunque troppo pericolosamente simile ad una posizione metafisica. La concezione attiva considera invece l’eterno ritorno come un bene in sé: è voluto, amato, e visto come l’inizio di una nuova realtà totale. Si tratta di un accadimento vissuto. In questo senso Nietzsche proclama l’amor fati: si tratta di una realtà eternamente ripetitiva che è però viva, non solo riconosciuta, ma voluta, amata, vista come l’inizio di una libertà totale che permette all’uomo un ripensamento di tutta la sua esistenza. Ecco perché non si tratta di un riconoscimento metafisico, ma piuttosto di un accadimento vissuto come singolo. Da questo punto di vista la parte più importante del brano è, come vedremo, la seconda: è qui infatti che si incuneano i tre significati i eterno ritorno dell’uguale:

1) un significato generale (ritorno del “già accaduto”, è quello del nano, è il più superficiale)

2) il secondo significato è quello dell’uomo che assume il ruolo di commediante, che su tutto può danzare perché un senso predefinito non c’è. Si tratta di quell’uomo che di fronte al fatto che la realtà non ha senso acquista quell’atteggiamento di libera invenzione della danza: non nel significato comico, ma perché non essendoci nessuna limitazione ormai su tutto si può danzare liberamente

3) il terzo significato è il più complesso ed emerge da una decisione positiva, pro-positiva: l’uomo è libero e ciò che decide ha un valore immenso (perché eternamente destinato a ripetersi). Finché ci si ferma ai primi significati, si resta ancorati ad una posizione etica (sulla bocca del nano l’eterno ritorno spiega la realtà, sulla bocca della controtesi del commediante l’essere commediante è solo una proposta, una possibilità). Il terzo significato si ha quando l’uomo prende la sua decisione (tra l’essere schiacciato dall’eterno ritorno o trasformasi nell’inizio di un mutamento, di una trasfigurazione di se stesso e del mondo nel quale vive).

Vediamo ora di analizzare il brano un po’ più da vicino.

 

PRIMA PARTE La prima parte è composta da tre momenti successivi, che vanno analizzati uno per volta:

1) Primo momento: qui Nietzsche dice a chi è diretta la sua visione. Il brano è indirizzato a coloro che, secondo un’immagine che conosciamo già, hanno rotto con la società: sono i tipi non-normali, che amano l’avventura. Sono coloro che vogliono inventare e andare avanti da soli. Nietzsche li chiama amanti del crepuscolo, perché solo la metafisica offre tutto sotto una luce lampante. Il vero e il falso sono ben distinti solo nella visione metafisica: abbandonando questa falsa posizione di sicurezza, si accetta di vivere nell’incerto, nel buio, nella non-verità. Gli uomini a cui Nietzsche si riferisce hanno in odio il dedurre.

