Introduzione al pensiero di Kierkegaard (cap. 2: Il concetto di ironia in costante riferimento a Socrate)

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Alessandro Benigni, 10 agosto 2015

Capitoli precedenti

  1. Introduzione al pensiero di Kierkegaard (cap. 1: Caratteristiche generali dell’opera kierkegaardiana, Il singolo e la critica della modernità, La critica alla cristianità stabilita, La critica alla filosofia hegeliana, La disonestà della filosofia moderna, Comunicare il cristianesimo, Vita, Il filosofo dei paradossi: dalla religione alla filosofia)

Il concetto di ironia in costante riferimento a Socrate

La prima opera che prenderemo in esame è la rielaborazione della tesi di Laurea, pubblicata nel 1841 con il titolo “Il concetto di ironia in costante riferimento a Socrate” (ed. it., a cura di D. Borso, Guerini, Milano 1989). Si tratta di un’opera ricca di riferimenti al dibattito letterario e filosofico: l’ironia infatti – a partire dall’età del romanticismo – era diventata un tema particolarmente vivo e discusso ed aveva attirato su di sé l’attenzione di pensatori del calibro di Friedrich Schlegel, secondo il quale, per esempio, l’ironia indica il rapporto di inadeguatezza tra l’infinità dell’artista creatore, concepito come soggetto assoluto, e la finitezza dell’opera d’arte e del mondo fenomenico in cui essa si pone (in Schlegel il concetto viene a indicare, più in generale, l’atteggiamento di chi, comprendendo il carattere relativo degli aspetti finiti dell’esistenza, coglie l’incomparabile superiorità dell’infinito che è in sé). È tuttavia sempre Hegel il punto di riferimento del giovane Kierkegaard, che in un primo momento, nella fase di maturazione del suo pensiero, manifesta ancora una parziale accettazione delle tesi hegeliane.

Il tema dell’ironia

È comunque a partire dall’analisi del tema dell’ironia che possiamo rintracciare alcuni elementi che saranno poi determinanti per tutta la successiva produzione kierkegaardiana. Vediamo di riassumerne qualcuno.

Prima di tutto l’ironia romantica: questa è interpretata da Kierkegaard come fonte di isolamento. Ai romantici tedeschi e danesi, egli contrappone Goethe e Shakespeare, ove l’ironia è “dominata”, cioè è soltanto un “momento”, non una fissa condizione di vita.

È bene ricordare e tenere ben presente durante la lettura che in questa prima fase Kierkegaard accetta soltanto parzialmente l’interpretazione hegeliana. Secondo Hegel, infatti, con il suo atteggiamento ironico Socrate si era posto al di sopra dello Stato e della famiglia, facendo della individualità un assoluto, anche se proprio in tal modo Socrate poté in un certo senso fondare la morale, in quanto con lui l’essere umano cominciava ad agire moralmente non per dovere imposto dalla tradizione o dalla società ma per convincimento personale. Fin qui Kierkegaard è d’accordo con Hegel. Se ne separa invece a partire da due punti successivi:

  1. a) per il Filosofo danese Hegel non avrebbe capito che Socrate non aveva di mira il “concetto di Stato” ma criticava piuttosto il declino di una realtà storica ben determinata, quella del suo tempo, per cui il suo comportamento ironico per essere meglio compreso andrebbe contestualizzato, e non generalizzato;
  2. b) Socrate non aveva alcun proposito di far derivare dal principio teorico dell’ironia una qualche deduzione etico-pratica (se non quella di confondere i nemici insegnando loro l’umiltà e il buon senso, aprendo così la strada ad un atteggiamento di ricerca continuo, fonte del vero sapere). Kierkegaard afferma infatti che l’ironia era per Socrate “una deduzione determinata dalla prassi” (il processo cioè si sviluppava dal concreto all’astratto e tale restava, mentre Hegel pretendeva per l’appunto il contrario). Non riuscendo a capire l’importanza maieutica e pedagogica dell’ironia socratica, Hegel non sarebbe nemmeno riuscito ad accettare il valore relativo dell’ironia. In particolare, secondo il giovane Kierkegaard, Hegel sarebbe approdato a tale svista perché avrebbe accolto le interpretazioni idealistiche che Senofonte e Platone avevano dato del metodo socratico, rigettando invece quella maggiormente realistica di Aristofane, che per Kierkegaard è la più prossima alla verità.

