Che cosa sono “gli studi di genere” e che cosa si intende per “gender theories”

WGST_White_01Per “teorie di genere” (o gender theories) si intende un complesso di studi elaborati soprattutto nel mondo anglosassone, a partire dagli anni ’60, in diversi ambiti accademici quali psicologia, filosofia, sociologia, linguistica. Queste teorie nascono nell’ambito dei movimenti ideologici femministi per contestare il sistema tradizionale di considerazione sociale della donna, a tratti decisamente discriminatorio. Con il passare del tempo però le teorie di genere, che intanto vengono fatte proprie dai movimenti omosessuali, arrivano ad immaginare la società ideale come quella in cui l’eguaglianza tra le persone può essere attuata solamente interpretando la sessualità solo ed esclusivamente come una mera convenzione sociale, costruita attraverso l’imposizione di regole e norme esterne, che obbliga le persone a vivere “da maschio” o “da femmina”, come se questi modi di essere avessero un reale fondamento naturale, fondamento che le teorie di genere negano. I cosiddetti gender studies si sono concentrati sulla costruzione storica dei generi, che in tal modo si differenziano drammaticamente dalla semplice differenza biologica tra maschile e femminile. Differenza (da di-fero portatori di caratteristiche differenti, quali la mascolinità e la femminilità) riconosciuta da un punto di vista antropologico. Il genere però va oltre la corporeità perché indaga le rappresentazioni sociali della femminilità e della mascolinità, coinvolgendo ruoli, comportamenti, modi di apparire e opportunità differenti.

bigstock-Gender-Equality-Concept-in-Wor-30035237Rai Filosofia propone uno speciale sul gender, focalizzandosi in particolare sul versante femminile, con contributi originali e interviste d’archivio. Da un punto di vista più peculiare, i Gender Studies cercano di vagliare in quale grado e secondo quali modalità la letteratura abbia contribuito alla formazione, alla definizione e alla conoscenza dell’identità e dei ruoli sessuali. Il presupposto su cui oggi le lobby gay fanno presa è che anche la sessualità è una costruzione storica e dipenda non solo dagli orientamenti innati del soggetto ma da un insieme di motivi circostanziali e di imposizioni esterne che il soggetto rielabora in modo personale anche se non del tutto consapevole. Per quanto riguarda l’impostazione di pensiero delle lobby omosessuali, un autore che esplicitamente o implicitamente ha contribuito a favorire la diffusione del loro pensiero e a portare avanti la logomachia che la sessualità è stata solo una costruzione storica è indubbiamente lo scrittore e filosofo francese Michel Foucault, autore di opere quali ad esempio Sorvegliare e punire (1975) e La volontà di sapere (1976).

Osservando il fenomeno più da vicino, va ricordato che i Gender studies presentano questi obiettivi:

  • Una rilettura della tradizione alla luce delle problematiche sessuali. In questa rilettura rientrano tutte le opere in particolare in cui l’identità sessuale risulti meno evidente o scontata (quali ad esempio le opere di Shakespeare, la figura della donna nel poema epico – cavalleresco, il romanzo inglese del ‘700, la lirica petrarchista, le opere dello scrittore russo Vladimir Nabokov).
  • Esplorazione di quei testi, che sono nati deliberatamente per definire e indagare questioni di comportamento e di orientamento sessuale, (come ad esempio l’opera Orlando di Virginia Woolf, l’Ernesto di Umberto Saba, alcune sezioni della Recherche di Proust, l’opera Corydon di Andrè Gide, Maurice di Forster).

11990432_607584432678594_3673268639613062921_nVa sottolineato inoltre che, al tema strettamente sessuale si accompagnano temi quali l’esercizio del potere, il matrimonio e i rapporti familiari, l’infanzia e lo sviluppo psicologico dell’individuo e della personalità; tutti temi strettamente connessi a quello della sessualità.

