Introduzione al pensiero di Nietzsche (cap. 4: L’Annuncio di Zarathustra, prima parte: Il Prologo di Zarathustra, Dio è morto, Delle tre metamorfosi)

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Alessandro Benigni

Capitoli precedenti:

  1. Introduzione al pensiero di Nietzsche (cap. 1: La filosofia della maschera e lo stile di Nietzsche, Le fasi del pensiero di Nietzsche, La metafisica dell’artista, La nascita della tragedia: apollineo e dionisiaco)
  2. Introduzione al pensiero di Nietzsche (cap. 2: L’influenza di Schopenhauer, La decadenza della cultura greca: il linguaggio, il concetto di vero e falso, l’influenza di Socrate, Il venire in primo piano della coscienza, Su verità e menzogna nel senso extra-morale, Sull’utilità e il danno della storia per la vita)
  3. Introduzione al pensiero di Nietzsche (cap. 3: L’illuminismo di Nietzsche e il periodo storico-scientifico; Il metodo storico-scientifico; Dalla metafisica alla morale; Il metodo genealogico).

L’ANNUNCIO

Così parlò Zarathustra

Così parlò Zarathustra è senz’altro non solo un capolavoro, ma il capolavoro di Nietzsche: non a caso è la sua opera più conosciuta. Da sola, rappresenta per intero la terza fase del suo pensiero, forse la più difficile. È un libro per certi versi di carattere esoterico, dove predomina uno stile di scrittura ricco di poesia e allegorie: è – come voleva essere – un’opera profetica. L’idea fondamentale, come racconta lo stesso Nietzsche, maturò nel 1881, durante una passeggiata in montagna, “6.000 piedi al di là dell’uomo e del tempo“; la stesura, quasi un “parto improvviso” (la prima parte fu scritta in appena dieci giorni) è del 1883 e rappresenta, sempre secondo l’Autore, “la più sublime forma di affermazione che possa essere raggiunta“. Sicuramente poche altre opere le sono pari per la ricchezza di idee, la profondità di alcune intuizioni geniali.

Già il sottotitolo è esemplificativo: “Un libro per tutti”(perché tutti ne hanno bisogno) “e per nessuno” (perché nessuno è ancora in grado di comprenderlo). Qui troviamo tutti i pensieri di Nietzsche: essi si sono già presentati nelle opere precedenti, ma qui sono per così dire organizzati sotto la forma dell’allegoria, al più adatta per esprimerli fedelmente. Nello Zarathustra emerge con forza ciò che in Aurora e nel La gaia scienza restava come dietro le quinte: lo spirito libero del rischio tentatore, della vita sperimentale. Il profeta di questa nuova libertà esce ora allo scoperto: è Zarathustra stesso, che con la sua discesa tra gli uomini si impegna a restituire all’esistenza la libertà originaria da ogni legame religioso morale o metafisico che sia. Morale, metafisica e religione: questi sono ancora una volta in nemici da sconfiggere. Ma nello Zarathustra avviene, fin dall’inizio, il loro definitivo superamento. Lo Zarathustra sa, finalmente, guardare oltre. Morale, metafisica e religione sono rifiutate e ripudiate in quanto pesi insopportabili che limitano la libertà umana, pretendendo di determinare il senso dell’esistenza dal di fuori, dall’al di là. In Zarathustra si proclama invece la fedeltà alla terra. La terra è il luogo della libertà umana, luogo che Zarathustra apre a un nuovo spazio, al libero ed innocente gioco del creatore, del bambino che gioca.

Da un punto di vista formale lo Zarathustra è una sorta di fusione di pensiero e poesia: non è né poesia, né filosofia, almeno finché questi concetti vengono intesi nel senso tradizionale, come opposizione di poetare e pensare. Nietzsche esprime le sue intuizioni in un fiume di immagini, in incalcolabili allegorie. L’opera è scritta secondo un modello che richiama lo stile del Nuovo Testamento e questa scelta di stesura in forma profetica ci fa intuire come Nietzsche, da questo periodo della sua vita in poi, si senta come investito di un compito epocale, una convinzione di dover provocare un mutamento radicale di civiltà, mutamento concepito in solitudine e in totale isolamento.

