INTRODUZIONE ALLA FENOMENOLOGIA DI EDMUND HUSSERL. (cap. 5). L’idea di fenomenologia

L’IDEA DI FENOMENOLOGIA

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Capitoli precedenti

1. Introduzione alla Fenomenologia di Edmund Husserl

2. La novità della Fenomenologia

3. Filosofia dell’aritmetica

4. Ricerche Logiche

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Dal 1901, anno di pubblicazione delle Ricerche logiche, possiamo fissare l’inizio di un primo periodo di svolta in cui Husserl si affatica per uscire dall’ambito di ricerca fin qui tracciato e convergere con più chiarezza e decisione a quello che sarà successivamente definito come il “metodo fenomenologico”. Dal 1901 al 1911 – anno di pubblicazione dell’articolo La filosofia come scienza rigorosa, che può essere considerato come il “manifesto” della Fenomenologia, il filosofo tedesco si dedica senza pausa alle lezioni universitarie e alla stesura delle bozze per i manoscritti. In questo momento di ricerca sono molto importanti le lezioni del 1907, successivamente raccolte in un volume e pubblicate sotto il titolo di L’idea di Fenomenologia (siamo però nel 1950): è in queste lezioni, infatti, che viene per la prima volta presentato il principio fondamentale della Fenomenologia, la “riduzione fenomenologica”. In effetti Husserl introduce pubblicamente il concetto di riduzione nelle sue lezioni del 1906 (Introduzione alla Logica ed Epistemologia), e solo l’anno dopo, nel 1907, nelle sue cinque lezioni introduttive sull’idea della fenomenologia.

Nei due primi corsi universitari il filosofo tedesco pone la domanda di come sia possibile una conoscenza autentica e avanza così una ulteriore riflessione sulla distinzione tra conoscenza scientifica e conoscenza filosofica; la prima è ingenua ed acritica perché mancando di fondamenti adeguati (sotto il profilo della chiarezza e dell’evidenza) assume come vero ed esistente a priori tutta la realtà esterna, non ponendosi mai il problema della “possibilità della conoscenza in assoluto” ovvero del fondamento della conoscenza stessa. A questo obiettivo fondamentale e fondante dell’epistéme si deve orientare invece la filosofia, ponendosi in prospettiva fenomenologica: ovvero depurandosi da assunzioni e pregiudizi superflui e fuorvianti. Riprendendo Cartesio, Husserl propone di “mettere tra parentesi” (epochè) tutto ciò che si conosce (o che si crede di conoscere), arrivando così alla conclusione di non poter mettere tra parentesi se stessi intesi come coscienza intenzionante.

Una volta mondata la coscienza dalle pre-comprensioni teoriche e scientifiche, ciò che rimane di veramente certo e incontrovertibile circa la realtà è il fenomeno, ovvero l’innegabile manifestazione del mondo entro la coscienza dell’uomo che si interroga (la natura profonda del fenomeno è infatti interna).

Tale sedimento originario e non eliminabile delle manifestazioni delle cose entro la coscienza è chiamato da Husserl “residuo fenomenologico“, ovvero ciò che non si può negare e che resta a fondamento certo della scienza fenomenologica (analogamente all’innegabilità del cogito cartesiano).

Ciò che rimane del mondo nella coscienza dopo che si è tolta ogni riflessione teorica e scientifica che ecceda la visione immediata delle cose è per Husserl l’Erlebnis puro, il puro fluire dei fenomeni per come si mostrano nella loro essenziale nudità.

Occorre nuovamente ricordare qui che sulla scia di Brentano il filosofo tedesco afferma che la coscienza è sempre “coscienza-di“, la sua natura è sempre intenzionale. Come abbiamo già visto, Husserl osserva che “io non vedo delle sensazioni di colore, ma degli oggetti colorati, la coscienza si riferisce intenzionalmente agli oggetti che rappresenta, la coscienza è sempre coscienza di qualche cosa, è sempre un tendere a qualcosa come oggetto. Nell’atto del percepire si tende a un percepito, nell’atto del ricordare si tende sempre a un ricordato”.