2) Secondo momento: questa visione, proprio perché si rivolge a persone come queste, non può che parlare di cose che vanno in alto, che escono dalla normalità. Il sogno di Nietzsche è la presentazione di un salire verso delle verità che escono dalla tranquillità di ogni giorno. In ciascuno di noi c’è la tendenza di fare il contrario, tendenza a non salire verso le cose alte, a non far fatica: quello che si comporta così è il nano. In ciascuno di noi c’è un nano che tira verso il semplice, il rassicurante. Ora è più chiaro per quali motivi Nietzsche ha scelto la figura del nano: il nano rappresenta l’uomo che non è maturato, che non ha raggiunto quella libertà che gli permette di essere uomo nel senso più pieno; il nano mostra come il tentativo di andare in alto, di scoprire delle verità che non sono quelle di tutti i giorni, che anzi sono di natura del tutto eccezionale, possa rivolgersi contro chi vuol fare questo tentativo senza possedere le caratteristiche necessarie. Basterebbe questo per dimostrare come il super-uomo, l’oltre-uomo è un uomo che paga con molte sofferenze il suo mettersi al di sopra degli altri. L’oltre-uomo non si innalza al di sopra degli altri per superbia, ma perché la sua visione della vita è diversa: chi vede meglio sta sempre più in alto. La grandezza del super-uomo va allora intesa in questo senso: è la grandezza che nasce dal vedere quello che gli altri non vedono; non solo, tale grandezza nasce dal pagare dolorosamente questo essere in anticipo sui tempi: «io sono arrivato troppo presto», scrive spesso Nietzsche. Anche in Zarathustra ad un certo punto entra in scienza un folle che con la lampada dice: «cerco Dio» e aggiunge: «è inutile parlare con queste persone: sono arrivato troppo presto». Il nano è dunque colui che da una parte è in ciascuno di noi per tirarci in basso, per non farci maturare e dall’altra per farci paura, per ricordarci tutte le sofferenze a cui andremo incontro volendo salire più in alto, volendo abbandonare le certezze metafisiche. Nietzsche lo definisce come metà nano (perché non è cresciuto) e metà talpa (perché cerca di insinuarsi sotto terra per nascondersi). Lo definisce poi storpio e storpiante (perché rende storpi gli altri). «Piombo nelle orecchie e nel cervello»: perché propina una verità che non ammette discussioni e blocca la nostra capacità critica. Il nano chiama invece Zarathustra «pietra filosofale» (perché vuole cambiare tutta la realtà in oro) e «frantumatore di stelle» (le stelle sono le verità metafisiche che hanno sempre presieduto la vita dell’uomo illuminandola).

3) il Terzo momento costituisce una diretta risposta al discorso del nano. È un discorso di coraggio, dove Zarathustra abbandona definitivamente il nano: «o tu o io» (chi segue il nano prende la via del regresso, chi invece riesce ad abbandonare la prospettiva del nano diventa coraggioso e trova la forza per liberarsi definitivamente).

Non è facile: «La sofferenza dell’uomo è la sofferenza più grande che ci sia», occorre del coraggio, un coraggio che non si ferma neanche davanti alla morte perché sa che questa è la vita e che deve venire dalla morte: che venga pure! (verrà la morte, ma tornerà anche la grandezza dell’uomo).

SECONDA PARTE. Nietzsche-Zarathustra chiarisce qui i tre concetti di eterno ritorno. Nella seconda parte il nano è saltato giù dalle spalle di Zarathustra ed enuncia il primo significato di eterno ritorno dell’uguale (quello meramente teoretico, il più superficiale). Fissiamo tre punti:

1) Zarathustra e il nano si trovano davanti ad una porta che ha due strade, entrambe eterne. Ma esse si contraddicono a vicenda. Sulla porta c’è scritto «attimo»: delle due strade una è il passato e una il futuro. Nietzsche aggiunge che nessuno le ha mai percorse fino in fondo, perché sono senza fine.

2) Sulla porta in cui i due sentieri passano c’è una strana parola: «attimo»: questa definizione non riguarda soltanto i sentieri, ma piuttosto l’uomo, perché è nell’attimo in cui l’uomo decide che cosa fare dell’eterno ritorno (se negarlo, accettarlo fino in fondo o solo in modo superficiale). Infatti:

  1. a) Se la via che porta al futuro non ha fine perché è eterna, è perché tutto quello che è capitato tornerà a capitare.
  2. b) Se la via che porta al passato non ha fine (è eterna), è perché tutto quello che è avvenuto è già avvenuto.

L’attimo è allora il momento nel quale l’uomo prende coscienza di questa realtà (o sul piano puramente teoretico, come il nano, o sul piano pratico, decidendo di lasciare che questa idea soffochi o assimilare l’eterno ritorno dell’uguale per rinnovare se stessi e rinnovare il mondo). Ma per il momento il problema che interessa Nietzsche è questo: i due sentieri non si incontreranno mai?

3) Il nano dice: solo le cose diritte non si incontrano mai, perché solo quelle mirano ad un fine, hanno uno scopo, trovano significato; ma tutto ciò che non ha un significato (e la realtà non lo ha) non è lineare, ma circolare. Zarathustra-Nietzsche accetta la risposta del nano (anche se si mantiene sul piano teoretico); in tutta l’evoluzione della realtà il senso coincide con la realtà stessa, essa non ha quindi un senso esterno: dato che la realtà è in eterno movimento, senza una direzione, non ci sarà mai un senso dato una volta per sempre. La risposta del nano è però ancora insufficiente.

