40. L’ideologia del Genere avanza nella Scuola. Nel silenzio generale, le case editrici si adeguano

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PRIMA PARTE. Apprendo dalla pagina web della vicepresidente del Senato, senatrice Valeria Fedeli, che è stato depositato il disegno di legge n. 1680, per l’introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle scuole e nelle università. “Integrare l’offerta formativa dei curricoli scolastici, di ogni ordine e grado, – si legge – con l’insegnamento a carattere interdisciplinare dell’educazione di genere come materia, e agendo anche con l’aggiornamento dei libri di testo e dei materiali didattici, vuol dire intervenire direttamente sulle conoscenze utili e innovative per una moderna e civile crescita educativa, culturale e sentimentale di ragazze e ragazzi, per consentire loro di vivere dei princìpi di eguaglianza, pari opportunità e piena cittadinanza nella realtà contemporanea“.

Non sono per nulla stupito.

Ma ormai il Re è nudo. Confido che sia solo questione di tempo. Dietro la paccottiglia sbrodolante delle “pari opportunità”, dietro la volontà di eliminare “stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla impropria identità costretta in ruoli già definiti delle persone in base al sesso di appartenenza” (cito testualmente), ci sta la solita, subdola, e psicotica preteeiasa di negare l’evidenza: uomini e donne non sono uguali ed è perfettamente naturale e ragionevole che si inseriscano nella realtà culturale ed economico-produttiva della società in modalità diverse. Nemmeno si è posto il problema di un dibattito per stabilire i confini tra stereotipo e archetipo: cosa che peraltro è già stata fatta – egregiamente – dal comico Harald Eia (siamo nel 2010) con un breve documentario (il famoso video del “paradosso norvegese“) che smonta senza pietà la teoria gender.

Come? Basandosi sull’evidenza, logico: uomini e donne sono diversi, fanno cose diverse perché – essendo psicologicamente, emotivamente, fisicamente diversi, appunto – sono naturalmente portati ad eccellere in campi differenti.

Secondo i propinatori delle teorie del genere (ma non fa ridere che facciano di tutto per applicare queste teorie e poi si affrettino a negare che esista la teoria stessa?), l’obiettivo sarebbe quello di superare gli ostacoli che limitano, di fatto, la piena e autonoma soggettività. Si guardano bene però dal prendere anche minimamente in considerazione come – di fatto – questi nobili principi vengono ad essere declinati nella realtà.

Non è bastato, anche questa è un’evidenza, il reportage di Harald Eia che si è preso la briga di andare ad intervistare gli “scienziati” del Nordic Gender Institute per cercare di capire il “paradosso norvegese” e cioè come mai, dopo dieci anni di politiche e lotte per la parità di genere, in Norvegia fosse emerso, come illustrato dai dati governativi, che le differenze fra uomini e donne fossero più marcate rispetto al passato (ad esempio, il 90 per cento delle infermiere norvegesi sono donne e il 90 degli ingegneri uomini, etc.). No.

Non è bastato che perfino Michel Onfray, pur appoggiando i diritti LGBT e il femminismo, abbia criticato l’insegnamento della teoria gender nelle scuole, sostenendo che sottragga spazio all’insegnamento della filosofia, della lingua e della matematica. Come abbiamo ricordato, infatti, in un articolo del marzo 2014 Onfray ha scritto della «popolare e fumosa teoria del genere (…) della filosofa Judith Butler, che non nasconde l’appartenenza del suo pensiero alla linea decostruttivista» e ha poi riassunto la sua critica in un intervento radiofonico sostenendo che l’essere umano non è solo cultura, ma anche natura. E in seguito alle polemiche, Onfray ha aggiunto anche che la teoria del genere, voluta nelle scuole dal ministro Najat Vallaud-Belkacem, a suo avviso è «pericolosa» e «totalitaria», portando, come esempio dei danni, il caso di David Reimer e l’uso fattone dal dott. John Money (il guru della Gender theory) per dimostrare le sue teorie.