Il ruolo dei sessi e delle loro reciproche relazioni hanno iniziato a suscitare interesse all’inizio del XIX secolo. Con la psicoanalisi, la sessualità è uscita dai limiti del privato ed è entrata nella sfera del pubblico. Nel 1890, come osserva Arnold Davidson, filosofo statunitense, il termine inglese sexuality non indica più una condizione solo fisiologica. Lo studio del sesso e della psiche si sono uniti, determinando la nozione di gender, cioè quella di una differenza sessuale in termini sociali e culturali e non anatomici. La principale ricerca recente sulla differenza tra sesso e genere è il libro di Robert Stoller Sex and Gender: on the development of masculinity and femininity [sullo sviluppo della mascolinità e della femminilità], 1968. Per Stoller il termine gender indica quelle zone del comportamento e del sentimento collegate ai sessi, ma senza connotazioni solo biologiche. Stoller distingue poi tra gender role (ruolo di genere) e gender identity (identità di genere) per indicare che il comportamento sessuale (ruolo) e la propensione sessuale (identità) possono non corrispondere necessariamente tra loro. A tal proposito, l’antropologa statunitense Gayle Rubin, ha affermato che ogni società ha un sistema sex/gender, ossia un insieme di disposizioni per cui il materiale biologico è modellato dall’intervento sociale. Il limite di tale modello sta nell’idea che il sesso sia visto come qualcosa di naturale, che il genere sia invece culturale, e che tra i due aspetti ci sia netta opposizione. Per quanto riguarda in modo particolare gli studi femminili, essi sono un settore dei Gender Studies ed esprimono la militanza delle donne che vogliono togliere agli uomini la prerogativa di scrivere anche la storia del loro pensiero. Lo studio della letteratura è rilevante in tal senso, poichè ad esempio, il romanzo moderno, ha avuto la funzione di modellare i ruoli e i comportamenti sessuali, creando figure paradigmatiche di donne. Gli studi femminili individuano le ragioni del dominio secolare di certe idee sulla femminilità. Quella di femminilità può essere definita come una categoria fluttuante; e per questo motivo, è più utile pensare il termine al plurale: le femminilità.

genderTornando invece agli studi di genere o gender studies, come vengono chiamati nel mondo anglosassone, essi rappresentano un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Gli studi di genere sono nati nel Nord America a cavallo tra gli anni settanta e ottanta nell’ambito degli studi culturali e si diffondono in Europa Occidentale negli anni ottanta. Questi studi si sviluppano a partire da un certo filone del pensiero femminista e trovano spunti fondamentali nel post-strutturalismo e decostruzionismo francese (soprattutto in Michel Foucault e Jacques Derrida), negli studi che uniscono psicologia e linguaggio (in modo particolare in Jacques Lacan e, in una prospettiva postlacaniana, Julia Kristeva). Di importanza specifica per gli studi di genere sono anche gli studi gay e lesbici e il postmodernismo. Questi studi non costituiscono un campo di sapere a sé stante, ma rappresentano innanzitutto una modalità di interpretazione. Sono il risultato di un incrocio di metodologie differenti che abbracciano diversi aspetti della vita umana, della produzione delle identità, del rapporto tra individuo e società, tra individuo e cultura. Per questo motivo una lettura gender sensitive, attenta agli aspetti di genere, è applicabile a pressoché qualunque branca delle scienze umane, sociali, psicologiche e letterarie, dalla sociologia alle scienze etno-antropologiche, alla letteratura, alla teologia, alla politica, alla demografia. Soprattutto ai loro inizi, ma in parte anche nella società d’oggi, gli studi di genere sono caratterizzati da una impronta politica ed emancipativa. Essi sono infatti strettamente connessi alla condizione femminile e a quella di soggetti minoritari. Non si limitano quindi a proporre teorie e applicarle all’analisi della cultura, ma mirano anche a realizzare cambiamenti in ambito della mentalità e della società. Sono strettamente legati ai movimenti di emancipazione femminile, omosessuale e delle minoranze etniche e linguistiche e spesso si occupano di problematiche connesse a oppressione razziale ed etnica, sviluppo delle società postcoloniali e globalizzazione.

