Aristotele alla portata di tutti – (Cap 3. La politica e la logica)

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Capitoli precedenti:

1) Aristotele alla portata di tutti (cap 1) Quadro storico, gli scritti, il rapporto con Platone, la Metafisica.

2) Aristotele alla portata di tutti – (cap 2) La Fisica, la biologia, la psicologia, la conoscenza, la matematica, l’etica.

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LA POLITICA

L’UOMO È ANIMALE POLITICO. Per Aristotele l’uomo oltre che animale razionale è anche animale sociale (anzi “l’uomo – scrive Aristotele nella Politica – è per natura animale politico” (Politica, III, 6, 1278b 19-21): cioè desidera per natura stare insieme ad altre persone, e quindi a organizzarsi in gruppi, villaggi, città (pòlis). Appartiene alla natura del-l’uomo vivere all’interno della polis: questa non è per Aristotele il risul-tato di un patto o di un accordo convenzionale fra gli uomini. La polis è il risultato di una tendenza naturale, propria della natura umana. Grup-pi, villaggi e città sono però il risultato dell’unione di più “cellule mini-me” della vita consociata, che Aristotele individua nella famiglia. La prima cellula sociale è la famiglia, vista da Aristotele come l’unione dell’uomo e della donna, in un rapporto che però non è paritario, in quanto per natura, secondo Aristotele, il maschio è migliore della femmina ed è quindi a lui che spetta il comando (Politica, I, v 1254b). La famiglia ha come scopo la procreazione e il soddisfacimento dei bisogni elementari. A tale scopo si avvale del lavoro degli schiavi (È nota la posizione di Aristotele in merito: per lo Stagirita ci sono uomini che per natura sono destinati a essere schiavi. Si tratta di quelle persone che non sono completamente maturate dal punto di vista razionale, cioè dal punto di vi-sta del carattere essenziale proprio della natura umana).

FAMIGLIE, VILLAGGIO, CITTÀ-STATO. Le famiglie si associano quindi tra loro dando origine al villaggio. L’unione di più villaggi dà origine allo Stato: quest’ultimo si caratterizza per l’autosufficienza e ha come scopo il bene degli individui che ne fanno parte. Ora, “pur sapendo dell’esi-stenza di grandi regni (come quello persiano e macedone) e delle lotte civili che spesso sconvolgevano le città stato greche, Aristotele sostiene che la polis sia la forma naturale di società politica. Per Aristotele, infat-ti, la polis rappresenta la realizzazione più compiuta e perfetta di ogni comunità umana, l’unica veramente adeguata alla natura dell’uomo. Proprio per questo motivo lo Stagirita si dedica con particolare atten-zione all’analisi delle principali caratteristiche della polis e della sua organizzazione.

L’ORGANIZZAZIONE DELLA POLIS. Come abbiamo visto Aristotele de-scrive la polis come una specie di società perfetta, del tutto autosuffi-ciente, nella quale l’uomo può realizzare il vivere bene, la felicità. Essa è così costituita dall’unione di più famiglie e villaggi ed è a sua volta una società naturale, come la famiglia, perché l’uomo è per natura un ani-male politico, cioè fatto per vivere nella polis. Così come la famiglia è una piccola comunità di disuguali, allo stesso modo la disuguaglianza si riproduce nella polis: considerata sotto il profilo degli abitanti la città è infatti composta di persone che non stanno sullo stesso piano giuridico per quanto concerne i diritti, mentre tale distinzione viene a cadere se si guarda alla polis sotto il profilo dei cittadini maschi liberi e, appunto, politicamente attivi: gli individui che possono essere definiti cittadini (che partecipano cioè alle funzioni politiche e giudiziarie) sono infatti solo i maschi liberi e oriundi. La polis invece è una società di liberi e u-guali (i capifamiglia), perciò deve avere un tipo di governo diverso da quello che è proprio della famiglia.

L’ordine delle funzioni interne alla polis, compresa quella del governo supremo, è stabilito dal modello di costituzione adottato, che può essere monarchica (governo di uno), oligarchica (governo di pochi, la cui forma migliore è l’aristocrazia: il governo di migliori) o democratica (governo del popolo, cioè degli uomini liberi).

LA MIGLIOR FORMA DI GOVERNO: LA POLITEIA. Per lo Stagirita la costituzione migliore è quella intermedia fra aristocrazia (governo dei miglio-ri) e democrazia (libero accesso alle cariche pubbliche da parte di tutti i cittadini), detta politéia (cioè “costituzione per eccellenza”), in cui la maggior parte dei cittadini sono in una situazione media, cioè non sono né troppo ricchi né troppo poveri. Nella costituzione migliore i cittadini governano a turno, per essere poi liberi di dedicarsi alle proprie attività ed in particolare alla forma più alta dell’agire umano, l’unica in grado di garantire felicità: la vita teoretica.