Dunque i due sentieri non dicono ancora nulla circa l’eterno ritorno: affermano semplicemente il loro carattere eterno (sono i sentieri del futuro e del passato considerati nella loro eternità). Ma sono destinati ad incontrarsi? Ci sarà un punto in cui il cerchio si chiude? E sarà questo il momento nel quale tutto quello che sarà, è già stato? Il nano afferma che «tutte le cose diritte mentono»; ogni verità è ricurva: il tempo stesso è un circolo. Egli dà però una risposta che Nietzsche reputa insoddisfacente (perché non solo rimane in un ambito semplicemente teoretico, ma è per di è più legata, ancora una volta, alla metafisica: il nano si limita a prendere atto di ciò che avviene; in questa visione l’uomo non gioca nessun ruolo speciale e i due sentieri si incontrano soltanto perché “il rettilineo” in quanto direzionato ha un significato, un fondamento mentre “il circolare” non ha senso, si ripete senza uno scopo). Per capire come superare la posizione del nano occorre riflettere ancora sull’attimo.

L’attimo non è solo il punto d’incontro delle due vie, ma costituisce anche il momento della decisione che l’uomo prende della vita. In altri termini occorre capire se queste decisioni siano a loro volta coinvolte nella circolarità del tempo o se invece possano rompere il circolo del tempo e presentarsi come novità in una storia ciclica che si ripete all’infinito. L’eterno ritorno è una verità estranea all’uomo, che interessa solo il mondo nel quale vive, o è invece una dimensione che travolge anche l’uomo? Se è vera la seconda posizione allora la risposta del nano, pur essendo vera, è doppiamente insufficiente. L’eterno ritorno dell’uguale si presenta ora come ripetizione non solo degli eventi, in generale, ma anche, in particolare, delle decisioni dell’uomo.

E se tutto è già esistito, non deve già essere esistita anche questa porta di fronte alla quale si trovano Zarathustra e il nano? Questo significa che nella dimensione dell’eterno ritorno si trova coinvolto non solo il mondo inteso come ente astratto, ma anche l’uomo con le sue decisioni, ciascuno di noi in prima persona. In altre parole, quello che l’uomo decide nell’attimo (in ogni momento) sembrerebbe una rottura del circolo dell’eterno ritorno, ma in realtà l’ha già deciso (l’ha già eternamente deciso). Quello che deciderà domani è già nel suo futuro, è già presente: quindi il coinvolgimento in questa dinamica, nella versione amplificata della teoria dell’eterno ritorno, è totale. Ecco perché chi riesce a cogliere questo secondo aspetto dell’eterno ritorno vive un eterno ritorno diverso: non si tratta più di un semplice prendere atto di quel che è la realtà (come aveva fatto il nano). Questa seconda versione, invece, richiede per così dire l’atteggiamento del commediante, il quale proprio perché si rende cosciente che non c’è nulla di determinato una volta per tutte, che tutto si ripete senza un senso, che non c’è nessun valore, allora si sente libero, allora sente di poter danzare il ballo della vita, può ridere di tutto perché tutto ritorna senza senso. Ancora una volta non siamo però di fronte ad una posizione pienamente soddisfacente. Occorre andare oltre. Deve essere superata anche la risposta del commediante: il passaggio alla parte pratica, e precisamente all’aspetto positivo della parte pratica, cioè al fatto di non sentirsi schiacciato da questa verità, ma di sentirsi promosso da questa realtà, portati ad amare la vita e la propria creatività sarà infatti una proprietà non del nano, non del commediante, ma dell’oltre-uomo.