Nemmeno questo è bastato. Tant’è vero che anche le case editrici si aggiornano, e alla svelta, adeguandosi al pensiero unico. E quello che lascia più attoniti è che a sottomettersi (e a sottomettere) al pensiero unico sono proprio quelle materie che più delle altre dovrebbero porsi al servizio dello spirito critico: la Filosofia e la Psicologia.

Un esempio?

Questo è un manuale scolastico (biennio scuola superiore) che mi propongono in adozione per l’anno prossimo:

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Materia: Psicologia, per i Servizi Socio-Sanitari.

Come in ogni manuale di questa tipologia, ad un certo punto si parla di Famiglia (pag. 38):

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Cito: “Un caso a sé è poi rappresentato dalle coppie omosessuali, che negli ultimi anni sono state legalmente riconosciute nella maggioranza dei paesi europei, mentre in Italia non godono ancora di alcun diritto“.

E di seguito, immancabile, lo spot:

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Come chiunque può notare, la madre è scomparsa. E va bene così: il bambino è comunque sorridente bello e felice insieme ai suoi due (?) “papà”.

Che dire?

Cominciamo come sempre con l’analisi del testo (ricordo che si tratta di un testo per la scuola dell’obbligo):

1) Si dà per scontato che “siccome la maggioranza dei paesi europei ha deciso x”, allora ne consegue che x sia da perseguire anche in Italia. Così fan tutti, e via. La morale d’accatto.

2) “In Italia le coppie omosessuali non godono di alcun diritto”. A parte che questo è – come abbiamo mostrato più volte, palesemente falso, non si capisce a quali diritti da conquistare – per il bene comune – si stia facendo riferimento. Forse all’adozione di minori in coppie dello stesso sesso, in modo che siano brutalmente deprivati di padre e/o di madre?

Troppo tardi: quando insegnanti e studenti avranno terminato il paragrafo, il messaggio subliminale avrà già sortito il suo effetto e saranno già tutti perfettamente concordi nel gridare allo scanmaxresdefaultdalo: “Che cosa si aspetta a concedere anche qui gli stessi diritti alle persone con orientamento omosessuale!?” E’ la tecnica della rana bollita, cui più volte ci siamo richiamati. E via: tutti ad annuire. Una leccatina all’indice, voltare pagina. E avanti. Che si debba discutere del valore incommensurabile della differenza, neanche a parlarne. Che ci si fermi ad evidenziare come la differenza sessuale sia costitutiva della persona umana e quindi non solo la definisca in modo essenziale, ma abbia un inestimabile valore formativo, no, per carità. Non se ne deve parlare. Soprattutto, non si deve riflettere. Diceva bene Tony Anatrella: “Non si tratta qui di una valutazione religiosa, bensì di una constatazione antropologica che fa sì che l’uomo e la donna, in quanto persone, condividano l’appartenenza a una comune umanità, pur essendo ognuno rappresentante di un universo che gli è proprio. L’uomo e la donna non sono sufficienti e fini a se stessi; si trovano infatti in uno stato di carenza, hanno bisogno l’uno dell’altra per accedere al senso dell’alterità sessuale, poiché l’altro è sempre l’altro sesso” (Cfr. Tony Anatrella, La teoria del genere e l’origine dell’omosessualità, Edizioni San Paolo, 2012, pag. 47).