Ogni senso, ogni essere immaginabile, che si dica immanente o trascendente, cade quindi entro la cerchia della soggettività [la coscienza] trascendentale. Il contenuto della coscienza come puro vissuto (Erlebnis), come flusso immediato dei fenomeni, trascende le singole individualità, è un orizzonte al di sopra del tempo e al di sopra dello spazio (anzi, li contiene entro di sé). Le coscienze entrano in questo flusso trascendentale, il quale si mantiene identico a sé al di sopra dell’entrare e dell’uscire delle singole coscienze individuali da questo cerchia, da questo orizzonte che mai si esaurisce.

La coscienza husserliana non è fine a se stessa ma è sempre diretta, tramite un atto di “puro guardare”, a pensieri o percezioni definiti “cogitationes“. Le cogitationes sono puri fenomeni di conoscenza assolutamente slegati dall’esistenza. Husserl insiste sulla distinzione tra “esistenza” ed “essenza”: la prima consiste nel fatto che l’oggetto di una cogitatio esista realmente al di fuori della coscienza del soggetto pensante, mentre la seconda è il senso oggettivo e immanente nella coscienza che viene intenzionalmente attribuito alla cogitatio (ad esempio l’idea di rosso). La Fenomenologia si configura quindi come uno studio degli eventi intrapsichici (non psicologicamente intesi: ricordiamo che lo psicologismo è già stato escluso dal filosofo tedesco come conoscenza pregressa e pregiudicante) presi come assoluti in quanto trascendenti la realtà esterna, cosa che ha posto ai critici l’interrogativo circa un possibile “platonismo husserliano“.

Ripulita dalla presunzione dell’esistenza di una realtà esterna, la coscienza può quindi accostarsi alla pura contemplazione dei suoi fenomeni interni, e in questo consiste in ultima analisi la Fenomenologia.

La riduzione fenomenologica (o riduzione eidetica, dal greco eidos, cioè idea) serve proprio a questo, ed il suo ruolo epistemologico viene indicato chiaramente anche dal fatto che all’inizio Husserl parlava proprio di una “riduzione epistemologica” (Erkenntnistheoretische Reduktion).

In altre parole il metodo indicato da Husserl per arrivare alla prospettiva psichica necessaria per percepire il fenomeno nella sua immediatezza e autenticità è la riduzione eidetica. In Husserl riduzione eidetica significa ridurre l’idea di un fenomeno alla sua essenza fenomenica prima e originale, priva di accessori. “Riduzione eidetica” significa quindi togliere dal fenomeno preso in considerazione tutti gli elementi accessori per ridurlo alla sua ultima essenza percettiva. Non è ovviamente lo stesso procedimento analizzato da Aristotele e relativo all’essenza delle cose (essenza come sostanza ontologica): la riduzione eidetica all’essenziale di Husserl fa riferimento invece all’essenza della percezione del fenomeno. Lo sfondo rimane quello del vissuto. Per arrivare all’oggetto eidetico Husserl propone il metodo della variazione: presi tutti gli aspetti relativi alla percezione di un certo fenomeno, questi aspetti si sottopongono a variazione. Ciò che variando cambierà il significato del fenomeno verrà scartato, ciò che non muta il significato del fenomeno costituirà invece l’essenza percettiva del fenomeno stesso. Ciò che rimane di una riduzione eidetica è quindi il suo residuo fenomenologico: la fenomenologia si configura così come una scienza delle essenze, ma essenze nel significato di contenuti universali della percezione. Vediamo ora qui di seguito una sintesi delle lezioni che compongono il corso sull’Idea della fenomenologia.

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Le lezioni del corso

Le cinque lezioni sull’Idea della fenomenologia (Die Idee der Phänomenologie. Fünf Vorlesungen, 1907; tr. it. a cura di C. Sini, Laterza, Roma-Bari 1992) vennero tenute da Husserl all’università di Gottinga dal 26 aprile al 2 maggio del 1907.

Il manoscritto delle lezioni, stenografato secondo l’uso di Husserl, comprende un riassunto, indicato come “Linea argomentativa”, che Husserl stendeva la sera dopo l’ultima lezione, anche per fissare alcuni sviluppi estemporanei che a lezione aveva svolto al di fuori del testo predisposto.

Nella prima metà degli anni Venti, Landgrebe, allora assistente di Husserl, trascrisse il testo stenografato, al quale Husserl aggiunse, in tempi diversi, varie note e osservazioni.