Nella sua versione completa, il libro è composto da quattro parti, ciascuna delle quali è articolata in sezioni. Le sezioni delle prime tre parti sono ciascuna conchiusa in se stessa. Nell’ultima parte, invece, le sezioni si susseguono nel comporre un racconto unitario. Ogni sezione ha un suo titolo, e il titolo indica l’argomento di quel brano. Dal punto di vista contenutistico nella prima parte Nietzsche-Zarathustra scaglia un attacco decisivo a morale metafisica e religione, portando così a compimento la distruzione della morale platonico-cristiana, che come abbiamo visto è una morale di dominio. La seconda parte è dedicata all’Annuncio di redenzione vero e proprio, la terza e la quarta alla difficile dottrina dell’eterno ritorno e della volontà di potenza dell’oltre uomo.

PRIMA PARTE DI COSÌ PARLÒ ZARATHUSTRA

 

Nella prima parte Nietzsche proclama la distruzione non solo di Dio ma anche di tutto ciò che Dio ha significato nella storia dell’uomo, a partire dal dàimon della ragione socratica: non solo dunque morale, metafisica e religione, ma anche ad esempio il timore di ogni sanzione soprannaturale, dunque l’abbattimento di ogni autorità e di ogni ordine che si vuole stabilire contro la vita. Socrate, ancora una volta, è ritenuto il responsabile di ogni ulteriore processo degenerativo: egli incarna l’anti-tragico per eccellenza, è l’iniziatore ed il protagonista del processo di decadenza che soffoca il mondo occidentale, rappresenta la negazione della cultura ellenica e il fondatore della morale in quanto porta nella mentalità greca una visione razionale del mondo e delle vicende umane, secondo la quale al giusto non può accadere nulla di male. Conseguenza di questa visione malata è, come abbiamo visto, l’affermarsi dei concetti di vero e falso, buono e cattivo: astrazioni che diventano poi norme severe e violente, finalizzate al mantenimento della sicurezza, alla sopravvivenza delle istanze sociali sulle quali si mantiene la società. Basta infatti pensare come i “peccati”, ossia ciò che è considerato cattivo, si identificano sempre con una qualche violazione sociale, ad esempio la lussuria mina la stabilità dell’unità basilare della società cristiana, cioè della famiglia, e per questo inculcando nella gente che la lussuria è “peccato” si opera un vero e proprio controllo sociale. È su questo mondo di finzioni e di errori di base che nasce il mondo morale attraverso il quale la società impone le sue esigenze che poi, attraverso l’abitudine e l’eredità vengono interiorizzate come imperativi categorici. La prima parte dello Zarathustra dunque è centrata sulla necessità di demolire questo mondo fatto di errori e la morte di Dio è il primo evento necessario per la costruzione di un nuovo mondo. L’uomo deve dunque liberarsi da tutte le strutture metafisiche autoritarie. La critica di Nietzsche alla morale diventa anche critica alla metafisica come “prodotto” della morale, in quanto si origina sulla base degli stessi bisogni di sicurezza e in quanto entrambe mettono a disposizione dell’uomo un sapere rassicurante. In realtà, metafisica e morale perpetuano l’insicurezza, mascherandola in vari modi. Ad esempio l’uomo borghese-cristiano è legato a strutture conflittuali causate tutte da una logica di dominio: anche la giustizia che predica di dare a ciascuno il suo, la carità, la generosità, sono modo di prevaricare, di mostrarsi superiori.

Il Prologo di Zarathustra

 

La prima parte inizia con un Prologo di Zarathustra, in cui viene narrata brevemente la vicenda. All’età di trent’anni, Zarathustra lasca la sua casa e si ritira su una montagna. Qui vive per dieci anni, con la sola compagnia di un’aquila e di un serpente (cioè orgoglio e intelligenza). Dopo aver accumulato una saggezza straripante, Zarathustra decide di scendere tra gli uomini. Il resto dell’opera parla di questo viaggio e degli incontri di Zarathustra. Il Prologo, come molte altri discorsi che compongono la narrazione, è ricco di allusioni alla Bibbia o a testi classici. Ad esempio, la vicenda descritta richiama sia il ritiro nel deserto di Gesù prima dell’inizio della predicazione, sia il mito della caverna della Repubblica di Platone.