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SECONDA PARTE: Qual è la relazione tra gender e la questione dei diritti nelle coppie dello stesso sesso, già implicitamente e senza lacuna discussione elevate allo status di “famiglie”? Parliamo delle cosiddette “famiglie omogenitoriali“, una lampante contraddizione in termini: “omogenitoriale” è l’ennesimo neologismo assurdo, un termine che non trova corrispondenza nella realtà: sbagliato dal punto di vista ontologico, logico e semantico (in gr. omoios / ghénos sono due contrari. L’“omo-genitorialità” è una pura invenzione: nessuno è figlio di due madri. Nessuno è figlio di due padri. Si tratta di un’invenzione che ha il solo scopo di accontentare le pretese degli omosessuali danneggiando però i bambini che nelle “famiglie” “omo-genitoriali” vengono sistematicamente deprivati del loro diritto di avere un padre e una madre. Tutto questo per accontentare gli adulti. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, avendo a che fare con la neo lingua capita sempre più spesso dii trovarsi dinanzi un monstrum (nel senso latino del termine) come la parola omo-genitorialità. Questa parola, nata non si sa dove e non si sa quando, pretenderebbe di identificare una coppia di omo-sessuali che è anche genitrice. Quando si coniano tali neologismi sarebbe opportuno usare alla lingua italiana la cortesia di non creare ossimori tanto evidenti quanto grotteschi. E’ bene ribadirlo. Chissà che qualcuno alla fine non rinsavisca dalla psicosi sociale, oggi diffusissima. “Genitore”, deriva dal latino genitōre (m), deriv. di genĭtus, part. pass. di gignĕre ‘generare’. Il genitore è, quindi, colui che genera o che ha generato: asserire che una coppia di donne o di uomini possano generare (anche in senso figurato) un figlio non è forse una contraddizione in termini?

Bene, ora torniamo a noi. Qual è – dicevamo – la relazione tra gender e la questione dei diritti nelle coppie dello stesso sesso? Il concetto è semplice e paradossale al tempo stesso. Noi sappiamo che non è così, ma se è vero che maschile e femminile sono solo costrutti sociali, che il genere non è correlato al sesso biologico, ne consegue logicamente la possibilità di matrimonio per persone dello stesso sesso e conseguente adozione di bambini. Da qui tutto è (già, si badi bene) consentito: dalla stepichild adoption alla fabbricazione e compravendita di esseri umani tramite utero in affitto, ai “diciotto genitori” (e più, perché no?) che secondo la lucidissima Giuseppina La Delfa (presidente della “Famiglie” arcobaleno, una di quelle che si sgola per proclamare che la teoria gender non esiste, detto per inciso) posso tranquillamente svolgere il ruolo di padre e madre e consentire comunque un equilibrato sviluppo del bambino.

Noi sappiamo – per evidenza, per logica e per scienza – che questo non è vero (vedi qui, per esempio), ma tant’è: il pensiero unico induce a credere l’impossibile. E l’impossibile, creduto, diventa reale: è il principio della psicosi, la quale come tutti sanno ha origine nella negazione del principio di evidenza naturale.

Il passaggio è diretto: se maschi e femmine sono solo costrutti culturali, ciò significa che il ruolo materno non è necessariamente legato ad una madre-donna e che nemmeno quello paterno è legato ad un padre-uomo. Al contrario, si pretende che i padri-uomini possano svolgere il ruolo di madre e le madri quello di padri e così via, un un miscuglio nel quale è difficile già da ora districarsi. Il tutto, chiaramente, in violazione dei principi fondamentali del corretto ragionamento umano (i famosi principi aristotelici di identità, di non-contraddizione e del terzo escluso). Ma una prima, incontrovertibile evidenza, è che la differenza tra uomo e donna precede qualsiasi sovrastruttura culturale: la cultura è fatta da uomini e donne, non viceversa. Assumere ipoteticamente il contrario e – quel che è peggio – pretendere che sia davvero il contrario, dà luogo ad una catena considerevole di assurdità.

Uomini e donne sono realmente, fisicamente, psicologicamente differenti. Questa è la normalità. Affermare il contrario significa pensare l’impensabile, ovvero che “A” sia uguale a “non-A”. Ne deriva direttamente che una coppia dello stesso sesso è strutturalmente diversa da una coppia dove invece i sessi sono diversi, come natura richiede al fine della procreazione (e ne deriva che una coppia dello stesso sesso è inadatta, di conseguenza, alla crescita di un bambino): equiparare astrattamente realtà diverse è una pretesa illogica, oltre che immorale e concretamente impossibile. Uomini e donne sono diversi, quindi una coppia uomo-donna è diversa da una coppia omosessuale, etc. La coppia naturale maschio-femmina (M+F) è strutturalmente diversa da ogni altra modalità associativa omo-sessuale, cioè dello stesso-sesso (M+M), (F+F). In base al primo dei principi della Logica (principio di non-contraddizione): “A è uguale a non-A” è falsa. Dunque l’uguaglianza di sessi diversi (intendo qui l’uguaglianza di uomini e donne) è un assurdo, anche solo a livello astratto: figuriamoci in concreto. Allo stesso modo una coppia omosessuale – per definizione: dello stesso sesso – è ontologicamente diversa da una coppia di uomo e donna – per definizione, di sesso diverso.