CONCLUSIONI. Da quello che si è visto, si può ben comprendere come per Aristotele il tema della politica sia intimamente connesso con quel-lo dell’etica: “identico è il bene per il singolo e per la città”, come ab-biamo ricordato. Nella Politica lo Stagirita dichiara che il fine dello Stato

  • è del tutto analogo a quello di ciascun individuo: coincide con la piena realizzazione di sé. Lo Stato ha un’origine naturale in quanto l’uomo è per natura un animale politico, ma è allo stesso tempo il risultato stori-co di forme crescenti di aggregazione che partono dalla famiglia e pas-sano per il villaggio fino alla città-stato (polis). Per completare il quadro teorico, Aristotele propone anche una classificazione delle varie forme di governo, suddivise a seconda del numero di coloro che esercitano il potere (uno, pochi, molti). Per ogni caso si danno forme corrette e for-me dannose: la correttezza della forma di governo è data dall’esercizio del potere per il bene comune. Tra tutte le forme di governo la migliore
  • è la politeia, che ha in comune con la democrazia la partecipazione di tutti i cittadini e con l’aristocrazia il principio che solo i migliori debba-no essere chiamati a ricoprire, a turno, le cariche di governo.

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LA LOGICA

Come abbiamo visto nella sezione dedicata alla classificazione del-le scienze istituita da Aristotele, la Logica non compare né fra le scienze teoretiche né fra quelle pratiche. Come osserva F. Adorno, “nel quadro delle scienze aristoteliche non trova posto quella disciplina che a parti-re dagli Stoici sarà chiamata «logica» e che Aristotele chiama analitica, perché risolve il discorso nei suoi elementi primi e semplici. Essa per Aristotele, più che una scienza accanto alle altre, è lo strumento (òrga-non) che deve rendere possibili ragionamenti corretti in tutti gli ambiti scientifici” (Cfr. F. Adorno, T. Gregory, V. Verra, Manuale di storia della filosofia, Laterza, pag. 83).

Le opere di logica, raccolte sistemate nell’edizione di Andronico da Rodi appunto sotto il titolo di Organon comprendono: Le Categorie, Dell’interpretazione, Analitici primi, Analitici secondi, Topici, Confutazione sofistiche.

LA LOGICA COME FORMA GENERALE DEGLI ARGOMENTI VALIDI. Dopo aver ricordato che “logica” non è un termine aristotelico ma piuttosto degli Stoici (il Filosofo, come abbiamo detto, per designare questa disciplina preferiva usare piuttosto il termine analitica, distinta ulteriormente in “dialettica”, o scienza dell’argomentazione discorsiva e probabile, e in “apodittica”, o scienza dell’argomentazione dimostrativa), si deve notare che diversamente dalle altre scienze la logica non si occupa di un qual-che aspetto della realtà, ma piuttosto della forma generale dei ragiona-menti validi. Per questo motivo Aristotele è giustamente considerato il padre della logica formale: la logica aristotelica per prima non si occupa del contenuto del discorso dimostrativo, ma della sua struttura interna, della sua forma. Tuttavia è bene ricordare che in Aristotele c’è una stretta corrispondenza tra piano del pensiero e piano dell’essere (realtà), per cui piano logico e piano ontologico sono per il Filosofo nettamente correlati e strettamente connessi.

I DISCORSI APOFANTICI. La logica si occupa dei discorsi apofantici, os-sia solo dei discorsi che affermano o negano qualcosa, in quanto sono gli unici ad essere veri o falsi. Altri modelli di discorsi, come per esempio comandi (“studia!”), le preghiere (“ah se studiassi!”), e desideri (“vorrei studiare”) ecc. di per sé non sono né veri né falsi e come tali non so-no oggetto di studio della logica bensì, come vedremo più avanti, della retorica o della poetica. Il dominio del sapere scientifico, invece, è quel-lo della verità in quanto opposta alla falsità.

ANALISI DELLE PROPOSIZIONI APOFANTICHE. Nelle proposizioni apofantiche – le uniche ad entrare nel discorso scientifico – ciò di cui si afferma o si nega qualcosa è il soggetto, mentre ciò che si afferma o si nega di esso è il predicato. Soggetto e predicato sono dunque i termini delle proposizioni apofantiche.

Dobbiamo poi suddividere le proposizioni apofantiche in base a due variabili: secondo la quantità [e in questo caso possiamo avere proposizioni universali o particolari: esempio tutti gli uomini sono mortali (universale) o qualche uomo filosofo (particolare)], secondo la qualità (e in questo caso possiamo avere proposizioni affermative o negative).