Il racconto si apre con immagini difficili: si tratta dell’Oltre-Uomo e dell’Ultimo Uomo. Non sono per ora due estremi contrapposti: l’Oltre-Uomo non è ancora realizzato, visibile, è per adesso soltanto una speranza, ma un sogno la cui realtà si manifesta fin d’ora proprio nell’Ultimo Uomo. Nell’ora dell’Ultimo Uomo si mostra il tempo propizio per la nascita dell’Oltre-Uomo. Zarathustra abbozza l’immagine di questa speranza al mercato, cioè presso gli Ultimi Uomini, presso l’uomo che ha perduto ogni idealismo e tutta la forza necessaria per superare se stesso, che non osa e non vuole più nulla, che non tenta nessuno slancio, che è storicamente sorpassato e stanco del gioco; è l’uomo del nichilismo passivo. “Una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte: salva restando la salute”. Con disincantata ironia Nietzsche interpreta il quadro della nostra vita moderna: l’Ultimo uomo siamo noi, noi tutti, che alla domenica crediamo in Dio, che abbiamo bisogno dei divertimenti circensi di massa, del tempo libero organizzato, per non venir divorati dall’orribile noia di una vita che non vuole più nulla, che in fondo vuole il “nulla”. Si tratta di una dimensione ultima, che pur tuttavia dev’essere superata affinché sia possibile andare oltre: “Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non scaglierà più la freccia anelante al di là dell’uomo, e la corda del suo arco avrà disimparato a vibrare”.

Dio è morto

 

Durante la discesa dalla solitudine decennale sui monti verso il paese degli uomini, Zarathustra incontra nel bosco il Santo, l’eremita che si ritirò lontano dagli uomini per amare soltanto Dio; egli non ha alcuna dottrina, nulla verso cui indirizzare l’uomo; la sua esistenza da eremita si trascende verso Dio; è con Lui che egli ha un dialogo: la preghiera, il parlare dell’uomo direttamente a Dio.

Zarathustra scese solitario dalla montagna e non incontrò nessuno. Ma quando giunse ai boschi, gli si parò davanti un vecchio che aveva lasciato la sua santa capanna per cercare radici nel bosco. E così parlò il vecchio a Zarathustra: “Non mi è ignoto questo viaggiatore: alcuni anni or sono passò di qui. Si chiamava Zarathustra; ma si è trasformato. Allora portavi la tua cenere al monte; oggi vuoi portare il tuo fuoco nelle valli? Non temi le punizioni che colpiscono l’incendiario? Sì, io riconosco Zarathustra. Puro è il suo occhio e sulla sua bocca non v’è ombra di disgusto. Non incede come un danzatore? Trasformato è Zarathustra, è diventato un bambino Zarathustra, un risvegliato è Zarathustra: che cosa cerchi ora fra i dormienti? Come un mare vivevi nella tua solitudine, e il mare ti portava. Ahimè, vuoi mettere piede sulla terra? Ahimè, vuoi di nuovo trascinare tu stesso il tuo corpo?»

Zarathustra rispose: «Io amo gli uomini». «Perché» disse il santo «io venni nel bosco e nella solitudine? Non perché amavo troppo gli uomini? Ora amo Dio: gli uomini non li amo. L’uomo è per me cosa troppo imperfetta. L’amore per l’uomo mi ucciderebbe.». Zarathustra rispose: «Perché ho parlato d’amore! Io reco agli uomini un dono».

[…] Ma quando Zarathustra fu solo, così parlò al proprio cuore: «Allora e possibile! Questo vecchio santo nella sua foresta non ha ancora sentito che Dio è morto».