Per quanto riguarda la denominazione genere, il termine italiano genere traduce l’anglosassone gender, introdotto nel contesto delle scienze umane e sociali per evidenziare i molti e complessi modi in cui le differenze tra i sessi acquistano significato e diventano fattori strutturali nell’organizzazione della vita sociale. Il genere ha così assunto il ruolo di categoria di analisi e interpretazione della conformazione esclusivamente sociale dei ruoli maschili e femminili, applicabile quindi a donne e uomini, considerando le une e gli altri come insiemi ampi e articolati, attraversati da differenze di ceto, culturali, etniche, religiose, di orientamento sessuale, di età. Tale accezione del genere ha trovato un fertile terreno di sviluppo nel contesto degli studi del settore e dei movimenti femminista e delle donne, che, riconoscendone l’indubbia portata euristica, ne hanno problematizzato la funzione di categoria. Il genere infatti richiama l’identità quale carattere individuante in senso forte, laddove il concetto d’identità è tra i più discussi del femminismo contemporaneo occidentale, cioè nel contesto in cui gli studi di genere o gender studies sono stati più vitali e innovativi. Il femminismo, come movimento e come riflessione teorica, è costitutivo degli studi di genere che si sono avviati proprio lungo l’onda femminista. La presa di coscienza della pervasiva subordinazione della donna all’uomo, con l’impatto che ha avuto sul genere femminile, ha infatti attivato un’applicazione ampia e capillare della categoria di genere coinvolgendo i modelli normativi e performativi della mascolinità. Il rapporto tra genere e identità nella tradizione patriarcale s’innesta sul sesso inteso in senso biologico e naturalista, quale matrice di un complesso di caratteri identificanti il soggetto uomo e il soggetto donna. A questa accezione di genere consolidatasi con gli sviluppi della scienza moderna, Simone de Beauvoir, filosofa e femminista francese, dedica in Il secondo sesso (1949) un capitolo della parte iniziale Destino, quel destino scandito per la donna da un’identità di genere inferiore, subordinata e dipendente rispetto a quella maschile, dove il maschile è assunto quale modello di umanità.

Per quanto concerne il genere come “categoria” va ricordato che nei vari contesti di ricerca in cui è oggi usata, la categoria di genere problematizza l’identità sessuale naturalisticamente intesa, per cui il genere sta a indicare i comportamenti associati o attribuiti all’identità sessuale, quindi i condizionamenti esercitati dalla società e dalla cultura sulla conformazione dei ruoli maschili e femminili. In termini più dettagliati il genere induce a seguire le linee di condotta ritenute consone a un sesso o all’altro, laddove l’orientamento sessuale indirizza il desiderio in senso etero e/o omosessuale, e/o transessuale. Quindi, per identità di genere s’intende l’insieme dei comportamenti collegati all’essere femmina e all’essere maschio che concorrono a definire l’appartenenza al genere   maschile o femminile anche riguardo alla percezione individuale del sé. In tutti i loro ambiti gli studi di genere contestano l’assunzione del genere quale dato ontologico e l’accezione essenzialista del genere che pone l’accento sul nesso rigido e immodificabile tra apparato biologico sessuale (la natura) e l’identità a esso associata (la cultura). Il genere tende in sintesi a conformarsi, come hanno mostrato le teorie costruttiviste e decostruttiviste sviluppatesi a partire da Michel Foucault, sui modelli culturali, i valori, l’educazione, i saperi che improntano gli apparati di potere, ed è quindi plasmato dal linguaggio. Larga parte del femminismo contemporaneo ha attinto a questa teoria che scardina l’idea di natura umana e di sessualità a essa collegata, considerandole come un retaggio di una cultura teologico/metafisica attestata sull’eterosessualità normativa, regolata dalla binarietà ‘sghemba’ maschile/femminile. Alla femministe interessa che il sistema possa essere scardinato attraverso le sue stesse categorie. Il dispositivo sessuale binario, infatti, nell’imporre la norma eterosessuale, determina una trasgressione nominando le perversioni per bandirle, e per ciò stesso riattivando il desiderio proprio in tale direzione, dato che le perversioni non sono meri atti, ma fonte di desideri che coinvolgono eterosessuali di entrambi i generi. Da qui il cortocircuito tra genere, sessualità e desiderio. In questa rilettura di Michel Foucault sul genere, il femminismo, soprattutto lesbico, rileva come lo stesso Foucault eluda il desiderio femminile non dandogli modo di autoesprimersi. Judith Butler, Eve Kosofsky Sedgwick e Donna Haraway hanno proposto alcune vie provocatorie per ripensare la soggettività sessuale sul genere. Per Butler, essendo le identità sessuali e di genere performate dal linguaggio, il genere non ha un’origine né è uno status o un ‘fare’ ascrivibile a un soggetto preesistente all’azione (Scambi di genere, 2004), ma nasce dall’imitazione ed è costruito come un travestimento. Le donne devono autorappresentarsi come donne per diventare soggetti politici femministi, cioè capaci di agire in funzione della liberazione del desiderio, partecipando alla recita dei generi per dislocarne le norme. Dalla critica alle concezioni dualiste del genere (maschile/femminile, natura/cultura, sesso/genere, corpo/identità, ecc.), che occultavano le identità non incasellabili in schemi binari, le femministe sono giunte alla messa in discussione tout court dell’identità di genere.

