Paura delle differenze e ideologia del gender

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L’accenno che Papa Francesco ha fatto alla teoria del gender ha dato origine a reazioni di segno fortemente contrapposto. Che hanno in comune, però, una sostanziale ignoranza della questione, anche perché molti sono caduti nella tentazione di farne un oggetto di militanza polemica invece che tema di ponderata riflessione.

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Al termine gender vengono dati significati tra loro differenti, a seconda della prospettiva da cui lo si vuole interpretare. Un dato è però sicuro: se la storica americana Joan Scott, la prima a usare consapevolmente questa categoria, ne aveva parlato come di un punto di vista necessario per la ricostruzione storica, che doveva fare i conti con la diversità fra donne e uomini — un’impostazione ampiamente condivisibile — alcune teoriche del movimento femminista vi hanno fatto ricorso per negare l’importanza della differenza biologica, utilizzando i dati, poi risultati manipolati, di un medico americano, John Money.

In sostanza, sostenendo che, se non ci fossero queste costruzioni culturali, non esisterebbe differenza, uomo e donna sarebbero equivalenti e intercambiabili. Prova ne sarebbe che la definizione dei tratti della personalità femminili o maschili varia molto, da una cultura all’altra, da un’epoca storica a un’altra. Riconoscere l’esistenza di una differenza sessuale porterebbe come conseguenza inevitabile un’ingiusta discriminazione nei confronti delle donne, impedendo loro di svolgere ruoli importanti e relegandole alla sfera domestica, nonché una criminalizzazione dell’omosessualità. La realizzazione dell’uguaglianza nella società sarebbe invece garantita dalla creazione di un individuo astratto o neutro, e la parità consisterebbe nel far entrare le donne in questa categoria di individuo astratto e, proprio per questo, uguale.

Se osserviamo bene, è come se il principio di uguaglianza si fondasse su basi molto fragili, e avesse bisogno di fondamenti concreti per acquistare un po’ di stabilità e di certezza, perché non si basa su principi sicuri e condivisi. Si tratta pertanto solo di un’aspirazione, per questo percepita come fragile. Naturalmente, anche in ambito laico, non tutti concordano, e lo dimostra la critica alla teoria del gender di una filosofa progressista francese, Sylviane Agacinski, che poggia la sua idea di uguaglianza nella diversità su due intuizioni principali: «L’uguaglianza dei sessi, cioè la loro uguale capacità di incarnare l’umanità, e l’idea che ciascuno è il suo corpo e che questo corpo non può essere né uno strumento né una merce». Neanche per garantire un’utopia, per rafforzare un’ideologia.

Nella tradizione cristiana non c’è bisogno di ricorrere a queste giustificazioni ideologiche, né di negare tutti i segni di differenza, perché il concetto di uguaglianza poggia su basi solide, cioè sul fatto che siamo tutti figli di Dio, tutti amati e riconosciuti allo stesso modo. E questo consente di riconoscere senza difficoltà le differenze senza temere di mettere in crisi l’uguaglianza.

Papa Francesco ha invitato quindi a non avere paura delle differenze, ma ad accettarle come ricchezza nella creazione. Proprio per la solidità di base del punto di vista cristiano sull’uguaglianza non è possibile che, come è stato scritto, in un futuro la Chiesa sarà costretta ad accettare questa teoria. D’altra parte è un po’ esagerato — e paradossalmente contribuisce a rafforzarlo — considerare il gender come il pericolo numero uno che i credenti sono chiamati a combattere. L’evidente debolezza di questa ideologia fa pensare piuttosto che in un prossimo futuro ne parleremo sorridendo, come si fa quando si evocano i campanili tagliati da Robespierre per assicurarsi che tutti gli edifici fossero uguali.

Certo, una sicurezza così ben radicata nell’uguaglianza degli esseri umani deve trovare anche un riscontro nell’organizzazione della Chiesa, che invece ignora la sua realizzazione concreta, per la quale è indispensabile la presenza femminile. E proprio di questo, non a caso, ha parlato il Papa nello stesso discorso.

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di Lucetta Scaraffia

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Fonte L’Osservatore Romano

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