INTRODUZIONE ALLA FENOMENOLOGIA DI EDMUND HUSSERL. (cap. 4). Ricerche Logiche

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Capitoli precedenti

1. Introduzione alla Fenomenologia di Edmund Husserl

2. La novità della Fenomenologia

3. Filosofia dell’aritmetica

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4. RICERCHE LOGICHE

Come si è visto, Frege accusava il giovane Husserl di psicologismo e a Filosofia dell’aritmetica veniva rimproverato di scambiare la determinazione oggettiva dei concetti fondamentali dell’aritmetica con la loro produzione da parte dei nostri processi mentali:

“Veniva così messo in questione – scrive Husserl nelle Ricerche Logiche – tutto il mio metodo, basato sulle convinzioni della logica dominante, secondo cui ogni scienza data avrebbe dovuto essere portata a chiarezza logica mediante analisi psicologiche; e mi vidi spinto in misura crescente verso riflessioni critiche di ordine generale sull’essenza della logica ed in particolare sul rapporto tra soggettività del conoscere e oggettività del contenuto della conoscenza” (E. Husserl, Ricerche logiche, Prefazione alla prima edizione).

E’ d’obbligo qui sottolineare che, anche se è questione controversa stabilire in quale misura Husserl abbia effettivamente aderito o avesse intenzione di aderire allo Psicologismo, è comunque un dato di fatto che a partire dalla seconda opera, Ricerche Logiche, le posizioni iniziali vennero radicalmente riviste.

In effetti Husserl aveva già riconosciuto in Filosofia dell’aritmetica che

“si deve distinguere tra il fenomeno in quanto tale e ciò che per noi significa e per cui lo utilizziamo e, in conformità a ciò, anche la descrizione psicologica di un fenomeno e l’indicazione del suo significato. Il fenomeno è il fondamento del significato, ma non è il significato stesso” (E. Husserl, Filosofia dell’aritmetica).

In altre parole, come si vede risulta difficile attribuire allo Husserl di Filosofia dell’Aritmetica una posizione radicalmente psicologista.

Ad ogni buon conto Husserl viene spinto dalle critiche di Frege a rivedere la sua teoria della rappresentazione ed è su questa strada che viene a maturare i concetti fondamentali della Fenomenologia.

Così, che nei dieci anni di ricerche che seguiranno alla pubblicazione di Filosofia dell’aritmetica, Husserl raccoglie il materiale per la pubblicazione di Ricerche Logiche, un’opera in due volumi: i Prolegomeni a una logica pura e le sei Ricerche sulla Fenomenologia e sulla teoria della conoscenza. In quest’opera Husserl si propone di indagare il fondamento di validità delle leggi logiche, dimostrando il fallimento sia delle teorie empiriste (Mill, Spencer) sia, in particolare, dello Psicologismo.

Il punto di partenza di Husserl è dato da una riflessione sui diversi modi di definire la logica, ma non semplicemente come una problematica intorno all’ambito della logica pura, bensì in quanto la logica, come aveva già stabilito Aristotele, riguarda la stessa idea di scienza in generale.

Già Aristotele infatti, nel libro quarto della Metafisica, aveva qualificato il principio di non-contraddizione come “il principio più sicuro di tutti“. (Aristotele, Metafisica, I, 1005b-17-18, p. 143) e il più sicuro di tutti i principi. Questo principio è una legge che vale in sé e non dipende dal nostro modo di pensare ma, al contrario, costituisce il confine tra ciò che è possibile e ciò che non lo è.

Procedendo sulla scia di Bolzano, nel Primo volume delle Ricerche Logiche, Husserl parte dal principio che si danno delle verità in sé e che noi uomini abbiamo la capacità di coglierne almeno qualcuna. Le verità sussistono indipendentemente dal fatto che vengono scoperte o meno.

“Ciò che è vero – scrive Husserl – è assolutamente vero, è vero in sé; la verità è una e identica, sia che la colgano nel giudizio uomini o mostri, angeli o dei” (E. Husserl, Ricerche Logiche, I).

Dall’analisi di Husserl, in altre parole, emerge che la verità è del tutto indipendente dalla psicologia, e questo lo si vede chiaramente se prendiamo in esame il valore delle proposizioni indipendentemente dal fatto che esse siano vere o false oppure che siano formulate verbalmente o pensate da qualcuno.

Husserl sta dunque lavorando per delineare i confini di una logica pura che consenta di assolvere al compito di fondare le altre scienze settoriali. Ciò di cui sentiva l’esigenza è la messa a punto di una “dottrina della scienza“. In questo senso possiamo dire che l’impostazione di Husserl rimane fin qui sulla linea tracciata da Aristotele. Anche per lo Stagirita, infatti, la logica (organon, strumento) è strumento propedeutico e fondativo per tutte le altre scienze.

Si è detto che Husserl intende la logica come la dottrina (l’unica dottrina) in grado di dare fondamenti certi alle scienze e dunque in grado di determinare le condizioni di possibilità della scienza in genere: in questo senso dobbiamo interpretare la polemica di Husserl nei confronti dello Psicologismo e dei suoi esponenti, primi tra tutti Mill e Wundt.

Lo Psicologismo è autocontraddittorio perché pretende di dire qualcosa di oggettivamente valido basandosi su una teoria sostanzialmente relativista della verità, secondo la quale la mente umana è in grado di cogliere e produrre dei concetti solo in quanto, nella sua storia evolutiva, è venuta configurandosi in un certo modo.