Ed inutile è cercare di spiegare in tutti i modi che differenziare non equivale logicamente a discriminare. Ogni sforzo sembra inutile.

aaaaaaaaaaaaaaaaDel resto, banalmente: se è vero che possono esserci bambini “con due mamme” e che è meglio “avere due (?) mamme invece che una sola”, allora perché non si può raccontare e quindi richiedere che ci siano anche bambini “con tre mamme”? O quattro? Cinque non sarebbe meglio, a rigor di logica? E così via. Se è vero questo assurdo costrutto – nient’altro che un postulato della teoria gender – se è vero che “due papà sono meglio di uno” e di conseguenza “tre sono meglio di due” allora “centoventi papà sono meglio di centodiciannove”. No? Per questa strada – che è quella suggerita da Giuseppina la Delfa, la quale sosteneva che anche diciotto genitori vanno bene – si arriva velocemente all’annullamento del ruolo, del significato e dell’identità stessa del concetto di “padre” e “madre”. Quanto vale un padre (o una madre) se ogni individuo può averne un numero indefinito?

Detto questo, torniamo ancora una volta all’immagine e alla frase riportata dal libro di testo. Daccapo: la madre, dov’è? In quali paragrafi, in quali capitoli, in quali saggi si è dimostrato che la madre è inutile? O che del padre possiamo farne tranquillamente a meno?

Immagino già la risposta (un ennesimo slogan preconfezionato pronto all’uso): “E allora, tutti gli orfani?” Come a dire: dato che alcuni bambini sono orfani e sono cresciuti nonostante la gravissima perdita e lo stato oggettivo di de-privazione allora ne consegue che possiamo deprivare anche tutti gli altri. Logico, no? Siamo evidentemente fuori da un orizzonte ragionevole di discussione. Proviamo comunque qualche osservazione. Prima di tutto, seguendo questa “logica” gender, ci sarebbe da chiedersi com’è possibile che se padre e madre sono “ininfluenti”, “inutili nell’allevare un bambino”, e “i bambino hanno solo bisogno d’affetto”, allo stesso tempo “avere due papà è meglio che uno”: se non contano niente, la somma di due niente è sempre niente. Sarebbe più coerente abolire le figure genitoriali, no? D’altra parte se non importa che siano entrambi (padre e madre) ma basta uno dei due perchè dell’altro si può fare a meno, si dovrebbe poi spiegare quale dei due, e perchè. E’ chiaro infatti che se nelle coppie omosessuali le madri non contano e nelle coppie lesbiche si può fare a meno dei padri se ne deduce logicamente che nessun genitore è utile al bambino. Ma allora che senso ha voler giustificare la cosiddetta “omogenitorialità”? E perché gli adulti in coppie dello stesso sesso insistono ad auto-proclamarsi buoni genitori, se poi sostengono di fatto che i genitori non servono?

Detto per inciso, ricordiamo che è già stato smontato pezzo per pezzo l’argomento dell’orfanotrofio. Basta leggere come si fa.

Ora, di fronte alla pervicacia con cui si tenta, da più parti, di farci credere che “la scienza dimostra che non ci sono danni per i bambini che crescono in coppie dello stesso sesso” (altro slogan-prefabbricato che si smonta con un briciolo di epistemologia), c’è qualcuno che in Italia ancora resiste. Per esempio Francesco Paravati, presidente della Società Italiana di Pediatria Ospedaliera (SIPO), ha spiegato che: «Quello che c’è di scientifico oggi dimostra che il bambino cresce confuso nell’identità perché perde i punti di riferimento, sia nelle “famiglie” monoparentali che nelle unioni omosessuali. Il problema a carico del bambino è una difficoltà ad interloquire con punti di riferimento chiari». Se non fosse sufficiente, c’è un’ampia letteratura in merito, e ci sono studi con campioni significativi che dovrebbero far riflettere. Ma non è nemmeno questo il punto.

