Dagli “studi di genere” all’ideologia di genere: la menzogna con cui ci impongono un salto antropologico, nel baratro.

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Alessandro Benigni, 2 Settembre 2015

 

 

Andiamo al sodo: stiamo passando dalla civiltà in cui gli esseri umani venivano generati da un rapporto carnale che implica una relazione psico-affettiva, un legame spirituale, intenzionale, amoroso, alla barbarie, all’in-civiltà in cui i bambini vengono prodotti come un oggetto qualsiasi, in laboratorio, quindi venduti. L’essere umano è ridotto a oggetto di consumo: inutile nascondersi dietro un dito.

Il “gender”, che è alla base di questa devastazione antropologica senza precedenti nella storia dell’umanità (ma, secondo i suoi stessi sostenitori, “non esiste”) viene mascherato dietro valori autentici come parità, equità, autonomia, lotta al bullismo e alla violenza, promozione, lotta alla discriminazione, e via dicendo ma, in realtà, nel suo delirio di volontà di potenza e nichilismo radicale, pone la scure alla radice stessa dell’umano per edificare un transumano, un post-umano in cui l’uomo appare spossessato di sé, come un nomade privo di meta ed in-definito nella sua identità.

Un perfetto oggetto, da controllare e manipolare, vendere e rivendere, consumare come si vuole.

Valentino Bendazzoli ha già ricordato qui, sia pure in modo necessariamente riassuntivo, che cosa sono gli «studi di genere», da dove nascono, quali sono i principali protagonisti di questo variegato filone di ricerca e quali sono i principali risultati conseguiti.

Resta ora da discutere e da ribadire il rapporto tra i gender studies e l’ideologia che ne deriva, solitamente descritta, per l’appunto, come “ideologia gender“, “teoria gender[1] o più semplicemente “gender“.

Prima ancora una parola sul concetto di ideologia, visto che in molti si affannano a scrivere che “non esiste un’ideologia gender” senza verosimilmente aver neppure ben compreso che cos’è e come funziona un’ideologia (si veda, tra gli altri, anche il curioso caso di una teologa che, sull’onda della moda del momento non riesce a trattenersi e a cianciare di “una fantomatica ideologia del gender“). Andiamo sul classico, e citiamo la sempre luminosa Treccani: qui leggiamo che l’ideologia è «il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale», ed è in tal senso che qui utilizziamo il termine.

In questo senso e con questo valore semantico noi utilizziamo qui il termine ideologia: una serie di convinzioni sociali, che si tramutano o rischiano di tradursi presto in pratiche, senza il supporto di una solida base logico-argomentativa ma accettate per lo più come valori rappresentativi, in cui le persone si riconoscono. Perché? … “perché sì”, “perché – secondo me – è giusto che”, e così via.

Precisiamo anche che è diventato ormai necessario porre questa puntualizzazione iniziale, come dire, preventiva, nella misura in cui gli stessi “ideologi del gender”, tatticamente, sempre più spesso negano l’esistenza stessa di questa teoria, oltre che dell’ideologia che ne deriva, accusando i critici di confondere i gender studies con teorie o ideologie inesistenti, per lo più inventate dai cosiddetti “fondamentalisti cattolici”. Il fatto è che i sostenitori dell’ideologia del gender accettano per lo più in modo acritico una visione della realtà umana che è profondamente distorta ed intrinsecamente contraddittoria[2], a tal punto da procedere affermando costantemente ciò che negano, in una serie sconcertante di contraddizioni logiche, oltre che linguistiche, che cercheremo di mettere a fuoco.

C’è da dire che fino ad un certo punto i teorici del gender hanno pure ragione: un conto è il complesso di ricerche e di studi sul genere e sulle problematiche che ne derivano, un’altra cosa sono i cambiamenti sociali che derivano da un’accettazione acritica ed infondata di ciò che questi studi vorrebbero mettere in discussione o peggio stabilire in modo vincolante.

Dico “vorrebbero” perché – e questo è un punto che dev’essere massimamente chiaro fin dall’inizio – il valore e la portata scientifica di questi “studi” è più che discutibile [3] ed è chiaro a molti che la fumosità e la liquidità con cui si presentano costituiscono la base più sicura per un loro utilizzo in vista di altri scopi, a partire da finalità di controllo sociale (si pensi a Overton o a Chomsky) [4] e di mercato economico. Ammettiamolo: è la moda del momento. Chi ha il coraggio di proclamare la differenza, la bellezza ed il valore della diversità tra uomo e donna viene immediatamente ed inconsapevolmente tacciato di arretratezza culturale, di ottusità, chiusura mentale, e, immancabilmente di omofobia.

Tanti poveri “cani di Pavlov” hanno deposto il pensiero critico per adeguarsi pacatamente al pensiero unico e sfoderare ogni attacco, anche il più violento, ogni qual volta si osi sottolineare come questa pseudo filosofia dell’uguaglianza sia fondata sul nulla, contraria all’evidenza, e porti a conseguenze drammatiche per tutti.

Cani di Pavlov compresi.

È così che oggi dobbiamo annuire quando i bambini vengono chiamati all’asilo con un pronome neutro, “perché devono ancora scegliere il loro genere”[5]. Dobbiamo plaudere ad un barbutissimo cantante maschio che si presenta vestito da donna, con tanto di trucco, tacchi e calze a rete[6]. Dobbiamo complimentarci con il nuovo vento che spira dalle passerelle, dove risalire all’identità maschile e femminile dei modelli e delle modelle è operazione ormai difficilissima.

Modelli e modelle, appunto.

