37. Alla radice dell’ideologia gender – La scuola di Francoforte – III Parte

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Prosegue la nostra indagine filosofica sulle radici del gender. Potete leggere la prima parte qui, e la seconda qua.

Un’ideologia che ha origini culturali vicine e lontane, ma nessuna le consente di mantenere ciò che promette: il caso della Scuola di Francoforte.

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«Timeo Danaos et dona ferentes» (Eneide II, 49)

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 TERZA PARTE

E’ così che siamo arrivati all’attuale devastazione: una civiltà plurimillenaria si sta spegnendo, per fare spazio ad una rivoluzione antropologica senza precedenti, alla posizione di nuovi valori fondata sul nulla: per liberare l’uomo, per garantire libera realizzazione e felicità terrena ad ogni individuo.

E’ in questo quadro generale che dobbiamo inquadrare il fenomeno delle teorie del genere, del politicamente corretto, della libera realizzazione dei desideri, per tutti, a scapito del prossimo, bambini compresi. E’ in questo quadro che il passaggio dalla generazione naturale alla fabbricazione degli individui può essere davvero compreso. E’ in questo quadro che possiamo capire fino in fondo dove portano le critiche sociali dei grandi “maestri” del pensiero occidentale, da Protagora a Nietzsche, da Stirner a Marx, dalla Scuola di Francoforte al Decostruzionismo di Derrida: la rivoluzione culturale mira a sovvertire l’ordine sociale.

Per questo è del tutto coerente che anche la scienza venga politicizzata ed in questo senso – solo in questo senso – appaiono drammaticamente coerenti le tesi del dottor Money – artefice della nuova etica progressista e anche apologeta della pedofilia – secondo il quale “uomini e donne non si nasce, ma lo si diventa sotto l’influsso ambientale”.

Un sovvertimento antropologico che, ne siamo consapevoli o meno, ha una storia lunga e rispetto al quale il passato prossimo dei gender studies costituisce solo una delle ultime tappe, di un percorso molto più lungo e radicato nella storia culturale dell’occidente, in un concatenamento di idee e suggestioni che provengono da autori e teorie spesso molto differenti tra loro e che hanno sempre in comuneuna sfondo relativista ed una collegiale tendenza al nichilismo estremo.

A fondamento di questa esplosione recente, dovuta ai gender studies, sta come abbiamo visto anche la Scuola di Francoforte: una corrente di ricerca e di pensiero che guarda al marxismo e alla psicoanalisi per proporre un percorso di liberazione dalla repressione. L’analisi della società nel suo complesso viene svolta in analogia costante con l’analisi della psiche proposta da Freud. Sempre sulla scia del pensiero freudiano si auspica un ritorno all‘istinto naturale e originario non soffocato dalla società e dalla sua alienante organizzazione che con le sue forme oppressive soffoca e annulla l’individuo nella sua realtà intrinseca. E si auspica anche una svolta che permetta di conciliare armonicamente le aspirazioni individuali e le istanze sociali, con una graduale abolizione della repressione. Leggiamo a questo proposito un illuminante passo di Herbert Marcuse, tratto da Eros e civiltà:

“L’affermazione di Freud che la civiltà è basata sulla repressione permanente degli istinti umani è stata accolta senza discussione. La libera soddisfazione dei bisogni istintuali dell’uomo è incompatibile con la società civile: la rinuncia e il differimento della soddisfazione sono i prerequisiti del progresso. La correlazione antagonistica di libertà e repressione, produttività e distruzione, dominio e progresso, costituisce realmente il principio della civiltà? O questa correlazione è forse soltanto il risultato di una specifica organizzazione storica dell’esistenza umana? In termini freudiani: il conflitto tra principio del piacere e principio della realtà è inconciliabile al punto da rendere necessaria la trasformazione in senso repressivo della struttura istintuale dell’uomo? O consente invece il concetto di una civiltà non repressiva, basata su un’esperienza dell’essere fondamentalmente diversa, su un rapporto fondamentalmente diverso tra uomo e natura e su relazioni esistenziali fondamentalmente diverse? La nozione di una civiltà non repressiva sarà discussa non come una speculazione astratta e utopistica. A nostro avviso, l’esame è giustificato da due ragioni concrete e realistiche: in primo luogo, la concezione teorica stessa di Freud sembra confutare la sua costante e ferma negazione della possibilità storica d’una civiltà non repressiva; in secondo luogo,le conquiste stesse della civiltà repressiva sembrano creare le condizioni preliminari di una graduale abolizione della repressione”.