Ma per un’altra ragione ancora Kierkegaard appoggia l’ironia socratica contrapponendola alla negazione dialettica (l’antitesi) della filosofia hegeliana. Infatti, mentre la dialettica hegeliana ammette la contraddizione soltanto a livello speculativo, l’ironia socratica invece impegna la vita di un individuo in maniera molto concreta, portando fino al sacrificio di sé. Come si può osservare il giovane Kierkegaard mostra già delle esigenze realiste notevoli, con le quali mirava a oltrepassare le astrattezze dell’hegelismo prevalente nell’università di Copenaghen.

Nell’interpretazione di Socrate l’ironia diventa per Kierkegaard un concetto totalizzante, perché fondando la pedagogia della conoscenza arriva a formare l’individuo e quindi ad investire l’intera esistenza umana. Socrate invitava i suoi interlocutori a cercare “l’idea universale”, perché convinto che l’autentica conoscenza avviene sul piano dell’intelletto e non su quello della dimensione empirica. L’ironia sta qui nel fatto che Socrate (e Kierkegaard con lui) è convinto che non si possa arrivare ad un sapere “conclusivo” sul piano intellettuale: molto spesso la ricerca della vera conoscenza si risolve di fatto in un’aporia, in un sentiero interrotto. Eppure Socrate non si stanca di cercare e di indicare ai giovani la strada della conoscenza, l’unica virtuosa (in quanto per fare il bene bisogna prima di tutto conoscerlo e saperlo distinguere dal male: un certo grado di conoscenza e soprattutto di consapevolezza è necessario). L’ironia si manifesta ora in quello che potremmo considerare l’atteggiamento esistenziale di fondo dell’uomo Socrate.

Quella di Socrate è una sorta di “dotta ignoranza”: sapiente è colui che “sa di non sapere” . L’ironia così intesa è costitutiva dell’uomo che vuole conoscere: è il singolo che non si lascia fagocitare dall’universale, ma si interroga in modo personale mettendosi in gioco con tutti i suoi limiti, non solo intellettuali ma anche umani.

Questo discorso va collegato al fatto che Kierkegaard non aveva alcun interesse per ricercare la verità su Socrate quanto piuttosto la sua realtà, la sua peculiarità legata al suo essere individuo, al suo essere singolo. Focalizzando fin dall’inizio l’attenzione sulla filosofia come attività umana che coinvolge l’elemento essenziale dell’individuo, insistendo sul carattere aperto, problematico della ricerca, il Filosofo danese cerca di contrapporre al sistema logico hegeliano un principio nuovo: l’individuo realmente esistente, rappresentato in questo primo scritto da Socrate, il pensatore che più di tutti utilizza la ragione come mezzo e non come fine. E si tenga d’altra parte presente che non c’è mai – nella lettura socratica – una ricaduta irrazionalistica. Tanto che un critico attento di Kierkegaard come Cornelio Fabro poteva scrivere: “Il Socrate che con l’ironia riesce a spezzare ogni affermazione e ricomporre ogni negazione, pare un irrazionalista, mentre in realtà la sua ironia, non meno della dialettica dei Sofisti, celebra a modo suo il movimento infinito e quindi assoluto della ragione stessa” (C. Fabro, Introduzione al Diario, vol. 1, Morcelliana, Brescia, 1983).

Dalla prima pagina de "Il concetto di ironia"...

Dalla prima pagina de “Il concetto di ironia”…


Breve analisi dell’opera

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Il contenuto dell’opera si divide in due parti:

1) il punto di vista di Socrate interpretato come ironia

2) sul concetto di ironia.

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Il punto di vista di Socrate interpretato come ironia. Le interpretazioni di Senofonte, Aristofane e Platone.

 

Nell’introduzione all’opera Kierkegaard mette lucidamente a fuoco il problema dell’interpretazione e scrive che “se c’è qualcosa per cui elogiare l’indirizzo filosofico di Hegel questo è il vigore geniale con cui afferra e mantiene l’apparenza“. Che cosa significa questa affermazione? Anche per il giovane Filosofo danese (che, ricordiamolo ancora, in questo primo momento sta almeno in parte seguendo Hegel e ne subisce l’influenza) l’interpretazione più autentica è prima di tutto il frutto del connubio tra dimensione storica e analisi filosofica. La storia non è da intendersi solo come un mero susseguirsi di eventi: prendendo in esame la sequenza fenomenica degli avvenimenti non si fa infatti ancora “storia”, ma mera “cronologia”. Per edificare una storia che spieghi ciò che è “realmente” successo occorre interpretare i fenomeni sulla base di una visione teoretica, “alla luce dell’idea” – per dirla i termini hegeliani – ovvero leggere gli avvenimenti con quel filtro concettuale che ci fornisce un’interpretazione dialetticamente fondata. Questa è una tesi tipicamente hegeliana, ma che trova perfettamente concorde anche il giovane Kierkegaard. D’altra parte si deve però evitare l’eccesso in cui l’ideale del concetto predomina sui fatti storici: in questo modo si arriva non alla storia, ma ad una storia ideologica, precostituita, “idealizzata” appunto.