Detto in altri termini, secondo lo Psicologismo noi non siamo mai in grado di cogliere delle verità assolute, ma solo relative al nostro modo di pensare. Ma, obietta Husserl, affermare in modo perentorio (con pretesa di verità) che non esista alcuna verità assoluta è un’evidente contraddizione.

Le leggi logiche implicano verità che sono del tutto indipendenti dalla mente umana che le pensa.

Husserl sottolinea infatti che la loro validità non dipenda dalla nostra possibilità di comprenderle ma al contrario noi possiamo comprenderle proprio in quanto sono valide. Le leggi della logica godono – detto in altri termini – di una validità assoluta, e non relativa. Il principio di non-contraddizione, per esempio, dice – nella formulazione che Aristotele ne aveva dato – che è impossibile che qualcosa al contempo sia e non sia, che contemporaneamente e sotto il medesimo rispetto qualcosa possa essere vero e falso. Per lo Psicologismo la validità di questo principio è limitata e relativa alla natura dell’intelletto umano e della sua incapacità di combinare in compresenza gli opposti di essere e non-essere. Tale incapacità sarebbe poi da addebitare alla nostra conformazione celebrale, alla storia evolutiva del nostro cervello: “la non unificabilità obiettivamente sancita da una legge (si fonda) su un’incapacità soggettiva a realizzare l’unificazione”, scrive Husserl in Ricerche Logiche. Ma se le cose stessero davvero così allora il principio di non-contraddizione sarebbe solo una legge del pensiero, la cui verità dipenderebbe dalle caratteristiche evolutive dell’intelletto umano, dalle modalità con cui esso si è sviluppato nel caso della storia naturale: ogni pretesa di validità assoluta si dimostrerebbe impossibile e lo scetticismo sarebbe pienamente riconosciuto valido.

Nella prima parte delle Ricerche Logiche, come abbiamo visto, Husserl da una parte si è impegnato nella confutazione dello Psicologismo e delle sue ricadute relativiste, mentre dall’altra ha mostrato che la logica offre principi atemporali, assolutamente validi e del tutto indipendenti da chi li pensa.

Nella seconda parte Husserl affronta invece il tema del rapporto tra questo mondo ideale della logica e la conoscenza umana, ovvero del modo con cui i principi della logica possiamo diventare oggetto di conoscenza.

Nella Prima parte delle Ricerche Logiche, detto in altri termini, Husserl aveva mostrato l’insostenibilità delle tesi che vorrebbe ridurre la logica a una branca della psicologia: la critica di Husserl portava così a una confutazione generale dello Psicologismo a partire dall’analisi delle conseguenze che l’assunzione di un’ottica psicologista comporta.

Lo Psicologismo negando nei fatti l’idea di una logica assoluta, i cui principi rimangono veri al di là e indipendentemente dalla mente umana che li intercetta, di fatto conduce inevitabilmente a posizioni relativiste: in questo modo non si dà una verità assoluta, in quanto ogni verità dipenderebbe dalla mente che la produce (dalla sua struttura piuttosto che dalla sua conformazione psico-fisica, etc.).

Tale posizione è evidentemente auto-contraddittoria.

È dunque chiaro che lo Psicologismo fraintende il genuino concetto di logica e non si avvede che i concetti e le leggi della logica sono essenze ideali, hanno cioè una natura ideale.

Ma qual è allora il corretto concetto di logica? E come arrivare ad una sua definizione incontrovertibile? Per rispondere a questo interrogativo dovremo aspettare ancora un po’ in quanto nella prima parte delle Ricerche Logiche (vol. I) Husserl non era stato ancora in grado di esibire una risposta soddisfacente:

“Infine, anche in questa controversia la chiarificazione ultima dipende anzitutto dalla giusta conoscenza della distinzione gnoseologica più fondamentale, cioè quella tra reale ed ideale, ovvero di tutte quelle distinzioni nelle quali essa si dispiega. Si tratta delle distinzioni su cui abbiamo insistito più volte, tra scienze, leggi e verità reali ed ideali […]. E’ vero che in certo modo ognuno conosce queste distinzioni […]. Ma compiere un’importante distinzione gnoseologica non significa ancora cogliere giustamente la sua essenza gnoseologica. Infatti, bisogna comprendere chiaramente che cosa sia l’ideale in sé stesso nel suo rapporto con il reale, in che modo l’ideale si riferisca al reale e come possa essere insito in esso, pervenendo così alla conoscenza” (E. Husserl, Ricerche Logiche, vol. I, par. 51].

Ad ogni buon conto la pars-destruens del primo volume delle Ricerche Logiche – pur entro i limiti che abbiamo evidenziato – apriva definitivamente la strada all’idea di una logica pura. Il problema è chiaramente molto impegnativo in quanto la definizione del concetto di logica pura porta con sé un altro problema: se è l’uomo il soggetto che conosce e definisce questa logica pura, come si può evitare di ricadere nuovamente nello Psicologismo?