(Gli esempi che seguono sono stati tratti da E. Ruffaldi, P. Carelli, U. Nicola, Il pensiero plurale, vol. I, Loescher, pag. 306)

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Abbiamo così quattro possibili tipologie:

  1. universale affermativa: es. “tutti i corvi sono neri”. (A)
  1. universale negativo: es. “nessun coro è nero”. (E)
  1. particolare affermativa: “alcuni corvi sono neri”. (I)
  1. particolare negativa: “alcuni corvi non sono neri”. (O)

Se coordiniamo i quattro giudizi tra loro otteniamo così il famoso “quadrato aristotelico”:

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quadrato logico

RIEPILOGANDO: COME POSSONO ESSERE I GIUDIZI:

A = universale affermativo

E = universale negativo

I = particolare affermativo

O = particolare negativo

Nota. Che cosa sono queste strane lettere? Il segreto è presto svelato: i filosofi medie-vali escogitarono un sistema per memorizzare queste distinzioni costruendo quello che passerà alla storia come “quadrato aristotelico”, aiutandosi con l’identificazione di ogni giudizio tramite una vocale: gli universali affermativi con “A” e i particolari affermativi con “I” (sono le prime due vocali del verbo la-tino “adfirmo”), gli universali negativi con la “E” e i particolari negativi con la “O” (sono le vocali del verbo latino “nego”).

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RELAZIONI LOGICHE TRA LE PROPOSIZIONI. Universali affermative e Universali negative sono tra loro contrarie, in quanto si escludono a vicenda (se una è vera dev’essere falsa l’altra e viceversa). Particolari affer-mative e particolari negative sono tra loro subcontrarie: possono essere entrambe vere ma non possono essere entrambe false. Universale affermativa e Particolare affermativa, così come Universale negativa e

Particolare negativa sono tra loro subalterne: la verità della particolare dipende dalla verità di quella universale, ma non viceversa (se è vero che “tutti i corvi sono neri” è vero anche che “alcuni corvi sono neri”, ma il fatto che “alcuni corvi sono neri” non implica necessariamente che “tutti i corvi sono neri”). Universale affermativa e Particolare negativa, così come Universale negativa e Particolare affermativa sono tra loro contraddittorie: si escludono cioè a vicenda ma non possono essere entrambe false.

Riepiloghiamo nuovamente il tutto in questo schema:

A – E = contrarie

A – I; E – O = subalterne

I-O = subcontrarie

I-E; A-O = contraddittorie

IL SILLOGISMO. Abbiamo detto che la logica aristotelica può essere definita “formale” in quanto si occupa della forma delle argomentazioni e non del loro contenuto specifico. Coerentemente a questa impostazione, Aristotele elabora il “sillogismo”, che elenca e sistema le forme del ragionamento. Il termine sylloghismòs significa, letteralmente, discorso congiunto, ovvero ragionamento concatenato e mostra la forma del ragionamento deduttivo in base al quale, date determinate premesse, è possibile ricavare una conclusione necessaria.

L’ANALITICA: IL SILLOGISMO E LA DOTTRINA DELLA DIMOSTRAZIONE. Siamo nel terzo scritto dell’Organon (costituito dagli Analitici Primi). Qui lo Stagirita qualifica come analitico ogni tipo di ragionamento che sia capace di trarre dimostrativamente determinate conclusioni partendo da determinate premesse, ed indica con “analitica” la “dottrina della dimostrazione”. Ecco allora che lo strumento di pensiero proprio del ragionamento analitico viene individuato da Aristotele proprio nel sillogismo, la cui trattazione costituisce l’argomento fondamentale degli Analitici Primi. Il sillogismo è una connessione tra tre proposizioni costruita in maniera tale che, data la verità di due proposizioni iniziali (premesse), ne derivi con assoluta necessità la verità di una terza proposizione (conclusione). Ne deriva che non c’è un legame necessario tra verità di un sillogismo e sua correttezza formale: in altre parole un sillogismo può essere formalmente corretto ma falso se guardiamo alla realtà.

Per ragioni di sintesi e complessità del discorso noi ci soffermeremo solo sul più celebre delle figure sillogistiche individuate da Aristotele, detto “sillogismo di prima figura”. Cominciamo con un esempio:

  • 1) “tutti gli animali sono mortali” (premessa maggiore)
  • 2) “tutti gli uomini sono animali” (premessa minore)

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  • 3) “tutti gli uomini sono mortali” (conclusione necessaria)

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La forma, cioè la struttura di questo sillogismo è la seguente:

“tutti i X sono Y tutti i Z sono X”

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3) “tutti Z sono Y”