Per quanto riguarda invece gli scenari attuali va messo in evidenza che la maggiore utilità euristica della categoria di genere emerge oggi proprio nell’indagine sui vari campi e forme di relazionalità, combinazione e ibridazione tra maschile e femminile. Infatti, le ricerche, condotte su nuovi campi e in maniera sempre più analitica, sulla costruzione dell’identità di genere e sulle sue diverse conformazioni, hanno sollecitato il superamento di una più o meno tendenziale chiusura identitaria e autoreferenzialità dei movimenti femminista e omosessuale, che, al di là delle tensioni interne, erano esposti al rischio di escludere quelle che le scienze sociali indicano come forme di soggettività collettiva. Rischio che correvano pure gli studi di genere di settore: su donne (Women studies e di storia delle donne), uomini (Men studies), omosessuali e lesbiche (Queer studies) e cambi di genere (Transgender studies). Da tale punto di vista i Queer studies e i Transgender studies si sono rivelati più innovativi e propositivi, anche perché fanno riferimento a situazioni in cui la non coincidenza dell’identità di genere con il sesso biologico dispone a una serie di rapporti differenziati tra identità di genere e identità sessuale. Laddove l’omosessualità è un orientamento sessuale verso il proprio sesso, che può o meno combinarsi con la transessualità come desiderio di cambiare il proprio sesso per adeguarlo al genere, il/la transgender intende acquisire delle caratteristiche del genere diverso dal proprio e questa mappa proliferante di possibili incroci, nel disorientare, fa capire la forza e l’indomabilità del desiderio. Lo scenario che si prospetta è quello di una mobilità e varietà di congiunzioni, distacchi, raccordi di identità di genere articolate e complesse, in cui, il corpo quale unità psicofisica, è fonte di mutazioni e trasformazioni. Le ricerche mostrano però anche alcuni ritorni, in forme mutate, di bisogni identitari forti, legati alla genitalità fisico-biologica, come nel caso della figura del transessuale che riafferma il ruolo identitario del corpo e della genitalità fisica per validare la propria scelta di genere, così la figura del transgender può testimoniare una paura dell’indeterminatezza sino a delinearsi quasi come vittima dell’eterosessualità binaria. Nel dissolversi di identità di genere in continua trasformazione si materializzano corpi che contano e anche per la loro resistenza a essere ridotti a superficie, a nient’altro che ‘pelle’. La genetica e la biologia neoevoluzionista contemporanee hanno concorso a rimettere in gioco il corpo, e anche la figura del transessuale rimette in discussione la teoria di genere con la centralità che assegna al corpo, e che la manipolazione dello stesso, anche a fini procreativi, concorre a ratificare. Per tali vie il sesso sembra riacquistare incidenza sul genere attutendo la spinta propulsiva degli studi di genere. Il rapporto tra femminismo e studi di genere è oggi reso più complicato dal fatto che i secondi si sono per vari aspetti autonomizzati dal primo e tendono a includere gli studi femministi, delle donne e di storia delle donne. Si verifica però anche il contrario, perché la categoria di genere, se assunta nei suoi significati fondativi, appare esposta a una crisi sul fronte degli sviluppi delle nuove tecnologie, che invece sono al centro dell’elaborazione teorica femminista. Varie teoriche femministe già prima che affiorassero queste problematiche hanno espresso delle critiche ad alcune modalità dell’approccio di genere, sostanzialmente convergenti sulla sua scarsa duttilità, che lo rende poco adeguato a cogliere l’univocità dell’individualità sessuata e/o le sue continue metamorfosi. Nella sua più recente declinazione postmoderna il femminismo filosofico ha investito molto sul superamento delle categorie identitarie, pure per sottrarsi alla ricaduta nella logica del medesimo, e sulla sperimentazione creativa di identità poliedriche, in continuo farsi e disfarsi. Si cerca quindi di proporre, come nel caso di Rosa Braidotti (teorica del soggetto nomade, che si richiama all’epistemologa femminista Sandra Harding) una concettualizzazione di identità e di soggetto che sia in grado di sfuggire alle secche dell’essenzialismo e del costruttivismo, per valorizzare le potenzialità espressive e trasformative di ogni vita umana.