Il concetto di logica pura, ovvero l’idea di una logica intesa come “scienza indipendente da qualsiasi empirìa, e quindi anche della psicologia” (Cfr. E. Husserl, Ricerche logiche, vol. I, par. 57) è d’altra parte uno scoglio fondamentale, che Husserl non può evitare di affrontare, in quanto la chiarificazione di questo concetto significa rispondere al problema che Husserl si era posto all’inizio dei Prolegomeni, ovvero come determinare “le condizioni ideali di possibilità della scienza” intesa come conoscenza teoretica.

I sei saggi che compongono la seconda parte delle Ricerche Logiche hanno quindi come oggetto il difficile problema di come i principi fondamentali (il mondo della verità in sé) possano diventare dominio della conoscenza umana senza ricadere nello psicologismo (in quanto il soggetto di tale conoscenza è pur sempre l’uomo, un essere vivente intellettualmente culturalmente e storicamente limitato e condizionato.

Da questo punto di vista non sembra superfluo rilevare che questa seconda parte delle Ricerche Logiche dà il titolo di “Fenomenologia pura dei vissuti del pensiero e della conoscenza“. Questo approccio rende ancora una volta del tutto evidente l’influenza del maestro Franz Brentano. Ma questa volta con una differenza. Se per Brentano la scienza che si occupa dei “vissuti del pensiero e della conoscenza” è la psicologia descrittiva, da lui intesa come la scienza in grado di analizzare i fenomeni interni alla coscienza, ovvero a livello di percezione interna, per Husserl invece “la Fenomenologia non è psicologia descrittiva”, proprio nel senso che non è descrittiva degli stati psichici degli esseri umani che intenzionano i principi e le verità in sé, quanto piuttosto è descrittiva delle essenze, ovvero delle forme generali nelle quali il contenuto della verità in sé e dei principi si può rendere manifesto ad una coscienza.

Tali forme generali (essenze) – in quanto struttura della conoscenza umana – costituiscono l’oggetto della “visione dessenza” e il suo criterio di verità (la sua misura di verità) è dato dall’evidenza.

Come possiamo vedere, Husserl si sta quindi mantenendo fedele al suo programma originario, che prendeva avvio dalla dimostrazione della radicale contraddittorietà anzi della impossibilità di qualsiasi forma di logica empiristica o psicologica per passare invece – come aveva già annunciato nel Volume I delle Ricerche logiche – all’idea di una logica pura come scienza indipendente da qualsiasi dimensione empiristica e quindi anche della psicologia (Cfr. E. Husserl, Ricerche logiche, vol. I, par. 57).

Nell’addentrarsi nel territorio epistemologico che riguarda il livello essenziale della conoscenza, Husserl non poteva non imbattersi nel problema del linguaggio.

La logica pura che Husserl si propone di indagare, infatti, deve avere come compiti: 1) la fissazione delle categorie pure del significato; 2) la ricerca delle leggi e delle teorie che si fondano in questa categoria; 3) la teoria delle forme possibili di teorie (o dottrina della pura verità) (Cfr. E. Husserl, Ricerche logiche, vol II. paragrafi 67-69).

La prima delle Ricerche logiche del secondo volume si intitola “Espressione e significato“. Qui Husserl osserva che le verità in sé si compongono in significati in sé la cui natura è originariamente pre-verbale. Essi si collocano originariamente in una dimensione extra-temporale e quindi è originariamente del tutto secondario il fatto che essi vengano espressi o meno attraverso segni linguistici.

Siamo così nel cuore della seconda parte di Ricerche Logiche. Secondo Husserl i significati si collocano originariamente ad un livello pre-verbale: è con la verbalizzazione che li si rendono troppo spesso assai confusi, fino a diventare a volte contraddittori. Per usare l’espressione di Husserl “l’espressione è l’elemento accidentale e l’essenziale è il concetto” (Ricerche Logiche, vol. II, par. 1).

Come abbiamo già detto si pone in questo modo il problema del linguaggio, in quanto è chiaro che noi esseri umani non possiamo rinunciare all’espressione linguistica e d’altra parte la veicolazione dei significati di cui si compongono le verità in sé in espressioni linguistiche, è difficile, insicuro e instabile.

Si tratta di un problema complesso.

Secondo molte voci della linguistica, anche contemporanea, l’intreccio tra significato ed espressione linguistica correlata non è altro, per l’appunto, di un mero evento linguistico, dal quale scaturiscono significati sempre diversi nel tempo.

Rispetto a questa posizione Husserl matura però un punto di vista radicalmente diverso.

Nella seconda ricerca, dal titolo “L’unità ideale delle specie”, Husserl riflette appunto su questa difficile questione, mettendo a fuoco la nozione di “significato puro“. Il filosofo tedesco mette qui in evidenza le essenze e le connessioni tra essenze del mondo visibile, a livello “empirico” (coscienziale).

Ad esempio, date delle sfere rosse, da queste si può ricavare l’idea di rosso attraverso quella che Husserl chiama “visione d’essenza”, definita anche “astrazione ideante” (Cfr. E. Husserl, Ricerche logiche, vol. II).