La visione e l’enigma” è ricchissimo di immagini e di simboli. Impossibile qui analizzarli uno per uno. Restando al livello più superficiale vediamo che il simbolo del pastore soffocato dal serpente che gli si attorciglia in bocca sta a significare la necessità a cui è sottoposta la vita umana. Alla fine il pastore ride: è la risata di un uomo nuovo, una risata che Zarathustra-Nietzsche non ha mai sentito. Se avesse temuto il serpente, avrebbe accettato la condizione dell’eterno ritorno come qualcosa che schiaccia per sempre. Ma nel momento in cui ha deciso di ribellarsi al serpente, egli vive il senso dell’eterno ritorno in modo nuovo: ne trae addirittura forza per cambiare se stesso e per trasformare il mondo in cui vive. Occorre però andare più a fondo: se anche l’attimo in cui l’uomo prende la sua decisione è compreso nell’eterno ritorno, se tutto è uguale, se proprio tutto si ripete, se nulla ha un senso particolare, allora che valore ha la decisione che l’uomo deve prendere di fronte all’eterno ritorno dell’uguale?

Nietzsche risponde a questa domanda sostenendo che nell’atteggiamento attivo dell’uomo dinanzi all’eterno ritorno contano due elementi:

1) il riconoscimento di una realtà che egli non può distruggere

2) ma nello stesso tempo il riconoscimento di una realtà che egli crea e vede.

Si tratta di due concetti che sembrerebbero in contrasto tra di loro, perché se una realtà si impone, come si può pensare di crearla e fondarla? Per superare questa opposizione occorre capire che le due affermazioni (il prenderne atto e il fondarla) riguardano due atteggiamenti e non uno. Ora questa idea dell’uomo che dinanzi all’eterno ritorno non ne prende solo atto, non lo riconosce semplicemente come qualcosa che necessariamente lo investe, ma è anche cosciente di una realtà che egli collabora a creare, dandole significato, è già presente prima ancora che in Così parlò Zarathustra in un passo fondamentale de La gaia scienza, precisamente nell’Aforisma n. 341, Il peso più grande (che è appunto l’eterno ritorno): dover sottostare al non-senso:

«Che accadrebbe se un giorno o una notte, nella più solitaria delle tue solitudini, si insinuasse un demone e ti dicesse: “Questa vita che vivi adesso, e che hai vissuto, dovrai viverla ancora innumerevoli volte; e non ci sarà niente di nuovo, in essa, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro e tutto quello che in essa c’è di indicibilmente piccolo e grande deve tornare, e tutto nella stessa sequenza o successione […]. L’eterna clessidra dell’esistenza viene girata di continuo -, e tu con essa, infimo granello di polvere!”. Non ti getteresti a terra e digrigneresti i denti e malediresti il demone che parla così? O hai già vissuto un attimo di immensità in cui gli risponderesti: “Tu sei un dio, e mai ho udito parole più divine!”. Se quel pensiero si impadronisse di te, come sei adesso, ti trasformerebbe, forse stritolandoti; la domanda “vuoi che tutto ciò accada ancora una volta, innumerevoli volte?” sarebbe il più grande peso mai gravato sul tuo agire! Oppure, quanto dovresti essere ben disposto nei confronti di te stesso e della vita, per non desiderare nient’altro che quest’ultima, eterna conferma, questo sigillo?».

La concezione dell’eterno ritorno dell’uguale si presenta quindi come una teoria della liberazione totale dell’uomo, per cui l’uomo è creatore di se stesso e del suo mondo. È questo che spaventa e frena l’uomo comune (che non è capace di portare tutto questo peso) e che al contrario riempie di amore per la vita l’uomo più grande, l’uomo libero, lo spirito libero. L’eterno ritorno è la distruzione del tempo tradizionale, del tempo trascendente che ha fuori di sé il suo significato: l’uomo libero non può non amare la vita in quanto il significato di questa vita non è più fuori di essa. Nella prospettiva dell’eterno ritorno tutta la vita dell’uomo è nel non senso (e per questo si presta ad una assoluta creatività). Ogni fase di questo tempo è a se stante: nella prospettiva dell’eterno ritorno evento e senso coincidono.