donne-pechino-20.scale-to-max-width.825xAl convegno delle Nazioni Unite di Pechino del 1995, dedicato alla condizione femminile e che ebbe fra le principali protagoniste Hillary Clinton, si propose di sostituire la differenza tra uomini e donne con cinque “generi”. La proposta non passò perché soprattutto la Chiesa Cattolica fece opposizione e si alleò con altri paesi. Però, di fatto, queste idee, anche se non approvate ufficialmente, sono ormai imposte e diffuse a livello planetario e sono considerate una evidenza che fa parte della realtà. Oggi, di fatto, l’identità sessuale fondata sulla realtà biologica psicofisica appare completamente sostituita dall’identità di “genere”, concetto mobile senza contorni ben definiti che promette di superare il dualismo eterosessuale uomo-donna per consentire una più ampia (ed arbitraria) gamma di auto-rappresentazione di sé (maschile, femminile, omosessuale, transessuale e via dicendo). In una società liquida, che considera l’esperienza individuale e le relazioni sociali segnate da caratteristiche e strutture che possono essere liberamente interpretate, disgregate e ricomposte a proprio piacere, in modo ondeggiante e incerto, fluido e volatile, la rigida dualità dei generi, maschile e femminile, deve necessariamente e forzatamente essere superata, in favore di una concezione sostanzialmente mutevole, fluida, pronta a cambiare in relazione al contesto ambientale e ancor più dal desiderio sentimentale individuale o dall’emotività passeggera.

Risulta quindi necessario, in modo particolare per le nuove generazioni, affrontare queste tematiche e fornire possibilità di discussione e di confronto se non vogliamo che i diritti dei bambini vengano calpestati da false nozioni elaborate a tavolino per favorire una distorsione della conoscenza che cerca di ribaltare il naturale percorso delle cose. Determinate osservazioni che si cerca di svilire sono legate a fattori antropologici insostituibili e provati scientificamente. C’è il pericolo che la scarsa informazione su queste tematiche porti le persone, in modo particolare i giovani, a pensare che si tratti di cose di poco conto, quando in realtà, c’è il rischio che vengano sviliti per non dire messi in crisi dei capisaldi della società e della famiglia. Molto spesso i giovani sono portati a non dare il giusto peso a questi aspetti a causa di un nichilismo permeante e a causa della mancanza di esempi a cui fare riferimento. Ma, così come un bambino che legge sarà un adulto che pensa, così i giovani di oggi saranno gli adulti di domani. Risulta quindi necessario fornire esempi, favorire il dialogo e dare strumenti per non cadere nel sonno del nichilismo non solo con le parole ma anche con i fatti.

Valentino Bendazzoli

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