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Wesenschauung

È così che viene in primo piano un concetto fondamentale della Fenomenologia: la “visione delle essenze“. Per Husserl non gli atti del soggetto ma l’essenza della verità è ciò che fonda l’oggettività di una teoria scientifica. In questo senso la logica pura costituisce per Husserl “l’essenza ideale della scienza come tale”, al cui interno sarà possibile determinare le diverse leggi che si fondano sui concetti logici e anche tutta la varietà delle teorie possibili a priori, cioè non semplicemente desunte dalla diversità delle scienze, ma comprese come varietà di forme logiche pure. In tal modo la logica pura dovrà essere considerata come la “teoria delle teorie” o la “scienza delle scienze” (E. Husserl, Ricerche Logiche, par. 66); per questo motivo essa non sarà tanto l’opera dei matematici, bensì dei filosofi:

“il matematico, in realtà, non è il teorico puro, ma soltanto il tecnico ingegnoso, è per così dire il costruttore che, guardando unicamente ai nessi formali, costruisce la teoria come un’opera d’arte tecnica. […] Al filosofo non basta che noi ci orientiamo nel mondo oppure che possediamo leggi espresse in formule in base alle quali prevediamo il futuro corso delle cose e possiamo ricostruire quello passato; egli vuole chiarire che cosa sia l’essenza di “cosa”, “evento”, “causa”, “effetto”, “spazio”, “tempo”, ecc, E se la scienza costruisce teorie per la soluzione sistematica dei suoi problemi, il filosofo chiede che cosa sia la scienza della teoria, che cosa renda possibile la teoria in generale, ecc.”. (E. Husserl, Ricerche logiche, vol. I, par. 71).

La visione d’essenza è un concetto fondamentale nella discussione dei rapporti tra l’essenza ideale degli oggetti logici e i dati di fatto psichici (reali). Come abbiamo anticipato, il punto in cui il mondo ideale degli oggetti logici e quello reale delle conoscenze e delle pratiche umane si incontrano è proprio il linguaggio umano: l’essenza di un concetto si esprime infatti a livello linguistico e dunque l’operazione di chiarificazione del linguaggio diventa di fondamentale importanza.

È proprio a partire dalla chiarificazione linguistica che viene a mettersi a fuoco l’evidenza specifica degli oggetti logici, ossia il loro “mostrarsi originario“, come lo definisce il Filosofo tedesco. Ed è a partire da questo loro “mostrarsi originario” che diventa possibile per Husserl concentrare l’attenzione su alcuni dei concetti chiave della Fenomenologia, quali il concetto di vissuto, di intuizione, e, in seguito, di “intuizione categoriale” o “visione d’essenza“.

Leggiamo a questo proposito un passo piuttosto significativo:

“Non si tratta dunque – scrive Husserl – di discussioni grammaticali in senso empirico, che si riferiscano ad una lingua qualsiasi storicamente determinata, ma di discussioni di tipo ben più generale, in quanto riguardano la sfera più ampia di una teoria aggettiva della conoscenza e, in stretta connessione con essa, di una Fenomenologia pura dei vissuti del pensiero e della conoscenza. Quest’ultima, come la Fenomenologia pura dei vissuti in generale, da cui è inclusa, si occupa esclusivamente dei vissuti afferrabili e analizzabili nell’intuizione, nella loro pura generalità essenziale, e non dei vissuti appercepiti[1] empiricamente come fatti reali, come vissuti degli uomini e degli animali che hanno esperienze vissute nel mondo fenomenico, nel mondo posto come fatto empirico. Essa porta descrittivamente all’espressione pura – in concetti essenziali e in enunciati essenziali che hanno forma di legge – le essenze direttamente afferrate nell’intuizione ed i nessi che si fondano puramente nelle essenze”. (E. Husserl, Ricerche logiche, vol, II, Introduzione, par. 2).

Detto in altri termini, la “logica pura” deve costituire il fondamento di una accurata Fenomenologia dei “vissuti” (Erlebnisse), in una descrizione di quelle esperienze specifiche in cui possiamo “intuire” la validità e la permanenza assoluta delle essenze logiche. È appunto questa intuizione, all’interno del vissuto, a rendere poi possibile la costruzione di enunciati linguistici che esprimono i “significati puri”. Il fissarsi su questi enunciati linguistici, tuttavia, sarebbe inutile, oltre che fuorviante.

C’è gia qui in Husserl l’idea di “ritornare alle cose stesse“, della quale discuteremo nella seconda parte di questo volume: non è possibile accontentarsi di pure e semplici parole, ma tornando “alle cose stesse” occorre rendere evidente, sulla base di intuizioni pienamente sviluppate che ciò che è stato dato nell’astrazione oggettiva effettuata corrisponde al significato delle parole.

Dunque, per tornare al concetto di “intuizione categoriale“, c’è da osservare che questa deve restare ben distinta dall’intuizione sensibile: l’intuizione categoriale – detta anche da Husserl “intuizione d’essenza” – indica per il Filosofo tedesco un atto sintetico spontaneo che attua la precisa identificazione di qualcosa che è inteso nel pensiero. Husserl ne specifica chiaramente la natura quando osserva che l’intuizione categoriale, lungi dall’essere un qualcosa di vagamente misticheggiante, viene costantemente messa in atto in ogni comune procedimento scientifico (in primo luogo di matematica e geometria). Distinta dall’intuizione sensibile (detta anche “semplice“) l’intuizione categoriale è per Husserl “fondata”, mentre la percezione sensibile è un’intuizione con una struttura semplice, nella quale “ci appare di colpo” un ente esterno (o un atto psichico).