La visione genealogica aveva messo in rilievo due elementi: dinamica e non senso:

1) dinamica: la realtà è in continuo movimento, in continua evoluzione.

2) non senso: questo evolversi non ha né un inizio né una fine: non ha quindi neppure un senso, non ha un fondamento, non ha uno scopo.

Dunque anche la visione genealogica è legata alla prospettiva dell’eterno ritorno. L’eterno ritorno, come la morte di Dio, è un’esperienza discriminante, perché divide l’umanità in due etnie: una che teme il peso di questa rivelazione, ed una che ha la forza per superarlo. Si tratta ancora una volta del duplice modo di intendere la libertà (o come libertà negativa, libertà da, o come libertà positiva, libertà di). Ecco perché Nietzsche parla di un doppio senso del nichilismo: abbiamo un nichilismo passivo (Dio è morto, non ci sono più valori su cui fondare la propria esistenza, su tutto si può danzare) ed un nichilismo attivo (il vuoto lasciato dalla morte di Dio e dalla fine di morale e metafisica viene riempito dall’attività libera e creatrice dell’oltre-uomo).

La visione genealogica ed il duplice concetto di nichilismo trovano quindi in Così parlò Zarathustra il loro coronamento. Ma attenzione: per Nietzsche l’eterno ritorno e il nichilismo sono degli accadimenti, non delle conquiste teoretiche. L’eterno ritorno e la morte di Dio vanno esperiti. Come la morte di Dio, quella dell’eterno ritorno è un’esperienza estremamente discriminante, che divide gli uomini in due grandi categorie:

1) l’umanità superiore – creatrice di nuovi valori

2) l’umanità inferiore – paralizzata da questo peso

Fare l’esperienza dell’eterno ritorno, come esperienza vitale, come ciò che propriamente qualifica l’uomo superiore, consiste in questo: sentirsi finalmente liberi per progettare la propria vita, per la propria assoluta creatività.

Di notevole importanza è anche il brano “Prima del levar del sole”: lo riportiamo quasi per intero:

“O cielo sopra di me puro! Profondo! Abisso di luce! Guardandoti io mi sento scosso da un divino desiderio. Lanciarmi nella tua celeste altitudine, questa è la mia profondità! Rifugiarmi nella tua purezza, questa è la mia innocenza! […] Prima del sole tu sei giunto a me, solitario. Noi siamo amici fin dal principio: abbiamo in comune l’angoscia e il raccapriccio e il fondamento: anche il sole è a noi comune. Non parliamo fra di noi, perché sappiamo troppe cose: ci tacciamo reciprocamente, ci sorridiamo l’un l’altro il nostro sapere. […] Insieme abbiamo imparato ogni cosa; insieme abbiamo appreso a salire al di là di noi stessi, verso noi stessi, e a sorridere ‘serenamente’: a sorridere senza nubi da occhi luminosi e da lontananze remotissime, mentre, sotto di noi, costrizione e fine e colpa evaporano come pioggia. […] E tutto il mio errare e scalare montagne era soltanto un bisogno e un pretesto maldestro: perché solo volare vuole la mia volontà, -volare in te! E chi odiavo io più delle nubi vaganti e tutto ciò che ti offuscava? Odiavo anche il mio stesso odio, perché ti offuscava! Non sopporto le nubi vaganti, furtivi gatti ladri: rubano a te e a me ciò che abbiamo in comune: l’inaudito il limite Sì e Amen. Noi non sopportiamo intermediari e intriganti, le nubi vaganti: esseri a mezzo che non sanno benedire né radicalmente maledire. Più volentieri starei in una botte sotto un cielo chiuso, o più ancora senza cielo in un abisso, che vedere te, cielo lucente, offuscato dalle nubi vaganti! […] Io preferisco il rumore, il tuono e le maledizioni del temporale, a questa circospetta esitante calma felina: tra gli uomini io odio più d’ogni altro chi è umile, una cosa di mezzo, un’esitante lenta nuvola che passa. ‘Chi non può benedire deve, imparare a maledire!’ Questo luminoso principio mi è caduto giù dal cielo chiaro: stella fedele al mio cielo anche nelle notti più buie. Io sono uno che benedice e dice SI, se tu mi stai intorno, o puro! luminoso abisso di luce! Io porto in ogni abisso il mio benedicente Sì. Io sono uno che benedice e dice di Sì: perciò ho lottato a lungo, e fui un lottatore, perché volevo che un giorno le mani fossero libere per benedire. E questa è la mia benedizione: essere sopra ogni cosa come il suo proprio cielo, come il suo tetto rotondo, la sua cupola azzurra e l’eterna sicurezza: ed è beato colui che così benedice! Poiché tutte le cose sono battezzate alla fonte dell’eternità e al di là del bene e del male; lo stesso bene e male sono soltanto ombre e parvenze e molli afflizioni e nuvole che passano. In realtà, è benedizione e non maledizione, se io insegno che ‘sopra ogni cosa sta il cielo del Caso, il cielo della innocenza, il cielo della Indeterminazione, il cielo del coraggio. ‘Per caso‘: questa è la più antica nobiltà del mondo, che io ho restituito ad ogni cosa, liberandola dalla schiavitù della finalità. Io posi questa libertà e questa celeste serenità come una volta azzurra sopra ogni cosa, quando insegnai che sopra di loro e attraverso loro non vuole nessuna ‘volontà eterna‘. Posi questa presunzione e follia in luogo di quella volontà, quando insegnai: ‘Nel totale, una sola cosa è impossibile: la ragionevolezza!’ Tuttavia un po’ di ragione, un granello di saggezza, sparso fra stella e stella, è un fermento mescolato in tutte le cose: è per amore della follia che la saggezza è mescolata a tutte le cose! Un po’ di saggezza è ben possibile; ma questa beata sicurezza io ho trovato in tutte le cose: che esse preferiscono danzare coi piedi del Caso. O cielo sopra di me, o puro! sublime! Questa è ora per me la tua purezza, che non esiste nessun eterno ragno né tela di ragno della ragione: che tu sei per me una pista danzante per divini casi, un divino tavolo per il divino gioco dei dadi e per divini giocatori! Il mondo è profondo: più profondo di quanto non abbia mai pensato il giorno. Non tutto può essere detto in parole prima del giorno. Ma ecco: ora il giorno giunge: separiamoci dunque! O cielo sopra di me, o pudibondo! ardente! O mia felicità prima del levar del sole! Il giorno viene: separiamoci! Così parlò Zarathustra”.

Io sono uno che benedice e dice Sì, afferma Zarathustra. Siamo evidentemente al di là delle insidie del ragno: lo stesso gioco dell’essere è ora concepito come il divino, in una dimensione irraggiungibile: il pensatore, che si protende nell’ampiezza del cielo della luce e nell’immensità del mondo, è così “al di là del bene e del male”, è immerso nel fluire del tutto cosmico; egli può chiedere al cielo: “Non sei tu, forse, la luce per il mio fuoco? Non hai tu l’anima sorella alla mia conoscenza profonda?” Il mondo stesso è profondo: una pista danzante, un tavolo divino per il gioco dei dadi. Apparentemente sembreremmo in assenza di una vera e propria argomentazione. Come avevamo detto, lo stile di Nietzsche è più simile a una oscura profezia, alla rivelazione divinatoria di un segreto, che a una rigorosa esposizione filosofica. Ma Zarathustra è il maestro dell’Eterno Ritorno e questo deve restare il nostro principio guida per capire il senso della sua profezia. Dal punto di vista dell’eterno ritorno il vorticoso ripetersi e fluire del tutto può paralizzare, certo, superando questa paralisi l’uomo diventa realmente un creatore, poiché l’abolizione, l’annullamento della linearità del tempo e della sua distinzione in presente, passato e futuro aprono un panorama inaudito alla creazione umana: ciò che l’uomo pone è eternamente destinato a ritornare. L’anello del ritorno è appunto l’immagine di questa profezia.