Il concetto di ironia, Incipit.

Il concetto di ironia, Incipit.

Lo scopo dello storico è invece fare in modo che dai fenomeni stessi nasca “l’idea”, ovvero germogli la sintesi teorica.

In conclusione, si ha una interpretazione fondata non quando l’idea unisce i vari fenomeni con la conoscenza, ma quando questa viene fatta emergere dai fenomeni stessi. Si spiega così la difficoltà che incontriamo nell’interpretazione dell’ironia socratica: Socrate infatti, a differenza di molti altri filosofi, spesso diceva esteriormente il contrario di ciò che rappresentava la sua interiorità. In questo senso, Socrate era “muto“.

La seconda, tra le quindici tesi del libro, dice: “Il Socrate di Senofonte non esce mai dall’empirìa né mai giunge all’idea”. Di Socrate, Senofonte conosce tutti gli elementi esteriori, ma gli manca “l’idea interpretativa”; si perde quindi nell’esteriorità. La tesi di Kierkegaard è semplice: Senofonte non ha capito nulla di Socrate perché non ha capito nulla dell’ironia.

La terza tesi di Kierkegaard dice: “Confrontando Senofonte e Platone si trova che a Socrate il primo ha sottratto troppo ed il secondo ha troppo aggiunto, e nessuno dei due ha colto la verità“. Nell’interpretazione di Kierkegaard, Platone ha avuto una così alta considerazione del maestro Socrate da esagerare e mancare così l’obiettivo. Secondo Platone, infatti, in Socrate non solo c’era l’elemento ironico-negativo ma anche il raggiungimento di un piano teoretico definitivo. Siamo così di fronte ad una tesi più platonica che socratica, in quanto com’è noto molto spesso Socrate concludeva le sue ricerche dialogiche con delle sostanziali aporie.

Nella settima tesi Kierkegaard dice invece che: “nel suo ritratto di Socrate, Aristofane arrivò vicinissimo al vero“. Questa è chiaramente una tesi paradossale: nelle Nuvole, infatti, Socrate appare come una caricatura. Il “troppo poco” di Senofonte è dato dal suo fermarsi all’empirìa, mentre il “troppo” di Platone è dato dal voler giungere al momento di sintesi (che nell’atteggiamento ironico, per definizione, non può essere raggiunto). Ma la dialettica di Socrate ha solo due momenti (tesi e antitesi), non è conclusiva (manca la sintesi), non chiude i problemi in modo definitivo, anzi, ne apre sempre nuovi.

Agli occhi del giovane Kierkegaard il fatto sostanziale della vita di Socrate fu il processo. Senofonte operò una difesa di Socrate tale da farci pensare che di Socrate non aveva capito niente. Per Senofonte Socrate era innocente ed inoffensivo. Ma a Senofonte mancavano due cose: l’idea della “situazione” (mancava cioè la consapevolezza di ciò che era Atene in quel momento storico) e la “sensibilità” per la battuta. Il non credere agli dèi non era una semplice questione religiosa, ma significava essere un pericolo pubblico. Socrate metteva in discussione la concezione politeista della polis (in quanto la concezione politeista non si addice al concetto di divinità assoluta). Allo stesso tempo Socrate dice che sulla divinità egli non può dire nulla. A Senofonte mancava anche la sensibilità per la battuta: egli non capisce che Socrate “parla” con la totalità della propria persona, e che questa era la sua ironia. A Senofonte manca insomma l’orecchio per cogliere dalla battuta l’eco della personalità.