La percezione categoriale ha invece una struttura complessa perché si tratta di un atto che si fonda sulla sensibilità ma non si risolve affatto in essa. Detto in altri termini, l’intuizione categoriale va inizialmente ad afferrare la struttura essenziale o “ideale” (Husserl infatti la chiama anche “ideazione“) dell’oggetto sensibile, che può essere sia un atto psichico che un ente materiale.

“Noi – scrive Husserl – abbiamo chiamato sensibili gli atti dell’intuizione semplice, categoriali gli atti fondati, che riconducono immediatamente o mediatamente alla sensibilità. […] E nella natura stessa della cosa che qualsiasi elemento categoriale poggi, in ultima analisi, sull’intuizione sensibile, anziché un’intuizione categoriale, quindi un atto di comprensione intellettuale evidente, un pensiero nel senso più pregnante sia un controsenso senza una sensibilità fondante”. (E. Husserl, Ricerche logiche, vol. II, Ricerca VI, par. 60).

L’analisi fenomenologica di Husserl mette tra parentesi l’oggetto naturale nella sua singolarità e opera quella che egli definirà “riduzione eidetica“, che si muove verso le essenze presenti nell’intuizione della coscienza.

Cartesianamente, possiamo infatti sospendere il giudizio sull’esistenza del mondo intero (epoché metodologica), ma è evidente che esso appare alla coscienza, dunque non possiamo sospendere il giudizio sul fatto che pensiamo.

Si è visto, ed è questo uno dei principali risultati conseguiti con le “Ricerche Logiche” che la logica, le sue leggi e le sue idee possono essere colte in un’intuizione particolare, intesa da Husserl come un puro vissuto (“puro” in quanto non coincide con la percezione empirica di un oggetto, ma al contrario si rivolge all’essenza di quell’oggetto stesso. Inoltre noi non cogliamo l’essenza del significato nel vissuto che lo raccoglie e lo trasmette, ma solo nel suo contenuto, che rappresenta un’unità intenzionale identica di fronte alla molteplicità disparata di vissuti. Emerge quindi una netta differenza rispetto alla psicologia tradizionale in quanto il contenuto “di coscienza” dei correlativi vissuti significanti è cosa ben diversa dalla parte reale del vissuto di cui si occupa la psicologia.

I contenuti rappresentati di volta in volta (cioè che si trovano insieme nella coscienza) si possono distinguere poi in due classi principali: contenuti indipendenti e contenuti-non indipendenti. A che si deve questa distinzione?

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Contenuti indipendenti e non-indipendenti

Si hanno dei contenuti indipendenti quando gli elementi di un complesso rappresentazionale possono per loro natura essere rappresentati separatamente: quando ciò non accade si hanno, invece, dei contenuti non-indipendenti.

Un esempio concreto può aiutarci a cogliere meglio il senso della posizione di Husserl su questo punto. Pensiamo ad un ente qualsiasi di colore rosso. Quando io – per esempio – vedo una stoffa rossa, ciò significa che, di fatto, i miei sensi mi trasmettono una serie di dati sensibili e che questa trasmissione genera in me l’immagine della stoffa rossa, per l’appunto. Ora, in quest’oggetto di stoffa, il rosso (il colore rosso) è una sua parte o momento “non-indipendente” (E. Husserl, Ricerche Logiche, vol. I, par. 39). Che significa questa espressione “parte o momento non-indipendente“? Il rosso che io percepisco come attributo della stoffa è parte dell’ente percepito. Il che vale a dire che il rosso che ci appare “qui ed ora, che esiste e scompare” non è ancora il rosso in quanto “specie ideale” inteso come “essenza ideale” indipendente rispetto al piano empirico. L’essenza ideale (nel caso che abbiamo preso in considerazione: la specie ideale di “rosso”) a differenza di questo rosso particolare che io percepisco nella dimensione empirica come parte dell’ente (in questo caso della stoffa) che ho di fronte, “è un’unità ideale ed è assurdo dire che possa scomparire”. Come potrebbe diventare un nulla? Dove potrebbe infatti nascondersi? E tuttavia – ed è questo il punto centrale dell’argomento di Husserl, è proprio a partire dalla dimensione empirica e dalla percezione di questo rosso particolare, di questa stoffa che mi sta di fronte, qui ed ora, che io posso intuire con evidenza assoluta l’idea del colore rosso, l’essenza ideale di rosso, l'”oggetto generale” rosso, come lo chiama Husserl nelle Ricerche Logiche (E. Husserl, Ricerche Logiche, vol. 2, Ricerca 6, par. 52).

Possiamo proseguire con un ulteriore esempio. Immaginiamo di vedere una penna poggiata su una scrivania. A partire da questa percezione sensibile (in cui quello che colgo è uno specifico oggetto poggiato su un altro) io posso pervenire ad una nuova intuizione categoriale, che mi consente di interpretare la precedente e che non è dipendente da essa: l’essere-su della penna rispetto alla scrivania mi indica infatti una nuova “oggettività” (l’esseresu di qualcosa rispetto a qualcos’altro) che non è intuibile sensibilmente.

Proviamo con un ulteriore esempio (è dello stesso Husserl, si veda la Ricerca Logica n. 6, par. 40): quando vediamo un foglio bianco ed enunciamo “foglio bianco”, intendiamo dire che “questo foglio è banco”; ma – e qui l’analisi di Husserl si fa più sottile – tale enunciazione non coincide un la percezione sensoriale (che l’ha solo “stimolata”), bensì si fonda su un altro atto conoscitivo che ha come oggetto specifico non un determinato stato di cose del mondo sensibile (a livello empirico), ma una nuova oggettività complessa e articolata (in questo caso “l’esser bianco del foglio”).