Nel capitolo Dello spirito di gravità Zarathustra si riconosce come l’opposto dello spirito della gravità, del quale egli è “nemico mortale, nemico da sempre”. Lo slancio creativo richiede leggerezza: la libera creazione esige abbandono di tutti i pesi di ordine morale, metafisico e religioso. Occorre superare il nichilismo passivo che congela le aspirazioni umane di fronte al terrore dell’eterno precipitare, senza più punti di riferimento. La forza di gravità, la gravitazione, diventa il simbolo di una vita depressa, angustiata, amareggiata, che, simile al cammello, si carica dei pesi della morale, del mondo dell’al di là, della religione, e avanza a lenti passi sotto il suo fardello e guarda il mondo con occhio serio e torvo.

Anche il brano Del grande anelito parla dell’eterno ritorno dell’uguale. Se tutto il corso dell’eterno ritorno è circolare, rispetto a questo attimo presente passato e futuro ad un certo punto si trasformano l’uno nell’altro, nulla di ciò che deve accadere può non essere ancora accaduto. E ciò che ora accade, è essenzialmente “ripetizione” e cioè ripetizione infinita. Tutto il futuro può percorrere un eterno, infinito avvenire soltanto come infinita ripetizione. Ma non rimangono due diverse eternità, una passata e una futura, poiché con la concezione dell’eternità come ripetizione infinita del contenuto del tempo, la differenza tra passato e futuro viene definitivamente abbandonata. Del grande anelito parla del sentimento umano del desiderio, ma anche sogno, rifiuto, rigetto. Il desiderio è prima di tutto segnale di ciò che manca, strutturalmente. Se è davvero potente, questo desiderio diventa una forza che muove, travolge l’uomo: è Volontà, un’energia che ci libera dalla situazione presente, dalle sue mete e dai suoi scopi limitati. Ci dà slancio. Questa volontà è libera: l’eterno ritorno non annulla la libertà, piuttosto l’amplifica, fino a farla coincidere con la necessità. Perfino il passato è ora sotto il dominio della libera volontà che crea se tutto il passato è contemporaneamente anche futuro, allora l’anima ha libertà “sul creato e sul non creato”. Il creare del creatore, cioè dell’uomo che crea, ha la strada aperta come mai prima, ha un segreto legame con la potente essenza creatrice del mondo, che fa esistere tutto l’Ente nell’Eterno Ritorno dell’Uguale. Zarathustra viene dunque a liberare l’uomo e la dottrina dell’eterno ritorno è il contenuto del suo annuncio di liberazione. Zarathustra ama nell’uomo l’immagine del superuomo; lo ama in quanto via verso il superuomo, ama nell’uomo la realizzazione della Volontà di potenza: “O tu, mia volontà! Tu che pieghi ogni necessità, tu mia necessità! […] Tu provvidenza della mia anima, che io chiamo destino” [Parte terza, § 30]. “Oh anima mia, io ti liberai da ogni obbedienza, riverenza e soggezione verso gli altri; io ti detti il nome ‘curva della necessità’ e “’destino’”. La libertà dell’uomo consiste nel dominare questa necessità, nell’apertura al gioco eterno del mondo. Viene così a mancare la differenza tra volontà e necessità, poiché ciò che la volontà liberamente vuole, deve pur venire anch’essa come eterna ripetizione: la separazione tra necessità e libertà viene annullata, e come il passato acquista carattere di futuro e il futuro quello di passato, così ora la libertà guadagna il segno della necessità e la necessità quello di libertà.

Nella forma di altissima poesia, il brano I sette sigilli mostra l’estasi della visione dell’eterno ritorno. L’eternità è ora l’oggetto dell’amore di Zarathustra, che canta così il suo e il suo Così sia:

“Se io sono un indovino, pieno di quello spirito profetico che erra su alti gioghi montani tra due mari, e scorre tra il passato e l’avvenire come una pesante nuvola, nemico delle opprimenti bassure e di tutto ciò che è stanco e non può né vivere né morire: pronto nell’oscuro petto alla folgore e al raggio di luce liberatore, carico di lampi che dicono Sì! che arridono Sì!, alle profetiche saette: ed è beato chi è così gravido! E in realtà, deve a lungo pendere sopra ai monti come cupa nube, colui che vorrà un giorno accendere la luce dell’avvenire! Come potrei non essere in brama di eternità e dell’anello degli anelli; dell’anello nuziale dell’eterno ritorno? Non ho ancora trovato la donna con la quale desidero aver figli, tranne questa donna che io amo: poiché io amo te, o eternità! Poiché ti amo, o eternità!”