E’ possibile rintracciare proprio in espressioni di questo tipo il leitmotiv oggi dominante: la nostra organizzazione sociale (di cui la famiglia è il fondamento) è soltanto una delle tante possibili. Il concetto pluralista di famiglia (“le famiglie”, si dice oggi) deriva appunto da qui.

L’antropologia nel suo insieme mostra che l’idea stessa di uomo e donna è storicamente determinata e pertanto appartiene all’ambito delle credenze che, consolidatesi nel divenire storico, sono state poi accettate come verità: ma tali non sono affatto. Si palesa così un collegamento più che diretto con lo Storicismo tedesco, un altro dei grandi protagonisti del Relativismo contemporaneo: in questo senso la repressione deriverebbe appunto dal fatto che certe idee – che si sono imposte storicamente – si sono poi fossilizzate come se fossero inamovibili. In quanto fissità sono state poi direttamente assimilate alla critica degli stereotipi, senza però alcuna adeguata e rigorosa discussione preliminare: per quale motivo rigettare in massa gli elementi di una sedimentazione culturale che dura da millenni? Chi garantisce che quelli oggi tanto presi di mira siano davvero degli stereotipi da smascherare e non piuttosto degli archetipi originari che l’umanità da sempre porta con sé?

Il processo dialettico che la Scuola di Francoforte (sulla scia del marxismo) vuole adottare si pone il compito di smascherare questo inganno e disegnare i contorni di un nuovo mondo, in cui l’uomo possa essere finalmente liberato da queste catene, da questi vincoli alienanti che egli stesso si è imposto nel corso del tempo. La concezione del senso comune, quel realismoimmediato ed evidente (che secondo più voci moderne sarebbe ingenuo e mistificante) che considera le cose nella loro staticità permanente ed immutabile, bloccherebbe la libertà e l’autodeterminazione dell’uomo, proprio in quanto rifiuta quello che sarebbe il principio essenziale della vita, cioè il principio del divenire, di un divenire libero e non predeterminato: nel nostro caso nemmeno dallo statuto ontologico della sessualità umana.

Invece questa forma nuova di conoscenza, proposta anche dalla Scuola di Francoforte (che si ispira alla dialettica marxista), riconosce la libertà come fondamento dell’esistenza, come energia continua, la quale, impedendo che il soggetto si trasformi in oggetto, gli permette di attuarsi e di essere sé stesso senza che debba sottostare alle condizioni esterne o interne: un’umanità veramente liberata, si direbbe oggi, dev’essere libera di auto-determinare anche la propria identità sessuale.

Il mondo, concepito fuori della dialettica, ossia con una struttura in cui non trovi posto la contraddizione, sarebbe in quest’ottica un mondo non reale, alienato, come afferma Marcuse. La libertà si riferisce quindi sia al pensiero (concezione dinamica della realtà) sia all’azione (comportamento non remissivo nei confronti delle cose) in un rapporto armonico di ciò che è individuale con l’insieme nella sua totalità. Leggiamo un altro passo di Marcuse:

La libertà significa essere non un mero oggetto, ma il soggetto dell’esistenza di qualcosa o qualcuno; non soccombere alle condizioni esterne, ma trasformare il dato di fatto nella realizzazione di un’attività. Tale capacità di trasformazione costituisce l’energia della natura e della storia, l’intera struttura di ogni essere. Il pensiero dialettico ha inizio con la constatazione che il mondo non è libero; cioè che l’uomo e la natura esistono in condizioni di alienazione, diversi da ciò che sono. Ogni modo di pensiero che esclude la contraddizione della sua logica è una logica difettosa. Il pensiero corrisponde alla realtà solo se trasforma la realtà stessa comprendendone la sua struttura contraddittoria. Comprendere la realtà, infatti, significa comprendere ciò che le cose sono e ciò a sua volta, comporta la non accettazione della loro apparenza come dati di fatto. La non accettazione, la rivolta costituisce il processo del pensiero così come dell’azione. La libertà costituisce la dinamica intrinseca all’esistenza e il processo dell’esistenza in un mondo non libero consiste proprio nella continua negazione di ciò che minaccia di negare la libertà. La libertà, pertanto, è essenzialmente negativa: l’esistenza è sia alienazione sia processo attraverso cui il soggetto raggiunge sé stesso nel comprendere e dominare l’alienazione. Per la storia dell’umanità ciò significa raggiungimento di una condizione del mondo in cui l’individuo rimane in inseparabile armonia con l’insieme e in cui le condizioni e i rapporti del suo mondo non posseggono alcuna oggettività indipendente dall’individuale”.

Continua

Alessandro Benigni

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