Come questi:

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Esemplari per un mondo rovesciato dove, una volta accettata l’idea folle e contraria all’evidenza per cui uomini e donne sono sostanzialmente “uguali” e perfettamente “intercambiabili” se ne deduce logicamente che allora per un bambino (o una bambina) non farà alcuna differenza essere allevato (o allevata) da due uomini o da due donne, anziché dal proprio padre e dalla propria madre.

Giuseppina la Delfa docet:

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(… prosegue)

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Note:

[1] E’ forse interessante ricordare che quando (aprile 2014) è stata bloccata la distribuzione degli opuscoli UNAR nelle scuole, il Direttivo della Società Italiana delle Storiche ha prontamente scritto una lettera al Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini per denunciare quanto grave fosse stata la capitolazione delle istituzioni di fronte alle pressioni delle gerarchie ecclesiastiche. Nella missiva, oltre la rivendicazione della necessità di avviare nelle scuole programmi di educazione al genere che possano contribuire allo «sviluppo di una società più giusta e tollerante» attraverso la «riflessione sugli stereotipi sessuali», «nel segno di un approccio critico alle idee e ai saperi, di una lotta più consapevole contro le discriminazioni sessuali e l’omofobia», si precisava:

«Non esiste […] una “teoria del gender”. Con questa categoria, usata in modo fecondo in tutta una serie di discipline che ormai costituiscono l’ambito dei gender studies, non si introduce tanto una teoria, una visione dell’essere uomo e dell’essere donna, quanto piuttosto uno strumento concettuale per poter pensare e analizzare le realtà storico-sociali delle relazioni tra i sessi in tutta la loro complessità e articolazione: senza comportare una determinata, particolare definizione della differenza tra i sessi, la categoria consente di capire come non ci sia stato e non ci sia un solo modo di essere uomini e donne, ma una molteplicità di identità e di esperienze, varie nel tempo e nello spazio».

Non è dato sapere come sia possibile affermare che a) “non esiste una teoria del gender” e b) “con i gender studies[si introduce] uno strumento concettuale per poter pensare e analizzare le realtà storico sociali e infine 3) [la “categoria” dei gender studies”] “consente di capire come non ci sia stato e non ci sia un solo modo di essere uomini e donne”, senza concludere ipso facto che siamo non di fronte, ma all’interno di una teoria. Il termine “teoria”, infatti, dal verbo greco θεωρέω (theoréo) ”guardo, osservo”, implica già di per sé una prospettiva, un modo di guadare la realtà, il prendere posizione di fronte ad essa. Nell’ambito delle scienze (ed è tutta da discutere l’ipotesi che i gender studies rientrino a pieno titolo in questo ambito) una teoria è un insieme interrelato di ipotesi, enunciati e proposizioni che pretende di spiegare un dato fenomeno. La teoria non è mai solo un’ipotesi descrittiva, ma è sempre implicitamente esplicativa e di conseguenza apre il campo all’intervento umano.

“Nella lingua ordinaria – spiega il Dizionario Treccani – il termine [teoria] diventa sinonimo di ipotesi, indica cioè possibilità astratta (ed è quindi contrapposto a pratica), ovvero si riferisce a un modo soggettivo di pensare, a un’opinione”.

[2] Davvero “l’ideologia gender non esiste”? Ne abbiamo già discusso qui:

https://ontologismi.wordpress.com/2015/04/01/22-lideologia-gender-non-esiste/

https://ontologismi.wordpress.com/2015/06/15/siamo-ancora-alle-solite-il-gender-non-esiste/

https://ontologismi.wordpress.com/2015/06/22/ci-risiamo-ora-e-la-volta-degli-psicologi-del-lazio-il-gender-non-esiste-chi-contesta-loms-fa-propaganda/

Un accenno all’entrata dell’ideologia gender nella scuola pubblica: https://ontologismi.wordpress.com/2015/04/21/lideologia-del-genere-avanza-nella-scuola-nel-silenzio-generale-le-case-editrici-si-adeguano/

[3] Sul rapporto tra scienza e ideologia e sull’affidabilità scientifica del gender si veda

http://www.notizieprovita.it/voce-della-scienza/gender-scienza-o-ideologia/

http://www.enzopennetta.it/2014/06/gender/

Oltre che il già citato: https://ontologismi.wordpress.com/2015/06/22/ci-risiamo-ora-e-la-volta-degli-psicologi-del-lazio-il-gender-non-esiste-chi-contesta-loms-fa-propaganda/

[4] Sul problema e sugli effetti del potere seduttivo del linguaggio abbiamo già discusso qui:

https://ontologismi.wordpress.com/2015/04/01/23-gender-limpossibile-e-possibile-anzi-reale/

https://ontologismi.wordpress.com/2015/08/26/gender-distruzione-attraverso-il-linguaggio-parte-prima/

mentre delle tecniche specifiche con cui vengono introdotte pratiche e realtà che da uno stadio di radicale non-accettazione vengono poi a trovarsi come socialmente condivisibili, quindi condivise, infine giustificate per legge, senza che l’opinione pubblica abbia coscienza dei meccanismi che hanno prodotto questo mutamento abbiamo discusso qui: https://ontologismi.wordpress.com/2015/08/21/sulla-liberta-di-espressione-ma-non-di-ragione/

[5] Si veda a questo proposito: https://ontologismi.wordpress.com/2015/04/02/34-gender-follia-inventare-parole-per-cio-che-non-esiste-il-caso-hen/

[6] Ne abbiamo discusso qui: https://ontologismi.wordpress.com/2015/04/01/21-drag-queen-in-tv-il-vero-problema-del-trascinamento/

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