Quello che più addolora, in tutta questa (mancata) discussione, è che la dignità ed il bene dei bambini vengano così brutalmente ignorati o al massimo considerati con una superficialità che lascia attoniti. Il punto di vista adottato è sempre e solo adultocentrico. Come si può ignorare il fatto che esiste una differenza abissale tra il sopravvivere ad un evento traumatico (la deprivazione o la perdita di uno o di entrambi i genitori) e il vivere pienamente la condizione di figlio? Come si può dire: “tanto il bambino sopravviverà, quindi che faccia pure a meno della madre o del padre, l’importante è che due o più adulti facciano come desiderano”? Perché di questo si tratta: ai bambini non viene solo negata la figura genitoriale di padre e/o di madre, ma la stessa condizione di figlio. Ciascuno è infatti figlio di un padre e di una madre. Se un bambino viene volontariamente deprivato di una delle due figure genitoriali ne consegue automaticamente che non potrà mai essere e sentirsi figlio in senso compiuto: il genitore mancante potrà infatti essere fantasticato solo passando per la consapevolezza che gli è stato tolto, di proposito, dagli adulti che si prendono cura di lui e che dicono – a parole – di amarlo. Si guardi – ancora una volta – alla foto qui sopra: come mai la madre non c’è? Come si può seriamente sostenere di amare un bambino e nel contempo privarlo della madre o del padre? Di sua madre e di suo padre, per inciso, visto che tra genitori e figli si instaura in origine un rapporto di co-appartenenza? Per questo – e per altri motivi – ho parlato infatti di pedofobia (o paidofobia, per evitare incresciose assonanze: sai com’è, di questi tempi si deve prestare attenzione).

Detto questo: come mai nel libro di testo non compare il benché minimo accenno ad una discussione sul tema? Come si è visto, si dà la notizia (falsa) della mancanza dei diritti e si pone non un argomento ma un’immagine (molto più forte e seduttiva per un giovane lettore, certo…) che rappresenta una “famiglia” (?) felice con due uomini e un bambino. Cos’è, vietato far ragionare l’alunno sul fatto che il desiderio delle coppie omosessuali di essere padri (in due) o madri (in due) viene oggi confuso con un presunto e assoluto diritto alla paternità o alla maternità? Il fatto è che oggi qualsiasi pretesa di discussione su questo tema viene tacciata a priori di oscurantismo, qualsiasi riflessione in senso opposto è considerata una forma di discriminazione, di omofobia, e così il desiderio individuale diventa diritto e gli interessi economici che stanno dietro la fabbrica dei bambini fanno il resto. Alla fine, in molti crederanno che tutto questo sia una conquista, mentre si tratta solo di una vittoria della legge del mercato: alcuni fabbricano bambini, altri li comperano. Un affare che verrà scambiato per progresso. Una pseudo-logica che abbiamo già evidenziato, nella sua temibile capacità di far presa sull’emotività del lettore o dell’interlocutore, senza godere al contempo del benché minimo fondamento logico e/o morale.
E viene insegnato a Scuola, nel silenzio generale.