Quello che si vede da questi esempi è che grazie all’intuizione categoriale l’oggetto percepito sensibilmente subisce una “messa in forma categoriale” (come la chiama Husserl). La “messa in forma categoriale” dei contenuti sensibili, dalla quale emergono “stati di cose” (Sachvehalte) sono oggettualità articolate che possono venir intese proprio in quanto articolate.

Leggiamo a questo proposito un passo significativo (E. Husserl, Ricerche logiche, VI, par. 61):

La messa in forma categoriale non implica alcuna trasformazione reale dell’oggetto. Come appare chiaro dalle nostre ultime considerazioni, noi ci serviamo del termine di forma categoriale in un senso duplice, che è del tutto naturale e che non genera inconvenienti purché ci si attenga coerentemente alla nostra distinzione tra atto ed oggetto. Anzitutto, intendiamo i caratteri d’atto che danno una forma agli atti dell’intuizione semplice o già fondata, trasformandoli in oggettivazioni nuove. Queste ultime costituiscono un’oggettualità modificata in modo particolare rispetto agli atti fondanti; gli oggetti originari si presentano ora in certe forme che danno ad essi una struttura ed una connessione nuova, e queste forme sono categoriali in un secondo senso, in senso oggettuale. Può servirci come esempio la connessione congiuntiva A e B che, in quanto atto unitario, intende l’unità categoriale di oggetti (il sistema, il «tutti e due»). L’espressione A e B illustra del resto anche, considerando in particolare il significato di «e», un altro senso del termine di forma categoriale: in base ad esso, anche le forme significative, che trovano il loro riempimento possibile nei caratteri d’atto fondati, vengono designate come forme categoriali o, con maggior cautela, come forme categoriali in senso improprio. Ciò premesso, vogliamo portare a piena chiarezza per la sua importanza un principio già enunciato e che è in realtà ovvio, se viene considerato nell’ambito della nostra esposizione nel suo complesso; le funzioni categoriali, nella misura in cui «formano» l’oggetto sensibile, lo lasciano intatto nella sua essenza reale. L’oggetto viene colto intellettivamente dall’intelletto, ed in particolare dalla conoscenza (che è essa stessa una funzione categoriale), ma non viene falsato. Per chiarire questo punto, ricordiamo la distinzione già toccata di passaggio tra le unità categoriali intese in senso oggettuale e le unità reali, ad esempio, l’unità delle parti di una cosa, degli alberi di un viale, ecc. Anche l’unità delle componenti reali di un vissuto psichico ed analogamente di tutti i vissuti psichici coesistenti appartiene alle unità reali. Tutte queste unità, considerate come interi, sono, così come le loro parti, oggetti in senso semplice e primario: esse possono essere intuite in intuizioni semplici possibili. Esse non sono unificate in modo meramente categoriale, non si costituiscono unicamente perché vengono considerate insieme attraverso il collegare, il disgiungere, il relazionare, ecc.; ma sono unitarie «in sé», hanno una forma di unità che è percepibile nell’intero secondo la modalità di un momento reale di unità, quindi di una determinazione reale; e sono percepibili nello stesso senso in cui lo sono uno qualsiasi dei membri connessi e le loro determinazioni interne. Se consideriamo le forme categoriali, le cose stanno ben diversamente. I nuovi oggetti che esse creano non sono oggetti in senso primario ed originario. Le forme categoriali non fondono, non connettono e congiungono insieme le parti in modo tale da far risultare un intero reale, sensibilmente percepibile. Esse non danno una forma nel senso in cui la dà un vasaio. Altrimenti, ciò che è dato originariamente nella percezione sensibile verrebbe modificato nella sua propria oggettualità, il pensiero che stabilisce connessioni e relazioni e la conoscenza non sarebbero pensiero e conoscenza di ciò che è, ma una trasformazione falsante in qualcosa di altro. Le forme categoriali, invece, lasciano intatti gli oggetti primari; e nemmeno possono intaccarli o modificarli nel loro essere proprio, perché il risultato sarebbe allora un oggetto nuovo in senso primario è reale, mentre evidentemente il risultato di un atto categoriale (ad esempio, di un atto collettivo o relazionante) consiste in una strutturazione oggettiva di ciò che è primariamente intuito che può essere data soltanto in un simile atto fondato, in modo tale che è assurdo pensare che possa esserci una semplice percezione di ciò che ha ricevuto una forma oppure che quest’ultimo possa essere dato in un’intuizione semplice di qualsiasi altro genere”.

Detto in altri termini, l’intuizione che noi abbiamo degli oggetti e degli stati di cose che si mostrano nella dimensione sensibile è resa possibile da un livello più profondo, cui possiamo pervenire proprio grazie all’intuizione categoriale. Non sarà qui inutile ricordare che per Husserl le leggi logico – formali implicano verità indipendenti dalla mente che le pensa; Husserl afferma a questo proposito. che la loro validità non dipende dalla nostra possibilità di comprenderle, ma al contrario noi le possiamo comprendere proprio in quanto sono valide e quindi esse devono essere considerate come condizioni obiettive ideali della possibilità della conoscenza. Siamo così di fronte alla messa in opera – da parte del filosofo tedesco – di una vera e propria dottrina dei significati.

