Adozioni gay? Gli esperti dicono no.

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Pediatri, sociologi e psichiatri: un coro di critiche alla omogenitorialità. Ma certi temi sono in mano a “gruppi di pressione” e politici avidi di consenso…

Roma, 26 Gennaio 2015 (Zenit.org) Federico Cenci

Fu profetico lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton quando affermò, agli albori dello scorso secolo: “Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”. Oggi, oltre cent’anni dopo, ancora non si armano le mani per difendere realtà empiriche, però si interpellano uomini di scienza per asserire che un bambino abbia bisogno di una mamma e di un papà.

Li si interpellano a seguito di sentenze come quella emanata dalla Prima sezione civile della Corte di Cassazione nel gennaio 2013. Le toghe respinsero il ricorso di un uomo che aveva avuto un figlio da una donna che, successivamente, era andata a vivere con un’altra donna portandosi dietro il piccolo. La Cassazione evidenziò che alla base delle lamentele di questo padre circa le “ripercussioni negative” che il bambino avrebbe potuto subire vivendo con una coppia omosessuale, vi fosse “mero pregiudizio”.

Tra i tanti osanna della stampa laica e progressista, si alzò la voce controcorrente – quanto competente – di Giovanni Corsello, presidente della Società Italiana di Pediatria. Il medico stigmatizzò il dibattito seguito alla sentenza “teso a promuovere situazioni simili come assolutamente fisiologiche”. Ed affermò invece che “non si può negare, sulla base di evidenze scientifiche e ragionamenti clinici, che una famiglia costituita da due genitori dello stesso genere può costituire un fattore di rischio di disagio durante l’infanzia e l’adolescenza, quando il confronto con i coetanei e le relative ricadute psicologiche, diventano elemento decisivo sul piano relazionale”.

Pertanto – soggiunse Corsello – “non si possono considerare legittimi i diritti di una coppia di genitori senza contemporaneamente valutare contestualmente e nella loro interezza e globalità i diritti dei figli”. L’appello a far sopravanzare i diritti dei figli ai desideri degli adulti è stato raccolto di recente dalla Società Italiana Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps). Nell’ultimo numero del 2014 della propria rivista ufficiale, citato dal sito dell’Unione Cristiani Cattolici Razionali (Uccr), il Sipps è tornato sul tema della genitorialità omosessuale.

Lo ha fatto citando innanzitutto gli enti scientifici favorevoli a questo scenario, influenzati dalla posizione dell’American Psychological Association (Apa), sulla quale si allungano tuttavia alcune ombre. “L’Apa è stata criticata – si legge – per aver investito nei pronunciamenti ufficiali circa l’omosessualità in modo particolare Charlotte Patterson, ricercatrice, lesbica, convivente e attivista Lgbt”. Si ricorda d’altronde che il Tribunale della Florida ha escluso le ricerche della Patterson per “mancanza di imparzialità, osservabile nei gravi difetti di campionamento”.

La sentenza dei giudici della Florida trova riscontro negli studi di Loren Marks, sociologo della Louisiana State University, il quale ha confutato le tesi dell’Apa per una serie di mancanze rilevate che vanno dalla “portata limitata degli esiti dei bambini studiati” alla “scarsità di dati sul lungo termine” passando per la “presenza di dati contradditori”. Tutti elementi che hanno fatto giungere Marks alla conclusione che “le forti affermazioni dell’Apa non sono empiricamente giustificate”.

La rivista del Sipps chiama poi in causa “il più serio e condotto con i più rigidi metodi scientifici” studio sull’argomento, che “si basa sul più grande campione rappresentativo casuale a livello nazionale”: quello del prof. Mark Regnerus, dell’Università di Austin, in Texas. Ciò che ha scoperto Regnerus è l’ampia dilatazione di problematiche tra gli adolescenti cresciuti in famiglie “arcobaleno”: maggiore propensione al suicidio, al tradimento, al fumo, all’alcol, più disoccupazione e ricorsi alla psicoterapia e all’assistenza sociale, finanche più abusi in famiglia e più malattie.

Gli studi del prof. Regnerus hanno provocato reazioni di protesta anche animate da parte di associazioni Lgbt, le quali contestano che essi non si basano su un gruppo di confronto formato da figli cresciuti per l’intero arco dei 18 anni con il genitore omosessuale e il compagno, in quanto solo 2 su 248 minori presentano questa caratteristica. Critica che tuttavia, per l’autore e altri studiosi, rappresenta la conferma che la dissoluzione di una coppia omosessuale è un evento “sociologicamente così frequente da rendere raro, per i figli cresciuti in queste famiglie, la presenza stabile del medesimo partner del genitore”. Secondo Regnerus, un neonato affidato a due omosessuali ha meno dell’1% di possibilità di crescere fino ai 18 anni senza che la coppia si separi.

A pensarla come il sociologo del Texas, una serie di altri studiosi d’Oltreoceano, tra i quali Daniel Potter e Douglas Allen, che la rivista del Sipps cita. Le loro tesi sono racchiuse nel documento Homosexual Parenting: Is It Time For Change? (Genitori omosessuali: è tempo di cambiare?), pubblicato dall’American College of Pediatricians, il quale evidenzia i rischi nell’infanzia legati allo stile di vita omosessuale dei genitori.

Tesi condivise dal dott. Italo Carta, direttore della scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università Bicocca di Milano. Intervistato da La Stampa, ha affermato: “Ritengo che le coppie di omosessuali e quelle di lesbiche che non solo adottano un bambino ma si fanno ingravidare e inseminare preparino un grave rischio di patologie per la prole”. Cioè “depressioni, disturbi della personalità e dell’identità […], collasso della funzione simbolica paterna”.

Preoccupante la conclusione cui giunge lo psichiatra: simili delicati temi “ormai sono in mano a gruppi di pressione e politici entusiasti di aumentare il proprio consenso”. E quindi “dell’aspetto psicologico clinico importa poco a tutti”.

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