Ed è anche questo a dispiacere: che proprio nella Scuola si vada perdendo il valore educativo della differenza. Con il solo scopo di distruggere – a fini ideologici (fondamentalmente figli nel relativismo e del nichilismo) e commerciali – la struttura strutturante che è la famiglia naturale, composta da uomo e donna. “Crescere con una madre e con un padre, quando è possibile, – ci spiega Domenico Simeone, psicologo, psicoterapeuta e professore associato di Pedagogia generale presso l’Università degli Studi di Macerata – significa conoscere il valore educativo della differenza, significa inscrivere la parentalità in una rapporto che chiama in causa la corporeità, significa sperimentare una rete relazionale costruita sul riconoscimento dell’alterità”. La differenza di genere tra padre e madre e tra genitore e figlio costituisce l’elemento fondamentale per imparare ad essere se stessi, per individuarsi, quindi per relazionarsi con l’altro-da-sé, quindi per amare. Trovarsi in una famiglia vera, crescere sotto la guida di un padre e di una madre consente al bambino di interiorizzare in base ad una esperienza intima e diretta cosa vuol dire essere uomo e donna e, quindi, definire nel tempo una solida identità maschile o femminile. Pretendere di negare questo dato evidente significa accettare implicitamente la logica destrutturante dell’unisex: la logica del piano liscio del mercato, senza differenze, che fa dell’uomo un soggetto-oggetto di consumo. E’ perfino ovvio che due adulti dello stesso sesso non possono fornire questa esperienza di base, quindi il bambino sarà gravato da un compito psichico aggiuntivo, al quale si aggiunge il danno della possibile psicosi, sempre pendente: “Quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali“. (Italo Carta – Ordinario di psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano).

TERZA PARTE. E dovrebbe essere altrettanto chiaro che ai bambini adottati la società deve fornire condizioni ideali di crescita, non esporli ad altri pericolosi fattori di rischio. Eh sì, p074207487-286fcd7e-31b0-48d1-92f4-a120961870c9erché la retorica che sgocciola dalle teorie del genere non si fa scrupoli nemmeno nell’adottare gli pseudo-argomenti dei bambini orfani. “Diverse migliaia di bambini sono in attesa di adozione ed è meglio per loro essere adottati da una coppia omosessuale che restare in un orfanotrofio”. Logico, vero? Sembrerebbe di sì, visto che qualche giudice “illuminato” ha già pensato di sentenziare in tal senso.

Quello che sembra di poter dire è che nel nostro paese, di fatto, un dibattito rigoroso su questo tema è del tutto mancato o si è limitato, nella migliore delle ipotesi, ad una serie di spot mediatici che si limitano a far presa sulla parte emotiva del pubblico, senza mai riuscire ad indurre un’autentica riflessione sugli effetti, sulle drammatiche conseguenze di queste presunte “teorie” del gender. Così, sulla scorta di un’impressione vaga e superficiale, acriticamente inculcata ed appresa dalle masse, si tende a negare che esista una differenza fra maschile e femminile (contro l’evidenza, peraltro supportata da innumerevoli analisi scientifiche), a sostenere che sia indifferente essere maschio o femmina e che sia dunque indifferente che una coppia con bambini sia formata da un uomo e una donna oppure da due donne o da due uomini. O tre, tanto per dire. Oramai – e siamo sempre a livello di slogan pubblicitari –  “Love is love“: l’importante è amarsi. Lo stesso dicasi per il rapporto tra genitori (ma si può ancora parlare di “genitori“? anche questo per me sarebbe materia di discussione: se viene infatti cancellata la madre, anche il padre non è più tale, e viceversa) e figli: Love is love. E via, fine di ogni problema. L’amore pialla tutto, sistema tutto, elimina ogni difficoltà. Il mondo delle favole, insomma. Anzi no, nemmeno quello, visto che l’attività globale di decostruzione e smantellamento degli “stereotipi” (daccapo: stereotipi o modelli, cioè “archetipi“? ci sarebbe da dire tanto in merito, eppure…) ormai stravolge anche il mondo delle storie per bambini (come ho già segnalato in questo link). Si dimentica così che maschile e femminile, ben lungi dall’essere astrazioni umane, sono non solo caratteristiche evidenti ed irriducibili dell’essere umano in quanto tale, ma anche necessari per la definizione stessa della condizione umana, che a prescindere da questa realtà binaria e complementare sfugge completamente da ogni logica e ad ogni ontologia possibile. L’accettazione dell’evidenza (mi riferisco alla realtà e alla complementarietà i due sessi) è vincolante e decisiva per tutti, a partire dal fine di salvaguardare quel famoso principio di evidenza naturale scartato il quale si cade irrimediabilmente nella psicosi, non solo personale, ma anche collettiva, socialmente condivisa.
Per questo, oltre che per altri motivi, in una società sana e rispettosa di tutti, “il matrimonio non è per tutti” ed è giusto e comprensibile che lo Stato tuteli con attenzione la famiglia naturale, composta da maschio e femmina, come luogo privilegiato della nascita e della crescita dei futuri cittadini. I bambini hanno diritto ad un padre e a una madre, ad una famiglia vera. Ripetiamolo.
Daccapo: si deve fare attenzione a non mescolare acriticamente il piano dei diritti presunti con quello dei diritti reali, a partire dal diritto di ognuno ad avere un padre e una madre. Un conto è parlare (giustamente) del riconoscimento di alcuni diritti giuridici degli omosessuali, se e là dove mancanti, un altro conto è invece sostenere acriticamente il diritto ad avere figli (come se esistesse, realmente, un diritto diritto di questo tipo: nessuno ha diritto a un figlio, perché i diritti si hanno sulle cose, non sulle persone ed i bambini sono casomai soggetti e non oggetto di diritto altrui).
(… continua)