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La dottrina dei significati

È già chiaro da queste pagine che i significati non stanno “altrove”, in una sorta di iperuranio (come accadeva in Platone). Il significato è ciò verso cui si dirige la coscienza, ciò, come vedremo, che la coscienza intenziona. Ad esempio: se io percepisco il rosso del tetto di una casa, l’atto psichico con il quale lo percepisco è senz’altro contingente e accidentale (se chiudo gli occhi, infatti, la percezione scompare e cessa di esistere: è dunque del tutto accessorio e non-essenziale); non scompare però “ciò” che ho intenzionato nel mio vissuto: la forma del tetto, della casa, il “rosso”: detto in altri termini, non scompaiono le forme e le essenze (ciò che più tardi chiamerà “idee“). Come vedremo meglio più avanti, l’oggetto reale della percezione, che è atto intenzionale della coscienza, è costituito da queste “essenze”, che si offrono all’intuizione (come lo chiamerà Husserl in seguito:”visione eidetica“).

È dunque possibile fare esperienza di un contenuto oggettivo, pur nella particolarità e nella contingenza dell’esperienza sensibile. L’intuizione categoriale si manifesta in un atto che consiste in una strutturazione oggettiva di ciò che è “primariamente intuito” (E. Husserl, Ricerche logiche, vol. VI, par. 61).

È bene osservare che è proprio in questo modo che le leggi e i concetti logici si applicano sul terreno sensibile della percezione, concorrendo così alla determinazione ideale della conoscenza scientifica: questa è resa possibile dalla “realizzazione soggettiva” delle leggi ideali. Tale “realizzazione soggettiva”. come ci apprestiamo a vedere, prende in Husserl il nome di “vissuto” (Erlebnis).

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Il vissuto

Nella Quinta ricerca logica, Husserl precisa di aver scelto il termine vissuto (Erlebnis) per evitare i possibili equivoci derivanti dall’espressione brentaniana “fenomeno psichico“. Il vissuto, infatti, a differenza dell’atto psichico, indica la dimensione di ciò che è dato con evidenza. Non bisogna dunque pensare ad un qualcosa che sia passato, come la traduzione italiana lascia pensare (ciò che è stato già vissuto), bensì a ciò che è vissuto e che in quanto tale si impone con evidenza olia riflessione. In questo senso il vissuto coincide con l’esperienza fondamentale dell’io o della coscienza. Da quanto si è detto emerge che le essenze universali (le “specie” che più avanti il filosofo tedesco chiamerà “idee”: “tetto”, “casa”, ma anche “numero” e così via) si offrono immediatamente all’esperienza, ma in qualche modo la precedono e la rendono possibile nel suo essere significato di qualcosa.

Detto in altri termini le essenze universali sono l’ “a-priori” materiale dell’esperienza. Ed è, secondo Husserl, proprio a partire dall’analisi della struttura della coscienza che si possono descrivere questi “a-priori materiali“: ecco perché il concetto di “vissuto” (Erlebnis) assume un’importanza strategica fondamentale nel quadro della definizione del metodo e dei contenuti della Fenomenologia.

È stato già osservato che per Husserl la coscienza è un flusso psichico continuo. Egli la definisce “Erlebnis“, un’esperienza vissuta che si differenzia nettamente dall’Erfahrung (esperienze sensibile). Vedremo più avanti che ne La filosofia come scienze rigorosa Husserl andrà ad esibire questa definizione di “vissuto”:

«ciò che un essere psichico “è”, non può dircelo l’esperienza nello stesso senso che vale per l’ente fisico. Lo psichico non è anzi esperito come manifestantesi; è l'”Erlebnis” e Erlebnis intuito nella riflessione, appare come sé mediante se stesso, in un flusso assoluto, come esistente e già scomparente e lo si vede immergersi nel passato» (E. Husserl, La filosofia come scienze rigorosa).

Siccome il vissuto è il momento in cui il sensibile e l’universale si intrecciano è chiaro che sorge qui il problema della possibilità stessa della ricerca razionale, della ricerca filosofica, in questa dimensione del vissuto coscienziale. Sempre nell’articolo La filosofia come scienza rigorosa, Husserl chiarirà che è necessario prima di tutto cogliere i fenomeni così come si danno nel loro fluire: è infatti in questo stesso “fluire” che i fenomeni lasciano trasparire la loro più intima essenza

«coglibile – scriverà Husserl – in visione immediata e in maniera adeguata (…). Dove arriva l’intuizione, l’aver-coscienza intuitivo, ivi giunge la possibilità di una corrispondente “ideazione”, (come solevo dire nelle “Ricerche logiche“) o della “visione d’essenza”» (E. Husserl, La filosofia come scienza rigorosa).

La coscienza, l’avere coscienza, è per Husserl da intendersi appunto come la totalità dei vissuti che costituisce a sua volta il campo di ricerca della Fenomenologia, in quanto vi è qui una sfera un assoluta evidenza che esclude in linea di principio la possibilità del dubbio. Dubitare di ciò che si manifesta in prima evidenza è per Husserl del tutto irragionevole.