Particolarmente importanti sono tre Inserti, collegati direttamente al testo delle lezioni. Tutto questo materiale venne raccolto, con gli altri manoscritti, nell’«Archivio Husserl» di Lovanio. Esse sono successive alle Ricerche logiche, con le quali intrattengono, a tratti, un rapporto polemico, come se Husserl volesse in certo senso prendere le distanze da quell’opera.

L’Idea della fenomenologia è un testo particolarmente significativo perché traccia con una precisione sorprendente e con una chiarezza, potremmo dire, “cartesiana” le coordinate della nuova “scienza delle pure essenze” scoperta da Husserl.

Il 1907 è per Husserl un anno di particolare crisi e travaglio. Al di là di alcune delusioni accademiche contingenti (l’attesa e poi la mancata nomina a professore ordinario), Husserl viene maturando una profonda insoddisfazione nei confronti delle Ricerche logiche, l’opera che pure gli stava dando fama e considerazione, e di qui l’esigenza di una nuova formulazione di tutto il suo problema filosofico.

In una lezione del settembre 1907 Husserl indica lucidamente le ragioni del suo distacco dalle Ricerche logiche. In esse è all’opera una «psicologia descrittiva», una «fenomenologia empirica», la quale può bensì dar conto delle «oggettività materiali e formali» della coscienza, ma non chiarisce la costituzione prima e il fondo ultimo di senso dei fenomeni indagati. In parole più semplici si potrebbe dire che il problema sta in ciò: nelle Ricerche logiche la descrizione concerne gli atti vissuti, le intenzionalità empiriche della coscienza, assunta come un dato di fatto, come una «cosa» osservabile. Ma, che cos’è questo fatto della coscienza, questo io empirico? Se lo assumiamo così, ingenuamente e aproblematicamente, come un fatto o come una cosa del mondo, come possiamo nel contempo assumerlo come luogo o polo di relazione in cui il mondo si costituisce, appare, si rende fenomeno nei suoi significati, cioè nel suo «essere»? Se la coscienza è un fenomeno del mondo (come l’«uomo», la «psiche» ecc.), non può essere nel contempo il fenomeno in cui il mondo si manifesta. E d’altra parte: che cosa si deve pensare dell’io fenomenologico che opera la descrizione, che guarda i suoi vissuti, ne esplicita le intuizioni d’essenza ecc.? Dove sta questo io? Non può stare nell’io empirico né nel mondo, visto che li guarda e li descrive nelle loro relazioni; ma allora dove sta? Più in generale: qual è il suo statuto di realtà? qual è il suo fondamento di legittimità?

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La svolta trascendentale

Questi problemi (e altri connessi) inducono Husserl a una grande svolta, che egli definì trascendentale, in certo modo accogliendo le osservazioni di Paul Natorp. Si trattò per lui di passare da una fenomenologia empirica a una fenomenologia trascendentale, facendo del fenomeno della coscienza qualcosa di assolutamente originario e neutrale (né psicologico, né naturale). Il che gli diede l’idea di una ripresa del grande programma di Cartesio, connesso alla necessità di sottoporre l’intero mondo esistente a un’universale «sospensione del giudizio» (epochè), per ritrovare al fondo di questo «dubbio metodico» un terreno solido e il filo di Arianna che consenta di uscire dal labirinto dei paradossi della conoscenza e ritrovare infine la luce del senso autentico dell’esistenza e della realtà.

Le cinque lezioni su L’idea della fenomenologia sono il testo, certamente tormentato e complesso, di questa svolta straordinaria che è insieme un evento decisivo per gli esiti del pensiero contemporaneo. Vediamone in breve una sintesi degli argomenti principali [1].

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Le lezioni del L’idea della fenomenologia

La Lezione I esordisce ponendo una distinzione essenziale tra conoscenza scientifica e conoscenza filosofica. La prima si muove sul terreno dell’atteggiamento naturale che accoglie il mondo e i suoi enti, le sue «cose», come ovviamente esistenti e «reali». La prima è dunque una forma di conoscenza ingenua, acritica: la complessità del problema della conoscenza non viene neppure sfiorata dalla visione scientifica. Su questo problema, che assume i tratti del mistero, si concentra invece la conoscenza filosofica, la quale pone in discussione la “correlazione” implicata in ogni conoscenza: cioè il rapporto tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto. Che cosa garantisce al soggetto di conoscere qualcosa di effettivamente esterno a se stesso? Già Cartesio s’era accorto di questo problema, nel quale si annidano gli eterni problemi della filosofia e i pericoli della caduta nello scetticismo. Questo problema viene risolto dalla fenomenologia, che è un atteggiamento, un “metodo nuovo” tramite il quale la filosofia si pone nelle condizioni di poter conquistare finalmente “una dimensione nuova rispetto a ogni conoscenza di tipo naturale” e autonoma, un nuovo inizio e una nuova legittimità.