Una volta accettato il destino dell’eterno ritorno, nulla può essere più desiderabile del tutto che si ripete, in questo gioco eterno. Accendere la luce dell’avvenire significa qui vedere, sapere che il tempo è un circolo, che l’eternità è l’anello degli anelli del tempo. Zarathustra ha spazzato via le antiche tavole del bene e del male, ha posto un nuovo spazio per la libertà dell’uomo. Gli è così giunto “l’alito del creatore e di quella celeste necessità, che costringe anche il caso a danzare la danza delle stelle”: come dunque non potrebbe “ardere di brama per l’eternità e per l’anello degli anelli, l’anello nuziale dell’eterno ritorno?”. L’eterno ritorno è diventato ora una profondità desiderabile:

“Se sono affezionato al mare e a tutto ciò che ha la natura del mare, e gli sono tanto più legato quanto più esso mi contraddice furiosamente: se è in me quel piacere del ricercare, che spinge la vela verso ciò che è ancora inesplorato, se nel mio piacere c’è un piacere di marinaio: se il mio giubilo grida: ‘La costa è scomparsa, l’ultima catena è caduta, l’immensità freme intorno a me, spazio e tempo brillano lontano; bene! va avanti! vecchio cuore!‘ come potrei non ardere di brama per l’eternità e per l’anello degli anelli, l’anello nuziale dell’eterno ritorno? […] “Se la mia virtù è la virtù di un danzatore, e io spesso sono balzato con entrambi i piedi nell’estasi dorata e smeraldina: se la mia malvagità è una malvagità sorridente, che sta tra i declivi di rose e le siepi dei gigli: nel riso infatti è raccolto ogni male, ma santificato e assolto attraverso la propria beatitudine: se è il mio Alfa e Omega che tutto ciò che è pesante divenga leggero, ogni corpo danzatore e ogni spirito uccello: e in realtà, questo è il mio Alfa e Omega! Come potrei non ardere di brama per l’eternità e per l’anello degli anelli, l’anello nuziale dell’eterno ritorno? […] “Se ho disteso sopra di, me cieli quieti e volteggiato con le mie ali nei miei propri cieli: se giocando ho nuotato in profonde lontananze di luce ed è giunto l’uccello-saggezza della mia libertà: così parla l’uccello-saggezza: ‘Vedi, non c’è né Sopra né Sotto! Lanciati per ogni dove, avanti, indietro, o tu leggero! Canta! non parlar più! Tutte le parole sono forse fatte per i pesanti? Tutte le parole non sono forse menzogna per il leggero? Canta! non parlar più!‘ Come potrei non ardere dl brama per l’eternità e, per l’anello degli anelli, l’anello nuziale dell’eterno ritorno? Non ho ancora trovato la donna con la quale desidero avere figli, tranne questa donna che io amo: poiché io amo te, o eternità! Perché ti amo, o eternità!”

Siamo di fronte alla gloria estatica di Zarathustra. Tutti i sette sigilli, con i quali Nietzsche vuol sigillare il suo libro, sono invocazioni al mondo, all’eternità del mondo. Il piacere è piacere cosmico, è tremante esperienza dell’eternità. Piacere cosmico che apre alla dimensione della canzone e della danza, alla gioia dell’umanità ritrovata, alla consapevolezza che la morte non è che un momento dell’anello, che tutto ritornerà, così come è stato, per sempre.

(tratto da Alessandro Benigni, L’Annuncio di Zarathustra, Boopen, Napoli, 2007

versione eBook: su Amazon, a 2,99 euro)

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