Disonestà della cultura

La cultura contemporanea è profondamente disonesta: non nel senso che inganna consapevolmente, il che significherebbe ancora essere in grado di distinguere tra bene e male, bensì nel senso che si auto-inganna. Si assiste in generale a una corsa all’accrescimento esteriore della cultura; quel che conta è non restare indietro e adeguarsi alle esigenze del tempo che si rincorrono a ritmo sempre più incalzante. Tutto è pubblicità e chiacchiera vuota. Decisioni fondamentali per il futuro dell’umanità sono prese sull’onda dell’emotività e di pseudo-concetti. Anzi: i concetti si eclissano del tutto, la lingua diventa confusa: è l’età dell’oro della chiacchiera. Vengono forgiati nuovi termini deitro i quali non ci sono realtà ontologiche sicure, reali. Esistenti. Quello che oggi ci manca  è – paradossalmente – l’ingenuità, la primitività, sostituite in fretta dalla falsa impressione di sicurezza, basata sulla fiducia nel progresso, e dall’illusione di sapere tutto e di poter fare tutto. E’ il grande inganno di una nuova creazione, nelle mani dell’uomo. Quell’impressione primitiva dell’esistenza per cui ciascuno si pone la domanda sul suo essere uomo, quell’ingenuità per cui ciò che è ovvio, perché tramandato, viene oggi messo in questione, come se si aprisse per la prima volta gli occhi al mondo. Il primitivo, il semplice, l’evidente, non è come un presupposto da togliere ma come uno sfondo alle nostre spalle che deve essere ricreato.

Alessandro Benigni, Note minime, 2013

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