Con la Lezione II, Husserl tratteggia il metodo fenomenologico, instaurando un proficuo dialogo con Cartesio. Il primo gesto che il fenomenologo deve compiere è quella “sospensione di giudizio” (epoché), in forza della quale viene messa tra parentesi l’esistenza stessa del mondo: esistenza che, come abbiamo visto, veniva ingenuamente data per scontata dal sapere scientifico. L’atteggiamento fenomenologico non deve “lasciar valere alcuna datità”: non deve cioè accettare alcunché come scontato. Ma nel porre ogni cosa tra parentesi, lasciandola avvolgere dal dubbio, ci si imbatte nel problema su cui si affaticò lo stesso Cartesio: se si dubita di ogni cosa, “allora si deve poter esibire un essere che noi dobbiamo riconoscere come assolutamente dato e indubitabile” in quanto assolutamente chiaro.

Come aveva detto Cartesio, questo essere di cui non si può dubitare è il soggetto dubitante stesso: posso dubitar di tutto ma non del fatto che io sto dubitando; in termini husserliani, “è indubbiamente certo che io dubito”. Ma è anche certo che le mie cogitationes (ossia le cose che percepisco, rappresento, giudico, inferisco) non sono avvolte dal dubbio: “è assolutamente chiaro e certo che io percepisco questo o quest’altro”.

In altri termini, non posso dubitare né di me come soggetto dubitante né delle percezioni che ricevo: non posso cioè dubitare del rosso della stoffa che vedo, ad esempio. Ciò non significa che la stoffa percepita esista effettivamente e sia fuori di me: questo, infatti, resta in dubbio. Significa piuttosto che “le figure di pensiero che io attuo realmente mi sono date, purché io rifletta su di esse, le rilevi e le ponga in un puro guardare”. In questa maniera, l’atteggiamento fenomenologico si configura come un “puro guardare” incentrato sulla “piena chiarezza offerta allo sguardo”: si tratta di una “chiarezza di tipo essenziale”, che ha cioè a che fare con le “pure essenze” e non con le esistenze.

E la “trascendenza” che accompagna ogni conoscenza (vale a dire il fatto che le cogitationes rimandino a qualcosa di esistente in sé e fuori di me) resta nel dubbio, posta “tra parentesi” al fine di poter indagare su quell’enigma essenziale della conoscenza che è la sua pretesa di trascendenza. La fenomenologia è allora una “critica della conoscenza” che si propone di “illuminarci sull’essenza della conoscenza”.

Con la Lezione III, Husserl mette in chiaro come l’assunzione delle cogitationes come terreno di indagine fenomenologica non significhi assumerle come meri fatti psicologici. In ciò egli si oppone decisamente allo Psicologismo. L’epoché ha messo tra parentesi pure le validità psicologiche e le ovvietà antropologiche (ad esempio, l’uomo inteso come ente del mondo). Lo “sguardo puro” della fenomenologia ha ora dianzi a sé, nelle cogitationes come dati assoluti, degli assoluti fenomeni di conoscenza slegati dall’esistenza. Tali cogitationes si riferiscono “intenzionalmente” (nella misura in cui la coscienza si dà sempre come “coscienza di”, cioè diretta verso qualcosa) a qualcosa che è reale e oggettivo, sì, ma in senso “trascendente”, vale a dire come modo di darsi del fenomeno. Si perviene così alla fenomenologia come “scienza dei puri fenomeni”, sganciati dalla loro esistenza (la quale resta tra parentesi). Grazie alla “riduzione fenomenologica”, il mondo intero è ridotto a pure essenze della cui esistenza non ci si cura: la fenomenologia è per l’appunto scienza dei puri fenomeni quali ci si donano incessantemente alla coscienza. In questo modo, si mette “saldamente piede sulla nuova terra” della fenomenologia: occorre però evitare di finire in balia delle “bufere dello scetticismo”. Ma se, sospesa l’esistenza, si ha a che fare con puri fenomeni, non si torna forse al pànta rei di cui diceva Eraclito? Non si ha, in altri termini, un sempre cangiante flusso di contenuti in divenire e accidentali? Come si potrà far scienza del mutevole e dell’accidentale? Husserl ribatte che occorre guardare le cose in maniera “chiara e distinta”, secondo l’insegnamento di Cartesio: da quest’ultimo, Husserl recupera la nozione di “clara et distincta perceptio”, la quale garantisce la certezza e la validità delle cogitationes: possiamo usare tranquillamente ogni cogitatio di cui abbiamo una percezione chiara e distinta. Quando col “puro sguardo” ho intuizione del rosso del tetto della casa, con ciò stesso intuisco anche il senso universale del rosso, della cosa rossa, del tetto, della casa. Detto altrimenti, anche “universalità, cioè oggetti universali e stati di cose universali, possono pervenire ad assoluta datiti diretta”. In questa maniera, la fenomenologia può essere scienza a tutti gli effetti.