Possiamo chiarire anche questo punto con un semplice esempio. Immaginiamo di percepire un tavolo. Può essere che il tavolo che vedo non esiste (è infatti “improbabile“, ma mai del tutto “impossibile“): in ogni caso non posso dubitare che mi appare un tavolo. Allo stesso modo, può essere che il ricordo mi inganni, ma non posso dubitare che quello che io stia ricordando sia proprio quella scena che sto ricordando. Allo stesso modo, io posso dubitare che quello che mi appare esista veramente (potrei accorgermi in seguito che si trattava per esempio di un’illusione), ma non posso dubitare di vedere ciò che vedo: un dubbio simile sarebbe insensato. È così – come si vedrà meglio in seguito – che Husserl arriva ad una fondazione assolutamente rigorosa della Fenomenologia ovvero ad un fondamento (l’evidenza dei vissuti – di ciò che si manifesta alla coscienza) che non richiede a sua volta vi essere fondato.

Ciò che vediamo non sono le cose ma le loro rappresentazioni. È qui necessario avvertire ancora una volta che Husserl vuole sempre tenersi ben distinto dalle posizioni dello psicologismo: la rappresentazione cui fa riferimento il filosofo tedesco non è il “fenomeno psichico” cui faceva riferimento Franz Brentano. Come abbiamo visto, infatti, il vissuto (a differenza nell’atto psichico) indica la dimensione di ciò che è dato con “evidenza”. Come abbiamo visto non bisogna quindi intendere l’Erlebnis – il vissuto – come ciò che è già stato vissuto (al passato) ma, al contrario, esso va inteso come una sorta di presente continuo: l’Erlebnis è ciò che è vissuto e – in quanto tale – si impone con evidenza alla coscienza e può diventare oggetto fondato di riflessione. È da questo punto di vista che il vissuto coincide con l’esperienza fondamentale dell’Io o della coscienza.

Riassumendo quanto detto fin qui, l’intuizione delle cose che noi abbiamo nei nostri vissuti (“puri vissuti “come li indica il filosofo tedesco: puri in quanto non coincidono con la percezione empirica degli oggetti ma ne colgono invece l’essenza) ci permette di apprendere le idee logiche e le leggi pure che si basano su di esse. È così che i vissuti [Erlebnisse] nella loro originaria evidenza possono essere considerati come le fonti dalle quali pervengono (“fluiscono“, dice Husserl) i concetti e le leggi ideali della logica pura.

Infatti, così scriveva Husserl nelle “Ricerche logiche“:

“In altri termini: non vogliamo affatto accontentarci di “pure e semplici parole”, cioè di una comprensione puramente simbolica delle parole, così come ci è data anzitutto se riflettiamo sul senso delle leggi, presentate dalla logica pura, concernenti i “concetti”, ”giudizi”, “verità”, ecc., in tutte le loro specificazioni, […]. Noi vogliamo tornare alle “cose stesse”. Vogliamo rendere evidente, sulla base di intuizioni pienamente sviluppate, che proprio ciò che è dato nell’astrazione attualmente effettuata è veramente e realmente corrispondente al significato delle parole nell’espressione della legge”. (Ricerche logiche, vol. II, Introduzione, par. 2).

Si chiarisce in questo modo il senso del motto con cui il filosofo tedesco indica il programma della Fenomenologia: “Alle cose stesse“! (zu den Sachen selbst). Le “cose stesse” di cui parla Husserl sono appunto i “vissuti” (Erlebnisse). Siamo di fronte a quello che Husserl chiama il “principio di tutti i principi della Fenomenologia”, il fondamento reale dell’evidenza.

Gran parte del fascino che la Fenomenologia ha esercitato nella filosofia del Novecento è dovuto al suo appello all’evidenza, alle sorgenti intuitive del discorso, al rigore della riflessione filosofica inteso come il far vedere ciò di cui si parla. Questo appello, che era all’opera sia nella Filosofia dell’aritmetica che nelle Ricerche logiche, verrò poi tradotto in Idee in un vero e proprio principio, anzi nel principio di tutti i princìpi della Fenomenologia:

“Ma basta con le teorie assurde. Nessuna teoria concepibile può indurci in errore se ci atteniamo al principio di tutti princìpi, cioè che ogni intuizione originalmente offerente è una sorgente legittima di conoscenza, che tutto ciò che si dà originalmente nell’intuizione (per così dire in carne ed ossa) è da assumere come esso si dà, ma anche soltanto nei limiti in cui si dà. (E. Husserl, Idee, vol. I, par. 24).

La Fenomenologia è dunque caratterizzata dall’assenza di presupposti e dal fondamento su un’evidenza assoluta. È a partire da queste sue qualità che potrà costituire – come vedremo – un nuovo modo d’intendere la filosofia: la filosofia come scienza rigorosa assume infatti come immediatamente vero solo ciò che è constatabile con evidenza nel campo della coscienza pura. Ora – ed è questo un passo decisivo – nelle Ricerche logiche Husserl chiarisce che la coscienza pura è data dall’intenzionalità.

Che cos’è l’intenzionalità? […]

 

 

(segue qui: Introduzione ad Husserl e alla Fenomenologia: Volume I – Da “Filosofia dell’aritmetica” a “La filosofia come scienza rigorosa).

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Note

[1] Ricordiamo che – generalmente – per “appercezione” s’intende quella facoltà che permette all’uomo di essere cosciente dei propri stati interni.

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Alessandro Benigni

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