Il tema centrale della prima parte dello Zarathustra è dunque la morte di Dio. Tutti i discorsi devono venir intesi tenendo per presupposto questo nucleo essenziale del suo pensiero. La morte di Dio è evidentemente la condizione sulla quale si basa la possibilità stessa dell’insegnamento di Zarathustra. Per questo il racconto si apre con un antefatto del genere. Il Prologo, nel suo complesso, schizza l’immagine del Oltre-Uomo con rapide linee. Egli è “il senso della terra”: l’uomo che aspira all’al di là deve essere superato. L’uomo, in quanto tale, è qualcosa che deve essere superato. L’uomo, questo essere che vuole andare oltre se stesso, finora ha trovato la sua trascendenza soltanto nel tendere verso Dio. Ma “Dio” significa per Nietzsche la quintessenza di ogni ideale dell’al di là contro la vita, contro il senso della terra: “Un tempo il sacrilegio contro Dio era il massimo sacrilegio; ma Dio è morto, e così sono morti anche tutti questi sacrileghi. Peccare contro la terra, questa è oggi la cosa più orribile, e apprezzare le viscere dell’imperscrutabile più del senso della terra.” L’uomo è un essere che supera se stesso; perché in lui l’essenza universale della vita, la Volontà di potenza, riconosce o più esattamente può riconoscere se stessa. Intuire la Volontà di potenza esige contemporaneamente intuire la morte di Dio e viceversa. “Vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra e non credete a coloro che vi parlano di sovraterrene speranze! Lo sappiamo o no: costoro esercitano il veneficio”. E ancora: “La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto.” La costruzione del ponte tra uomo e oltre-uomo avviene per mezzo degli ultimi-uomini, di quei precursori che Nietzsche indica nei grandi dispregiatori, coloro che si immolano alla terra, gli scopritori, coloro che amano il proprio valore e per essa vanno in rovina, gli sperperatori dell’anima, coloro che si vergognano della fortuna, i profondi nell’anima, gli spiriti ricchi e liberi. In tutti loro si prepara l’oltre-uomo – ma ciò che in questi tipi è disperso, è in lui pensato come una cosa sola. “Io amo tutti coloro che sono come gocce grevi, cadenti una a una dall’oscura nube incombente sugli uomini: essi preannunciano il fulmine e come messaggeri periscono. Ecco, io sono un messaggero del fulmine e una goccia greve cadente dalla nube: ma il fulmine si chiama superuomo.” Con i suoi animali, aquila e serpente, cioè orgoglio e intelligenza, Zarathustra comincia il suo discorso ai compagni, dà inizio al suo “tramonto”. Orgoglio e intelligenza sono gli attributi scelti coscientemente, si contrappongono volutamente all’umiltà e a quella “povertà dello spirito” di fronte alla quale la saggezza di questo mondo diventa follia – sono in una parola simboli anti-morali ed anti-cristiani.

Delle tre metamorfosi

 

Il primo discorso della PRIMA PARTE, intitolato Delle tre metamorfosi, ci dà un criterio fondamentale per la comprensione del messaggio di Zarathustra: esso consiste in un mutamento dell’esperienza umana per mezzo della morte di Dio, cioè la trasformazione dell’alienazione nella libertà creativa, finalmente cosciente di sé. Anzitutto, ci sono tre figure allegoriche che vanno interpretate. Il cammello rappresenta il soggetto metafisico ma, più generalmente, l’uomo della soggezione a morale, metafisica e religione. Il leone rappresenta la forza della liberazione, ma si tratta ancora di una forza preparatoria: figura lo spirito libero, ma non ha ancora creato nuovi valori. Il bambino rappresenta la fase più alta di questa metamorfosi. Simboleggia il nuovo inizio, rappresenta l’accettazione attiva dell’eterno ritorno (il superamento dell’accettazione meramente passiva), il “dire di sì” alla costruzione giocosa e danzante della propria esistenza e alla creazione di nuovi valori, immettendoli nella propria vita:

«Tre metamorfosi io vi nomino dello spirito: come lo spirito diventa cammello, e il cammello leone, e infine il leone bambino. Molte cose pesanti vi sono per lo spirito, lo spirito forte e paziente nel quale abita la venerazione: la sua forza anela verso le cose pesanti, più difficili a portare. Che cosa è gravoso? domanda lo spirito paziente e piega le ginocchia, come il cammello, e vuol essere ben caricato. Qual è la cosa più gravosa da portare, eroi? così chiede lo spirito paziente, affinché io la prenda su di me e possa rallegrarmi della mia robustezza. Non è forse questo: umiliarsi per far male alla propria alterigia? Far rilucere la propria follia per deridere la propria saggezza? Oppure è: separarsi dalla propria causa quando essa celebra la sua vittoria? Salire sulle cime dei monti per tentare il tentatore? Oppure è: nutrirsi delle ghiande e dell’erba della conoscenza e a causa della verità soffrire la fame dell’anima? Oppure è: essere ammalato e mandare a casa coloro che vogliono consolarti, e invece fare amicizia coi sordi, che mai odono ciò che tu vuoi? Oppure è: scendere nell’acqua sporca, purché sia l’acqua della verità, senza respingere rane fredde o caldi rospi? Oppure è: amare quelli che ci disprezzano e porgere la mano allo spettro quando ci vuol fare paura? Tutte queste cose, le più gravose da portare, lo spirito paziente prende su di sé: come il cammello che corre in fretta nel deserto sotto il suo carico, così corre anche lui nel suo deserto. Ma là dove il deserto è più solitario avviene la seconda metamorfosi: qui lo spirito diventa leone, egli vuol come preda la sua libertà ed essere signore nel proprio deserto. Qui cerca il suo ultimo signore: il nemico di lui e del suo ultimo dio vuol egli diventare, con il grande drago vuol egli combattere per la vittoria. Chi è il grande drago, che lo spirito non vuol più chiamare signore e dio? “Tu devi” si chiama il grande drago. Ma lo spirito del leone dice “io voglio”. “Tu devi” gli sbarra il cammino, un rettile dalle squame scintillanti come l’oro, e su ogni squama splende a lettere d’oro “tu devi!”. Valori millenari rilucono su queste squame e così parla il più possente dei draghi: “tutti i valori delle cose – risplendono su di me”. “Tutti i valori sono già stati creati, e io sono – ogni valore creato. In verità non ha da essere più alcun “io voglio!””. Così parla il drago. Fratelli, perché il leone è necessario allo spirito? Perché non basta la bestia da soma, che a tutto rinuncia ed è piena di venerazione? Creare valori nuovi – di ciò il leone non è ancora capace: ma crearsi la libertà per una nuova creazione – di questo è capace la potenza del leone. Crearsi la libertà e un no sacro anche verso il dovere: per questo, fratelli, è necessario il leone. Prendersi il diritto per valori nuovi – questo è il più terribile atto di prendere, per uno spirito paziente e venerante. In verità è un depredare per lui e il compito di una bestia da preda. Un tempo egli amava come la cosa più sacra il “tu devi”: ora è costretto a trovare illusione e arbitrio anche nelle cose più sacre, per predar via libertà dal suo amore: per questa rapina occorre il leone. Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il bambino, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare un bambino? Innocenza è il bambino e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì. Sì, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sì: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo. Tre metamorfosi vi ho nominato dello spirito: come lo spirito divenne cammello, leone il cammello, e infine il leone bambino. – Così parlò Zarathustra».

Il cammello che, carico, procede nel deserto, vive proprio lì la sua trasformazione in leone. Come a voler dire che l’idealismo porta in sé i germi della sua auto-distruzione. Allo stesso modo avviene l’autosoppressione della morale. Ma questa libertà del leone, che dice “No”, che rifiuta Dio, e con esso la morale oggettiva e il peso schiacciante della metafisica, non è ancora una libertà radicale: essa è per l’appunto soltanto una libertà negativa, una libertà “da“, non ancora, compiutamente, una libertà “di“. “Crearsi la libertà è un ‘No’ sacro anche verso il dovere: per questo, fratelli, è necessario il leone…” Il leone contrappone al “tu devi“, che domina il cammello, il suo altezzoso “io voglio“, ma in questo “io voglio” c’è ancora molta tensione, molta ostinazione, ancora molta caparbietà e rigidezza; la stessa nuova volontà è ancora voluta, non ha ancora la vera disinvoltura e fluidità della libera volontà creativa, di una nuova innocente creazione di valori. Soltanto il bambino la possiede. “Il bambino è innocenza ed oblio, un nuovo inizio, un gioco, una ruota che gira da sola, un primo movimento, un sacro dire di sì. Sì, per il gioco della creazione, fratelli, occorre un sacro sì: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo.” “Gioco” è così essenzialmente la natura della libertà positiva. Questo mutamento è una metamorfosi della libertà estrema, il suo liberarsi dalla alienazione e il libero manifestarsi dei suo carattere di gioco. Ci riferiamo al modo in cui Nietzsche, proprio nel suo primo periodo, nel tentativo di riallacciarsi ad Eraclito, riprende il concetto del gioco e lo pone al centro del suo pensiero, interpretando con esso la sua idea fondamentale del dionisiaco. Il gioco, però, in questo discorso di Zarathustra non è ancora il gioco universale del dio Pan, né il gioco del fondamento originario, che costruisce e distrugge il mondo fenomenico. Qui esso è inteso come il gioco in cui l’uomo pone i valori, come progetto di gioco per creare mondi dei valori. I maestri della virtù predicano il sonno, l’auto-oblio della libertà ludica. “Libero, ti chiami? Voglio sentire il tuo pensiero dominante e non che sei sfuggito a un giogo. Sei tale da avere avuto il diritto di sottrarti a un giogo? Vi sono molti che hanno gettato via ciò che ancora valevano, quando gettarono via la loro schiavitù. Libero da che cosa? Che importa questo a Zarathustra! Ma il tuo occhio deve limpidamente annunciarmi: libero per che cosa?