Kierkegaard si chiede a questo punto che cosa ci sia veramente di Socrate nei Dialoghi di Platone. Se l’essenza della figura di Socrate è l’ironia, certo si deve dire che è un’ironia negativa, nel senso che si tratta di una dialettica che non arriva a una tesi conclusiva, non si chiude mai: si tratta quindi di una dialettica dicotomica. Il discorso insomma rimane sempre aperto: nei dialoghi con Socrate l’interlocutore viene liberato dalle conclusioni sbagliate, anche se di fatto non si arriva poi a nessuna conclusione definitiva, sostitutiva delle precedenti. Per Kierkegaard nei Dialoghi platonici non c’è però solo la dicotomia socratica, ma c’è anche il tentativo di arrivare ad una conclusione. In Socrate il metodo dialettico permette di conseguire dei progressi solo relativi: ogni avanzamento porta ad una nuova problematica.

Il metodo socratico (che come abbiamo visto non è conclusivo) è particolarmente evidente nell’Apologia. Abbiamo detto che Socrate fu accusato di empietà, ossia di non credere agli dei. Ma gli stessi dei, per mezzo dell’oracolo di Delfi, lo avevano definito il mortale più sapiente. Un bel dilemma. Questo è un primo grado di ironia: Socrate viene accusato di empietà, ma l’oracolo lo aveva definito il più sapiente. C’è poi un secondo grado di ironia: per capire il senso dell’oracolo, Socrate si reca dai rappresentanti delle classi che tradizionalmente dovevano detenere la sapienza, il sapere teorico e pratico. Ma “circumnavigando i detentori della sapienza, Socrate si trova in un mare di illusioni“. Terzo grado di ironia: i suoi accusatori (i giudici) provengono proprio dalle classi che Socrate aveva smascherato nella loro ignoranza.

Riassumendo:

1) Il Filosofo danese mostra interesse per il tema dell’ironia a partire da una dimensione concreta, personale, singolare: in questo senso si può parlare di ironia socratica. Per Kierkegaard la figura e il pensiero di Socrate si riassumono insomma totalmente nella sua ironia.

2) Socrate rappresenta per Kierkegaard il vertice della saggezza, che è coscienza della non-conoscenza assoluta. L’ironia di Socrate consiste quindi in un atteggiamento liberatorio. Mediante l’ironia Socrate libera gli uomini dall’illusorio mondo fenomenico, dal mondo sul quale essi fondano acriticamente le loro certezze. È con l’ironia che Socrate distrugge le certezze del mondo quotidiano, perché esso è fatto di apparenze e di contraddizioni, e la verità non sta né nelle apparenze né nelle contraddizioni. In questo senso Socrate viene contrapposto ad Hegel, in quanto non c’è nessuna sintesi tra contraddizione fenomenica e idea: la dialettica socratica è infatti e aporetica (volutamente senza conclusione) e dicotomica.

3) Il frutto di quest’opera di corrosione è per Kierkegaard l’apparire dell’ignoranza degli uomini, sia in rapporto ai fondamenti della realtà sia in rapporto al proprio livello di conoscenza. È qui già evidente un’idea fondamentale del Filosofo danese: l’Assoluto non può essere raggiunto come un oggetto di conoscenza qualsiasi. L’Assoluto rimane al di là di un limite invalicabile.

4) Nell’ironia socratica, inoltre, Kierkegaard mette già in rilievo la contrapposizione tra singolo e società. Il mondo fenomenico delle apparenze che Kierkegaard ha mostrato come origine di false conoscenze si concretizza infatti nella polis (che con le sue leggi e le sue divinità tendeva a rassicurare l’individuo), e qui si capisce lo sconvolgimento operato da Socrate: Socrate corrode queste sicurezze ed evidenzia con la sua ironia il valore del singolo nei confronti del mondo collettivo (polis).

5) La libertà portata da Socrate è però priva di contenuto. La sua è una libertà che ha valore soltanto negativo. Il Filosofo della maieutica ha liberato i suoi interlocutori dalle false conoscenze, ma non ha saputo riempire il vuoto creato.

Verità e paradosso in Søren Kierkegaard. Una lettura analitica  Di Diego Giordano

Verità e paradosso in Søren Kierkegaard. Una lettura analitica
Di Diego Giordano

Collegamenti con l’opera posteriore di Kierkegaard

Nell’analisi kierkegaardiana del pensiero e della figura di Socrate, tutta concentrata sul tema dell’ironia, possiamo scorgere i lineamenti di una prima opposizione a Hegel. In Hegel la ragione non ha limiti: Socrate mostra ironicamente i limiti della conoscenza umana e fa dell’ignoranza la base della sua ricerca (“so di non sapere“). Per Hegel lo Stato è la massima realizzazione dello Spirito, mentre per Socrate lo Stato costituisce un impedimento alla formazione della personalità del singolo.

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