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Alessandro Benigni

Aggiornamenti, testimonianze e documentazione

Ricco ed esaustivo video in cui si spiega che cos’è la “Teoria” o “Ideologia Gender” e – dal minuto 4 e 30 secondi – presentata documentazione oggettiva di come la “Teoria” o “Ideologia Gender” stia entrando nelle scuole.

Si veda il documento “Scuola e Genere: percorsi di crescita“, patrocinato da Comune di Siena

Link per scaricare il pdf: http://www.provincia.siena.it/var/prov/storage/original/application/7d1e5db19a7f93411164d86b5dc383a4.pdf

Da Sentinelle in Piedi, sezione di Arezzo:

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Commento:

La fluidità di genere è la capacità di assumere in modo consapevole e libero uno o più degli infiniti numeri di genere, per il tempo che vogliamo e con qualsiasi ritmo di cambiamento. La fluidità di genere non conosce limiti o regole di genere“. Questo si legge, come vedete nella foto, a pagina 52 di “Gender Outlaw: On Men, Women, and the Rest of Us”, celebre libro del 1994 di Kate Bornstein. La tipa su Wikipedia è descritta come “gender theorist”: a noi vien da credere che una “gender theorist” produca “teoria gender” (per altro è essa stessa che definisce la sua una “theory of gender”, a pag. 58 dello stesso libro) e che pertanto questa stessa “teoria gender” esista. Ma conveniamo con chi ci ritiene visionari: la teoria gender prodotta dalla gender theorist che la chiama teoria gender non esiste. Ma come possiamo fare a contestare le deliranti affermazioni della Bornstein? Quale termine dobbiamo usare per chiamarle, se quello che lei stessa impiega non esiste? E come possiamo fare a non parlare di un punto di vista largamente discusso e condiviso, se è vero che questo volume, pubblicato da Routledge, su Google Scholar risulta citato in ben 1.113 contributi scientifici successivi (chi sa cosa significa sa che si tratta di un ranking accademico semplicemente straordinario)? Attendiamo risposte e, nel frattempo, lasciateci continuare – anche per banali esigenze di sintesi – a ripetere che la teoria gender, o almeno *questa* teoria gender, quella che vedete variamente riespressa ovunque, esiste.

Da un altro manuale per le Scuole Superiori:

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“ancora oggi non esiste una spiegazione scientifica che giustifichi l’attrazione tra sessi opposti”
Commento di Valerio Corazza: “Adesso è la natura a necessitare di spiegazione scientifica per essere giustificata”.

Non credo servano ulteriori commenti.

Da un altro manuale, questa volta di Biologia:

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Oltre che ideologica, è pure una pretesa che si fonda su fallacia evidente (variazione dell’argomento fantoccio: il caso limite), che consiste in una generalizzazione indebita e conseguente pretesa di elevazione a legge universale di ciò che è invece eccezione (o vera e propria malattia psichica). Basta guardarsi intorno e contare quanti sono gli individui in cui sesso e genere interiorizzato non coincidono.
È forse normale per un uomo sentirsi donna e viceversa?

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(Aggiornato al 10.09.2015)

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