Della virtù che dona

 

Nell’ultimo, decisivo discorso della prima parte, Della virtù che dona, viene espresso il carattere essenzialmente individuale dell’uomo, la liberazione che si manifesta con la conoscenza della morte di Dio. L’essere se stessi non è una rigida auto-conservazione; è movimento che gioca e supera se stesso. La ricerca di sé da parte del creatore non ha il carattere del piccolo e meschino egoismo, ma è un puro autoprodigarsi. “In verità, un predone di tutti i valori deve diventare questo amore che dona; ma io dico sacrosanto questo egoismo. C’è anche un altro egoismo, meschino, affamato, che vuole sempre rubare, l’egoismo dei malati, l’egoismo morboso.” L’egoismo prodigo, ricco, che dona se stesso, che non vuole conservarsi, ma vuole sempre mutarsi in una vita più abbondante, più piena e più potente, in una vita straripante e generosa della sua ricchezza, questo impeto della vita verso una superiore potenza, la vita turgida che si eleva, questa ricerca di sempre nuovi autosuperamenti, è il vero modo di essere dell’uomo liberatosi da Dio, dell’autentico creatore. “Quando il vostro cuore spumeggia vasto e pieno, simile a un fiume, benedizione e minaccia per gli abitanti delle rive: lì è l’origine della vostra virtù. Quando siete al di sopra della lode e del biasimo, e la vostra volontà vuole imporsi a tutte le cose, come la volontà di uno che ama: lì è l’origine della vostra virtù.” Il modo fondamentale in cui si determina la natura creatrice dell’uomo, alla ricerca di sé stessa e della potenza superiore della vita, lascia già presentire quello che sarà il pensiero dominante nella seconda parte dello Zarathustra: il pensiero della “Volontà di potenza“. La Volontà di potenza è qui ancora vista partendo dall’uomo, cioè come autosuperamento creativo dell’esistenza. La morte di Dio è dunque l’idea principale della prima parte dell’opera, ma essa è strettamente legata al suo esito più radicale: la Volontà di potenza, ppunto. L’idealismo appare qui come il grande errore dell’uomo: si tratta di un idealismo morale, metafisico, religioso. “Fino ad oggi, sia lo spirito sia la virtù, hanno tentato e sbagliato in cento modi. Sì, l’uomo è stato un tentativo. Ahimè, quanta ignoranza e quanto errore in noi è diventato corpo! Non soltanto la ragione di millenni – anche la loro demenza erompe in noi. È pericoloso essere eredi.” La follia dei secoli è per Nietzsche l’interpretazione idealistica di uomo e mondo. Si tratta ora di rovesciare la follia dell’idealismo: questo è possibile proprio a partire dalla convinzione che Dio è morto. Soltanto allora risplenderanno le libere possibilità dell’uomo, solo allora potrà compiutamente realizzarsi il significato più autentico della vita: la Volontà di potenza. Lo spazio per il gioco della libertà è sterminato solo se Dio non limita più l’uomo, se questa parete insormontabile non ostruisce più la via dell’uomo verso l’alto. Nietzsche non pone l’uomo al posto di Dio: egli non divinizza né idolatra l’ente finito. Al posto di Dio, al posto del Dio dei cristiani e del regno platonico delle idee, egli pone la terra: per questo esorta “vi scongiuro, fratelli, siate fedeli alla terra”.

(tratto da Alessandro Benigni, L’Annuncio di Zarathustra, Boopen, Napoli, 2007

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