La Lezione IV si concentra sul fenomeno dell’intenzionalità della coscienza, il suo immancabile tendere a qualche cosa. La riduzione del mondo a pure essenze non ci costringe nell’ambito di mere singolarità accidentali, ma anzi ci permette di cogliere l’universalità, come s’è chiarito nella terza lezione. Addirittura, il senso universale dei fenomeni osservati si manifesta da sé nei fenomeni stessi, senza che noi dobbiamo aggiungervi alcunché dall’esterno. È infatti il fenomeno ad avere immanentemente in sé l’oggettività “numero” piuttosto che “colore”, “percezione” piuttosto che “ricordo”. Queste datità universali sono un qualcosa “di ultimo e di assoluto” che non dev’essere revocato in dubbio. Invece, occorre distinguere tra ciò che è chiaramente dato a una pura ragione intuitiva da ciò che spesso l’intelletto astratto contrabbanda come se fosse direttamente osservato, mentre invece è frutto di ovvietà e di pregiudizi inconsapevoli. A questo proposito, dice Husserl: “intelletto meno che si può e intuizione più pura che si può (intuitio sine comprehensione)”, nella convinzione che si debba “lasciare la parola all’occhio che guarda”.

Con la Lezione V si porta l’attenzione sul tempo: le universalità osservate tramite l’intuizione nel fenomeno si intrecciano con la singolarità del vissuto. Il “rosso in specie” si dà in questa percezione di rosso e in nessun altro modo altrove. Ma la percezione è un vissuto che dura nel tempo e che incessantemente intreccia il presente con l’appena passato. Inoltre, su di essa influisce il ricordo dei passati più lontani. Occorre chiarire il rapporto tra l’individualità (del vissuto) e l’universalità (del suo senso, della “specie”). La specie “rosso” può altrettanto bene essere “ideata”, ossia resa oggetto di descrizione fenomenologica, sia che la si percepisca sia che la si immagini. Husserl dice che si descrive la “essenza individuale” (la “specie rosso” data qui ed ora) e non tanto l’esistenza individuale (questo percepito e questo immaginato). Si deve allora porre una “contrapposizione tra esistenza ed essenza”, in quanto modi diversi di datità. Ciò solleva immediatamente uno sciame di problemi: come dice Husserl, “si rivela che il puro essere della cogitatio non si presenta affatto, a una più precisa considerazione, come una cosa tanto semplice”. Le cogitationes non sono tutte ugualmente oggettive e, per di più, la coscienza – lungi dall’essere un inerte contenitore di fenomeni – concorre a costituire i fenomeni, ad esempio coi suoi atti temporali. E vi concorre pure con “atti categoriali”, giacché essa non vedrebbe ciò che guarda se non vi aggiungesse all’istante i suoi giudizi, le sue categorie (questo è rosso, questo rosso è un tetto, ecc). Gli atti di pensiero coi quali la coscienza ha a che fare sono non di rado “immaginari” (ad esempio, “San Giorgio a cavallo”) e simbolici (ad esempio, il quadrato rotondo). Come sono possibili – si domanda Husserl – “questi puri miracoli?”.

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Alessandro Benigni

(segue qui: Introduzione ad Husserl e alla Fenomenologia: Volume I – Da “Filosofia dell’aritmetica” a “La filosofia come scienza rigorosa)

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Note

[1] Sintesi a cura di D. Fusaro, con modifiche e adattamenti.

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