Omosessualità, determinismo e libero arbitrio

Un recente articolo pubblicato sulla rivista “Psychological Bulletin” si è concentrato sulle differenti reazioni dell’opinione pubblica quando un comportamento appare guidato dalla volontà o determinato geneticamente, compresi i comportamenti omosessuali. Gli autori, gli psicologi Ian Dar-Nimrod dell’University of Rochester Medical Center e Steven J. Heine dell’University of British Columbia, hanno iniziato la loro discussione, affermando che gli esseri umani tendono a “essenzializzare” alcune entità che incontrano, cioè percepiscono come “naturale” ciò che li rende quello che sono e che in loro «genera le comuni caratteristiche apparenti dei membri di una categoria particolare», scrivono.
Per sostenere la “naturalità” della loro posizione, queste persone si affidano alla genetica: «i “geni”», scrivono i due psicologi, «spesso fungono da segnaposto per questa essenza immaginata, e questo ha implicazioni importanti», ovvero gli elementi che definiscono l’essenzialismo psicologico (cioè la visualizzazione di un carattere come immutabile, fondamentale, omogeneo, discreto e naturale) sono percepiti come fattori genetici. Questo porta ovviamente a «svalutare il ruolo dei fattori ambientali ed esperienziali», fa sentire predestinati, visualizzando i “geni” come la causa fondamentale della propria condizione (“i miei geni mi portano a fare…”). Inoltre, ci si convince che tutti i membri di un certo gruppo debbano condividere una certa essenza genetica, e «tale condizione non dovrebbe essere osservata in coloro che non condividono lo stesso fondamento genetico di base» (pag. 801). Tutto questo però porta ad una grave conseguenza: «può indurre alla cosiddetta “fallacia naturalistica”, che si traduce nel fatto che questi comportamenti vengono percepiti come più moralmente accettabili. Qui le proprietà etiche sono erroneamente derivate ​​da presunte proprietà naturali», avvertono. Gli autori osservano anche che la “fallacia naturalistica” ha beneficiato i gay e lesbiche, ma ha sfavorito i criminali e gli obesi, in quanto questo errore emerge più fortemente quando i risultati sono associati a comportamenti che sono visti come volontari, ovvero l’omosessualità percepita come “naturale” porta ad una maggiore accettazione, mentre è vero il contrario per chi ha un comportamento criminale o è obeso. Sintetizzano, scrivono gli autori: «l’omosessualità può essere vista in modo più positivo se è percepita come il risultato di una naturale, predisposizione genetica, piuttosto che come una scelta di vita fatta consapevolmente» (pag. 802). Il punto è che l’omosessualità non ha una chiara origine genetica.

Gli autori esaminano proprio il tema dell’orientamento sessuale come un esempio di come la “fallacia naturalistica” possa guidare un dibattito politico. In particolare hanno analizzato la reazione dell’opinione pubblica alla scoperta nel 1993 (Hamer et al.) di un marcatore genetico (Xq28), che in parte avrebbe dovuto rappresentare l’omosessualità maschile (il famoso “gene gay”, anche se poi tutti i tentativi di replicare i risultati hanno fallito: Rice, Anderson, Risch, & Ebers, 1999). La società ha cominciato a concepire l’omosessualità come in un rapporto immutabile di causalità con i geni, eliminando dal dibattito la storica posizione psicoanalitica che -ancora oggi- ritiene l’omosessualità una probabile conseguenza di madri prepotenti e padri freddi e distaccati. «Ancora una volta», scrivono i due autori, «la prova che gli argomenti genetici portano a reazioni qualitativamente diverse rispetto a quelle ambientali» (p. 806). I comportamenti che hanno implicazioni morali, rilevano ancora, «perdono la loro forza morale, se la gente guarda quei comportamenti come al di là della volontà individuale» (p. 806). Interessante anche il fatto che gli autori ritengono che questo pregiudizio dell’essenzialismo genetico sia stato alla base anche della «crescita delle ideologie eugenetiche in tutta la storia. Quando i geni sono percepiti come li locus della causalità, ne consegue che gli sforzi per migliorare l’umanità si concentreranno sul miglioramento genetico», in modo diffuso da Darwin al XX secolo (pag. 811).

Gli autori sostengono che i mass media sono complici nell’aver fatto svolgere ai geni un ruolo più centrale rispetto ai dati suggeriti dalla ricerca scientifica, fornendo costantemente un quadro troppo semplificato della ricerca genetica, in chiave eccessivamente deterministica. L’altro errore dei media, secondo gli psicologi, è equiparare il comportamento omosessuale a una caratteristica geneticamente determinata, come il colore della pelle (spesso, ad esempio, si equipara in modo tendenzioso l’opposizione alle nozze gay con l’opposizione alle nozze miste). Anche i ricercatori hanno gravi responsabilità in quanto, avendo bisogno dell’attenzione dei media e di finanziamenti a fondo perduto, possono contribuire a promuovere i pregiudizi essenzialisti delle persone (ad esempio parlando di “gene egoista”, “gene del tradimento”, “gene gay”). Il risultato di queste rappresentazioni, secondo gli autori, è che «le persone che ottengono la loro conoscenza della genetica attraverso i media hanno più probabilità di concepire le influenze genetiche in modo troppo deterministico, immutabile, e, infine, in modo erroneo» (p. 812).

All’articolo è seguita una replica di Eric Turkheimer, psicologo della University of Virginia, il quale ha introdotto l’argomento del libero arbitrio (inteso da lui non in modo metafisico ma come «la nostra capacità di rispondere alle situazioni complesse in modi complessi e imprevedibili e il processo di costruzione del sé»). Come dimostrano gli studi sui gemelli, ha scritto, è l’ambiente di crescita non condiviso (affidati a due famiglie diverse) che modella le differenze di comportamento (anche sessuale): «siamo liberi di diventare ciò che vogliamo», scrive, «anche se faremo uno forzo maggiore per alcuni tratti rispetto che ad altri». Secondo le statistiche comparative sulle varianze non condivise (NEP), «cambiare l’orientamento sessuale richiede in generale un impegno minore che modificare tratti della personalità o curare la depressione, ma un maggiore sforzo rispetto a ridurre il peso corporeo o cambiare un atteggiamento criminale». Nella loro controreplica, Dar-Nimrod e Heine, si mostrano d’accordo sul fatto che «i geni sono importanti per tutti i comportamenti umani complessi, ma non ne determinano nessuno […] poiché non sono noti comportamenti umani complessi in cui i geni rendono incapaci di resistere all’esecuzione di un comportamento, l’argomento genetico non dovrebbe essere usato come base per le valutazioni morali. I geni forniscono una fonte di influenza ma il loro ruolo nella produzione di eventuali comportamenti complessi è lontano dal determinismo. Inoltre, la quantità di influenza che i geni hanno sui comportamenti è notevolmente più piccola di quanto si possa pensare».

Questo studio (interessante anche il commento allo studio fatto da Christopher H. Rosik, psicologo, docente alla Clinical faculty della Fresno Pacific University e direttore di ricerca presso il “Link Care Center”), in conclusione, dimostra che non vi sono forti nessi tra l’omosessualità e l’ereditabilità genetica e dire il contrario è errato ma aiuta all’accettabilità morale del comportamento omosessuale (ecco perché c’è e c’è stata questa pressione sul “gene gay” da parte della lobby omosessuale) e delle sue conseguenze (matrimonio gay, adozione ecc.). Gli autori dimostrano infine che il determinismo è una posizione errata, non c’è nessuna influenza genetica in grado di determinare completamente il comportamento umano.
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(fonte: UCCR.it)

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