Si deve notare che nella premessa maggiore compare un termine che è presente nella premessa minore (nell’esempio citato “mortali”): tale termine, detto anche “termine medio” è di fondamentale importanza, in quanto consente di collegare fra loro nella conclusione i termini che nelle premesse sono separati. Da qui si capisce che la proprietà del sillogismo consiste nel trasmettere correttamente la verità delle premesse alla conclusione. Come abbiamo accennato, infatti, se le premesse sono vere, anche la conclusione sarà necessariamente vera. Si deve anche precisare che non tutti gli altri modi sillogistici (che qui per ragioni di spazio e difficoltà non vedremo) sono validi, tali cioè che la conclusione deriva dalle premesse in modo necessario. Non essendo possibile condurre qui un’analisi particolareggiata di tutte le forme del sillogismo aristotelico, dovremo limitarci a ricordare che la validità formale di un sillogismo (a prescindere dalla sua tipologia specifica) garantisce soltanto ed esclusivamente la correttezza della sua conclusione, ma non la sua verità “reale”. Il sillogismo è valido se segue la procedura corretta, ma è vero solo se le sue premesse sono vere. Un sillogismo, per esempio, in cui si afferma che 1) ogni animale è immortale e 2) ogni uomo è animale e dunque 3) ogni uomo è immortale, è formalmente valido ma palesemente non-vero. D’altra parte Aristotele era per primo ben consapevole che la validità di un sillogismo non comporta necessariamente la sua verità nel mondo “reale”.

Così, come abbiamo detto, il sillogismo conduce ad un’analisi strutturale della forma dell’argomentazione a prescindere dal suo contenuto di verità e di falsità: ecco perché nello studio formale del sillogismo è preferibile utilizzare simboli letterari al posto dei termini. Come si è visto: X, Y, etc.

L’IMPORTANZA DELLE PREMESSE. DEDUZIONE E INDUZIONE. Da quanto si è detto emerge che il problema principale consiste nel formulare premesse vere: avremo in questo modo un sillogismo non soltanto formalmente corretto, ma anche concretamente vero. Ma in che modo si arriva a formulare una premessa vera? Abbiamo solo due possibilità: deduzione e induzione. Possiamo trovare premesse vere deducendole con un ulteriore sillogismo da altre conclusioni che conosciamo come vere (in quanto derivanti da sillogismi più semplici che partono da premesse vere) oppure tramite l’induzione di casi particolari. L’induzione è però un metodo più problematico. Il problema del metodo induttivo, utilizzato da Aristotele soprattutto nel campo delle scienze naturali, consiste nella sua mancanza di necessità: le sue conclusioni sono infatti dipendenti dal numero e dalla tipologia di esperienze condotte fino ad un dato momento (a meno che non si restringa il campo e non si tratti di “induzione completa”).

IL SILLOGISMO SCIENTIFICO E QUELLO DIALETTICO. Se la verità del sillogismo deriva dalla verità delle premesse è chiaro che solo il sillogismo le cui premesse sono accertate come vere può essere considerato come sillogismo scientifico. Il sillogismo per essere scientifico deve dunque avere delle premesse vere o – in alternativa – le premesse devono essere costituite da conclusioni di un altro sillogismo scientifico. Aristotele divide così il sillogismo scientifico dal sillogismo dialettico: è questo il sillogismo in cui le premesse sono opinioni e come tali soltanto probabili (“probabile” è ciò che appare accettabile a tutti o ai più o ai saggi e tra questi o a tutti o ai più o a quelli più noti e illustri”). In altre parole la diversità delle premesse determina la diversità dei sillogismi: il sillogismo scientifico prende le mosse da premesse e principi veri e non-confutabili e giunge quindi a conclusioni inconfutabili e vere; il sillogismo dialettico prende invece le mosse da premesse probabili e conclude quindi nel probabile.

I PRINCIPI FONDAMENTALE DELLA LOGICA. Aristotele ritiene che ogni discorso, per essere sensato, debba rispettare alcuni criteri fondamentali: si tratta dei tre principi fondamentali della logica che la tradizione ha codificato come principio di identità, di non-contraddizione e del terzo-escluso. Essi sono alla base di qualsiasi forma di comunicazione dotata di senso ed in particolare della dimostrazione scientifica.

Il principio di identità (anche se mai chiamato così né esplicitamente enunciato da Aristotele) è alla base dell’intera logica aristotelica e può essere formulato in questo modo: ogni ente è identico a se stesso.

Il principio di non-contraddizione nega che di uno stesso ente si possa affermare e contemporaneamente negare una determinata cosa, nello stesso tempo e sotto il medesimo rispetto: non è possibile che un uno stesso attributo appartenga e non appartenga nello stesso tempo nello stesso contesto a una medesima cosa. Non possiamo affermare che, nello stesso tempo e dallo stesso punto di vista, Socrate è vivo e non-vivo.

Il principio del terzo escluso, detto anche “tertium non datur” (non si dà una terza possibilità) indica che oltre all’affermazione e alla negazione non si dà una terza possibilità (o “è” o “non è”: non può “essere” e “non-essere” nello stesso tempo): o Socrate è vivo o non è vivo.

 

 

 

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Alessandro Benigni

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